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Discussione: L'idromele

  1. #1
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    Predefinito L'idromele

    Dal sito http://web.tiscali.it/apicolturalazio/index.htm

    http://web.tiscali.it/apicolturalazio/idromiele.htm

    L'IDROMELE è "semplicemente" acqua e miele fermentato. Inizieremo questo viaggio dal Mito e dalle Origini per riscoprire una bevanda che migliaia di anni fa accompagnava i popoli nomadi nei momenti più sacri ed intimi ,ma anche nelle feste dopo vittorie o importanti eventi.


    ORIGINI E MITO

    L'IDROMELE oltre il nome latino, (per noi sarebbe più chiaro idromiele) ha un corrispondente poetico-runico che è MEDU, nome simile all'antica bevanda delle popolazioni indiane nell'epoca Vedica. MEDU racchiude le rune MAN, EH, DAG, URI .(uomo, cavallo, giorno nel punto più alto, uro forza primitiva) ed il significato poetico è "Magia del potere della trasformazione primordiale".
    Tra le bevande (Sacre) è la più Sacra, il dono degli Dei per eccellenza; la sua origine celeste deriva dal polline dei fiori , dal lavoro dell'ape ,simbolo sacro della trasformazione e della poesia, dall'Acqua di una fonte, simbolo della linfa vitale della Madre Terra.
    Certamente in passato, più che alla poesia-simbologia , la valenza sacra dell'IDROMELE era data dal potere para-estatico che secondo gli antichi testi permetteva di uscire dal normale livello di percezione per passare ad una condizione inebriante-estatica.
    Numerosi i racconti ed i miti su questa bevanda Sacra. Odino per ottenerla si trasformava in serpente e poi in aquila; in altre leggende è Thor a sottrarre ai giganti la mitica bevanda.
    Nei Rgveda (VIII,48,3) diventa il SOMA Medhu:" Abbiamo bevuto il Soma e siamo diventati immortali"; il potere trasformatore di questa bevanda ,che rende simile agli Dei , è il motivo conduttore di una serie di leggende dell'area nordica.
    Nel Mito è ritenuta la bevanda degli Dei che dona l'immortalità ed è concessa agli uomini ma gli stessi DEI, per ottenerla, devono faticare ed ingegnarsi per sottrarla alle forze primordiali, radici costanti dell'IDROMELE.
    Odino l'astuto (in alcuni casi è Thor il violento) sottrae il MET (idromele) ai giganti forando la montagna e trasformandosi prima in serpente e poi in aquila, seducendo la figlia del gigante che ne era la custode .
    Nell'EDDA (Hàvamàl,strofe 104-110 e Edda Snorri,83-85) gli Asi e i Vani, eterni nemici, concludono un patto e sputano nel magico calderone creando con la loro saliva l'uomo Kevasir. Due nani uccidono Kevasir e mescolano il suo sangue con il miele; così facendo ottengono il MET la bevanda che dona la saggezza e trasforma chi la beve in scaldo (poeta) .
    L'importanza della saliva come dono e derivazione divina che diventa strumento di trasformazione-attivazione. Lo si vede anche nella leggenda, dove il Cinghiale Sacro attiva con la sua bava il contenuto del calderone, per ottenere la bevanda Sacra.
    In passato conoscere i segreti della fermentazione era sinonimo di potere e di magia; l'utilizzo della saliva per creare un ambiente acido adatto alla fermentazione è uno dei segreti celati nelle varie leggende. L'utilizzo del Mito per la ricerca o la conferma di alcune Verità, in molti casi, è ancora attuale .


    USO RITUALE E SOCIALE

    L'origine celeste dell'IDROMELE deriva dalla sua composizione: i fiori con il polline, le api ed il volo, il miele trasformato , l'acqua di Fonte Sacra. Questi componenti uniti permettono di elevare il "MEDU" al di sopra di vino e birra che hanno origini più terrestri.
    Usato come offerta agli Dei nei banchetti rituali, nuziali e funebri, è adeguato per accedere alle varie direzioni cosmiche dei mondi paralleli, qualità derivata dai numerosi nomi che ne determinano le caratteristiche.
    Le origini antiche della bevanda sono confermate dal ritrovamento in un vaso di una sedimentazione di una bevanda fermentata ,cui era stato aggiunto del miele, questa tomba, situata ad Egtved, risaliva all'età del bronzo.
    Nell'area Celtico-germanica l'uso rituale dell'IDROMELE era conosciuto dall'antichità ma è accertato che il suo significato religioso sia giunto nei territori slavo-illirici per venire poi assimilato dai Greci e dei Pannoni che adoravano Dioniso (Dualos).Le tribù dell'Illiria nelle loro feste facevano largo uso dell'IDROMELE mischiato alla birra per raggiungere stati di ebbrezza in onore della loro divinità Dualos.
    Da noi in Terra Celtica l'uso sacrale dell'IDROMELE avveniva nelle quattro feste celtiche : SAMAIN (1 Novembre),IMBOLC ( 1 Febbraio),BELTAINE (1 Maggio),LUGNASAD (1 Agosto) e nelle feste primordiali solstizi ed equinozi .
    Il potere aggregante ed il significato mistico della bevanda è confermato dall'importanza del ruolo sociale delle feste.
    Il valore dell'individuo ,come unico irripetibile, e l'importanza della parola data erano alla base del Patto; di volta in volta stipulato con la tribù con gli Dei o con altri individui, per questo alla festa massima ricorrenza sociale spirituale era d'obbligo la presenza e la riconferma sacrale del Patto che avveniva con la bevanda mistica l'IDROMELE.


    L'ACQUA
    Il primo componente. La Fonte Sacra. La dinamizzazione

    La scelta dell'acqua, per realizzare una Bevanda Sacra o semplicemente un vino d'IDROMELE, è fondamentale perché ne determina la buona riuscita finale.
    La composizione chimica dell'acqua è importante, non usare acque con presenze di cloro o correttivi, ma determinante è l'attività elettromagnetica. L'acqua richiesta è l'acqua di fonte meglio se presa da una Fonte Sacra Celtica. L'acqua di una Fonte Sacra ha un'elevata vitalità elettromagnetica da risultare in molti casi miracolosa. Per individuare sul territorio delle Fonti Sacre ci si affida: alla storia, alla tradizione religiosa, ad un centro di bio-architettura o alla nostra sensibilità.Generalmente nei pressi di abbazie e vecchie chiese, quasi tutte collocate su antichi siti Celtici,
    possiamo trovare una piccola fonte. Per un controllo dell'acqua è sufficiente raccoglierne una bottiglia fotografare se possibile la sorgente e contattare noi o un centro di bio-architettura, così facendo sarà possibile mappare e segnalare le Sorgenti Sacre. Anche sorgenti in montagna sono ottime per la preparazione dell'acqua di base.
    E' possibile usare un'acqua di base non particolarmente carica e dinamizzarla aggiungendo nove (numero sacro ai Celti) gocce d'acqua di Fonte Sacra. Il processo è semplice; un acqua con elevate proprietà vibratorie può anche con poche gocce far vibrare ad una frequenza più elevata dell'acqua con caratteristiche più modeste.
    Questa tecnica, studiata scientificamente, permette di usare acque più modeste, sempre di fonte, trasformandole in Acque Sacre (con elevate qualità elettromagnetiche)a volte difficilmente reperibili.
    Anticamente si lasciavano delle offerte in prossimità delle Fonti per ricordare il dono prezioso dell'acqua offertoci da Madre Terra, non necessariamente oggi dobbiamo lasciare pane od offerte ma un pensiero sarà gradito (per chi crede o vede) alle Energie sottili sempre presenti .


