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Discussione: Oasis

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    Predefinito Oasis

    C’è un’oasi cattolica in Dubai. E un’altra è nata a Venezia
    La vita di una fervente parrocchia della penisola arabica, nel racconto del suo vescovo. Anteprima della nuova rivista internazionale “Oasis” ideata dal cardinale Scola

    di Sandro Magister





    ROMA, 31 gennaio 2005 – Ai primi di febbraio esce il primo numero di una nuova rivista internazionale ideata dal patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola.

    Sarà una rivista molto speciale, a cominciare dalla testata in tre lingue: "Oasis / Al-Waha / Naklistan". Dove la seconda parola traduce la prima in arabo. E la terza la traduce in urdu, la lingua parlata in India e in Pakistan. Ciascun quaderno sarà anch’esso stampato in più lingue e in più edizioni: italiano, inglese, francese, arabo, urdu e in futuro anche indonesiano.

    Perché è da Venezia ad Oriente che “Oasis” viaggerà. Dai paesi arabi alla Persia all’India e all’Asia Centrale, sulle strade dell’antica Via della Seta e più a sud sulle rotte di un san Francesco Saverio.

    Arriverà in paesi a maggioranza musulmana ed è soprattutto mirata alle minoranze cristiane che vivono in quelle regioni. I suoi primi destinatari saranno i vescovi e da questi si propagherà a una rete di lettori interessati, cristiani ma anche appartenenti all’islam e ad altre religioni.

    Comincerà con 3.000 copie. Nel primo numero spiccano un’intervista esclusiva con il Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, un reportage da Damasco e da Beirut sui cristiani lì fuggiti dall’Iraq, un confronto a più voci sulla convivenza tra musulmani e cristiani in Pakistan.

    Tra gli autori di questo primo numero vi sono studiosi, saggisti, giornalisti di varie nazioni. E anche tre vescovi: quello di Tunisi, Fouad Twal, quello di Islamabad-Rawalpindi, Anthony Lobo, e quello del vicariato apostolico di Arabia, Paul Hinder.

    Hinder risiede ad Abu Dhabi e governa la più vasta circoscrizione cattolica del mondo, con più di 3 milioni di chilometri quadrati di superficie e comprendente sei stati: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Oman e Yemen.

    Nell’intera circoscrizione i fedeli cattolici sono convenzionalmente stimati in 1.300.000, quasi tutti immigrati da paesi non arabi. Ma in realtà sono molti di più. Ad esempio, in Arabia Saudita vivono circa un milione di filippini, in grande maggioranza cattolici, che non rientrano nel conteggio. Ha detto il vescovo Hinder in un’intervista a “Mondo e Missione” n. 8, 2004:

    “Per ragioni di sicurezza non posso fornire dati precisi sull'Arabia Saudita. Lì la situazione è molto simile a quella delle prime comunità cristiane. C’è una Chiesa vivace, nelle mani di leader laici che dirigono le molte comunità di base. Una Chiesa che prega e che spera un giorno di potere uscire dalle catacombe”.

    Negli Emirati, nel Qatar, a Bahrein vi sono margini di libertà religiosa relativamente più ampi. Ma per raggiungere i fedeli i sacerdoti sono pochi e i divieti di ingresso non consentono di aumentarli.

    Negli ultimi anni è cresciuta nella penisola arabica la presenza di Chiese “evangelical” e pentecostali. La loro espansione missionaria ha indotto i governi locali a stringere i controlli.

    Anche alcuni cattolici passano a queste nuove Chiese. Oppure si fanno musulmani, con grande risonanza sui media. Accade anche l’inverso, che dei musulmani si convertano al cristianesimo: ma su questo è d’obbligo l’assoluto segreto. Dice Hinder nella stessa intervista:

    “Mai potremmo permetterci di accettare la conversione di un musulmano. Questa eventualità creerebbe dei rischi gravissimi non soltanto per le persone in causa ma per l’intera Chiesa”.


    * * *

    Ma com’è la vita di una parrocchia tipo – tra quelle relativamente più libere – del vicariato apostolico di Arabia?

    Nell’articolo che segue, che uscirà sul primo numero di “Oasis”, il vescovo Hinder racconta la vita della più grande e fervente parrocchia del Dubai, la St Mary’s Church, con picchi di trentamila fedeli alle celebrazioni della settimana santa.

    Il Dubai è la Singapore della penisola arabica: un mini-stato in forte espansione economica, con un elevato benessere medio e all’avanguardia della modernità (è in costruzione il più alto grattacielo del mondo, di circa 900 metri di altezza, con inaugurazione prevista nel 2009). La famiglia degli emiri Al-Maktoum lo regge in forma autoritaria, ma con margini di tolleranza più ampi che in altri paesi del Golfo. Non ha sinora registrato attacchi terroristici, né risulta che l’islamismo radicale vi abbia attecchito.

