Bruxelles. La Francia ha votato “no” e
forse questo 29 maggio 2005 sarà ricordato
nei calendari europei come il 21 aprile dell’Unione
europea. In quella data, tre anni
fa, scegliendo l’“innominabile” Jean Marie
Le Pen per il ballottaggio delle presidenziali
francesi, era accaduto l’inimmaginabile:
la patria dei diritti umani – il modello di
democrazia agognato dai politologi e dai liberal
di tutti i continenti – aveva permesso
a un trombone con tendenze xenofobe-populiste
di confrontarsi con la politica seria,
quella delle istituzioni, quella che si occupa
dei destini di un popolo. Oggi è accaduto
di nuovo l’inimmaginabile: il motore dell’Europa,
il paese che più pretende di incarnare
e dettare la direzione del Vecchio
continente, affossa la Costituzione europea,
quel prolisso documento redatto dai Madison,
Washington e Franklin nostrani, o “de
noantri”, perché di padri fondatori di quel
calibro non se ne sono visti a Bruxelles in
questi ultimi quindici anni. Abbiamo, invece,
avuto i Valéry Giscard d’Estaing, i Giuliano
Amato, i Jean-Luc Dehaene, cui si sono
aggiunte pletore di “Soloni dell’Europa”
che tenevano Convenzioni, convegni, lezioni
e che insegnavano al popolino quanto
una Costituzione europea fosse desiderabile,
necessaria e indispensabile. Questo è soprattutto
il loro 21 aprile, il giorno in cui i
cittadini decretano il fallimento di tutta una
classe dirigente che ha costruito questa Europa
indigesta a chi ci deve vivere.
Basti pensare a Giscard d’Estaing, il più
intelligente e il più abile rappresentante di
questi sconfitti. Ex presidente francese e
aspirante primo presidente dell’Unione ha
guidato i lavori della Convenzione, riuscendo
nell’impresa di fare di un Trattato internazionale
una pretesa Costituzione. Lo ha
fatto con l’astuzia delle parole e dell’eloquenza
per convincere i suoi convenzionali
e i capi di Stato e di governo ad approvare
un testo di 448 articoli, suddivisi in quattro
parti, 25 titoli e una miriade di capitoli, sezioni
e sottosezioni. Il 28 ottobre scorso, in
occasione della firma a Roma del “progetto
di Trattato che istituisce una Costituzione
per l’Europa”, su Repubblica Giscard scriveva:
la Costituzione “è leggibilissima, molto
più leggibile di alcuni testi classici della
letteratura italiana! Potete leggerla!”. I francesi
l’hanno letta, grazie ai 46 milioni di
esemplari che l’Eliseo ha recapitato agli
elettori, e hanno constatato che le parole
astute di Giscard sono spesso incomprensibili,
contraddittorie e a volte tra di loro incompatibili.
“Se la Costituzione americana
in poche pagine stabilisce le fondamenta
per la crescita della democrazia, in 200 pagine
la Costituzione europea esprime una
bella meccanica intellettuale, ma fallisce
davanti a una questione fondamentale: chi
decide cosa – spiega Vincent Tournier, professore
all’Institut d’études politiques di
Grenoble – Un alto livello di tecnicità costituzionale
e giuridica non sostituisce la buona
vecchia separazione dei poteri.
