01 marzo 2005
Verso il congresso del Prc
Vattimo: mai con Bertinotti
Il filosofo critica il leader di Rifondazione: «E' troppo di destra. Spero
che la sinistra si faccia sentire»
TORINO
—
Professor Vattimo, che ci fa uno spirito libero come lei tra i Comunisti
italiani?
«Ormai sono quasi fuori dalla politica: voglio solo fare il sindaco di San
Giovanni in Fiore, il paese di Gioacchino».
Non l'hanno neppure fatta rieleggere a Bruxelles.
«Non solo: Marco Rizzo mi ha chiesto un risarcimento esagerato per aver
detto la verità, cioè che i suoi seguaci avevano intimidito i miei in
campagna elettorale. Cecchi Paone, di cui avevo detto cose orribili, si era
accontentato di 10 mila euro».
Rizzo invece?
«Non posso dirlo. Cecchi Paone non deve saperlo. Basti dire che in caso di
condanna mi resterebbero solo le mutande».
Perché allora non va con Bertinotti?
«Non ce la faccio. E' troppo di destra. Si è adagiato su Prodi».
Adagiato.
«Non capisco perché Bertinotti rinunci a chiedere l'uscita dell'Italia
dalla Nato e si unisca a Prodi nel cantare "Welcome Mr President". Com'è
cambiato Bush, se non in peggio? Gli agenti della Cia scorrazzano per
l'Italia indisturbati. In Iraq comanda Negroponte, l'uomo del piano Condor
e dei contras. Avrei potuto accettare elezioni manipolate, purché
funzionassero: invece muoiono venti iracheni al giorno, l'alternativa a
Negroponte sono gli ayatollah e i giornalisti sono costretti ad andarsene».
Il rapimento di Giuliana Sgrena impone all'opposizione di rinviare le
polemiche.
«Lei è così sicuro che la Sgrena sia stata rapita dai cosiddetti
terroristi? Perché, a parte i body-guard, in Iraq sono stati sequestrati
solo giornalisti e volontari di sinistra? Perché Baldoni è stato ucciso
come un cane? Chi ha interesse a tenere lontani i cronisti?».
Vorrà mica dire che la Sgrena è in una prigione della Cia?
«Non dico questo. Ma se ancora oggi ci chiediamo chi c'è dietro il caso
Moro, o chi ha messo le bombe sui treni in Italia, un Paese sovrano, non
oso pensare cosa possa fare la Cia in un Paese che amministra di persona».
In ogni caso, che potrebbe fare Bertinotti?
«Fare la sinistra. Invece, se Prodi e Bertinotti vinceranno le elezioni — e
io non ne sono affatto sicuro —, la sinistra ne verrebbe schiacciata. Le
ultime uscite del segretario di Rifondazione mi sembrano poco chiare, così
come il suo libro sulla nonviolenza. A meno che non voglia semplicemente
andare al governo, che sia stufo di star fuori. Allora si capisce tutto».
Cosa non va nella nonviolenza di Bertinotti?
«La rinuncia alla piazza. La riduzione della politica alle battaglie
parlamentari, anche se fatte solo per salvarsi la coscienza. La fine di
quello che a Lisbona, commemorando la rivoluzione dei garofani su invito di
Soares, ho chiamato il sovversivismo democratico. La rinuncia a pratiche
lecite, come il boicottaggio. E' un'idea mia, che poi Eco si è rivenduto:
comprare la pasta Cunegonda. Se tutti gli elettori di sinistra non
comprassero più i prodotti pubblicizzati da Mediaset... ci sono molte altre
marche di pasta, alcune buonissime».
Ma Bertinotti enuncia un principio. Un ripensamento teorico.
«Arriva a criticare la formula di Brecht — "noi che volevamo edificare la
gentilezza non potemmo essere gentili" — e a definire illegittima la
violenza dei rivoluzionari d'Ottobre. Ma di questo passo non gli andrà più
bene neppure la Rivoluzione francese. Allora avremmo ancora l'Inquisizione.
A proposito, anche questa storia della religione...».