    Hinder, 63 anni, svizzero, frate cappuccino è stato superiore dell’ordine con incarico per il Medio Oriente. Parla correntemente tedesco, italiano, inglese, francese. È vescovo da un anno.


    Diario della St. Mary’s Church, Dubai

    di Paul Hinder, vescovo del vicariato apostolico di Arabia


    In occasione della mia nomina a vescovo ausiliare del vicariato apostolico di Arabia molti mi chiesero: “Che cosa farai in quei paesi? Non ci sono cristiani.”

    Ma se qualcuno si fermasse un venerdì qualsiasi o – meglio ancora – la settimana santa a Dubai, alla St. Mary’s Church, sarebbe subito convinto del contrario e diventerebbe testimone di una Chiesa vibrante, composta da cristiani provenienti da un centinaio di paesi, soprattutto dall’India e dalle Filippine.

    Dubai, uno dei sette Emirati Arabi Uniti, UAE, è diventato il centro commerciale più importante della regione. Secondo i dati del 2003, gli abitanti degli UAE sono 3 milioni e 150.000. I cristiani sarebbero circa 1 milione e 100.000, cioè il 35 per cento della popolazione, dei quali 900.000 sono cattolici. Il 29 per cento della popolazione abita a Dubai. Se queste informazioni sono corrette, i cattolici a Dubai sarebbero quasi 300.000, moltissimi dei quali praticano soltanto occasionalmente o mai. Tutti i cristiani sono immigrati e si trovano qui per ragioni di lavoro. Tra di loro si trova anche un gran numero di cattolici di lingua araba provenienti dalle minoranze cristiane di Libano, Siria, Giordania, Palestina e Iraq.

    St Mary’s Church a Dubai è la più grande parrocchia del nostro vicariato. Da alcuni anni c’è a Jebel Ali, circa 30 km dalla città di Dubai, una seconda parrocchia in una zona in pieno sviluppo. Come negli altri Emirati, i cristiani di Dubai godono della libertà di culto nel recinto del complesso parrocchiale che comprende la più grande chiesa del Medio Oriente con una capacità di 2000 persone, la casa parrocchiale con i locali adiacenti per le diverse attività, la casa delle suore comboniane e la grande scuola da loro diretta, con circa 2.300 alunni per tre quarti cristiani. Nella stessa città le Figlie di Maria Immacolata di Baghdad dirigono un’altra scuola con più di 1.700 alunni al 95 per cento musulmani. La cura pastorale della St. Mary’s Church è affidata al parroco e a quattro sacerdoti tutti frati cappuccini: tre indiani, un filippino e un libanese.

    A causa del giorno festivo musulmano, il venerdì, le messe domenicali si celebrano non soltanto la domenica, ma anche il giovedì sera e il venerdì, e queste sono le più frequentate. Chi vuole partecipare alla messa, deve per forza venire alla St. Mary’s Church. È lì che tutti i fedeli formano, ogni settimana, una folla che qualsiasi parroco europeo invidierebbe. Nei tempi forti – Natale, settimana santa e Pasqua – la folla è impressionante. Nel 2004 ho presieduto la messa del giovedì santo: i fedeli non soltanto riempirono la chiesa, ma anche le aule della scuola, la grande piazza davanti alla chiesa e i campi sportivi dietro la chiesa, e da questi vari posti seguivano la celebrazione attraverso i maxi schermi. Mi hanno detto che erano presenti almeno 30.000 fedeli. La lingua franca è l’inglese. Ci sono però celebrazioni regolari in arabo, in malayalam, tamil e altre lingue.

    Una parrocchia così grande e complessa non può essere gestita solo dai preti. La sua vitalità si deve in gran parte anche alle suore e a un grande numero di uomini e donne che mettono a disposizione i loro carismi. La catechesi ai bambini (nel 2003 erano 4.300) viene fatta il giovedì e il venerdì. Inoltre, una schiera di catechisti volontari e le suore preparano i bambini alla prima comunione (nel 2003 erano 600) e alla cresima (nel 2004 erano 450). Sono molto fiorenti e attive anche le associazioni – Couples for Christ, Legio Mariae, ecc. – e i gruppi di preghiera. Ogni anno è organizzato un corso di formazione di un mese per i loro leader. Molti fedeli prestano vari servizi nella chiesa: coro, chierichetti, pulizia, servizio d’ordine, ecc.

