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Discussione: Il Diluvio

  1. #1
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    Predefinito Il Diluvio


  2. #2
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  3. #3
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    INTERPRETAZIONI TRADIZIONALI EBRAICHE

    IL DILUVIO NELLO ZHOAR


    " Nel secentesimo anno della vita di Noach nel secondo mese, il diciassette del mese, in questo giorno, si spaccarono tutte le fonti del grande abisso e le cateratte del Cielo si aprirono" (Genesi VII, 11)

    Lo Zhoar commenta il verso dicendo che il senso del Testo va oltre il semplice fatto che nel diluvio l'acqua proveniva tanto dal cielo quanto dalle sorgenti sotterranee. Partendo dall'assunto che la parola "acqua" indica sempre "Torà", lo Zhoar sostiene che "le cateratte del Cielo" si riferisca alla Torà Scritta che viene direttamente dal Cielo ed è immutabile. Invece "tutte le fonti del grande abisso" rappresentano la Torà Orale che nella sua pluralità è affidata all'uomo perché attraverso di essa sviluppi la saggezza della Torà Scritta. In quel momento della storia, dicono quindi i Maestri della mistica, c'era una grossa occasione: era un momento molto favorevole, un momento degno della rivelazione sia dall'Alto che dal basso. Se gli uomini fossero stati meritevoli avrebbero ricevuto allora la Torà. Invece l'umanità era dedita ad ogni sorta di immoralità e particolarmente al furto. Iddio, dicono i Saggi, non può sopportare il furto perché, rubando, l'uomo dichiara tutto il suo disprezzo verso il prossimo agendo egoisticamente. Quando gli uomini sono uniti, anche se sbagliano, la sentenza è meno grave. Eccoci quindi alla seconda occasione mancata della nostra Parashà. 340 anni dopo il diluvio (nell'anno 1996 dalla Creazione) tutti i discendenti di Noach si erano stanziati nella fertile valle di Shinnar. Noach era ancora vivo e così pure i suoi figli. Avram aveva 48 anni ed aveva già riconosciuto il Signore come Unico Creatore. Tutte le condizioni erano favorevoli: c'erano a disposizione dei grandi Maestri, la terra era fertile, tutti gli uomini erano assieme e soprattutto parlavano tutti l'ebraico, la Lingua Sacra con la quale D-o ha creato il mondo (cfr. Rashì). È invece Nimrod a prendere il potere e ad usare la comunione di lingua e mezzi come strumento di idolatria (cfr. Tb Sanedrhin 109a) in una folle impresa.
    "


    Shalom

  4. #4
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    " Gavriel Levi

    Prima di noi il diluvio

    Nella toràh è scritto (Ber.7:11) che il Diluvio è iniziato il diciassettesimo giorno del secondo mese, senza che sia precisato secondo mese a partire da quando. Sia Rashi sia Ramban concordano che il conto parte da Tishrì e che quindi si parla del 17 di MarChesvàn. Nella Mishnàh (Chag. 1:4) è detto che quando, in un anno di siccità, le piogge non sono ancora cadute, il 17 di MarChesvan le singole persone cominciano a digiunare ( e cioè che i digiuni individuali debbono precedere quelli collettivi).

    E' una coincidenza straordinaria: si comincia a digiunare per far cadere la pioggia lo stesso giorno in cui è iniziato il Diluvio. La preghiera per una pioggia di vita si contrappone drammaticamente, nel pensiero talmudico, al ricordo incancellabile di una pioggia di morte. Questo incontro tra due piccoli particolari midrashici, uno narrativo-haggadico legato al ricordare e l'altro normativo-halachico legato al fare, può aiutarci a studiare, sottovoce, alcune questioni etiche, enormi per le loro implicazioni.

    Per comprendere la portata del nostro studio, è necessario individuare il significato forte che il Diluvio ha nella tradizione biblico-talmudica.

    Nell'esperienza ebraica, il Diluvio è, per definizione, il modello della catastrofe universale, della rottura assoluta nei rapporti tra D-o e tutta l'umanità e del silenzio praticato dagli uomini mezzo-giusti che si salvano.

    L'arca di Nòach è un piccolo universo che si salva in una piccola grande solidarietà mentre tutto il creato vivente si suicida contro D-o. Prima del Diluvio, D-o si pente di aver creato l'uomo. Dopo il Diluvio, D-o si impegna, forse pentito, a non portare più una catastrofe universale. Nella memoria ebraica, il Diluvio si chiama anche Acque di Nòach , perché Nòach rimanendo in silenzio davanti alla distruzione di tutto il mondo, si è assunto la responsabilità umana di questa catastrofe.

    Esaminiamo queste ipotesi, ampliandole in un'altra prospettiva:

    1) il Diluvio non riguarda la crisi e la ribellione, comunque limitate di un singolo essere umano o di una singola coppia uomo-donna come bene o male sono Adàm e Chavàh;

    2) il Diluvio non riguarda la tragedia umana di un singolo popolo o di una singola identità religiosa, come risulta essere la colpa ebraica del Vitello d'Oro, che si sviluppa mentre D-o dona la toràh;

    3) il Diluvio solleva il problema della Giustizia e della Misericordia divine nella realtà dell'universo umano, laddove non esistono differenze religiose, etniche, nazionali. Nòach discende da Shet il figlio che Adam ha dopo lo scontro tra Qàin ed Hèvel; Na'amàh, che secondo il Midràsh (BerR 23:22) è la moglie di Nòach, discende da Qàin il primo omicida.

    4) Il Diluvio impedisce di anteporre la garanzia di incontri celestiali con D-o alla contestazione del diritto divino a portare (oppure accettare, oppure subire) la catastrofe dell'umanità. Nello scenario biblico-talmudico, le controversie tra gli uomini e D-o tendono ad essere discusse, in parallelo, come problemi tra uomini ed uomini e viceversa.

    In quale modo il midràsh affronta la catastrofe del Diluvio come un problema esistenziale degli ebrei? Quali sono i pensieri che hanno portato i Maestri a scoprire che il Diluvio è iniziato il giorno in cui si deve cominciare a digiunare perché la pioggia porti la vita a tutti gli uomini?

