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  1. #1
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    Predefinito Arrigoni era un serial killer

    La sua pistola aveva ucciso anche una giovane albanese

    VERONA. Investigatore privato e serial killer: è questo l’identikit che si va delineando con sempre maggiore nitidezza per Andrea Arrigoni, l’uomo che il 21 febbraio scorso a Verona uccise una prostituta ucraina, Galyna Shafranek, di 30 anni, e i due agenti di polizia Giuseppe Cimarrusti (26) e Daniele Turazza (36), rimanendo ucciso a sua volta nella sparatoria da lui stesso provocata. Arrigoni, 36 anni, era infatti anche, con ogni probabilità, responsabile dell’omicidio di un’altra giovane donna. Si tratta, di una prostituta albanese, Fatmira Giegji (24), il cui corpo privo della testa e di un braccio fu trovato nel Bergamasco, a Osio di Sotto, nascosto tra le foglie in un canale asciutto, il 19 novembre 2004. Pochi giorni dopo, le parti mancanti del cadavere riaffiorarono dall’acqua di un vicino torrente, il capo avvolto in strati di nastro isolante, forse per ritardarne il riconoscimento.
    Il collegamento tra i due episodi è stato scoperto dagli esperti della Scientifica della Direzione centrale anticrimine della Polizia di Stato, diretta dal prefetto Nicola Cavaliere, che hanno analizzato un frammento di proiettile estratto dalla testa della giovane prostituta albanese. Il colpo - è risultato dagli esami - era stato sparato dalla Beretta 6,35 sequestrata dalla squadra mobile di Verona nell’abitazione di Arrigoni, subito dopo il conflitto a fuoco sulla Statale Verona-Brescia.
    La sparatoria nel Veronese avvenne quando i due agenti di polizia sorpresero Arrigoni con accanto il corpo di Galyna Shafranek, alla quale aveva appena sparato. L’investigatore privato, alla vista dei poliziotti, aveva esploso una fitta serie di colpi contro di loro. Gli agenti a quel punto risposero al fuoco, uccidendo l’aggressore ma rimanendo essi stessi mortalmente feriti.

  2. #2
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    Predefinito La strana strage del killer ex parà coccolato da An

    Giuseppe D'Agata

    Liberazione 2 marzo 2005

    «Conflitto a fuoco!!!... manda l'ambulanza da Bonometti...». Poi il silenzio. Quattro corpi giacciono sul selciato della statale 11 bresciana, la via che collega Verona a Brescia di notte molto frequentata dai clienti delle prostitute.

    Sono da poco passate le 2 e 30 del 22 febbraio scorso. Il ricordo torna subito ai tempi della uno bianca, a Bologna, alla strage del Pilastro. Agli occhi degli agenti che accorrono all'altezza di San Massimo, nel parcheggio della concessionaria di caravan Bonometti, si presenta una scena raccapricciante. Due loro colleghi, Davide Turazza e Giuseppe Cimarrusti, sono in agonia intorno alla volante. Vicino a un cespuglio è accovacciata gravemente ferita una giovane prostituta ucraina, Galyna Shafranek. Mentre la quarta vittima e autore del massacro è Andrea Arrigoni, un investigatore privato di 35 anni. Inutile per i feriti la corsa all'ospedale Borgo Trento.

    Fino a qui le notizie certe. Più difficile ricostruire la dinamica di un fatto di sangue che ha impressionato l'opinione pubblica, ma ancor di più scavare nel passato di Andrea Arrigoni: ex parà, ex guardia del corpo di Bossi e dirigente nazionale della Confederazione degli investigatori privati italiani.

    Con tutta probabilità il detective prima colpisce la donna in auto, poi affronta in conflitto a fuoco i due poliziotti. In pochi minuti viene esplosa una pioggia di colpi. Tre proiettili "scamiciati" della pistola austriaca Glock di Arrigoni sono per la donna 30enne, probabilmente sparati all'interno della Panda che riporta anche i segni di una colluttazione e numerose tracce di sangue.

    Altri 13 colpi sono per i due agenti che arrivano a bordo dell'Alfa di servizio, dopo aver avvertito la centrale su un'operazione di controllo: tre rimbalzano sul parabrezza, cinque colpiscono Cimarrusti e altri tre su cinque feriscono a morte Turazza. I due poliziotti riescono a rispondere con le Beretta d'ordinanza e ben 12 colpi dei 19 sparati centrano l'assassino, che da terra continua a far fuoco prima di spirare. Infine l'ultimo disperato messaggio via radio e il tentativo di chiamare il 113 anche con il cellulare.