    Siamo in un paese islamico. Perciò tutte le attività religiose pubbliche devono svolgersi entro il recinto della chiesa e dei locali parrocchiali. Essendo limitati gli spazi, è inevitabile che a causa del numero grande e variegato di fedeli ci siano anche delle complicazioni. È come se tutte le attività religiose pubbliche della città di Milano dovessero svolgersi nel Duomo e negli spazi adiacenti. Subito nascerebbero dei problemi: chi può usare un certo spazio, quale giorno, a che ora, per quanto tempo. Se poi si trattasse, come da noi, di fedeli di diverse lingue, nazioni e riti, si capisce che non è sempre facile dominare la situazione.

    Ma, a parte queste difficoltà proprie di una parrocchia multiculturale e multirazziale, si avverte una fede che stupisce. Per molti fedeli, St. Mary’s Church è un punto di riferimento essenziale per la loro identità cristiana: qui pregano insieme, si incontrano, si incoraggiano e, in caso di bisogno, si aiutano. È vero che i gruppi linguistici o etnici si incontrano di preferenza tra loro, però rimane la realtà di una Chiesa in cui si sperimenta la cattolicità in un modo che impressiona chiunque viene per la prima volta a Dubai.

    St. Mary’s Church è un punto di riferimento stabile per un popolo pellegrino. Sono pochi i cristiani che rimangono a Dubai fino alla morte. Lo impediscono non soltanto le leggi d’immigrazione, ma anche la volontà di migrare verso un altro paese – Australia, Canada, USA, Europa – o di tornare in patria. In questo “transito” da piattaforma girevole internazionale la Chiesa aiuta i cristiani a non perdere l’essenziale: Gesù Cristo.

    Tuttavia, nonostante la folla immensa di fedeli che partecipano a liturgie, devozioni e riunioni della parrocchia di Dubai, non possiamo nasconderci il fatto che troppi cristiani stanno perdendo la fede per mancanza di cura pastorale, necessariamente limitata, e per la seduzione e pressione provenenti da altri gruppi religiosi e dall’islam. La parola di Gesù indirizzata a Simon Pietro diventa a Dubai una sfida lanciata non soltanto ai pastori, ma ad ogni singolo fedele: “Ho pregato per te, che non venga meno la tua fede. Conferma i tuoi fratelli“ (Lc 22,32).


    http://www.chiesa.espressonline.it/d...o.jsp?id=22131


    La rivista "Oasis / Al-Waha / Naklistan" – sul cui primo numero uscirà l’articolo del vescovo Paul Hinder – è stampata dall’editore Cantagalli, di Siena, ed è emanazione del “Marcianum”, il centro internazionale di studi teologici e umanistici fondato a Venezia nel 2004 dal patriarca Angelo Scola:

    > “Studium Generale Marcianum”

    Vedi in proposito in questo sito:

    > Parte da Venezia una nuova via della seta. Si chiama “Marcianum” (30.4.2004)
    Gilbert

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    Ne ho sentito parlare in una intervista di poco fa al cardinale Scola!

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    Originally posted by Thomas Aquinas
    Ne ho sentito parlare in una intervista di poco fa al cardinale Scola!

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    Gilbert

  4. #4
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    Predefinito I cristiani in Iran

    La Chiesa rompe il silenzio sull’islam degli ayatollah
    La diplomazia vaticana protesta. E la rivista internazionale del patriarcato di Venezia, “Oasis”, pubblica un reportage sulla repressione dei cristiani in Iran. Eccolo

    di Sandro Magister
    www.chiesa.espresso.it


    ROMA, 11 novembre 2005 – Proprio mentre l’Iran è più che mai al centro dell’attenzione del mondo – per i suoi programmi di armamento atomico e per la sua ribadita volontà di cancellare lo stato d’Israele – anche la prudente diplomazia vaticana ha fatto un piccolo strappo al silenzio.

    Il 28 ottobre un comunicato della sala stampa della Santa Sede, dettato dalla segreteria di stato, ha condannato “alcune dichiarazioni, particolarmente gravi e inaccettabili, con cui si è negato il diritto all’esistenza dello stato di Israele”.

    Niente nomi, ma il riferimento all’Iran era inequivocabile: in particolare al discorso pronunciato il 25 ottobre a Teheran dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad (nella foto), e ancor più in particolare a questo passaggio:

    “L’imam Khomeini disse: ‘Il regime che sta occupando Gerusalemme deve essere cancellato dalle pagine della storia’. Sono parole sagge. [...] Il popolo islamico non può permettere a questo suo nemico storico di vivere nel cuore stesso del mondo islamico”.