    Secondo il midràsh, Avrahàm è stato perseguitato per tutta la sua vita dal tormento di non capire e di non accettare la logica del Diluvio.

    Avrahàm avrebbe scoperto la sua identità ebraica, contrapponendosi al Dor haPelagàh ( generazione della separazione) che voleva costruire la Torre di Bavèl per impedire a D-o di portare un altro Diluvio, ribellandosi e dividendosi per non affrontare il problema etico del Diluvio.

    Secondo i Maestri, Avrahàm avrebbe affrontato il problema del Diluvio, discutendo e contrastando l'intenzione divina di distruggere le cinque città di Sodoma.

    " Tu fai una profanazione! Il giudice di tutta la terra non farà giustizia?" (Ber 18:26). Questo grido di Avrahàm, che è forse la più forte provocazione teologica della toràh, secondo i Maestri fa parte di una sofferenza etica profonda e complessa.

    E' interessante approfondire questo argomento esaminando tre diverse riflessioni midrashiche, la prima che attribuisce a D-o la responsabilità etica universale, la seconda che attribuisce questa responsabilità al rapporto tra singolo uomo e collettività umana e la terza che definisce l'etica universale come un prodotto del rapporto tra uomo e D-o.

    A) Secondo R. Achà (Ber.R. 39:6) Avrahàm avrebbe detto: " Tu hai giurato che non avresti mai più portato il diluvio sul mondo. E come fai a tirarti fuori da un giuramento? Mi meraviglio! Vuoi portare un diluvio di fuoco invece che un diluvio di acqua? Beh, mancheresti al tuo giuramento, con questo trucco formale. Secondo R.Levi, Avrahàm avrebbe detto: "...se desideri che esista il mondo non puoi pretendere il Din (il rigore della Giustizia); se desideri che esista il Din, non puoi pensare che il mondo possa sussistere. Non puoi tenere la corda dai due capi. Prendi uno dei capi della corda (e tira)...." E D-o avrebbe risposto:"...tu hai amato il Zèdeq ( la Giustizia che contiene e modera il Diritto) ed hai odiato la malvagità più dei tuoi compagni...da Nòach a te ci sono state dieci generazioni ed Io non ho potuto parlare con nessuno se non con te..."

    B) Rashi ( cfr Ber.182) cerca di spiegare perché Avrahàm, dopo aver chiesto a D-o di salvare le città di Sodoma se ci fossero stati 50 giusti, è sceso nella contrattazione sino a 10 giusti e non è andato sotto i dieci. " Avrahàm ha fatto un conto (...) al tempo del Diluvio c'erano Nòach e sua moglie (...) ; i loro tre figli con le rispettive mogli (...) e siamo ad otto (...) D-o si è aggiunto al numero e siamo a nove (...) quindi per il Diluvio è mancato soltanto un uomo per arrivare a dieci e salvare l'universo (...) anche per Sodoma non posso chiedere meno di dieci".

    C) Secondo il Midrash Tanchumà (T.IashànVaierà 10) Avrahàm avrebbe detto "...Signore del mondo (...) tutti quelli che passano per il mondo diranno che il tuo mestiere è di distruggere l'umanità generazione dopo generazione (...) diranno che hai distrutto la generazione di Enòsh, la generazione del Diluvio e la generazione della Torre (...) e che non lasci perdere questa tua arte (...)" e D-o avrebbe risposto: "...verifichiamo generazione per generazione (...) e se ti sale in mente che non ho agito secondo la vera giustizia (...) insegnami tu ed Io farò come tu dici."

    La provocazione morale delle tre interpretazioni midrashiche che abbiamo esaminato può essere riassunta in questi termini:

    1) di fronte alla malvagità nel mondo. D-o si deve assumere al pieno tutte le sue responsabilità, e deve esercitare la Giustizia senza lasciare neppure il sospetto che possa esistere una sua crudeltà. Il problema etico di D-o è di dover accettare la sopravvivenza dei malvagi piuttosto che aggiungere ingiustizia ad ingiustizia rischiando di far soccombere anche i giusti. Di più: finchè esiste una collettività minimale di giusti, D-o deve lasciare aperta l'ipotesi che tutta l'umanità possa cambiare e sopravvivere;

    2) D-o fa parte della collettività minimale di giusti ( il miniàn) che può mantenere vivo l'universo; ma in questo miniàn, D-o conta solo per uno; per bloccare la catastrofe del Diluvio mancava soltanto un singolo uomo; il mondo può essere distrutto, momento per momento, se ogni singolo essere umano non comprende di poter e dover essere il decimo uomo che completa il miniàn ( con o senza D-o);

    3) D-o afferma di esercitare assieme Giustizia e Misericordia, ma ritiene che gli uomini hanno diritto di verificare questa affermazione se sono mossi dalla passione per il Zèdeq; questo potere di verifica è un particolare aspetto della responsabilità umana; l'uomo è libero e responsabile non solo perché ha la piena libertà delle sue azioni, ma anche perché ha la sua sensibilità e la sua capacità di giudizio; nel patto con Avrahàm D-o accetta di dover imparare dall'uomo che cosa è la Giustizia per l'uomo.

    Due riflessioni conclusive.

    A) Secondo il midràsh, Avrahàm ha ricevuto la sua investitura di primo padre del popolo ebraico, incontrando un importante sopravvissuto del Diluvio e cioè Shèm, figlio di Nòach, che i maestri identificano con MalkìZèdeq re di Shalèm. La toràh definisce MalkìZèdeq come Kohèn del D-o Eccelso. Il midràsh ritiene che in questo incontro vi è stato un passaggio di consegne rispetto alla carica sacerdotale. MalkìZèdeq avrebbe istruito Avrahàm sulle diverse mizvòth che appartengono ai Kohanim. Una di queste mizvòth è l'offerta delle acque (TB Sukkàh 48a). Per chi vive nel mondo del midràsh è difficile non pensare che Avrahàm e Shem-MalkìZedèq si siano dimenticati di parlare del Diluvio e che Avrahàm non abbia ritenuto giusto digiunare il giorno in cui è iniziato il Diluvio, come preghiera perché le acque della Distruzione possano trasformarsi in acque di Benedizione.