    IL MIELE
    Il secondo componente. Provenienza e lavorazioni. Varietà.

    La provenienza è importantissima: il miele deve provenire dal proprio territorio, prodotto e preparato in modo naturale senza subire riscaldamenti o manipolazioni che potrebbero far perdere le proprietà anche curative.
    Limpido, torbido o cristallizzato, sono caratteristiche che non alterano le qualità. Un nostro consiglio per chi non lo produce personalmente è quello di procurarlo da apicoltori che ne garantiscano la produzione naturale.
    Alcune varietà di miele come ACACIA, TIGLIO e mieli chiari in genere, sono più adatti per ottenere lo "spumantino", un IDROMELE dal gusto delicato, frizzante, con numerose bollicine.Levarietà,scure,ambrateMILLEFIORI,CASTAG NO,MELATA(secrezione zuccherino-resinosa, prodotta da alcuni afidi, trasformata in miele) sono più adatte all'invecchiamento e, con aggiunta di erbe, per produrre IDROMELE RITUALE.
    E' possibile usare del miele con ancora cera api morte e residui del favo; tutto ciò non altera il processo di fermentazione ma può causare difficoltà nella lavorazione e può produrre un'alterazione al sapore finale.
    Anticamente tutto il favo veniva gettato nell'acqua riscaldata con pietre roventi per avere una temperatura adatta alla fermentazione, venivano poi aggiunte cortecce e foglie per il tannino e la base acida naturalmente, secondo la leggenda, bava di cinghiale (o"meglio" della saliva) erano il tocco finale per realizzare l'IDROMELE ARCAICO. Sicuramente era più importante l'azione inebriante che non il sapore della bevanda.

  2. #2
    Arjuna
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    oltretutto è anche buono



  3. #3
    email non funzionante
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    I popoli scandinavi bevono tuttora l'idromele, lo chiamano "mjød" (evidente l'assonanza con "medu").
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
    Racconti senza fine di gente che ha pagato
    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
    La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.

  4. #4
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    +L'idromele di Valhóll.

    Nell'Edda l'idromele appare come bevanda, offerta agli eroi che hanno conquistato Valhúll, assieme alle carni del cinghiale Saehrímnir.

    La bevanda distilla dalle poppe della capra Heidrún in un flusso inesauribile riempiendo le coppe degli eroi. La capra mangia le ,foglie di Laeràdr, l'Albero del Mondo(14). Il suo nome è composto da heidr, parola che si trova spesso usata riferita alle offerte rituali d'idromele il cui primo senso è « chiaro », « brillante » e, in senso traslato indica « condizione nobiliare », « rango », « onore » (15) e rún, « runa ». Heidrún è quindi « la chiara runa », « la nobile runa ». Nell'idromele Odino Hróptr (« che urla ») intinse le rune della mente (hugrúnar)


    ... le trovò, le incise
    le compose Hróptr,
    da quel liquido che gocciolava
    dal cranio di Heiddraupnir
    e dal corno di Hoddrofnir (16)


    E' importante la connessione tra sapienza-magia e idromele in quanto è detto esplicitamente che le rune della mente furono intinte nel sacro liquido. Più avanti (17) la valkyriaSigrdrífa dice che « tutte le rune furono immerse nel chiaro idromele » prima di essere spedite per estesi sentieri agli dèi celesti, agli Elfi, ai Vanir e agli uomini.
    L'idromele comunica alle rune 1'ódr che le rende attive, il fuoco che le ridesta e senza il quale esse sarebbero solo segni inerti.
    Heid-draupnir può tradursi come « colui che scorre in chiare gocce » (drjzípa, « gocciolare ») o « il dispensatore di chiare (anale in senso di « nobili ») gocce ».
    Hoddojnir significa « dispensatore del tesoro » (hodd, « tesoro »). Sia le « chiare gocce » sia il « tesoro » si riferiscono all'idromele', non è chiaro invece chi sia il dispensatore dell'idromele. Il Palmér pensa che l'espressione « cranio (hauss) del dispensatore di chiare gocce » sia da riferire al
    pensamitico tino dell'idromele Ódrcerir(19). Potrebbe però anche pensarsi al cranio di Mímir col quale Odino conversa per conoscere il futuro(20), dal momento che il gigante Mímir ha una precisa relazione con l'idromele (Memoria divina-saggezza). Circa l'idromele inteso come « tesoro » può effettuarsi un riferimento al Rig-veda che chiama Agní « possessore d'una grande opulenza » e che ne presenta l'incedere trionfale mentre « arriva possente sul luogo del possente tesoro », cioè sul mortaio di pietra nel quale viene spremuto.
    Il “tesoro” dell’Edda e del Rig-veda è riferito alla bevanda sacra e, più propriamente al “fuoco” divino che in essa giace. La saggezza di Odino acquisita dopo le nove notti di sacrificio dal saggio gigante Mìmir, viene detta nella poesia scaldica Mìms vinr, “vino di Mìmir”(21).

    Snorri (22) dice del pozzo di Mímir che in esso « stanno nascoste sapienza e conoscenza » e presenta il gigante che beve dalla fonte col corno Gjallarhorn, cioè col corno di Heimdallr. Snorri interpreta come « corno » il termine hljód della Vóluspa (str. 27) senonché hljód nell'antico norreno non appare mai col significato di « corno » ma significa « rumore », « musica » ed anche « ascolto »: quando la vólva inizia la profezia chiede « ascolto » (hljóds, Vól., 1). E' probabile che la confusione operata da Snorri sia dovuta al fatto che Heimdallr è rappresentato sempre come dio col corno posto a sentinella del Ponte 21. Il « corno di Hoddofnir » deve riferirsi non già al Gjallarhorn di Heinidallr, ma al corno da bere - abitualmente usato dai popoli del nord - posseduto da Mímir.

    V'è una stretta relazione tra idromele ed Albero del Mondo: Snorri dice della rugiada che distilla dall'Yggdrasill che « è detta dagli uomini stilla di miele, e se ne nutrono le
    api »(24)
    .
    L'idromele prodotto dagli uomini possiede l'essenza, la rugiada dell'Albero del Mondo, che le api trasformano in miele.