    Per la diplomazia vaticana non è abituale una protesta pubblica nei confronti del regime islamico instaurato in Iran nel 1979 dall’imam Khomeini. La logica della diplomazia vaticana è “realista”. Per tutelare la piccola comunità cattolica che vive in quel paese, il silenzio è ritenuto più efficace dell’aperta denuncia.

    Ma questa volta sono entrate in gioco anche le relazioni tra la Santa Sede e Israele. Nello stesso comunicato vaticano del 28 ottobre che ha condannato le dichiarazioni del presidente iraniano, si condannano anche “l’attacco terroristico di Hadera e la successiva rappresaglia” e si ribadisce “il diritto sia degli israeliani che dei palestinesi a vivere in pace e sicurezza, ciascuno in un proprio stato sovrano”.

    Il tacere sulla dichiarata volontà dell’Iran di cancellare Israele avrebbe danneggiato l’insieme della politica vaticana in Terra Santa.

    L’Iran è in ogni caso un punto dolente nell’agenda internazionale della Santa Sede. In quel paese la libertà religiosa di chi non appartiene all’islam sciita è pesantemente repressa. Nel discorso rivolto il 29 ottobre 2004 al nuovo ambasciatore iraniano presso la Santa Sede, Giovanni Paolo II lo fece rimarcare, invocando una maggiore libertà. Di cui non si vede tuttora alcun segno promettente, nonostante – disse il papa – “lo svolgimento in Iran di un incontro regolare di dialogo ad alto livello tra cristiani e musulmani”.

    Sugli attuali limiti alla libertà religiosa in Iran fanno testo due rapporti: quello diffuso nel 2005 dall’Aiuto alla Chiesa che Soffre, e l’International Religious Freedom Report 2005 rilasciato lo scorso 8 novembre dal dipartimento di stato degli Stati Uniti.

    I più perseguitati sono certamente i fedeli della religione Baha’i, nata proprio in Iran nel XIX secolo.

    Ma anche la piccola comunità cristiana attraversa serie difficoltà.

    In Iran la Chiesa ha origini antichissime, che risalgono al II secolo. Intrecciata alla religione di Zoroastro, allora dominante, e al manicheismo, essa si affermò al di fuori dell’influenza di Roma e Costantinopoli, e quindi non aderì ai dogmi cristologici fissati dal concilio di Calcedonia. Il successivo avvento dell’islam stimolò la sua espansione missionaria ad Oriente, fino alla Cina. Oggi in Iran i cristiani appartengono in maggioranza alla Chiesa Armena Apostolica, detta Gregoriana, mentre i cattolici sono circa 10 mila. Il loro essere minoranze etniche – armeni e assiro-caldei – oltre che religiose rende i cristiani nell’Iran khomeinista doppiamente stranieri.

    Sulla vita dei cristiani in Iran circolano scarse informazioni. Proprio mentre, però, il Vaticano rompeva il suo silenzio diplomatico, un’importante rivista promossa dal patriarcato di Venezia retto dal cardinale Angelo Scola ha rotto anche il silenzio informativo.

    La rivista è “Oasis”. È stampata in italiano, inglese, francese, arabo, urdu, ed è mirata ai cristiani d’Oriente. È inviata a vescovi, a responsabili di Chiesa e anche a personalità non cristiane dei paesi dell’Est d’Europa e dell’Asia.

    Sul suo ultimo numero, uscito alla fine di ottobre, “Oasis” pubblica un reportage sui cristiani in Iran, scritto da un inviato molto competente sulle Chiese nei paesi musulmani, Camille Eid, libanese.

    Eccolo qui di seguito, per gentile concessione della rivista:


    Viaggio in Iran. Dove anche il catechismo ha in copertina Khomeini

    di Camille Eid


    "Shim’on pesar-e Yohana, àya mara mahabat mi nema’ì?", scandisce il sacerdote leggendo il Vangelo in lingua farsi: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu davvero?". Per i fedeli e i rappresentanti delle autorità dell’Iran riuniti nella cattedrale caldea di Teheran per onorare la memoria di Giovanni Paolo II, è una vera sorpresa. L’uso del farsi nelle celebrazioni cristiane è, infatti, “vivamente sconsigliato” dal governo, preoccupato di evitare la diffusione del verbo cristiano tra i musulmani.

    "E invece l’uso del farsi nella liturgia è un servizio di fede", protesta monsignor Ramzi Garmou, arcivescovo cattolico caldeo della capitale iraniana. "Noi non siamo al servizio di una determinata etnia, bensì di tutta la nazione. Se ogni comunità religiosa dovesse occuparsi solo del proprio gruppo etnico, cosa ne sarebbe domani della Chiesa in Iran? ".