    B) Secondo R. Ioèl Teitelbaum le anime degli uomini del Diluvio e della Torre, le anime degli uomini di Sodoma e le anime dei 600.000 ebrei usciti dall'Egitto sono le stesse anime. La preghiera di Avrahàm per Sodoma è una preghiera perché ogni uomo veda dentro se stesso ( e non fuori se stesso) il male che può diventare bene.
    "
    http://www.morasha.it/zehut/gvl04_diluvio.html

    Shalom

  5. #5
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    Predefinito Il Diluvio e il Battesimo nella Rivelazione Cristiana

    " « La pazienza di Dio si manifestò ai giorni di Noè, mentre si preparava l'arca, nella quale poche persone, cioè otto, furono salvate mediante l'acqua - La quale (acqua) salva ora anche voi, nell'antitipo (che è) l'immersione (bàptisma ), la quale non è eliminazione di sudiciume corporale, bensì richiesta a Dio di una buona coscienza, mediante la resurrezione di Gesù Cristo, il quale, salito al cielo, sta alla destra di Dio, mentre angeli, autorità e potenze gli sono sottoposti »» (1 epistola di Pietro 3,20-21)

  6. #6
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    Predefinito Fuori dall'Arca (Chiesa) non vi è Salvezza

    " Al tempo del diluvio invero una sola fu l’arca di Noè, raffigurante l’unica Chiesa; era stata costruita da un sola braccio, aveva un solo timoniere e un solo comandante, ossia Noè, e noi leggiamo che fuori di essa ogni cosa sulla terra era distrutta. " UNAM SANCTAM (Bonifacio VIII - novembre 1302 A.D.).

  7. #7
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    " Enoch e Noè. Significato mistico dell'Arca.
    14. Ometterò di parlare di quei tratti scritturistici che, pur essendo tanto più invitanti alla lettura quanto più da esaminare in profondità, esigono una trattazione molto ampia da fondare su un elevato numero di testimonianze. Fatta questa esclusione chi non si sentirebbe ugualmente spinto a cercare e a comprendere Cristo in quelle Scritture? Chi non inviterebbe ad un salutare rafforzamento della propria fede il fatto che Enoc, settimo discendente dopo Adamo, piacque a Dio che alla fine lo prese con sé 58 e che prende il nome di settimo giorno, quello nel quale viene trasferito chiunque, per l'avvento del Cristo, si forma nella sesta età del mondo, quasi ne fosse il sesto giorno? O il fatto che Noè con i suoi viene liberato attraverso l'acqua e il legno 59 così come la famiglia di Cristo viene segnata dal battesimo e dalla croce? O il fatto che l'arca di Noè è fatta di legno squadrato, come la Chiesa è costruita dai santi sempre pronti ad ogni opera buona 60 (il quadrato, infatti, comunque lo disponi, rimane lo stesso)? O il fatto che l'arca era lunga sei volte più della sua larghezza e dieci volte più della sua altezza a somiglianza del corpo umano nel quale apparve Cristo? O il fatto che la sua larghezza era di cinquanta cubiti? Come dice l'Apostolo: Il nostro cuore si è dilatato 61, ma come, se non attraverso la carità dello spirito? Perciò lo stesso Apostolo dice: La carità di Dio è diffusa nei nostri cuori attraverso lo Spirito Santo che ci è stato dato 62. Infatti nel cinquantesimo giorno dopo la Risurrezione Cristo inviò lo Spirito Santo per dilatare i cuori dei credenti 63. Quanto alla lunghezza dell'arca che era di trecento piedi si consideri che si tratta del prodotto di sei per cinquanta, il che sta ad indicare che tutto il tempo di questo ciclo comprende sei età durante le quali Cristo non ha mai cessato di essere proclamato: nelle prime cinque perché preannunziato dai profeti e nella sesta perché diffuso dal Vangelo. Che poi l'altezza dell'arca fosse di trenta cubiti, numero contenuto dieci volte in quello indicante la lunghezza, sta a significare che Cristo è la nostra altezza in quanto all'età di trenta anni consacrò la dottrina del Vangelo sostenendo di non essere venuto a sciogliere la legge, ma a completarla 64. Il cuore della legge è infatti nei dieci comandamenti così come la lunghezza dell'arca è costituita dal prodotto di tre per dieci e lo stesso Noè è computato come decimo a partire da Adamo 65. Il legno dell'arca fu inoltre incollato dentro e fuori con del bitume 66 in modo che con la compagine dell'unità fosse indicata la tolleranza della carità al fine di evitare che, essendo la Chiesa colpita da scandali sia da parte di quelli che sono dentro di lei sia da parte di quelli che ne sono fuori, si spezzi l'unione fraterna e si sciolga il vincolo della pace. Il bitume è infatti una colla attivissima e resistentissima che indica l'ardore della carità pronto a tutto sopportare per mantenere l'unione spirituale col vigore della sua forza 67.

    Altro significato simbolico dell'Arca di Noè.
    15. Nell'arca vengono rinchiusi animali di tutte le specie così come la Chiesa contiene tutti i Gentili, come rivela il vassoio mostrato in sogno a Pietro. Fra gli animali ve ne sono di puri e di impuri 68 come ai sacramenti della Chiesa partecipano buoni e cattivi. Il fatto che delle coppie di animali accolte nell'arca sette siano pure e due impure 69 non significa che i buoni siano in numero maggiore dei cattivi, ma solo che i buoni conservano l'unità dello spirito nel vincolo della pace. La sacra Scrittura ci presenta lo Spirito Santo impegnato in sette attività: la sapienza, l'intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timor di Dio 70. Da qui deriva che anche quel numero di cinquanta giorni in attesa dell'arrivo dello Spirito Santo si ottiene moltiplicando sette per sette che fa quarantanove, e aggiungendo un'unità. Perciò è stato detto: Sforzandovi di conservare l'unità dello spirito nel vincolo della pace 71 Quanto ai cattivi nel numero due sono facili alle scissioni e in certo modo si mostrano divisibili. Quanto a Noè è ottavo assieme ai suoi poiché la speranza della nostra risurrezione si manifestò a Cristo nel giorno in cui risuscitò, giorno che era l'ottavo, cioè il primo dopo il settimo che era di sabato. E questo giorno, terzo dopo la passione, diviene l'ottavo e il primo del gruppo di giorni che si alterna nello scorrere del tempo.