    Assieme alla capra Heidrún un altro animale bruca le fronde dell'Albero, il cervo Eikpyrnir e « dalle sue corna scendono gocce così grandi che sotto formano Hvelgermir » (25) la « Caldaia Tonante », scaturigine delle correnti primordiali.
    L'idromele è la bevanda degli eletti da Odino ed il cinghiale ne è il cibo. Stessa bevanda e stesso cibo nutriva gli eroi del paradiso celtico, la « Grande Terra » (26).
    Il nome del cinghiale sembra composto da saer « mare » e hrîmnir « congelato » (Hrímnír compare spesso nell'Edda come nome di gigante). Il cuoco che lo prepara è chiamato Andrímnir e il suo nome rimanda all'idea di « scongelare »: and- « contro », come la pentola nella quale la carne viene cotta, Eldrímnir (eldr è « fuoco », elda significa « accendere).
    L'ínesauríbílítà dell'alimento è una delle caratteristiche del cibo d'immortalità (corno inesauribile; coppa che fornisce senza mai svuotarsi vivande agli eroi; pomi che si riformano magicamente dopo essere stati consumati, ecc.).
    Il nome del cinghiale di Valhóll rimanda, dunque, all' idea di « mare congelato » ed è cibo dei prescelti.
    Nella « Vóluspà Breve » (str. 38) si legge che Heimdallr fu reso forte, appena nato,


    con la forza della terra
    con il freddo del mare
    e il sangue del cinghiale sacrificale.


    Gli stessi ingredienti si ritrovano nella composizione della coppa magica che contiene la « bevanda d'oblio » che Grimilde offre a Gudrún affinché questa dimentichi le proprie pene (27).

    « Forza della terra » (jardar magro, Hkv., str. 137) è la potenza racchiusa nella birra e nell'idromele. L'allusione al « mare » rimanda ai miti - diffusi in tutta l'area indoeuropea - nei quali compare un personaggio marino che fornisce il tino (o la caldaia) per preparare l'idromele. Addirittura, come nel caso del mito indiano (28), la bevanda d'immortalità è ottenuta frullando l'oceano.
    Nell'Edda Thórr si procura da AEgir il recipiente per la preparazione della bevanda degli dèi. AEgir significa « mare ».
    Per quanto riguarda la connessione del cinghiale con l'idromele esamineremo più avanti alcuni miti dell'area celtica.
    Presso i Celti il cinghiale è animale associato al dio sommo Lug e sua epifania ed è simbolo per eccellenza della casta sacerdotale, quindi, della sapienza. L'animale possiede, in tutte le culture indoeuropee, un carattere particolarmente sacro che ne fa il simbolo della sapienza primordiale e dell' età dell'oro. In India Vishnu sotto forma di cinghiale fa emergere la terra dalle acque e il nome sanscrito dell'animale, varàha, rimanda all'idea di « occultare », quindi a una sapienza (e potenza) occulta che contraddistingue il sacerdote e che in qualche modo è infusa dalla divinità nella bevanda sacra.
    Il nutrimento d'immortalità nel Valhòll (idromele; cinghiale) è simbolo d'un ricongiungimento con la potenza e sapienza primordiali, che concedono pienezza di vita (30), e per il raggiungimento delle quali la morte trionfale serve da veicolo.
    L'idromele che nutre gli eroi (e del quale Odino unicamente si ciba) è prodotto dall'Albero cosmico (la capra che lo produce si ciba delle sue foglie) ed è simbolo dell'energia universale che nutre tutto ciò che esiste.
    Come l'idromele nordico 1'amrita indiana è « l'essenza della vita infinita » (31), il suo nome significa « non morte », esattamente come l'ambrosia greca. Il soma, liquore del sacrificio, fu spesso identificato all'amrita sicchè colui che adora esclama:
    « Abbiamo bevuto il soma, siamo divenuti immortali.
    Siamo entrati nella luce. Abbiamo conosciuto gli dèi » (32).

    Nell'Inno a Soma` si legge:
    « Dove vi è eterna luce, nel mondo dove è posto il sole,
    in quel mondo immortale e imperituro, portami tu, o Soma.
    ....
    Dove la vita è libera, nel terzo cielo dei cieli, dove i mondi
    sono radianti rendimi immortale.
    ... dov'è la coppa del brillante Soma, dove vi è cibo e gioia, quivi rendimi immortale... ».

    + Mímir « il memore » e la fonte della sapienza.

    Il nome di Mímir, il saggio gigante custode della fonte della sapienza posta ai piedi dell'Albero del Mondo, compare
    nell'Edda in tre forme: Mímr, Mími, Mímir. Etimologicamente appartiene alla famiglia dell'oland. mijmeren; lat. me
    mor (34).
    .Egli non è solo colui che «ricorda », letteralmente « il memore », ma anche colui che conferisce il ricordo a chi beva dell'acqua di Mímisbrunnr, la « fonte di Mimir » o, interpretando la sua funzione, la « fonte della memoria ». Di quale « memoria » si tratti lo chiarisce 1'Hàvamàl quando riporta il mito della scoperta delle rune da parte di Odino: il dio apprende « nove possenti canti » magici ( fimbulljód) da Mimir. Il dono di Mímìr dà saggezza e potenza ma può ottenersi solo tramite il sacrificio di se stessi: per ottenere la scienza delle rune Odino resta appeso nove notti all'Albero e deve sacrificare un occhio alla fonte dalla quale Mímir ogni giorno attinge idromele (35).
    V'è una connessione profonda tra memoria, idromele e conoscenza come potenza. De Vries chiama espressamente la fonte Metguelle « fonte dell'idromele ». Chiariremo più avanti le caratteristiche e le funzioni di questa « memoria », specifichiamo però fin d'ora che non si tratta della normale attività psichica ma di un vero e proprio ritorno al mondo del divino, ritorno che propizia l'ispirazione poetica e profetica.
    La testa di Mímir vaticina (36); ad essa Odino si rivolge, nell'imminenza della fine del ciclo, per chiedere consiglio per sè e per i suoi. Snorri dice semplicemente che il dio si reca alla fonte per chiedere consiglio a Mimir (37).
    Nel Sigrdrífomal è detto che Odino stava su un monte con una spada e munito d’elmo, allora la testa di Mìmir svelò i segreti delle rune. (38).
    Snorri narra la storia di questa testa (39):dopo la tregua tra gli Aesir e il Vanir Mìmir fu spedito assieme a Hoenir tra i Vanir in ostaggio e questi mandarono agli dei Njodr e Freyr. Hoenir fu fatto capo dei Vanir però egli non sapeva decidere se non con Mímir al suo fianco. I Vanir, sospettando un inganno nello scambio degli ostaggi, decapitarono Mímir viarono la sua testa agli dèi.. Odino prese la testa e la unse con unguenti d'erbe. Cantò su di essa incantesimi e le conferì potere magico così che essa parlava con lui e gli svelava greti. Dal racconto di Snorri Mímir apparteneva agli Aesir.