    Ma che ci fa l'investigatore bergamasco in quello spiazzo? Per i genitori, con cui vive a Osio Sotto, tutto è inspiegabile. Il fratello Marco ricorda che è uscito di casa domenica sera alle 23, «vado in ufficio a scaricare delle foto», subito dopo aver ricevuto una telefonata e aver detto alla fidanzata veronese che sarebbe andato a dormire.

    Chi lo ha chiamato al telefono? Sembra difficile che l'uomo sia andato fino a Verona in cerca di svago. Non si fanno tanti chilometri con un tempo da lupi, senza cellulare e con una Panda 4x4 affittata. Soprattutto lasciando in garage gippone Nissan e Golf turbo, e passando prima in ufficio a prendere la pistola.

    E' plausibile che la donna ucraina sia un contatto, una confidente dell'investigatore privato. Di questo è certo il padre di Clara Dal Ben, da 17 anni la compagna ufficiale dello 007, che ricorda di aver saputo di un «servizio delicato» da svolgere in provincia di Verona. Nella Panda si trova la borsa con i vestiti da lavoro della giovane immigrata, che al momento della sparatoria indossa ancora blu jeans e giubbotto. Forse Arrigoni è andato a prenderla a casa prima di accompagnarla lungo la statale 11. Della donna si sa poco o nulla. Solo che in Ucraina ha una figlia dodicenne, Anastasia, dal nome riportato sul passaporto.

    Inizialmente nella piccola utilitaria vengono trovati tre bossoli della pistola Glock, di cui uno conficcato nel sedile posteriore. Ma in un successivo controllo ne saltano fuori altri due nel portaoggetti della macchina. Una novità che, insieme al rinvenimento di un proiettile anomalo nel corpo di uno dei due agenti uccisi, tiene aperta l'ipotesi di una quinta persona presente sulla scena del delitto. Possibilità mai scartata e che accresce l'attesa per i risultati definitivi sulle autopsie e sui rilievi microscopici di bossoli e proiettili.

    Nello studio della piccola ditta nel cuore di Bergamo, la "Mercury investigazioni", di cui Arrigoni era titolare e unico addetto, la polizia sequestra un notevole quantitativo di munizioni, un'altra pistola, attrezzi per fabbricare e modificare proiettili. Un po' troppo per un investigatore specializzato in intercettazioni ambientali con videocamere e orecchie elettroniche nel campo del controspionaggio industriale.

    Ma chi è Andrea Arrigoni? E' il figlio d'un piccolo notabile dc, Alberto, assessore per una vita intera e oggi presidente dell'ospizio e della banda musicale del paesino bergamasco. Una maturità classica presa con qualche difficoltà in un collegio privato della provincia veronese e piccoli precedenti penali di poco conto. Come la denuncia del 2002 di una donna pedinata per una faccenda di tradimenti e spinta giù dalle scale (sette giorni di prognosi). Tanto che non ha alcun problema nel rinnovare il porto d'armi per i due revolver dichiarati.

    Simpatizzante del movimento giovanile lumbard di Bergamo, nei primi anni 90' si arruola a Pisa con i paracadutisti della Folgore e vola in missione in Somalia. E' caporale. Al ritorno si trova su piazza proprio mentre il Senatùr è a caccia di un nuovo servizio di scorta. Se ne occupa il senatore leghista Massimo Dolazza, che sceglie proprio Arrigoni. Corinto Marchini, capo delle camicie verdi, lo ricorda: «Un vero professionista, un tiratore scelto».

    Per due anni, dal '94 al '96, è sempre al seguito del leader della Lega. Un periodo di enorme esposizione per Bossi. Il suo movimento tiene sotto scacco Silvio Berlusconi. Si alimenta un clima di sospetto, di veleni, di cimici. Ad esserne coinvolti sono anche le "body guard" del segretario del Carroccio. Sempre presenti, vedono e ascoltano molto, forse troppo.

    Alla fine le male lingue travolgono pure Arrigoni. Si mormora che l'investigatore privato potrebbe essere un doppiogiochista, al servizio dei servizi. Lui non ci sta. Scrive una raffica di lettere ai leader leghisti e strappa la tessera parlando di «voci infamanti» nei suoi riguardi.