Si è definito un uomo che cerca.
«Le conversioni non le ho mai capite. Cosa può dirti un prete che non sia
già nei Vangeli? Io ad esempio sono cattocomunista sin da quando ho l'età
della ragione. In alcune stagioni sono stato più catto, in altre più
comunista».
E' stato anche prodiano. Ora Prodi non le piace più?
«Si è capito quel che ha in mente: rifare la Dc. Fed sta per fede. Anche
questo scodinzolamento leccaBush rivela un profondo pessimismo: non credono
che esistano alternative alla pax americana. Ma così si torna agli Anni
'50, alla guerra fredda: America e alleati contro chi si ribella. Da qui la
mia provocazione sul partigiano Al Zarqawi. Non a caso la chiesa sta
tornando all'apice del potere, come allora».
Lei nel 1953 faceva campagna nei comitati civici.
«Perché ero contro Stalin. Ma non votai Dc: non potevo, avevo solo 17 anni».
Al Zarqawi partigiano, però...
«C'è un Paese occupato. Ci sono iracheni con le spade che si battono contro
gli occupanti con i bombardieri. Fanno le loro schifezze, ma non per questo
sono terroristi. Tutti i rivoluzionari all'inizio sono terroristi. La
sinistra dovrebbe dire questo. Non affermare che i resistenti sono gli
elettori, come ha fatto Fassino. O ringraziare il Papa per aver sconfitto
il comunismo, come ha fatto D'Alema. Sarà pure vero, ma lo lasci dire agli
Escrivà da Balaguer, di cui è grande estimatore».
Lei lo è di Mercedes Bresso, candidata qui in Piemonte. Le ha attribuito il
profilo di una buona casalinga e di una discreta insegnante media.
«E ho sbagliato. Sono stato offensivo. Con le casalinghe. Quand'ero a
Bruxelles e lei era presidente della Provincia, la incontravo in ogni
momento. Che ci faceva? Trascurava la casa. Non credo più sia una buona
casalinga».
Torniamo a Rifondazione. Cosa si attende dal congresso?
«Che l'opposizione interna si faccia sentire. La sinistra-sinistra, questo
15% degli italiani che dovrà pure trovare qualche forma di raccordo,
rischia di restare senza rappresentanza sociale, schiacciata da Prodi e dai
Ds, questo partitazzo sempre in mano a D'Alema, che controlla l'apparato e
quindi gli stipendi di deputati, consiglieri, assessori».
Sta dicendo che in caso di vittoria non comanderebbero Bertinotti e
tantomeno Rizzo...
«Ma Padoa Schioppa, Mario Monti e Franco Debenedetti, che è mio amico ma da
cui sono in disaccordo. Cacciare Berlusconi va bene, ma non a qualsiasi
costo. E poi non è così antipatico...».
Non si stupisca se Asor Rosa la definisce "avventatissimo".
«Ho letto, e mi sono inferocito. Che vuole da me quel vecchio barbagianni?
Dice che non sono significativo. Lui invece? Si occupi dei suoi gatti! Lo
dico con simpatia perché in fondo Asor sostiene le stesse idee mie,
ovviamente con maggior eleganza letteraria. Ma io non sono mai stato a
Capalbio. Non frequento le terrazze. Sono figlio di un poliziotto calabrese
e di una sarta valsusina. Sono un anarchico pacifico e il mio unico
obiettivo, a parte fare il sindaco di San Gioacchino in Fiore, è tenere una
rubrica dal titolo "Il coglione sinistro"».
Non potrà più affidargliela il suo amico Furio Colombo.
«Una vicenda paradossale. Furio cacciato perché troppo di sinistra da gente
come Fassino che, quando lui era presidente della Fiat Usa, dava manforte
ai picchetti davanti alla Fiat Mirafiori insieme con Giuliano Ferrara.
Dicono che l'Unità perda copie. Forse perché pubblica lenzuolate di
interviste a D'Alema, anziché i miei articoli...».
Censura?
«No. Autocensura».
Aldo Cazzullo
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