    L'Arca come immagine della Chiesa.
    16. Come l'arca, una volta terminata, fu perfezionata con un tetto alto un cubito, così la Chiesa, cioè il corpo di Cristo, si eleva e completa nell'unità. Di qui le parole del Vangelo: chi non raccoglie con me, disperde 72. Una porta viene aperta su un fianco dell'arca, il che significa che nessuno può entrare nella Chiesa se non attraverso il sacramento della remissione dei peccati. È una interpretazione emersa anche dal fianco aperto di Cristo. Quanto alla ripartizione della parte inferiore dell'arca in due e tre parti 73 sta a significare che fra tutti i Gentili la Chiesa raccoglie o una massa bipartita in circoncisi e non circoncisi o una massa tripartita in considerazione dei tre figli di Noè la cui progenie ha riempito il mondo. Si parla inoltre di queste parti dell'arca come minori per il fatto che la diversità fra le genti esiste in questa vita terrena, ma alla fine tutti ci ridurremo in unità. E questa non ha varietà poiché Cristo è tutto e in tutti e ci riunisce come in un solo cubito nell'unità celeste.

    Il diluvio, come immagine del Battesimo.
    17. Il fatto che dopo sette giorni da quando Noè entrò nell'arca venne il diluvio significa che noi ci battezziamo nella speranza della futura quiete che è simboleggiata dal settimo giorno. Che al di fuori dell'arca ogni essere fatto di carne e sostenuto dalla terra sia perito nel diluvio significa che, al di fuori della comunità della Chiesa, l'acqua del battesimo, benché sia sempre la stessa, non solo non ha alcuna efficacia ai fini della salvezza, ma vale piuttosto per la dannazione. Piovve per quaranta giorni e quaranta notti 74 in quanto il numero quaranta si ottiene moltiplicando dieci per quattro: dieci sono infatti i comandamenti della legge nei quali rientra ogni taccia di peccato e quattro sono le zone in cui può essere diviso il mondo; il racconto può anche significare che quella colpa figurata dai giorni se contratta in un momento di prosperità o dalle notti se sfavorevole perché contratta nell'avversità può essere cancellata dal sacramento del battesimo celeste.

    Paragone fra l'età di Noè e le età del mondo.
    18. Noè aveva cinquecento anni quando il Signore gli parlò perché costruisse l'arca e aveva seicento anni quando vi entrò 75, dal che si ricava che la costruzione dell'arca durò cento anni. Ma che altro sembrano significare i cento anni se non le singole età del mondo? Perciò questa sesta età, che è significata dal completamento dei cinquecento anni fino ai seicento, costruisce la Chiesa attraverso la rivelazione evangelica. Perciò chi aspira alla vita deve essere come un legno squadrato, preparato ad ogni buona azione e ad entrare nella santa fabbrica visto che anche il secondo mese del seicentesimo anno in cui Noè entra nell'arca significa la stessa sesta età. Due mesi infatti comprendono il numero sessanta e dal numero sei prendono il nome il sessanta, il seicento, il seimila, il sessantamila, il seicentomila e il termine seicento volte, e così via il numero sale verso l'infinito attraverso il ricorso al medesimo moltiplicatore per cifre sempre più alte.

    Il giorno in cui l'Arca si arrestò, la profondità delle acque del diluvio e il loro significato simbolico.
    19. Quanto al ventisettesimo giorno del mese è ricordato in quanto si riferisce al significato della quadratura che è già stata esposta a proposito dei legni squadrati. Ma qui con maggiore evidenza poiché la Trinità ci perfeziona dopo che siamo stati preparati ad ogni opera buona e in certo qual modo squadrati nella memoria per ricordarci di Dio, nell'intelligenza per conoscerlo e nella volontà per amarlo. Tre per tre infatti e il risultato ancora per tre ci dà il numero ventisette che è il quadrato del numero tre. Che poi nel settimo mese l'arca si sia fermata, cioè riposata 76, è un riferimento al solito settimo giorno di riposo. E poiché a riposarsi sono i perfetti, anche qui viene reiterato il numero di quella squadratura. Infatti questo mistero è stato indicato per il ventisettesimo giorno del secondo mese quando l'arca si riposò. E di nuovo nel ventisettesimo giorno del settimo mese è confermata la stessa indicazione quando l'arca si fermò: ciò che risulta promesso nella speranza si rivela nella realtà. Inoltre il settimo giorno dedicato al riposo si coniuga con l'ottavo della risurrezione. Né finisce con la resa del corpo il riposo che accoglie i santi dopo questa vita: esso assorbe piuttosto nel dono della vita eterna, e non più nella speranza, ma nella realtà, tutto l'uomo nella sua integrità, rinnovato in tutti i sensi dalla compiuta salvezza dell'immortalità dello spirito e del corpo. Quanto al legame che unisce il settimo giorno del riposo con l'ottavo della risurrezione è, nel sacramento della nostra rigenerazione, cioè nel battesimo, un alto e profondo mistero. Che l'acqua, superando la cima dei monti, si alzò di quindici cubiti 77 significa infatti che questo sacramento supera ogni sapienza fondata sulla superbia. Sette più otto danno quindici come risultato e poiché settanta deriva etimologicamente da sette e ottanta da otto, sommando il settanta con l'ottanta si ottiene che l'acqua continuò a salire per centocinquanta giorni indicandoci e confermandoci l'altezza raggiunta del battesimo nel consacrare l'uomo nuovo al possesso della fede nel riposo e nella risurrezione.