    E' probabile che il mito della testa di Mímir che vaticinana si rifaccia ad un arcaico contesto sciamanico sopravvisuto presso gli sciamani yukaghir dei quali, dopo la morte, i crani vengono conservati ed usati per la divinazione.
    In Grecia la testa di Orfeo, figura che presenta m caratteristiche sciamaniche (viaggio agli inferi; potere s cose e sugli esseri attraverso la musica; smembramento), va responsi e venne a lungo usata come oracolo. (40)
    Ciò che importa notare in questa sede è che la funzi divinatoria e la conoscenza delle rune come chiavi di poter in altre parole la mantica e la magia, si trovano, come scienza poetica, in connessione con l'idromele e la Fonte della Memoria.

    + Il simbolismo del miele e la parola di sapienza.
    La parola che indica 1'« idromele » nell'antico nome è mj8dr e corrisponde al sscr. madhu, « miele »; gr. métl. « vino »; a.irl. mid; a.a.t. métu; ted. Met, « idromele » i.e. MEDHU, « miele » e « idromele ».
    In irlandese per esprimere l'idea della « perfezione » usava una perifrasi: céir-bheach, letteralmente « cera d'ape. Nel gallese « perfetto » si dice cwyraidd, termine formato cwyr, « cera ».
    Le candele usate durante la celebrazione della Messa dovevano essere, nel Galles, di cera vergine d'ape in quanto le api originariamente abitavano il paradiso ed a causa della colpa dell'uomo scesero sulla terra (si ricorderà a questo proposito che Snorri associa le api alla rugiada che goccia dall' Albero del Mondo). Le api godono presso i Celti di speciali favori divini e da ciò deriva l'importanza della cera come elemento rituale. (41)

    Le saghe celtiche narrano che ai tempi del mitico Cormac, sovrano dell'età dell'oro, c'era sovrabbondanza di miele, come ai tempi dello scandinavo Fródi c'era « un'infinità di sciami di api »:


    « .., andando in giro si poteva leccare dappertutto miele con il dito; si dice infatti che a causa della giustizia di Cormac il miele pioveva dal cielo ». (42)


    In India il miele, madhu, viene identificato con lo spirito universale, atman: il quinto bràhmana della Brihad-àranyaka upanishad tratta del miele come alimento sottile universale che irrora e pervade il cosmo e nutre di sè l'uomo così che chi gusti il madhu celeste avrà realizzata la propria identità con lo Spirito. L'arcana dottrina del miele fu rivelata da un saggio ai gemelli divini Ashvin sfuggendo con uno stratagemma all'ira di India sotto la tutela del quale era posto il « miele ».
    La tradizione greca (43) tramanda che prima che esistesse in Delfi il tempio di Apollo le api ne costruirono uno di cera e di piume. Il dio inviò questo tempio alla Terra degli Iperborei dalla quale ogni anno tornava a Delfi trainato da cigni e grifoni alat. Le api e la cera sono poste qui in relazione con la qualità profetica di Apollo e sono riferite esplicitamente alla sapienza primordiale (o iperborea). Le « piume » alludono al carattere squisitamente spirituale di tale sapienza e possono riferirsi al dominio della « lingua degli uccelli » che, assieme al dono della profezia, era una caratteristica di tale sapienza.
    Le sacerdotesse di Eleusi e di Efeso erano dette « api » in quanto svelavano il « miele » della parola divina. Il « miele » è il nutrimento dei saggi: la tradizione vuole che Pitagora si cibasse di miele. Nei misteri di Eleusi il miele era dato agli iniziati di grado superiore come segno di sapienza e di rinascita nel divino. Nei misteri di Mithra era usato nelle purificazioni e come cibo rituale. Porfirio afferma che sulle manii degli iniziati si versa miele e col miele si purifica la lingua da ogni errore. Il miele è il cibo di Cronos che se ne inebria nella sede agli estremi confini della terra ".
    Anche a Roma il miele è in relazione con la parola divina: la tradizione riportata da Cicerone narra che quando a Preneste furono trovate le tavolette con gli arcaici segni dell'alfabeto per la divinazione un grande albero di ulivo, che era presso la grotta dove esse furono rinvenute, si aprì nel mezzo facendo fuoriuscire un fiotto di miele.
    Una leggenda greca vuole che al momento della nascita di Pindaro e Platone alcune api si posassero sulle loro labbra. Analoga leggenda riguarda la nascita di S. Ambrogio nel nome del quale l'allusione all'ambrosia dell'immortalità è evidente anche se, in questo caso, non è necessario ricorrere forzatamente all'esempio greco in quanto nel simbolismo biblico l'ape (dbure) è diffusamente posta in relazione con la parola divina (radice dbr). Nel ritiro nel deserto il Battista si nutriva di miele. Qui « deserto » e « miele » sono, parallelamente al significato letterale, simboli che rimandano rispettivamente a quello stato di semplificazione interiore - il deserto - nel quale unicamente è possibile cogliere lo svelarsi della parola divina (il miele).
    S. Bernardo di Chiaravalle pone espressamente l'ape in relazione con lo Spirito Santo e con la Sapienza.
    Gli esempi potrebbero moltiplicarsi ma ciò che importa notare è che tutti rimandano all'excessus mentis, al distacco della coscienza dai sensi ordinari - propiziato dalla bevanda di miele fermentato, alle origini - che permette di accedere alla conoscenza della Parola inespressa per rivelarla poi con la parola del profeta e del vate.
    Nell'Inno omerico ad Hermes le tre vergini che hanno appreso la mantica da Apollo sono donne-api: « esse spiccano il volo per andare ovunque a pascersi di cera, facendo realizzare ogni cosa ». La parola secondo verità, che scaturisce per intervento del dio, « realizza » (krainei) per la sua intrinseca potenza. Le tre donne-api profetizzano « dopo essersi nutrite di biondo miele » 45.