    Già, domanda pertinente. Cosa ne sarà della Chiesa in Iran? E cosa ne è oggi? [...] Pur contestati da alcuni, i censimenti ufficiali sono emblematici. Mentre la popolazione iraniana risulta quasi raddoppiata negli anni della Repubblica Islamica, passando da 35 a 68 milioni di abitanti, il numero dei cristiani è drasticamente diminuito, dal 5 all’1 per mille. Oggi, le stime più ottimistiche danno un totale di circa 100 mila cristiani in Iran, di cui 80 mila armeni gregoriani, 8 mila assiro-caldei cattolici e altrettanti ortodossi, 5 mila protestanti, 2 mila cattolici latini e 500 armeno-cattolici.

    Una verifica effettuata da un sacerdote cattolico a partire dai registri ecclesiastici conferma tale drastico calo: "I matrimoni celebrati nella mia diocesi negli anni 1976, 1986 e 1996 sono rispettivamente 54, 20 e 13. I battesimi riferiti agli stessi anni sono 150, 117 e 36. I funerali, infine, sono 93, 101 e 97". Conclusione? "È una comunità a rischio estinzione".

    "Questo calo – dice ancora l’arcivescovo Garmou – è dovuto a un tasso di natalità più basso tra i cristiani, ma soprattutto a un’emigrazione che si è accelerata dopo la rivoluzione islamica e la guerra contro l’Iraq". Ovviamente, alla base di tale fenomeno ci sono motivazioni umane, culturali, socio-economiche e storiche. Ma l’appartenenza dei cristiani a delle minoranze che si distinguono, oltre che per fede religiosa, anche per lingua e cultura, li ha resi doppiamente stranieri agli occhi della popolazione.

    Già ai tempi della monarchia, e nonostante la buona disposizione dello scià, il discorso ufficiale nazionalista non favoriva certo la loro integrazione. Ma la legislazione della rivoluzione islamica ha reso tale integrazione ancor più difficile. L’articolo 13 della costituzione precisa, è vero, che “gli iraniani zoroastriani, ebrei e cristiani sono le uniche minoranze religiose riconosciute le quali, nei limiti della legge, sono libere di compiere i propri riti religiosi e cerimonie, e di agire secondo il proprio canone in materia di affari personali e di istruzione religiosa”. Ma l’articolo 14, pur sottolineando il dovere dello stato e di tutti i musulmani di “trattare i non-musulmani in conformità con le norme etiche e i principi della giustizia ed equità islamiche, e rispettare i loro diritti umani”, ha cura di avvertire che “questo principio si applica a tutti coloro che si astengono dal prendere parte a cospirazioni o attività contro l’islam e la Repubblica Islamica dell’Iran”. L’articolo 19, infine, afferma che “tutti gli iraniani, a qualsiasi gruppo etnico appartengano, godono degli stessi diritti” e che “il colore, la razza e la lingua non offrono alcun privilegio”. Alla religione nessun riferimento.

    "I diritti dei cristiani sono garantiti dalla costituzione. Il punto è che spesso incontriamo difficoltà nella sua applicazione", afferma monsignor Sebouh Sarkissian, di origine siriana, da sei anni arcivescovo della Chiesa armeno-gregoriana di Teheran, una carica che fa di lui il pastore della maggiore comunità cristiana in Iran. "La nostra Chiesa, ad esempio, ha il diritto di pronunciare sentenze di scioglimento del matrimonio, ma quando i coniugi si recano ai pubblici uffici si vedono esigere dai giudici la ripresa dell’iter processuale".

    Gli chiedo se incontra problemi nella stampa e nella diffusione di materiale religioso. "Niente affatto", risponde. "Ho fatto stampare 32 mila copie del Vangelo e nessuno mi ha mai detto nulla. Ovviamente, se il libro è in lingua farsi occorre un permesso. Ogni anno pubblichiamo una decina di libri. Uno degli ultimi ripercorre addirittura la storia dell’Armenia e il suo rapporto conflittuale con la Persia di allora".

    E fino a che punto il carattere etnico delle Chiese iraniane rappresenta un handicap alla missione ecclesiale? "La nostra preoccupazione è centrata sul mantenimento delle nostre tradizioni", risponde. "Non incoraggiamo il proselitismo. La testimonianza al Vangelo si riflette nella vita del cristiano prima ancora che nella predica in chiesa. Noi non viviamo in Occidente. L’Iran è, in fin dei conti, uno stato islamico e a noi spetta essere astuti, come ci chiede Cristo".