Il capo degli sconfitti è Romano Prodi
Meccanica intellettuale? Tecnicità costituzionale
e giuridica? Viene alla mente
il “sottile” Giuliano Amato, che della Convenzione
è stato vicepresidente e che, a
proposito di separazione dei poteri, dalle
colonne del Sole 24 Ore ha “più volte detto
che dobbiamo vivere con un’Europa a due
teste: non solo quella comunitaria, ma anche
quella intergovernativa”. Amato riconosce
che “l’animale è un po’ mostruoso”,
ma lo apprezza. Certo, la Costituzione non
rende “chiaro ai cittadini chi legifera per
loro”, perché sono prevalsi gli “argomenti
che non si sentivano più dal XVIII secolo”,
cioè “che senso ha distinguere fra poteri
legislativi ed esecutivi”. L’augurio di Amato
affinché “i cittadini europei, senza arrivare
agli estremi dei nostri antenati francesi,
riescano a far capire di essere più importanti
delle prerogative dei ministri di
settore”, non è rimasto inascoltato. Così in
Francia la scheda giacobina ha prevalso
sulla ragionevolezza girondina. Amato fa
parte di quelli che “l’Europa rimane irrinunciabile”
– Sole 24 Ore del 22 maggio – e
quindi questa è “la Costituzione più opportuna”
– con Giscard e Dehaene su Repubblica
l’11 dicembre 2003. E’ un club
affollato quello degli sconfitti italiani: presidente
onorario è Romano Prodi: “L’Europa
che stiamo costruendo è un progetto
di cui non possiamo fare a meno (…), l’unica
prospettiva, l’unica idea, a favore della
quale non possiamo mai stancarci di lavorare
assiduamente”, scriveva l’ex presidente
della Commissione l’11 gennaio 2005
sempre su Repubblica. Strategia di Lisbona
e allargamento a est dovevano essere le
sue priorità, ma questa Europa – “l’economia
più competitiva al mondo” – è stata
rinviata sine die, mentre l’unificazione del
continente non è stata presentata “come
un avvenimento storico, ma soltanto in termini
tecnocratici”, accusa l’ex ministro degli
Esteri polacco Bronislaw Geremek. Oltre
a restare tangente alle riforme – Trattato
di Nizza e Costituzione – Prodi ha cercato
di mettere il bastone tra le ruote della
Convenzione, prima proponendo il progetto
alternativo “Penelope”, poi disertando
la conferenza intergovernativa che negoziò
il Trattato e intralciando la mediazione
della presidenza italiana, per evitare
che il suo nemico, Silvio Berlusconi, potesse
avocare il successo dell’accordo sulla
Costituzion e. (segue nell’inserto II)
I) L’Italia è ricca di sconfitti,
perché qui da noi prevale quell’europeismo
di maniera che non si è mai realmente scontrato
con la difesa dell’interesse nazionale,
ma che ha preferito usare l’arte della sua
mediazione per accodarsi all’asse franco-tedesco.
Ci sono i presunti tecnici europeisti
– che condividono oltre l’afflato europeista
il doppio cognome – come Tommaso Padoa
Schioppa o Lorenzo Bini Smagh, che, appena
nominato dal governo Berlusconi alla
Banca centrale europea, non ha esitato a
dedicarsi al catastrofismo dichiarando che
“l’Italia è di certo il paese che potrebbe soffrire
maggiormente a causa del referendum
francese, come avvenne nel 1992, quando il
referendum portò all’uscita della lira dallo
Sme”. Ancora domenica Padoa Schioppa ha
lanciato l’urlo delle cassandre europeiste,
che vedono nel “no” francese la fine del
mondo. O meglio, del “suo” mondo.
Ci sono poi i politici in senso stretto. A
rappresentare i Democratici di Sinistra è
Giorgio Napolitano, che in qualità di presidente
della Commissione affari costituzionali
del Parlamento europeo durante i lavori
della Convenzione, non si è fatto “guidare
dall’assillo di porre limiti al ruolo delle
istituzioni dell’Unione, e in sostanza delle
istituzioni sopranazionali” – scriveva Napolitano
sull’Unità dell’8 marzo 2003 – per-
ché altrimenti “ci si muove in direzione opposta
al soddisfacimento del bisogno di più
Europa”. Non mancano rappresentanti del
centrodestra, come il nostro rappresentante
a Bruxelles, Franco Frattini – che ieri
commentava: “l’Europa deve cambiare passo”–
o il ministro degli Esteri Gianfranco Fini,
che sul Figaro di giovedì scorso sollecitava
“un movimento di orgoglio per rilanciare
l’attualità di una visione politica:
un’Europa unita nella diversità”. L’Economist,
che desidera un’Ue forte, ha replicato
(indirettamente) così: “Le divergenze di vedute
e i pregiudizi nazionali nell’Unione europea
sono di tale ampiezza che è un errore
cercare di inglobare sempre più settori in
un unico quadro”. Il settimanale britannico
rispondeva anche a Napolitano che l’accentramento
“ha dei limiti”, perché “un processo
lontano dalla gente ha poche speranze
di restare popolare a lungo”. Quel che occorre,
per l’Economist, “è un Trattato che risponda
alle preoccupazioni centrali degli
elettori”.