    L'ormai ex fan del Carroccio si getta anima e corpo nella "Mercury", un'altra sede dell'agenzia è a Vilminore, riceve incarichi anche da enti pubblici, si diverte a tenere aggiornato un sito web dove si parla di tutto e di più: dal delitto di Cogne al ministro Buttiglione, dall'«esaltato comunista» lanciatore del treppiede alle ville del Cavaliere.

    Arrigoni si fa notare e gli viene offerta una poltrona di dirigente nazionale della Confederazione degli investigatori privati (Con. Ipi). Nell'ottobre del 2003 la commissione Affari costituzionali della Camera lo ascolta in pubblica audizione sui problemi della categoria. Ma non mancano le apparizioni ai convegni a tema, come il proibizionismo.

    Eppure adesso tutti si affannano a dire di non conoscerlo o di averlo visto solo per sbaglio. Così i vertici del Carroccio, come anche i nuovi amici di Alleanza Nazionale. Nonostante il presidente onorario del Con. Ipi sia il ministro Gasparri, e a guidare la Confederazione ci sia il deputato Filippo Ascierto, il maresciallo dei carabinieri definito il ministro degli Interni ombra di An.

    «L'ho incontrato 4-5 volte e mi sembrava più preparato ed equilibrato di molti altri» dribbla ora Ascierto, depistando ogni responsabilità di questa relazione sul generale dell'Arma Servolini: «E' lui ad aver suggerito ad Arrigoni di starmi sotto perché mi dessi da fare per stralciare la posizione degli investigatori dal disegno di legge sui vigilantes». Un ddl, in questo momento in discussione alla Camera, che intende istituire un albo professionale unico per vigilanza privata e investigatori privati.

    L'avvocato della famiglia Arrigoni, Gianfranco Ceci, invita gli inquirenti a non trascurare nessuna pista, compresa naturalmente quella che sul luogo della sparatoria ci fosse un quarto Mister X. Marchini, l'uomo che lo volle a fianco di Bossi, insinua il sospetto: «In questa morte c'è qualcosa che non mi convince». Mentre il fratello dell'investigatore ucciso non si dà pace: «A questo punto qualcuno mi deve dire chi era, davvero, Andrea».

  3. #3
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    VERONA La polizia ha accertato che dalla pistola di Arrigoni partì il colpo che uccise la prostituta albanese trovata morta il 19 novembre a Bergamo

    Quei due agenti hanno fermato con la loro vita uno spietato serial killer. Si fa sempre più fosca la figura del "detective" ex-parà ed ex-guardia giurata Padana. Andrea Arrigoni aveva già ucciso prima del conflitto a fuoco con i due poliziotti veronesi. Sarebbe stato lui, infatti, a sparare alla nuca ad una prostituta albanese, Fatmira Gjegji, la 24enne il cui corpo, senza testa e mani, fu trovato il 19 novembre scorso in un campo ai lati della A4, a Osio di Sopra, nel Bergamasco, poco lontano dall'abitazione di Arrigoni, a Osio di Sotto. E da ieri le indagini sono allargate a tutta la Lombardia ed il Veneto, ma anche all'Emilia Romagna, con il procuratore capo di Verona, Guido Papalia, che ha delegato la Mobile scaligera a contattare le varie Questure per verificare se vi siano altri casi irrisolti di omicidi di prostitute. L'ipotesi di un nuovo serial killer, infatti, sembra sempre più fondata.

    Questo quanto ricostruito dagli inquirenti scaligeri che stanno indagando sulla vita dello 007 bergamasco, a sua volta morto nel conflitto a fuoco con gli agenti Turazza e Cimarrusti avvenuto il 21 febbraio scorso alle porte di Verona. E la tesi che Arrigoni avesse appena sparato alla prostituta ucraina, Galyna Shafraneck, morta sull'asfalto della statale 11 assieme ai due agenti, diventa sempre più fondata.

    Ieri la Questura di Verona ha reso noti i risultati delle analisi balistiche effettuate dalla Polizia scientifica di Roma sulla scheggia di proiettile. "Abbiamo la certezza dai risultati delle analisi sulla scheggia di ogiva trovata nella nuca della prostituta uccisa che a sparare sia stata la Beretta 6,35, che abbiamo sequestrato nell'ufficio di Arrigoni", ha affermato il capo della Squadra Mobile di Verona, Marco Odorisio.