    Questa “astuzia”, bisogna riconoscerlo, ha in larga misura risparmiato agli armeni la repressione subita dagli altri cristiani. Ad esempio, essi sono riusciti a recuperare le loro scuole confiscate, anche se hanno dovuto accettare la nomina governativa di direttori musulmani. Non così è stato per la Chiesa latina, sospettata a lungo di simpatia verso l’Occidente, le cui strutture religiose sono state smantellate nei primi due anni della rivoluzione khomeinista: 14 scuole cattoliche chiuse (tra cui i prestigiosi istituti gestiti da lazzaristi e salesiani), pensionati e dispensari confiscati, preti e suore espulsi. "Siamo qui perché non è giusto che i cristiani rimangano da soli", ci confida una suora straniera che vive in Iran da parecchi anni. "Ci preme portare avanti l’essenziale cristiano. Grazie a Dio assistiamo a un miglioramento della situazione: lo stato è passato da un’aperta ostilità nei confronti della Chiesa latina a una fase di addolcimento sotto Rafsanjani, poi a una maggiore apertura sotto Khatami".

    Come si traduce questa apertura? "I visti d’ingresso per il clero sono ora più facili da ottenere, anche se vige ancora il numero chiuso: un prete per ogni singola chiesa. Ovviamente, gli arrivi – che si contano sulle dita di una mano – non sono in grado di compensare le espulsioni del 1980 che hanno interessato l’85 per cento del clero cattolico. Inoltre, i cristiani non vengono più presentati dalle autorità, come prima, come minoranze ‘ospiti’ o di passaggio".

    Nessuno nega tuttavia che la Chiesa latina, oggi guidata dal vescovo Ignazio Bedini, sia effettivamente al servizio di gente di passaggio: membri del corpo diplomatico accreditato a Teheran e uomini d’affari occidentali. A questi si aggiungono anche alcune famiglie naturalizzate e i figli di coppie miste che sfidano – seppure non pubblicamente – la norma della shari’a che prevede che i figli di un musulmano debbano essere musulmani.

    "Molti dei problemi che viviamo oggi se li sono procurati gli stessi cristiani, per questioni di potere e di privilegio", dice sconsolato un sacerdote cattolico. "Le singole Chiese hanno coltivato nei secoli la loro forte connotazione etnica per distinguersi e difendersi dall’islam. Ma anziché adoperarsi poi a favore di una complementarietà a livello dei servizi ecclesiali, hanno cercato di preservare al meglio i loro particolarismi e sono finite per ostentare le loro divisioni".

    Una via d’uscita dai particolarismi è l’ecumenismo. Chiedo a monsignor Sarkissian come traduca a livello locale il suo impegno ecumenico regionale e internazionale. "Propongo spesso ai miei colleghi di tenere i nostri incontri in Iran", risponde. "Nel 2001, il comitato esecutivo del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente (MECC) si è riunito qui a Teheran. Di nuovo, all’inizio di quest’anno, i giovani cristiani del Medio Oriente hanno scelto l’Iran per il loro raduno annuale. Senza contare i periodici incontri con i capi delle altre Chiese cristiane: caldea, armeno-cattolica, protestante e assiro-protestante".

    Questo abbozzo di collaborazione non sembra aver risolto, però, tutti i malintesi tra le diverse comunità. Monsignor Neshan Karakeheyan, di origine greca, è dal febbraio 2001 vescovo della piccola comunità armeno-cattolica, ridotta a sole 150 famiglie (e nessun prete) dopo la partenza di parecchi fedeli per l’America e l’Europa. "I gregoriani – lamenta – hanno approfittato della nostra assenza temporanea per impadronirsi di una nostra scuola". Non ha chiesto l’intervento del vescovo gregoriano? "Purtroppo egli non poteva fare nulla perché, presso la comunità gregoriana, è il Majles-e Melli, il consiglio di comunità costituito da laici, a prendere le decisioni. Invece le altre due scuole le abbiamo recuperate grazie alla mediazione del vescovo palestinese Hylarion Capucci, che intrattiene buoni rapporti con l’Iran". I 700 studenti, tutti armeni perché è vietato accogliere dei musulmani, seguono lezioni di lingua armena e di catechismo oltre al curriculum ufficiale.