    Qual è il significato simbolico dei corvi e delle colombe inviate fuori dell'Arca.
    20. Dopo quaranta giorni il corvo fu lasciato libero e non tornò o perché impedito dalle acque o perché attratto da qualche cadavere galleggiante. Ciò significa che gli uomini, resi immondi dall'impudicizia della passione e troppo attenti alle cose che sono in questo mondo o sono ribattezzati o sono condotti e trattenuti da coloro per i quali al di fuori dell'arca, cioè della Chiesa, il battesimo è causa di perdizione. Il fatto poi che la colomba, dopo essere stata liberata, ritornò per non aver trovato riposo, dimostra che un riposo in questo mondo non fu promesso ai santi attraverso il Vecchio Testamento. Fu infatti liberata dopo quaranta giorni, un numero che simboleggia la vita che si conduce in questo mondo. Alla fine, rimessa di nuovo in libertà dopo sette giorni, tornò riportando un rametto d'ulivo con frutti quale segno delle già ricordate sette operazione dello Spirito. Tale evento starebbe a significare che alcuni, benché battezzati fuori della Chiesa e sempre che non venga loro meno la pienezza della carità, in un tempo successivo che potremmo definire sera della vita possono essere ricondotti all'unità nel becco della colomba, simbolo del bacio della pace. Che poi la colomba, liberata dopo altri sette giorni, non era ritornata 78, è il segno della fine del mondo, quando vi sarà riposo per i santi e non più nel sacramento della speranza, che è il legame che attualmente tiene unita la Chiesa e la terrà finché si berrà il sangue sgorgante dal fianco di Cristo, bensì nella perfezione della vita eterna, quando il Regno verrà trasmesso a Dio Padre 79 in modo che nella chiara contemplazione dell'immutabile verità non avremo più bisogno di simboli materiali.

    L'argomento non può essere esaurito.
    21. Anche se mi attenessi al criterio di brevità finora seguito nel trattare questi argomenti, troppo lungo sarebbe toccarli tutti. Facciamo qualche esempio. Perché nell'anno seicento e uno di Noè, cioè trascorsi seicento anni, viene aperto il tetto dell'arca e viene rivelato il sacramento che vi era nascosto? Perché si dice che la terra si sarebbe seccata il ventisettesimo giorno del secondo mese 80 quasi che la necessità del battesimo fosse cessata in cinquantasette giorni? È lo stesso ventisettesimo giorno del secondo mese che ottiene dalla congiunzione dello spirito col corpo il numero otto volte sette con l'aggiunta di uno per il vincolo dell'unità. Perché dall'arca uscirono uniti quelli che vi erano entrati separati? Così infatti fu detto che entrarono nell'arca Noè con i suoi figli e la moglie con le mogli dei suoi figli 81, ricordando separatamente gli uomini e separatamente le donne; ed in realtà per tutto il tempo che dura questo sacramento la carne concupisce contro lo spirito e lo spirito si oppone alla carne 82. Escono quindi dall'arca Noè, sua moglie, i suoi figli e le mogli dei suoi figli 83 ricordati tutti unitamente, maschi e femmine. Ciò sta ad indicare che alla fine del mondo e nella risurrezione dei giusti in una pace comunque perfetta il corpo si armonizzerà con lo spirito senza la resistenza di alcuna esigenza legata alla mortalità o dei morsi della concupiscenza 84.

    Segni simbolici citati brevemente qua e là.
    22. Quando poi Dio parla a Noè e gli illustra la figura della Chiesa come se il mondo ricominciasse di nuovo (in molti modi infatti occorreva che fossero rappresentate le stesse cose) che significa il fatto che la progenie di quel patriarca è benedetta per ripopolare la terra e che a lui vengono dati da mangiare tutti gli animali come in quel vassoio fu detto a Pietro: Uccidi e mangia 85? Il significato è che bisogna lasciar colare il sangue prima di mangiare per fare in modo che la vita precedente non venga soffocata e conservata nella coscienza, ma sparsa in qualche modo attraverso la confessione. Quanto al patto stabilito fra Dio, gli uomini ed ogni anima vivente di non distruggerli col diluvio e quanto all'arcobaleno che appare nelle nubi 86 e non risplende mai se non della luce del sole questo è il significato. Non periscono per il diluvio coloro che, pur se separati dalla Chiesa, nei profeti e in tutte le sacre Scritture riconoscono, come nelle nubi di Dio, la gloria di Cristo senza cercare la propria. In realtà perché gli adoratori di questo sole non si inorgogliscano sappiano che Cristo talora è simboleggiato dal sole e altre volte dal leone o dall'agnello o dalla pietra sulla base di una somiglianza e non in senso proprio.

    Noè figura di Cristo; Cham, figura del popolo giudaico.
    23. Ma veniamo al caso di Noè che, reso ebbro dal vino della vigna che aveva piantato, si denudò nella sua casa 87: a chi non sembrerà essere l'immagine di Cristo che ha sofferto in mezzo alla sua gente? Allora infatti fu denudata la mortalità della sua carne, scandalo per i Giudei e stoltezza per i Gentili, ma per i Giudei e i Gentili che erano stati chiamati, come Sem e Iafet, virtù e sapienza di Dio. Infatti la stoltezza di Dio, è più sapiente della sapienza degli uomini e la debolezza di Dio è più forte della forza degli uomini 88. Inoltre in due figli, il più grande e il più piccolo, sono raffigurati due popoli. Essi recano un'unica veste sul dorso camminando all'indietro, annunciano cioè il mistero della passione del Signore già passata e superata. Non vedono la nudità del padre perché non consenzienti all'uccisione di Cristo, ma lo onorano coprendolo con un velo perché ben sanno donde sono nati. Il figlio di mezzo fra i due, cioè il popolo dei Giudei, che è di mezzo poiché né ha conservato il primato degli apostoli né è stato l'ultimo a credere fra i pagani, questo figlio, si ripete, ha visto la nudità del padre perché ha acconsentito alla uccisione di Cristo e ha portato la notizia ai fratelli. Per suo tramite si è rivelato e in certo qual modo è stato reso di pubblica ragione quello che nella profezia era un segreto. Perciò questo fratello diviene schiavo degli altri due. Che altro infatti è oggi questo popolo se non una bibliotecaria dei Cristiani addetta a conservare la legge e i profeti a testimonianza della predicazione della Chiesa affinché noi onoriamo con un sacramento ciò che essa annuncia con le parole.
    "
    ( Sant'Agostino - CONTRO FAUSTO - )