    A sostenerlo sono i riscontri degli esperti della Scientifica della Direzione anticrimine della Polizia, diretta dal prefetto Nicola Cavaliere, che hanno analizzato un frammento di proiettile estratto dalla testa della prostituta albanese, rinvenuta due giorni dopo il corpo nelle acque del fiume Brembo. Anche quella volta il detective avrebbe cercato di violentare e rapinare la ragazza, che reagendo avrebbe fatto scatenare la violenza omicida dell'uomo.

    Arrigoni, poi, avrebbe deciso di staccare la testa e le mani dal corpo della donna e di gettarle nel Brembo (il fiume scorre poco lontano dal luogo dove è stato trovato il cadavere della donna) per cercare di celarne l'identità e togliere agli inquirenti un elemento di indagine. La giovane prostituta, infatti, è stata identificata soltanto grazie ad un tatuaggio a forma di greca, che la giovane aveva alla base della schiena, e a un piercing con lapislazzulo all'ombelico. Pochi giorni dopo vengono trovati anche il braccio e la testa della ragazza, quest'ultima completamente avvolta con nastro isolante.

    "Nell'abitazione di Arrigoni sono stati trovati anche due coltellacci, del tipo quelli da sopravvivenza - riprende Odorisio -. Pensiamo che possa essere con uno di quelli che Arrigoni ha decapitato e poi tagliato le mani alla prostituta. Per questo faremo esaminare ora i due coltelli alla scientifica".

    Il lavoro della Scientifica, autorizzato dalle Procure della Repubblica di Verona e Bergamo, e le indagini della squadra mobile di Verona, coordinata dal Servizio centrale operativo della "Uacv", l'Unità d'analisi dei crimini violenti della Polizia di Stato, hanno avuto l'obiettivo di verificare l'ipotesi che Arrigoni potesse aver commesso in passato altri efferati delitti. Le indagini della squadra mobile di Verona, sempre coordinate dalla Uacv, continueranno sugli omicidi di prostitute commessi negli ultimi anni nel nord Italia e rimasti irrisolti. "Vi sono dei riscontri, con anche testimonianze di diverse prostitute - affermano gli inquirenti veronesi - che dimostrano come da tempo Arrigoni usava violenza e rapinava lucciole sull'asse Bergamo-Verona".

    Massimo Rossignati


    Quindi il simpatico Arrigoni, anticomunista convinto, ex parà della Folgore in Somalia, ex militante leghista e guardia del corpo di Umberto Bossi e infine legato a Gasparri e altri di An, al momento risulta essere responsabile di:

    - violenze nei confronti della fidanzata
    - varie rapine e pestaggi ai danni di prostitute
    - l'omicidio e lo smembramento di una prostituta albanese
    - l'omicidio di una prostituta ucraina
    - l'omicidio di due agenti di polizia accorsi in aiuto della sua ultima vittima

    Non male.

  4. #4
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    ma tutti questi "eroi" di Stato che poi improvvisamente diventano leghisti e poi ritornano da mamma Italia

    ma com'è che funziona sto gioco?

  5. #5
    ardimentoso
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    favole......fa fa favole....

  6. #6
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    In Origine Postato da ardimentoso
    favole......fa fa favole....
    Mah!
    A me appaiono fatti...fa fa fatti.

    Poi; ognuno li valuta come meglio crede.

  7. #7
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    In Origine Postato da MrBojangles
    Mah!
    A me appaiono fatti...fa fa fatti.

    Poi; ognuno li valuta come meglio crede.
    sarà forse un fatto genetico, ci sarà la predominanza di certi cromosmi , forse non tutta colpa loro....forse gli si puo fare un isolotto tutto per loro e che.......si scannino fra loro.

  8. #8
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    In Origine Postato da alfonso
    sarà forse un fatto genetico, ci sarà la predominanza di certi cromosmi , forse non tutta colpa loro....forse gli si puo fare un isolotto tutto per loro e che.......si scannino fra loro.
    Non sarei così drastico.
    Il "fenomeno" è equiparabile alla Tenia; è inutile defecarne i "pezzi" se non si ERADICA la testa.
    Terapia che si effettua nella "gabina" elettorale.

  9. #9
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    per un criminale buttato fuori dalla Lega molti anni fa, prima che cominciasse la propria "carriera" di delinquente, ce ne sono almeno due milioni fra stranieri (entrati grazie al buonismo) e bamba-block dei centri asociali....

 

 

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