    Un motivo di protesta comune a tutti i cristiani è proprio il catechismo. Il libraio ci guarda con un’aria stupita quando ci vede rastrellare tutte le versioni disponibili del Ketob-e Ta’limate Dini, il manuale di religione a uso esclusivo delle minoranze non islamiche. Sul frontespizio c’è sempre (così come nelle sale parrocchiali) la foto dell’ayatollah Khomeini, segno del controllo esercitato dal ministero dell’orientamento islamico (Ershad) sull’insegnamento religioso. "Questo manuale è chiaramente sincretista", assicura Mattia, un professore assiro-caldeo. "Nella scuola iraniana l’islam permea tutte le materie, dalla letteratura alla lingua. Nel catechismo, basta sostituire la parola Khoda (Dio, in persiano) con Allah, Din (religione) con islam e Nabi (profeta) con Mohammed per capire che si tratta di un’iniezione velata di islam nelle ore di religione", che sono cinque nelle scuole elementari e tre nelle medie. Mattia sottolinea anche che il voto all’esame di religione è assegnato per metà dalla Chiesa e per l’altra metà dal governo.

    "Non siamo soddisfatti né del contenuto né dello stile a domanda-risposta del libro", dice monsignor Garmou. "Questo manuale è stato preparato all’indomani della rivoluzione khomeinista in circostanze particolari e va perciò cambiato. È già al lavoro su una nuova edizione un’équipe di esperti di quattro Chiese. Ci auguriamo di ottenere il consenso delle autorità per metterlo in circolazione già nel prossimo anno accademico". Molti lamentano la poca preparazione dei professori assegnati all’insegnamento religioso. "Alcuni – dice monsignor Karakeheyan – vogliono solo arrotondare lo stipendio. Uno ha addirittura affermato davanti agli studenti che Cristo non è Dio!".

    L’islam non permea comunque solo le materie scolastiche, ma ogni aspetto della vita in Iran. Accendi la tv e ti imbatti in pellegrini sciiti che si battono il petto ascoltando la lamentosa narrazione dell’assassinio dell’imam Hussein a Karbala. Alzi la cornetta del telefono in una cabina pubblica e ascolti un’esortazione dello stesso imam che recita: "Se non avete nessuna religione, abbiate perlomeno uno spirito libero in questa vita". A Teheran, spiccano le gigantografie dei “martiri” ed eroi della rivoluzione islamica: Beheshti, Madani, Mofateh, ma anche l’egiziano Khaled Islambouli, l’autore ufficiale dell’assassinio del presidente Anwar al-Sadat. Di fronte alla centralissima cattedrale armena di San Sergio, in viale Nejatollahi, un pannello raffigura il Mahdi, l’imam atteso degli sciiti, in groppa a un cavallo. Sopra, una scritta afferma che “Cristo tornerà insieme con il Mahdi a instaurare ovunque la giustizia”.

    Nel cortile della cattedrale, un gruppo di giovani armeni è intento a chiacchierare. Il sogno di tutti, o quasi, è di costruirsi un futuro in Europa o in America. Solo Marina vorrebbe rimanere in Iran "per non lasciare i genitori da soli".

    Secondo molti interlocutori il sogno di andare altrove esprime la situazione di una Chiesa ghettizzata e ridotta a sopravvivere in un’apparente sterilità spirituale e apostolica, in un paese dove la libertà di culto e di associazione è autorizzata solo all’interno dei luoghi di culto. Monsignor Garmou non nasconde la sua preoccupazione circa le ripercussioni della fuga dei cristiani dall’Iraq, suo paese d’origine, sulla missione della Chiesa in Iran. "La Chiesa irachena rappresenta per noi – dice – ciò che rappresenta il Libano per i cristiani di Siria o di Giordania. Se le nostre retrovie cedessero, cosa ne sarà di noi? ".

    L’emigrazione tocca la piccolissima comunità nelle sue forze vive, le élite e i giovani: oltre 10 mila partenze negli ultimi 25 anni. Le sue conseguenze sono perciò gravi: invecchiamento e indebolimento della comunità locale, difficoltà per i giovani di riuscire a trovare un coniuge cristiano e calo delle vocazioni sacerdotali. "Oggi, due nostri seminaristi si stanno formando a Roma e uno a Parigi. Così, a luglio, celebreremo a Teheran la prima ordinazione da molti anni e un nuovo sacerdote si unirà agli attuali quattro, che sono un iraniano, un iracheno, un indiano e un francese. Malgrado ciò, quanto cerchiamo di elaborare per i nostri giovani sembra costruito sulla sabbia. Basta dare un’occhiata ai nomi cancellati sulle nostre agende telefoniche per capire le dimensioni del fenomeno".