    Shalom

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    Predefinito

    " “Chiunque pertanto crede di aver capito le divine Scritture o una qualsiasi parte delle medesime, se mediante tale comprensione non riesce a innalzare l'edificio di questa duplice carità, di Dio e del prossimo, non le ha ancora capite. C'è poi colui che dalle Scritture riesce a ricavare un'idea utile a costruire l'edificio della carità. Se tuttavia risulterà che non riferisce il senso inteso in quel passo dall'autore di quel determinato libro, il suo errore non è che rechi gran danno né assolutamente lo si può chiamare menzogna [….]Quando dunque l'uomo è sorretto dalla fede, dalla speranza e dalla carità e ritiene tenacemente queste virtù, non ha bisogno delle Scritture se non per istruire gli altri. E di fatto molti vivono nel deserto senza libri, illuminati da queste tre virtù. Per costoro credo che si sia già realizzato quel che è stato detto: Si tratti di profezie, queste diverranno inutili; di lingue, queste cesseranno; di scienza, questa diverrà inutile. Con tale struttura si è elevata in loro una tal mole di fede, di speranza e carità che, conseguito in qualche modo quel che è perfetto, non ricercano più ciò che è parziale : perfetto dico quanto si può conseguire nella vita presente. Difatti, in confronto con la vita futura nessun giusto o santo può dire di avere raggiunto al presente una vita perfetta. Perciò dice: Restano la fede, la speranza e la carità, queste tre virtù; ma di esse la più grande è la carità , nel senso che quando si sarà raggiunta la vita eterna, mentre le due prime spariscono, la carità rimane, si accresce e diventa più certa […]Ne segue che quando uno avrà conosciuto che fine del precetto è la carità originata da cuore puro, coscienza buona e fede sicura se riferirà a queste tre esigenze la comprensione delle divine Scritture può accostarsi tranquillamente alla esposizione di quei libri. Menzionando infatti la carità, vi aggiungeva: da cuore puro, perché non si amasse altro all'infuori di ciò che si deve amare. Il richiamo alla coscienza buona ve lo aggiungeva in vista della speranza. Difatti, se uno ha il rimorso di una coscienza cattiva, dispera di poter raggiungere ciò che crede e che ama. In terzo luogo parla di fede sincera. Se infatti la nostra fede sarà esente da falsità, non amiamo ciò che non si deve amare e, vivendo rettamente, speriamo ciò che in nessun modo delude la nostra speranza. Pertanto delle cose che costituiscono il contenuto della fede ho voluto dirne quanto ritenevo fosse sufficiente, dati i limiti di tempo, perché se n'è parlato molto in altri volumi scritti tanto da noi come da altri.

    Sant’Agostino – LA DOTTRINA CRISTIANA -





    Alla legge del Vangelo appartengono due aspetti. Uno in maniera principale: cioè la stessa grazia dello Spirito santo data interiormente. Quanto a ciò, la legge nuova giustifica. Per questo Agostino dice in De Spiritu et littera, 17: «Là -- cioè nell'Antico Testamento -- la legge era posta dall'esterno, per spaventare gli ingiusti; qua -- cioè nel Nuovo Testamento -- è stata data dall'interno, per giustificarli». Un altro elemento appartiene alla legge del Vangelo in maniera secondaria: cioè le testimonianze della fede e i precetti che ordinano gli affetti umani e gli atti umani. E quanto a ciò, la legge nuova non giustifica. Per questo l'Apostolo dice in 2Cor. 3,6: «La lettera uccide, ma lo Spirito dà la vita». E Agostino spiega, in De Spiritu et littera, che con «lettera» s'intende qualsiasi scrittura che sta fuori dell'uomo, anche quella dei precetti morali quali sono contenuti nel Vangelo. Dunque anche la lettera del Vangelo ucciderebbe, se non ci fosse dall'interno la grazia sanante della fede.

    San Tommaso d’Aquino - SOMMA TEOLOGICA -



    Shalom

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    Ipotesi sul Diluvio

    " IL DILUVIO UNIVERSALE
    SI SCATENO’
    E UN DOLCE LAGO DIVENTO’ IL MAR NERO

    Il mito dell’Arca sarebbe nato dai racconti tramandati dalle popolazioni del bacino

    di LIONELLO BIANCHI

    In origine, ovvero in età preistorica, era un grande lago di acqua dolce quello che ora si chiama Mar Nero. Nel periodo delle grandi glaciazioni il lago Nero dai riflessi di quelle acque, spesso limacciose, era circondato da pianure (in gran parte fertili) e altipiani. Di questo lago si ha notizia in testi antichissimi dei Sumeri, una popolazione remota, di cui non si conoscono neppure oggi le origini. Attraverso i frammenti di documenti (rari) conservati fino ai nostri giorni, si è scoperto che questo lago Nero era alimentato da un sistema fluviale della odierna Russia meridionale e scaricava le proprie acque attraverso un emissario che versava, percorrendo il Bosforo, nel Mar Egeo.

    La trasformazione di questo bacino di acqua dolce in un vero e proprio mare avvenne circa dodicimila anni fa. Con il progressivo aumento della temperatura dovuto al periodo post-glaciale, con lo scioglimento dei grandi ghiacciai, che nei millenni precedenti avevano formato le calotte polari e che si estendevano su gran parte della terra, tutto il livello degli oceani iniziò a salire sensibilmente. Il mare prese a delineare il nuovo profilo delle terre emerse.

