"È stato difficile per Arturo Dazzi guadagnarsi, nella considerazione della critica contemporanea, il rilievo che merita. Hanno fatto da apripista, fra i primi anni Ottanta e i primi Novanta, studiosi borderline lontani dagli assetti politico-ideologici dominanti, quali Carlo Del Bravo e Giovanna De Lorenzi.
Ha raccolto la sfida e proseguito l'opera Anna Vittoria Laghi, prima con un bel saggio in occasione del Primato della scultura (Carrara 2000) ed ora con Arturo Dazzi, Dipinti e sculture dalla Donazione Dazzi di Forte dei Marmi, edito da Maschietto, libro che, mentre illustra la vasta donazione di sculture dipinti e materiale d'archivio alla Galleria d'Arte Moderna di Forte dei Marmi - donazione voluta dalla vedova Andreina Dazzi - rappresenta di fatto la prima monografia critica moderna sull'artista.
L'emersione di Dazzi al rango che gli è dovuto di comprimario di spicco fra i protagonisti del Novecento italiano, è stata lenta, faticosa e tutta in salita. Le ragioni sono soprattutto politiche. È significativo che la donazione, ora accolta con orgoglio e gratitudine dalla Municipalità del Forte dei Marmi, sia stata rifiutata una trentina di anni or sono da Carrara che non solo è la città che ha dato i natali dell'artista, ma è anche la città che, dal 1929 al 1945, lo ha avuto, in Accademia, professore di scultura autorevole ed anzi carismatico.
Il fatto è che Arturo Dazzi è stato un artista fascista. Fascista non solo e non tanto per personali scelte di militanza politica e per i riconoscimenti (del resto meritatissimi) tributatigli dal Regime, ma perché dell'estetica fascista egli mostrò di condividere appieno gli ideali e i programmi. Li condivise così bene che riuscì a dare immagine a quegli ideali e a quei programmi con opere d'arte ancora oggi percepite come emblematiche del Fascismo. E infatti egli fu lo scultore-regista (con i più bravi fra i suoi allievi) del romano Stadio dei Marmi, capolavoro di classicismo imperiale e di virilismo mussoliniano. A tal punto "capolavoro" che - ormai è assioma da tutti condiviso - non esiste nell'Europa degli assolutismi, da Mosca a Berlino, niente di paragonabile in termini di qualità e di efficacia simbolica.
Egli fu lo scultore della retorica bellicista e della apoteosi nazionalista (il Monumento alla Vittoria di Forte dei Marmi, l'Arco di Trionfo di Genova) e fu anche lo scultore del cattolicesimo "patriottico", arcaizzante ed eroicizzante, che tanto piaceva al Regime dei Patti Lateranensi (la porta bronzea nella cappella votiva degli Agnelli al Sestriere).
Ce n'era abbastanza perché la critica del dopoguerra decretasse ad Arturo Dazzi la damnatio memoriae. Non perché fosse stato fascista (praticamente lo erano stati tutti, gli artisti d'Italia, fra gli anni Venti e i Trenta), ma perché nessuno come lui (se non forse il grande "muralista" Sironi che infatti conobbe un oscuramento critico analogo) seppe consegnare il Fascismo ad icone memoriali altrettanto suggestive ed altrettanto durevoli.
Il guaio della critica ideologica è di essere unidimensionale e quindi superficiale. Il "fascista" Dazzi doveva essere dimenticato a motivo della sua collocazione nella politica e nella storia. Così facendo si metteva da parte la vicenda artistica sfumata e sfaccettata ricca di varianti e di contraddizioni che è di Arturo Dazzi scultore e pittore, ma è anche dell'epoca nella quale gli fu dato di vivere e operare. [...]
Grazie alla vasta antologica ora posseduta dalla "Gallerìa d'Arte Modera" di Forte dei Marmi (60 dipinti, 90 opere di scultura), che permette di risalire alla formazione dì Arturo Dazzi (Bourdelle, Maurice Denis, Rodin ma anche Jacopo della Quercia e Donatello), conosciamo le sue colte frequentazioni artistiche e letterarie (Carlo Carrà, Soffici, Papini, Oietti fra gli altri), il suo problematico oscillare fra monumentalismo e intimismo, fra "oltranza" naturalistica e ricerche di sintesi formale, fra la retorica delle idee e la verità delle emozioni e dei sentimenti. Per cui ci sono, nella sua scultura, composizioni che fanno pensare a Marino e ci sono, nella sua pittura, paesaggi che virano nella direzione di Carrà.
Un capitolo del tutto inedito è, per esempio, quello di Dazzi animalista. Egli è il «primo italiano che tratta un puro soggetto d'animali in ampio stile, con sostanza e freschezza, fuor d'ogni imitazione arcaiscistica e d'ogni compiacenza sensuale» (Neppi 1930). Così scrivevano i critici del primo Novecento e il giudizio deve essere sostanzialmente confermato. Dazzi si colloca dì fronte ai suoi cavalli e ai suoi cerbiatti, ai suoi giovenchi maremmani e ai suoi cani con una specie di incantato stupore. Si ha l'impressione che per lui la silenziosa vitalità dell'animale sia un mistero che non sollecita interpretazioni né offre risposte, ma chiede soltanto di essere contemplato; con cuore puro e mente serena. Tutte queste cose adesso le sappiano. Grazie alla spregiudicata eleganza intellettuale di una storica dell'arte come Anna Laghi e alla saggia determinazione di un Comune colto e sensibile, adesso, nella "Galleria d'Arte Moderna" di Forte dei Marmi (e dove, viene ora da chiedersi, meglio che al Forte, laboratorio del Novecento, parterre di artisti e di letterati?...), nonché in questo spazio espositivo virtuale, c'è l'Arturo Dazzi che volevamo conoscere. Che era giusto conoscere."
(Antonio Paolucci)




tratto da http://www.galleriarte.it/index.htm?...m/main_Daz.htm