    La nota pessimistica è spazzata via sulle rive del fiume Zoyandeh-Rud, a Isfahan. Nel vicino sobborgo di Nuova Giulfa vivono i discendenti dei 20 mila cristiani deportati qui quattro secoli fa dall’Armenia dallo Scià Abbas. Nel Vank, il monastero armeno terminato nel 1664, incontriamo il giovane vescovo Papken Charian, giunto dal Libano solo pochi mesi fa. "A Isfahan disponiamo di 12 chiese e altre 12 sono sparse nel resto della diocesi: a Shiraz, Ahvaz e Abadan. Cerchiamo di utilizzarle tutte per non rischiare la chiusura di quelle non operative. Per lo stesso motivo, alcuni nostri fedeli vanno talvolta a messa dal sacerdote lazzarista della chiesa latina di Isfahan, ormai priva di una comunità".

    Monsignor Charian mi accompagna nell’antica cappella detta di Betlemme i cui affreschi ricordano da vicino l’arte rinascimentale italiana. A pochi metri sorge il museo armeno dove sono custodite importanti opere d’arte. "Durante le vacanze del Norouz, il Capodanno persiano”, dice compiaciuto Charian, "ben 70 mila visitatori musulmani hanno potuto ammirare la prima stamperia arrivata in Iran e portata nel 1641 dall’armeno Khachadour Ghesaratzi, oltre a quadri, antichi Vangeli, manoscritti e oggetti d’arte cristiana. Con gli introiti del museo finanziamo la costruzione di alloggi per le giovani coppie armene, per aiutarle a costruirsi un futuro qui". Del rapporto con i musulmani, Charian dice che è buono: "Contravvenendo alle norme, le autorità hanno ultimamente nominato un direttore cristiano in una scuola armena. E noi apprezziamo molto questo gesto".

    Le opinioni sulla politica religiosa ufficiale sono comunque divergenti. "Gli iraniani vogliono farsi belli sulla scena internazionale", dice un diplomatico di stanza a Teheran. "Si compiacciono nel ripetere che tre seggi del parlamento sono riservati ai cristiani, due agli armeni e uno agli assiro-caldei, nonostante il loro numero ridotto. Ma è il nocciolo duro del regime ad esprimere le reali intenzioni degli ayatollah. Tutto il resto, comprese le aperture fatte da Khatami, sono come fumo agli occhi".

    La speranza sta in un approccio diverso al rapporto religione-stato. Un’indicazione in questo senso la trovo in un incontro pubblico organizzato nella moschea di Hosseiniyeh Ershad da noti esponenti liberali tra cui Mohsen Kadivar, Hashem Aghajari, Mostafa Badkoubehei, Yussuf Eshkevari e Ali Shariati, molti dei quali hanno scontato condanne al carcere per le loro idee riformiste. Apparentemente, l’incontro intende illustrare l’operato di Giovanni Paolo II e la sua difesa della libertà e dei valori umani, ma è chiaro che, nell’intenzione degli organizzatori, c’è soprattutto la volontà di criticare il sistema teocratico iraniano. "Sono un essere umano, ma per caso sono anche iraniano – dice Eshkevari, parafrasando Rousseau – e la condizione di tutti gli esseri umani è la libertà". Poi aggiunge tra gli applausi: "Quando il potere si veste di religione inizia la catastrofe. Quando il papa ha fatto il re ha disonorato la religione".

    L’incontro dà l’occasione di ripercorrere gli influssi cristiani sulla cultura persiana. Tra il pubblico siede Jamaleddin, uno studente universitario. Ha tracciato i suoi pensieri su un foglio: "Giovanni Paolo II desiderava un mondo per tutti i popoli della terra e per questo l’abbiamo amato anche noi. Il popolo iraniano non vuole la guerra, ma il dialogo con tutti, indipendentemente dal loro credo religioso". Un altro, di nome Mattia, dice: "Non esiste in lingua farsi una terminologia cristiana, ma grazie alla sua sensibilità, la poesia trecentesca del mistico Hafez di Shiraz aiuta molti iraniani a conoscere il Dio-Amore del cristianesimo. La rivoluzione islamica ha risvegliato presso molta gente una ricerca profonda, ha fatto nascere in tanti degli interrogativi, quando hanno visto che la guerra si faceva in nome di Dio".

    In una chiesa semideserta di Teheran, la devozione di quattro ragazze musulmane attira la mia attenzione. "Mi vergogno di aver conosciuto Gesù Cristo così tardi", dice Negar, che lavora come interprete. Parastoo dice di venire in chiesa una volta la settimana "per trovare la pace". E come preghi? "Prego Hazrat Mariam (la Madonna, ndr) dicendo: Signora della terra, io credo nel tuo Dio, che è anche il mio, in tuo Figlio, Issa (Gesù), e nella tua religione. Aiutami ad essere una brava persona e stai sempre al mio fianco".

    Sito di Oasis
    www.cisro.org
    Gilbert

 

 

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