    Anche il lago Nero risentì di questo fenomeno e le sue acque cominciarono a evaporare proprio per l’innalzamento del clima: la superficie del lago si ridusse notevolmente. Ad ogni modo le zone adiacenti continuarono a conservarsi fertili e produttive grazie ai corsi d’acqua numerosi. Le civiltà che si affacciavano sulle rive del lago Nero trovavano il loro habitat ideale. L’ambiente sembrava perfetto oltreché per gli uomini anche per gli animali in fuga da territori avviati ormai all’inaridimento o al deserto. Attorno all’ottavo millennio a.C. però le popolazioni di quelle zone si accorsero che il lago stentava a scaricare le proprie acque attraverso il Bosforo per la pressione del mar Egeo il cui livello tendeva ad alzarsi vertiginosamente. Finché a un certo punto l’acqua salata ebbe la meglio e riuscì a passare nel lago respingendo quella dolce. Si parla nelle fonti di quel lontano periodo di una gigantesca cascata che dal mare si scaricava nel lago, diminuito di livello, con una potenza pari a oltre quattrocento volte quella che si può misurare nella cascata del Niagara, tra gli Stati Uniti e il Canada.

    LA LEGGENDA DEL DILUVIO UNIVERSALE
    Il lago prese ad alzarsi tanto da rendere impossibile ai fiumi delle pianure circostanti di versare le proprie acque; le pianure del nord ovest si trasformarono in paludi, invadendo tutti i territori, boschi e campi coltivati. Non è assolutamente da scartare l’ipotesi che il ricordo di questa formidabile inondazione sia da mettere in relazione al diluvio universale. Di questo straordinario evento non si ha solo notizia nella Bibbia. A questo proposito vale la pena di rileggere il passo della Genesi, 6, 5-8: "...Il Signore vide che nel mondo gli uomini erano sempre più malvagi e i loro pensieri erano di continuo rivolti al male. Si pentì di aver fatto l’uomo e fu tanto addolorato che disse: ‘Sterminerò dalla terra quest’uomo da me creato, e insieme con lui anche il bestiame, i rettili e gli uccelli del cielo’. Ma Noè incontrò i favori del Signore". E ne derivò la costruzione dell’Arca, sulla quale Noè imbarcò - secondo l’ordine del Signore - i suoi familiari e un maschio e una femmina di ogni specie vivente.

    Del diluvio si parla anche nei libri di una popolazione che non aveva contatti, allora, con gli ebrei e quindi non conosceva la Bibbia: i Sumeri, appunto.
    Tra i miti che vengono tramandati di questo popolo antico, ce n’è uno riguardante un personaggio leggendario di nome Gilgamesh. Si tratta di un eroe che può essere paragonato all’Ulisse d’omerica memoria, anch’egli celebre per i suoi viaggi nelle terre allora conosciute. Durante uno di questi lunghi viaggi Gilgamesh raggiunse Utnapishtim, un vegliardo scampato al diluvio universale allo stesso modo di Noè, di cui riferisce il Vecchio Testamento. Anche questo grande vecchio, secondo tali ricordi sumerici, si era costruito un’arca. Utnapishtim, ricevuto Gilgamesh, gli raccontò delle sue peripezie con l’arca, della sua salvezza dal diluvio e gli riferì di quanto esisteva prima sulla terra. Il mito si intreccia con la realtà. Il libro di Gilgamesh, eroe sumerico, può considerarsi un prototipo delle Mille e una Notte, tanti sono gli episodi e le avventure che egli incontra e supera.

    GLI STORICI ALLE PRESE CON L’ENIGMA
    Gilgamesh per i Sumeri è in effetti l’omologo dell’Ercole della mitologia greca, come questi dovette affrontare fatiche terribili, prove sovrumane che difatti lo consacrarono come una vera e propria divinità. Attorno alla figura di Gilgamesh, e al suo mito, venne formandosi un poema epico, di cui sono arrivati brandelli e frammenti, un poema tramandato di padre in figlio dai Sumeri nell’antichità e poi diffusosi nella memoria dei popoli (per lo più della regione tra il Tigri e l’Eufrate, la vecchia Mesopotamia, culla dei Persiani, con i quali essi entrarono in contatto prima di scomparire del tutto).

    Recenti studi hanno accertato l’esistenza di questo Gilgamesh. Un profondo conoscitore di miti sumerici, come la professoressa Stephanie Dailey - docente all’università di Oxford - ha però avanzato forti dubbi sull’esistenza di un poema epico imperniato sull’eroe di cui abbiamo riferito. Gilgamesh, secondo la Dailey, sarebbe stato in realtà solo un re, signore e padrone della città di Uruk, in Mesopotamia, vissuto attorno al 4500 a. C., un periodo dunque troppo lontano dagli eventi che caratterizzarono i millenni tra l’8000 e il 7500, che corrispondevano, più o meno, alla catastrofe abbattutasi sul Mar Nero e sulle zone circostanti.

    Ma il Gilgamesh cui si riferisce la docente di Oxford potrebbe essere in effetti un omonimo dell’eroe di cui i miti sumerici parlano e che si fa vivere appunto attorno al 7500 o anche prima. D’altronde, la storia dei Sumeri è ancora piuttosto nebulosa: le leggende si confondono con la realtà, benchè gli storici siano impegnati nella ricostruzione della storia e della cultura di questa antica popolazione. In questi ultimi anni interessanti studi hanno rivelato la veridicità dell’esistenza di questa popolazione, la cui comparsa nella regione attorno al mar Nero (già lago in epoca antidiluviana) si fa risalire alla metà del settimo millennio a.C.. Fin dall’epoca mesopotamica tutta la storia del popolo sumerico si è sostentata e sovente arricchita di una fervida speculazione letteraria attraverso una tradizione mitologica e leggendaria: questo ha contribuito non poco a rivelare avvenimenti ed eventi che sarebbero altrimenti andati perduti.