    + L'idromele e la poesia

    Il mito dell'invenzione dell'idromele è narrato nello Skàldskaparmàl così mescolata un uomo estremamente saggio chiamato Kvasir. I nani Fjalarr e Galarr invitano Kvasir ad un banchetto l'uccidono adducendo poi a pretesto il fatto che Kvasir era soffocato nella sua stessa sapienza. Mescolando il suo sangue col miele ottengono l'idromele che, dopo alcune vicende, passa in proprietà del gigante Suttungr in cambio della vita due nani.
    Odino, giunto alla terra dei giganti, si libera d servi che falciavano il fieno con uno stratagemma e si sostituisce a loro nel campo del gigante Baugi, fratello di Suttungr compiendo il lavoro di nove uomini. Giunto al termine della sua prestazione Odino chiede come compenso un dell'idromele di Suttungr ma questi lo nega. Così Odino trapanando col suo trapano Rati la roccia della montagna bjòrg (« Montagna del catenaccio ») giunge, trasformandosi in serpente e passando per il foro, alla caverna dove la gigantessa Gunnlódr, figlia di Suttungr, custodiva 1'idromele in tre recipienti. Il dio giace con la donna per tre notti e infine, gli permette di bere tre sorsi del prezioso idromele. Il dio col primo sorso svuota Ódrcerir (46), col secondo e col terzo Són (47), quindi trasformato in aquila si dirige verso le dimore celesti inseguito da Suttungr, anch'egli trasformatosi in aquila. Giunto alle sedi degli dèi Odino sputa l’idromele in una coppa e tutto è raccolto in essa tranne poche gocce versate al suolo a causa di un colpo di Suttungr:

    « Quando Ódinn arrivò in Asgardr sputò 1'idrome la coppa. Ma Suttungr gli era giunto così vicino che stava per afferrarlo, sicché si rovesciò un po' di idromele, di cui nessuno si preoccupò. Così, chi voleva, lo poteva prendere, ma è quella che noi chiamiamo la parte dei poetastri. Ódinn diede l'idromele agli Asi e a quegli uomini che sanno comporre versi. Perciò noi definiamo l'arte poetica ora bottino di Ódinn ora sua bevuta ora suo dono ora bevanda degli dèi » '.
    L'idromele e, quindi, la poesia è detto nella poesia scaldica Kvasis dreyri, « sangue di Kvasir ». Il nome Kvasir sembra potersi riallacciare al norv. kvase (russo (kvas) « bevanda ») 49
    La doppia natura di Kvasir - celeste e vanica - sembra alludere alle possibilità bivalenti della bevanda che dona ebbrezza. Mediante essa può essere raggiunto uno stato di ispirazione per cui l'idromele è veicolo di poesia e, in genere, dell'ódr. Ma, abusandone, l'ebbrezza può farsi porta verso le possibilità infere dell'essere e, quindi, scadere nella volgare ubriacatura contro la quale frequenti sono le esortazioni nell'Edda (cfr. ad es. Hàvamàl str. 12; 14; 19 ecc.). Gunnlò$r, il nome della gigantesca custode dell'idromele, può interpretarsi come « Colei che invita alla battaglia » (cfr. Sigrlódr, « colui che incita alla vittoria ») e potrebbe anche riferirsi a una delle caratteristiche della bevanda fermentata, quella di esaltare potentemente l'istinto combattivo. L'unione di Odino con la gigantessa simboleggia evidentemente l'unione della forza trascendente, del kraptr odinico con la « donna » racchiusa nella « terra », quindi con la sfera animica. E' proprio grazie a questa unione che la bevanda sacra, possesso dei giganti, tenuta occulta nelle viscere di una montagna il cui nome rimanda alle difficoltà dell'impresa (« Montagna del chiavistello »), può salire al cielo ed essere dispensata da Odino agli dèi ed a quegli uomini ai quali propriamente appartiene il titolo di « poeti »

    Io (Odino) ho tratto buon profitto dalla bella sedotta (Gunnlódr).
    Tutto riesce a chi è avveduto,
    poiché bdrcerir è ora salita su, in alto, nella sede di Odino 5D.

    La duplice metamorfosi di Odino nell'impresa della conquista dell'idromele ripropone il simbolismo della dualità della forza contenuta nella bevanda: trasformandosi in serpente il dio può introdursi nella caverna ma solo trasformandosi in aquila può ascendere ai cieli e far sì che il frutto della sua conquista divenga veicolo di poesia e d'immortalità. Kvasír, vittima dei nani, svolgendo il simbolo, appare facilmente come una sapienza prigioniera delle potenze telluriche (l'idromele ottenuto dal sangue di Kvasir passa prima dalle sedi dei nani a quelle dei giganti), potenza che non è dispersa ma che va convenientemente posseduta e sublimata per poter agire nella sfera del sacro.
    In un passo dell'Hkvamàl (str. 137) si legge:

    quando bevi la birra tu accogli la potenza della terra poiché la terra neutralizza la birra.

    La « potenza della terra » è iardar megin nel passo citato (jórd è la « terra ») ed essa è contenuta nella bevanda fermentata (birra, vino, idromele) che è acqua ignificata, acqua nella quale il principio igneo è disceso e dalla quale si libera ascendendo o discendendo, propiziando ispirazione e coraggio o scatenando le potenze della terra. Nel primo caso si ha una « soluzione » della coscienza verso le sfere superiori dell'essere - e il simbolo corrispondente è l'aquila - nel secondo casi si produce una « coagulazione », una « fissazione » della coscienza che diventa preda della sfera notturna dell'essere. Simbolo di tale stato è il serpente. Se la « potenza della terra » non è padroneggiata (frequentemente ancor oggi il vino è detto « sangue della terra ») essa neutralizza l'effetto della bevanda ispiratrice s'.
    I nomi dei recipienti nei quali l'idromele era custodito rimandano essi stessi alla duplice valenza della bevanda: Ódroerir che Snorrí interpreta come nome di un vaso in realtà è una perifrasi che indica l'idromele « Ispiratore (o suscitatore) di ódr »; Són è il recipiente per i sacrifici e sí riporta al contesto sacro della bevuta e della libazione; Bodn è, genericamente, il « vaso » e sembra alludere all'uso profano della bevanda.
    La « potenza della terra » si riferisce sicuramente anche al furor Martis che l'idromele suscita: si ricordi che Thórr, dio della guerra, è figlio di Fjórgyn, la « Terra » per cui a ragione può dirsi del dio che egli è potenza della terra. I suoi tre figli sembrano personificare le manifestazioni dell'ócir guerriero: Módi, da módr, « eccitazione violenta »; Magni da magn, « potenza »; Prúdr dalla radice Prud « forza ».

    In altri miti è la saliva di Odino che comunica mele la potenza fermentante: nella « Saga di Hàlfr e fsrekkar » re Alrek propone a due donne di prepara birra e colei che avesse preparato la migliore sarebl sua sposa. Allora:

    « Signy invocò Freyja, Geirhildr (« Battaglia di 11 invocò Hóttr (« L'incappucciato », Odino: M « cappuccio »), il quale fece cadere come lievito sputo, dicendo di volere in cambio della sua ver che c'era fra lei ed il recipiente ».(52)


    Turville- Petre ritiene Kvasir personificazione d, liva fermentante, dello spunto divino 53. La « Saga di l è del XIV sec. ma rimanda a miti più antichi presenti come si vedrà, in ambito celtico.
    La saliva di Odino fa « vivere » la bevanda e coi a chi la ingerisca 1'ódr. In cambio Odino chiede alla donna il figlio di cui era incinta. La Gautrekr Saga (VII) narra comeVíkarr, promesso dalla madre a Odino, non potè sfug suo destino: fu preparato il patibolo al quale egli dove sere appeso secondo il rituale e invece della lancia pre dal rito, dalla quale colui che era sacrificato al dio c essere trafitto, fu usata una canna. Ma la canna inoff si tramutò improvvisamente in lancia durante la trai e così il giovane morì come Odino aveva richiesto.
    Si noti come, nel passo citato della Saga, sia in Freyja da una donna e dall'altra Odino, ma Freyja n, municherà alla birra la forza attiva, bensì Odino con saliva.