Quali preoccupazioni? “It’s economy, stupid!”,
verrebbe da rispondere. Questi pensatori
dell’Europa, infatti, non soltanto non
hanno centrato l’obiettivo politico, ma non
sono neppure riusciti a tenere in piedi l’anima
primordiale dell’Ue: il suo straordinario
successo economico. Il Mercato comune
del carbone e dell’acciaio mise in comune
le risorse che nella prima metà del
secolo causarono le guerre; la Politica agricola
comune garantì l’autosufficienza alimentare
della Comunità a sei; l’Europa senza
frontiere dell’Atto unico – con l’ancora
incompleta libertà di circolazione di beni,
persone, servizi e capitali – assicurò il rilancio
economico su scala continentale; il
Trattato di Maastricht permise di risanare i
conti pubblici per salvaguardare una stabilità
monetaria che, all’inizio degli anni Novanta,
aveva messo in pericolo la Vecchia
Europa.Ciascuno di questi passi avanti fu
determinato dalla flessibilità e dalla visione
di una leadership politica europea (De
Gasperi, Schuman, Monnet e Adenauer prima,
Thatcher, Khol, Mitterrand e Craxi –
poi) che scelse la via funzionalista a quella
federalista, inaccettabile per i popoli europei.
Oggi gli Chirac, gli Schröder, gli Zapatero
– senza trascurare “l’Europa rosa” di
D’Alema, Jospin e Gutierrez – si sono affidati
al rigorismo del Patto di stabilità, della
Strategia di Lisbona o della Bce, dimenticando
che la politica sta dietro all’economia.
Così, sottolinea André Glucksmann, “è
bastato un idraulico polacco” – simbolo fetish
della campagna referendaria francese
– per far crollare la Carta europea.
Poi c’è il quotidiano fondato da Eugenio
Scalfari. Non è un caso che la maggior parte
delle dichiarazioni di questa classe dirigente
sconfitta siano state dette a Repubblica,
che dell’arroganza culturale di quest’Europa
burocratica è stata fedele grancassa,
rilanciando a più riprese la dialettica
antiamericana, la salvaguardia di un progetto
sempre più lontano dal desiderio degli
europei, la denuncia dei pericoli di un
mondo senza Europa.
Gli sconfitti si stanno riorganizzando. C’è
il piano B di Jean Claude Juncker, primo ministro
lussemburghese e presidente di turno
dell’Ue, che insieme al presidente della
Commissione, José Manuel Barroso, ha chiesto
“di continuare le ratifiche negli altri paesi”
e poi, al massimo, di rivotare, come vorrebbe
anche Giscard d’Estaing. C’è il piano
C di Amato che propone un’“agenda possibile
per il dopo no”: “Stralciare le parti della
stessa Costituzione, che possano essere
approvate a breve senza referendum (…), e
avviare cooperazione rafforzate senza isolarle
dall’insieme e dalle istituzioni”. Il commissario
francese, Jacques Barrot, ha forse
individuato la falla che ha fatto crollare la
diga: il termine “Costituzione”. Barrot, durante
tutta la campagna referendaria francese,
ha parlato di “trattato istituzionale”.
Insomma, non chiamatela più Costituzione.
David Carretta

Dal Foglio di oggi

riporto alcune frasi:

Il 28 ottobre scorso, in
occasione della firma a Roma del “progetto
di Trattato che istituisce una Costituzione
per l’Europa”, su Repubblica Giscard scriveva:
la Costituzione “è leggibilissima, molto
più leggibile di alcuni testi classici della
letteratura italiana! Potete leggerla!”.
I francesi
l’hanno letta, grazie ai 46 milioni di
esemplari che l’Eliseo ha recapitato agli
elettori, e hanno constatato che le parole
astute di Giscard sono spesso incomprensibili,
contraddittorie e a volte tra di loro incompatibili.
“Se la Costituzione americana
in poche pagine stabilisce le fondamenta
per la crescita della democrazia, in 200 pagine
la Costituzione europea esprime una
bella meccanica intellettuale, ma fallisce
davanti a una questione fondamentale: chi
decide cosa .....Amato riconosce
che “l’animale è un po’ mostruoso”,
ma lo apprezza. Certo, la Costituzione non
rende “chiaro ai cittadini chi legifera per
loro”, perché sono prevalsi gli “argomenti
che non si sentivano più dal XVIII secolo”,
cioè “che senso ha distinguere fra poteri
legislativi ed esecutivi”....


Cordiali Saluti