    GILGAMESH, IL RE GANIMEDE
    Preziosi i riferimenti storiografici che si trovano in quella che viene designata come la Lista reale sumerica, una sorta di elenco delle dinastie dalla lontana epoca antecedente il diluvio fino al secondo millennio. Ma naturalmente a dare maggior concretezza alla storia è l’apparizione di originali iscrizioni. Grazie a esse si può ricostruire la vicenda di questa popolazione dalle sue antiche origini che risalgono, come si è accennato, all’età antidiluviana. E proprio attraverso le iscrizioni si ricavano interessanti notizie di leggendari personaggi come appunto Gilgamesh, un re amante delle arti e dei viaggi. Su di lui è fiorita una ricca leggenda, anche di amori con alcune figure femminili entrate anch’esse nel mito. Insomma Gilgamesh non è solo un re soldato, ma un re molto sensibile al fascino muliebre. Le epigrafi che lo riguardano e che riferiscono di sue avventure erotiche lo confermano. Ma non c’è solo Gilgamesh, altre figure di sovrani sumerici si riscontrano nella ricca messe di iscrizioni, a cominciare da una regina chiamata Puabi.

    Rileggendo questi nomi si ricostruiscono le varie dinastie succedutesi nei millenni, nelle varie città dei Sumeri. La parola Sumeri deriva da un etimo che trova il suo corrispettivo nella radice ki.en.gj. di incerto significato. Anche la loro provenienza è sconosciuta; ad ogni modo si pensa che, prima di trasferirsi nella regione tra il Tigri e l’Eufrate, attorno al 2500 a. C., i Sumeri abbiano abitato lungo le rive del lago poi divenuto Mar Nero. Altrimenti non si spiegherebbero i miti a loro attribuiti che fanno riferimento alla catastrofe avvenuta nella zona. Certamente, in Mesopotamia essi hanno trasferito i loro usi e costumi, una cultura di buon livello e una loro scrittura. Dell’età protostorica faceva parte la cultura di Uruk, la città legata all’eroe Gilgamesh, il più celebre e famoso, di cui si è parlato. Diversi i segni di questa cultura attraverso testi, sia pure frammentari, e resti di architettura delle aree sacre. Mediante questi, si può ricostruire quella che era l’economia della città di Uruk, sotto la signoria di Gilgamesh: doveva essere in prevalenza agricola e pastorale, ma anche artigianale, quest’ultima inserita in un’organizzazione templare attorno alla quale si sviluppava l’attività dell’intera comunità.

    I SUMERI. CHI ERANO COSTORO?
    Tipica espressione di questa realtà era la città di Kish che si trovava a sud di Uruk: erano due centri di grande attrattiva religiosa e quindi di diffusione culturale. Non è un caso che la tradizione letteraria appare copiosa, e tra i libri che furono composti ci sono i poemi riguardanti le leggende più rinomate sulla vita e sulle avventure oltreché sulle gesta dei Sumeri e dei loro eroi, comprese quelle relative ai fatti naturali ed extranaturali che rappresentano fonti importanti per ricostruire le vicende legate ai luoghi e alle zone che dalla odierna Russia meridionale arrivano, passando per il Mar Nero, alla Mesopotamia. La conferma della tradizione per lo più leggendaria e mitologica dei Sumeri coincidente con quella della Bibbia, gli studi scientifici hanno portato ad accertare la veridicità di alcuni avvenimenti, primo tra tutti il diluvio e l’origine dell’agricoltura, un’attività svolta ancor prima dell’ottavo millennio dalle popolazioni attorno al lago Nero.

    Del resto, proprio attraverso alcune interessanti scoperte geologiche, gli studiosi sono venuti a conoscenza che il Mar Nero era stato un lago di acqua dolce. Tuttavia, che la trasformazione da lago in mare fosse avvenuta attorno al 7500 a.C., ovvero solo un paio di secoli prima dell’apparizione dell’agricoltura in Europa, è una scoperta abbastanza recente, esattamente del 1993, quando un gruppo di geologi americani guidati da William F. Ryan e Walter C. Pittman del Lamont-Doherty Eart Observatory della Columbia University di Palisades, N.Y., hanno illustrato i risultati di loro ricerche geologiche e oceanografiche sulle origini del Mar Nero. Dai prelievi di sedimenti sulle rive fossili oggigiorno sommerse sono venuti alla luce frammenti di conchiglie d’acqua dolce scolorite dalla luce del sole; il che proverebbe che erano state a lungo all’asciutto, insomma fuori dall’acqua. Sopra questi resti si sono rinvenute tipiche forme di vita marina. I tests eseguiti su questi materiali dall’Istituto oceanografico di Galveston (Texas), hanno appurato anche la data - sicura, sia pure con una lieve approssimazione - in cui il grande lago Nero è stato invaso dal mare: 7540 a. C.

    IL CATACLISMA DIVENTA UN MITO
    Analoghi i risultati ottenuti anche dall’Accademia russa delle Scienze che con una nave oceanografica - attraverso i rilevamenti sismici e i carotaggi subacquei - ha ridisegnato le coste dell’antico lago preesistente al diluvio. E si è accertato che le genti scampate e sfuggite al cataclisma divulgarono l’agricoltura in Europa e in Mesopotamia. Tra queste genti c’erano i Sumeri che dilagarono nella regione tra il Tigri e l’Eufrate. Nella parte occidentale dell’Europa invece arrivarono gli altri popoli che portarono con sé le loro tecniche agrarie. Insieme alle tecniche relative all’agricoltura ad ogni modo queste tribù scampate al cataclisma conservarono e tramandarono nei secoli il ricordo della grande paura, dell’immane tragedia che, di generazione in generazione, assunse i contorni del mito, quello del Diluvio universale. Mito e realtà, dunque. Non solo appannaggio della Bibbia, ma di quelle popolazioni coinvolte nella terribile inondazione che abbatté e risistemò i vasti territori attorno al bacino dell’attuale Mar Nero.

    LIONELLO BIANCHI
    "
    www.cronologia.it

    Shalom

 

 

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