    La dea, Signora dei Vanir, è posta dal mito in connessione con una bevanda che è come qualità nettamente inferiore a quella nella quale Odino pone il fermento. E' lecito, a questo punto, comparare l'episodio della « Saga di Hàlfr » col passo dell'Hàvamàl in cui la potenza della birra è detta jardar megin, « potenza della terra »: Freyja è ella stessa la personificazione divina di tale potenza che tutto produce e dalla quale anche le materie prime, con le quali la birra e l'idromele sono composti, sono generate. Freyja è la produttrice della bevanda materiale, ma Odino, in una sorta di matrimonio divino, ad essa si unisce discendendo nel grembo delle acque e ignificandole.
    Lo sposo che il mito assegna a Freyja è Odr e, d'altra parte, se 1'ódr e Odino formano un tutto inscindibile anche Freyja corrisponde esattamente a Frigg nell'etimo e nelle funzioni ' sicché Odino-Odr e Freyja-Frigg rappresentano i componenti della ierogamia del Cielo e della Terra in tutti i sensi nei quali il simbolo è suscettibile d'essere interpretato.

    Idromele (o birra, o vino), poesia e Odino formano un tutt'uno inscindibile:

    ... di solo vino si nutre sempre Odino, splendido darmi (55)
    Nelle perifrasi degli scaldi (kenningar) la poesia è detta « sangue di Kvasir »; « acqua dei nani o di Ódrcerir o di Hnitbjórg »; « miele di Suttungr »; « premio di Odino » '.
    Egill, nel X sec., nell'Ho f udlausn, composto a York, dice:

    Io porto l'idromele di Odino (la poesia) nella terra dell'Inglese.

    Più avanti (str. 19) la poesia è detta « mare di Odino », ed ancora « seme del becco dell'aquila » (cioè di Odino metamorfosatosi in aquila durante l'impresa del ratto dell'idromele).
    Altre kenningar per « poesia » sono: « coppa di Yggr »; « idromele di Yggr »; « santa coppa del dio del corvo »; « dono di Grímnir »; « festa di Gautr »; « cascata del figlio di Bestla (Odino) »; « pioggia dei servitori di Hàr » (cioè dei poeti servitori di Odino).
    Un poeta dell'inizio del XII sec. si rivolge al suo antagonista disprezzandone i versi e definendoli « fango della vecchia aquila »: è evidente l'allusione alla porzione d'idromele caduta fuori dalla coppa divina e che serve ai poetastri (letteralmente « porzione del poeta pazzo »).
    Alcune kenningar ricordano l'origine tellurica della bevanda: Hallfred nel canto in memoria di Olaf Tryggvason (morto nel 1000) chiama la poesia « bevanda della tribù di Surtr ». Egill definisce l'arte poetica « eredità dei figli di Narfi », nome di un gigante, forse figlio di Loki. Eysteinn Valdason chiama la poesia « il fiume del corno di Hrímnir (no
    me di gigante: « il Congelato »)( 57).
    « Coppa di Dvalinn »; « bevanda dei nani » rimandano all'origine mitica dell'idromele 58.
    Il dio della poesia del pantheon norreno è Bragi e dal suo nome la poesia è detta bragr. Nel nome del dio è implicita l'idea di splendore: braga si usa a proposito del risplendere dell'aurora boreale. Sua sposa è Idunn che possiede lo scrigno delle mele che donano agli dèi perenne giovinezza. L'accoppiamento poesia-gioventù che si rinnova sottolinea una delle funzioni dell'arte poetica: trasmettere il ricordo dei fatti degli dèi e degli eroi. Ed è appunto il ricordo tramandato ai posteri che, oltre ad istruire e ad edificare, tiene viva la memoria e impedisce che nell'oblio i personaggi umani e divini protagonisti delle imprese « invecchino » decadendo. Ma la poesia è anche inno rituale di lode agli dèi che, col canto sacro, li nutre s9 e, nutrendoli, fa sì che il mondo prosperi.
    Nel Sigrdrí f omítl la valkyria offre all'eroe Sigurdr la « bevanda del ricordo » (minnis veig: minni è la « memoria »). La sapiente fanciulla divina « conosceva i segreti di tutto il mondo » ma, in virtù d'un incantesimo odinico, era stata punta dalla « spina del sonno » (svefu Porn, forse uno dei nomi della runa PUKISAZ). L'eroe vittorioso sul drago la ridesta ed ella gli offre « birra mescolata alla forza ed alla gloria ». La bevanda viene detta « piena di canti » forse perché, propiziando il ricordo, risveglia sapienza e potenza ma anche perché su di essa erano stati cantati carmi magici (galdrar). L'eroe, svegliando la valkyria compie un'impresa analoga a quella del Principe Azzurro nella favola della« Bella Addormentata nel bosco »: libera un'energia prigioniera (bosco e montagna sono equivalenti simbolici che indicano la « materia ») che, una volta ridestata, liberatasi, cioè, dall'oblio, porge la simbolica « bevanda del ricordo ».
    Il termine « ricordo », « memoria » (minni) è particolarmente importante giacchè la verità - che impadronendosi della mente dà la Sapienza - non va creata ma solo « ritrovata », « ricordata »: come vedremo il greco rende con alétheia lo svelarsi del vero.
    Nella letteratura tedesca medievale minne è l'occulta potenza d'amore che propizia la sapienza, letteralmente la « memoria ». Minne è forza numinosa d'amore « che attanaglia i cuori e li assoggetta al suo imperioso volere » '. Il termine « contiene il rimando preciso alla memoria, al ricordo, alla facoltà, che è dell'uomo, di rivivere nella propria interiorità eventi trascorsi » (61). Odino ottiene l'idromele dopo aver sconfitto i giganti; Sigurdr ridesta la valkyria ed ottiene la scienza delle rune solo dopo aver ucciso íl drago Fafnir. Esistono numerosi esempi presso altre culture che possono essere paragonati alle imprese di Odino e di Sigurdr (62). L'elemento comune è, comunque, sempre la lotta dell'eroe per impossessarsi d'una bevanda (in alcuni casi dell'acqua) che dà la conoscenza. Tale lotta è sempre diretta contro una potenza tenebrosa (démone; giganti; drago).
    Una leggenda irlandese racconta come Finn, assieme con due compagni, durante una battuta di caccia trovò l'ingresso spalancato d'una montagna incantata nella quale era custodito il pozzo dell'acqua della saggezza di Bec mac Buain dei Tuatha Dé Danann. Tre donne guardavano il pozzo: quando si avvidero dei tre eroi si precipitarono a chiudere la porta ma un poco dell'acqua del pozzo, che la più giovane recava in una coppa, si versò e spruzzò le labbra di Finne dei suoi due compagni 63
    L'equivalente indiano dell'idromele è il soma (avestico aboma) dalla radice su-, « spremere ». I demoni contendono agli dèi il soma finché questi, vincitori, si appropriano definitivamente della bevanda che dà l'immortalità . (64)
    Il soma è la forza di Indra e grazie a questa bevanda il dio uccide il mostro Vritra avendo acquisito un'invincibile potenza. (65)
    La bevanda comunica la potenza perché in essa è nascosta la forza del dio. Il nome del mitico inventore dell'idromele, il nano Fj alarr, riporta al senso di « occultamento » ( f ela, « nascondere »). Nella « Saga degli Ynglingar » (capitoli X e XI) è riportato il mito di Fjólnir, figlio di Freyr, che morì annegato in un tino d'idromele essendovi precipitato dentro assonnato e ubriaco. La Chiesa-Isnardi nota:
    « L'idromele bevuto nelle cerimonie rituali è sacro perché il dio FjóInír vi è annegato; la sua anima o la sua forza vi è perciò penetrata, e colui che beve l'idromele beve in esso se stesso e contemporaneamente raggiunge la forza propria del dio ». (66)
    Fjólnir è dunque il dio nascosto nell'idromele: anche il suo nome è interpretabile mediante il verbo f ela, « nascondere » o riportandolo al prefisso f jól- che indica « abbondanza ».
    La morte di Fjólnir è il sacrificio del dio che sacrificandosi nella bevanda le conferisce potere magico e poetico. Nel ciclo vedico il dio Agni muore nel samudra, il vaso nel quale viene posto a fermentare il soma, che è detto « tomba di Agni ». E, come Odino nella caverna di Gunnló$r, Agni rimane sepolto nel samudra per tre giorni resuscitando al terzo giorno dopo aver comunicato alla bevanda il suo potere, il suo « fuoco ». Così all'aurora del terzo giorno il sacerdote sacrificatore esclama:
    « Alzatevi! lo spirito della vita è venuto verso di noi. L'oscurità è fuggita. La luce arriva ed apre la via sulla quale camminerà il Sole. Noi siamo qui venuti dove si prolunga la vita. Madre degli dèi..., annunciatrice del sacrificio, tu, grande Aurora, risplendi! ». (67)
    In un inno (68) si legge:
    « Abbiamo bevuto il soma, siamo divenuti immortali; giunti alla luce abbiamo trovato gli dèi. Cosa può farci ora l'empietà o la malizia del mortale, o immortale? ».

    Eliade commenta:
    « Il soma stimola il pensiero, ravviva il coraggio del guerriero, aumenta il vigore sessuale, guarisce le malattie. Bevuto insieme da sacerdoti e dèi riavvicina la Terra al Cielo, rinforza e prolunga la vita, assicura la fecondità. L'esperienza estatica, infatti, rivela allo stesso tempo la pienezza della vita, il senso di una libertà senza limiti, il possesso di insospettate forze fisiche e spirituali. Di qui il sentimento di comunione con gli dèi, anzi di appartenenza al mondo divino, la certezza della 'non morte', vale a dire innanzitutto di una vita di pienezza senza fine »( 69).


    Gli inni esprimono chiaramente l'idea di « elevazione »: il soma permette di elevarsi al di sopra della terra, di abbracciare e cielo e terra in un'apertura di coscienza che trascende il normale intendimento:
    « Ho dominato il cielo con la mia statura, dominato la vasta terra... Voglio percuotere con forti colpi questa terra... Ho disteso nel cielo una delle mie ali, l'altra l'ho distesa quaggiù... Io sono grande, grande, mi sono spinto fino alle nubi. Non ho io forse bevuto il soma?» .(70)

    Le « ali » di chi beve ritualmente la bevanda sacra si estendono a riunire i due mondi - quello dell'essere e quello del divenire - in un'unica intuizione che li comprende e li svela in unità di visione, che è visione dal Centro, visione diretta e non mediata dai sensi. Visione che è luce nell'anima del contemplante e che si fa parola quando il canto poetico o il responso oracolare traducono in suoni quella luce. Il poeta è ódar srnidr, « fabbro di canti » (ódr, « poesia ») ma è anche « fabbro di ódr » in quanto lo suscita in chi ascolta il suo canto, chè il suono deve rifarsi luce nella coscienza di chi ascolta, deve svincolarla dai ceppi della ragione e resuscitare nella coscienza il ricordo vivente della luce dalla quale il poeta ha attinto l'essenza della sua poesia. In questo senso la parola diviene veicolo di verità e il poeta riveste la dignità sacerdotale di colui che fa da ponte tra Cielo e Terra.

    Tradizionalmente intesa la poesia non è frutto del sentimento, come non lo è l'arte in genere, ma è manifestazione di uno stato interiore che non ha nulla a che vedere con l'individuo, universale nella sua trascendenza, che si esprime attraverso il simbolo. Il linguaggio del Reale è simbolico e attraverso il simbolo la poesia crea in chi ascolta la partecipazione al divino.

    La traduzione etimologicamente più esatta di Wóden in latino sarebbe Vates poiché nel vate la funzione poetica e profetica si assommano. « Poeta », dal greco poiéó « formo », « creo », è « il creatore » e non solo del canto ma di quel particolare stato di coscienza, che è il « ricordo » del vero,
    per la creazione del quale il canto serve da veicolo. Il poeta nella Grecia arcaica è « maestro di verità », le sue ispiratrici sono le Muse, maestre del ricordo, suscitatrici della memoria divina.
    Il poeta anglosassone era chiamato sc6p, dal verbo sceapan « fare » (ingl, shape), Scyppende è il Dio « Creatore ». Lo strumento dello scóp era l'arpa con la quale accompagnava il suo canto. Molto spesso egli era di nobile stirpe e spesso anche i guerrieri sapevano poetare ed accompagnarsi con 1' arpa.
    Assieme al « ricordo » la bevanda fermentata propizia 1'« oblio »: ricordo del trascendente che svela il mondo per ciò che è ed oblio del mondo come appare alla limitatezza dei sensi. Ciò quando, come si è detto, colui che ne beva sappia dominare la « forza della terra ». In caso contrario, quando tale forza prevalga su ogni forma di superiore coscienza, l'oblio investe la sfera del sacro e il ricordo riguarda allora le radici biologiche dell'esistenza e le possibilità discendenti dell'essere.
    Simbolo di questo oblio è il serpente che rappresenta lo scatenarsi della forza contenuta nella bevanda. Nel Gudrúnarkvida (II, strofe 21-23) Grímilde offre a Gudrún la « coppa dell'oblio » nella quale era contenuta la « forza della terra » e sulla quale erano incisi segni magici assieme ad un lungo serpente ".
    In ambito celtico esiste l'equivalente della « bevanda dell'oblìo » norrena. Nel testo intitolato Serglige Cúchulainn, « La malattia di Cúchulainn » si narra come l'eroe s'innamorò di Fand dimenticandosi di Emer, sua legittima sposa, fino a cadere in una sorta di delirio amoroso. Allora i filid (i « poeti veggenti »), i musici e i druidi:
    « Cantarono dinnanzi a lui formule druidiche. Lo presero per le mani e per i piedi ed i sensi tornarono in lui. Allora egli chiese da bere. I druidi gli dettero la bevanda dell'oblio. Quando ne ebbe bevuto non si ricordò più di Fand, nè di ciò che aveva fatto. Essi (i druidi) diedero inoltre ad Emer la bevanda dell'oblio della gelosia... Manannan infine agitò il suo mantello tra Cúchulainn e Fand ad impedire che essi tornassero ad incontrarsi ancora ».59 Cfr. 1'udgîta vedico che possiede il « latte della parola » che nutre
    17 Gudrún. 11, str. 21-23.
    18 Cfr. DE VRIES, I, p.245, nota2.
    19 Cfr. DE VRIES, ibidem
    20 Vol., str. 46. Cfr. Anche Sigrd., str. 14.
    21 Cfr. DE VRIES, Alt., I, p.245
    22Gyl/., XV.
    23 Cfr. sull'argomento A. OHLMARKS, Heimdallr Horn und Odins Auge, cit.
    24 Gyl/. XVI.
    25 Gylf., XXXIX. Eikpyrnir, « Corna di quercia ».
    26 Per i paralleli in ambito celtico cfr. W. STOKES, Irische Texte III, 1, 196: in Dr Tairngire si parla di un porco che viene cotto e mangiato ma si ricompone intatto al mattino seguente
    28 La fonte è il Mahdbhàrata (sloka 1095-1179).
    29 Hymiskvida.
    30 Il cinghiale è anche animale sacro a Freyr (v. runa FEHU).
    31 Le Upanisbad, a cura di P. FILIPPANI RONCONI, cit., p.672.
    32 Rig-veda, VIII, 48, 3.
    33 Trad. in RADHAKRISHNAN, La Filosofia indiana, Torino,
    34 Per l'etimologia v. commento a Viil, str. 28. Bibliografia in DE VRIES, Alt., I, p. 247 nota 3. Differisce il Detter che riallaccia Mímir all’a. Norv. Meima, “misurare”.
    35 Vól., str. 28.
    36 V61, str. 28. 37 Gyl/., LI.
    38 Str. 14 e 15.
    39 Yngl. Saga, IV.
    40 Cfr. sull'argomento M. ELIADE, Chamanisme, cit., p. 307 e ss.
    41 Cfr. L. CHARBONNEAU-LASSAY, Le Bestiaire du Christ, Bruges, 1940, p. 857 e ss.
    42 In M. RIEMSCHNEIDER, Miti pagani e miti cristiani, cit.. pp. 76-77.
    43 Himerii Orationes, 14, 10.
    44 O.KERN, Ophicorum Fragmenta, n.154
    45 Le citazioni sono ai versi 559-561.
    46 « Ispiratore (ingl. rearer) di ódr », il vaso nel quale fu il sangue di Kvasir (cfr. Vígfusson, s.v.).
    47 Bodn « dolio », « orcio » (cfr. isl. bydna), Són (ted. Súi spiazione »), recipiente sacrificale. La poesia spesso è detta « seme-, di Són » (órda-skd Sónar).
    48 Su Kvasir e sulla scoperta dell'idromele v. DE VRIES, op. cít., II, pp. 66-73. Su Kvasir cfr. DUMEZIL, Déi dei Germani, cit., p. 44 e sgg.; S.N. HAGEN, On the Origin of the name Kvasir, in Arkiv XXVIII, 1912, pp. 127 e sgg. Sul ciclo della bevanda d'immortalità nell'area culturale indoeuropea cfr. G. DUMEZIL, Le }estro d'irnmortalité, cit.
    49Cfr. R. HEINZEL, Uber die ostgotische Heldensage, p. 82,
    50 Hàv., str. 107. Sul kraptr (affine al vedico kratu e al greco kratos) v. URUZ nel volume I.
    51 Questa spiegazione, da me proposta, tiene conto della duplice valenza dell'idromele in un contesto iniziatico che riguarda i poeti e i guerrieri. Altre spiegazioni sono state proposte: una di esse, dovuta all'ólsen, si rifà all'antica farmacopea per cui la « terra » in questione potrebbe essere una corta di Terra di Lemnos, conosciuta come bolus albus nel medioevo, usata come antidoto all'ubriachezza
    52 Hcíl f s Saga, I.
    53 Op. cit., p. 58. Egli accosta il nome Kvasir al danese kva! ingl. quash, « spremere per estrarre il succo ».
    54 V. runa BERKANA.
    55 Grímn., str. 19.
    56 Snorri in Skkldsk., II.
    57 Cfr. Skírn, str. 28; Hyndl., str. 32.
    58 Per le kenningar qui riportate cfr. le fonti in TURVILLE-PETRE, op. cit., pp. 55-57.
    59 Cfr. 1'udgîta vedico che possiede il « latte della parola » che nutre:
    Chàndogya Upanishad, II, 8, 9.
    60 HARTMANN von AUE, Klage, 1-3, (prima metà del XII sec.). ei A. MENDUNI, La Klage di Hartmann von Aue.
    62 G. SVERDRUP, Rauschtrank und Lebentrank im Glauben unserer Tjorfahren, 1941.
    63 T.F. O' RAHILLY, Eariy Irish History and Mythology, 1946,pp. 326 e sgg.
    164 Cfr. G. DUMEZIL, Le festín d'immortalité, op. cit. Nel saggio l'autore pone la comparazione fra tradizione indiana e il ciclo dell'idromele nell'Edda (Hymisk.; Lokas.: Prymsk.).
    65 Cfr. A. HILLEBRANDT, Vedische Mytbologie, I, 1891, pp. 3 sgg.; J. GONDA, Die Religionen Indiens, I, 1960, pg. 62 sgg.
    66 DE VRIES, Alt., p. 196.
    67 Rig-veda, I, 113, 16.
    68 Rig-veda, VIII, 48.
    69 M. ELIADE, Storia delle credenze e delle idee religiose, I, Firenze, 1979, p. 233.
    70 Rig-veda, X, 119.
    71 Si tratta di una pozione magica capace di far dimenticare il dolore nella quale entrano vari ingredienti: acqua di mare; sangue espiatorio; erbe; bacche bruciate; cenere; viscere di animali tra le quali fegato di porco.


    Mi avete fatto riprendere in mano questo vecchio e bellissimo libro di Mario Polia...

 

 

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