Tribunale. Indipendentista sedilese alla sbarra dice di non capire l'italiano, non gli credono
Non lo fanno parlare in sardo: denuncerà i giudici
Lui voleva a tutti i costi parlare in sardo, ma il giudice glielo ha impedito. Voleva difendersi in stretto dialetto sedilese, però in aula l'interprete non è stato ammesso. E ora Paolo Porcu, 47 anni di Sedilo, è pronto a una dura battaglia legale. Ieri mattina davanti al giudice monocratico del Tribunale di Oristano, Annie Cecile Pinello, l'indipendentista con un passato da guerrigliero si è presentato con il codice penale sottobraccio. Pronto a sparare ad alta voce tutte le sue rivendicazioni indipendentiste. È accusato di minacce a pubblico ufficiale e quando il giudice gli ha rivolto la parola ha detto di non aver capito. «Non conosco l'italiano e il sardo è la mia unica lingua - ha gridato - Per questo non comprendo quello che mi sta dicendo: vorrei esprimermi in logudorese». Il giudice, invece, ha respinto la richiesta avanzata dal suo difensore, l'avvocato Giuseppe Pinna. Non ha creduto che Paolo Porcu sapesse parlare soltanto in limba, proprio perché in una lettera inviata qualche giorno fa al presidente del Tribunale il disoccupato aveva spiegato le sue ragioni anche in italiano. E questa secondo il giudice era la prova provata che per difendersi il disoccupato non avrebbe avuto bisogno di un traduttore. Ora però quell'uomo con la barba di trenta centimetri è pronto a presentare una denuncia. E nei prossimi giorni invierà l'ennesimo esposto alla Procura della Repubblica di Palermo. «Oggi è stato violato un mio diritto - si è sfogato - La legge sul bilinguismo prevede che io possa esprimermi anche in sardo, ma stamattina questa possibilità mi è stata negata inspiegabilmente». Appena il giudice è entrato in aula Paolo Porcu glielo ha spiegato subito (anche se in sedilese stretto) di non riconoscere affatto le leggi italiane. Ha urlato di essere un sardo con passaporto estero, perché nella sua carta d'identità è compresa anche la cittadinanza del Nicaragua, assegnata «per meriti di guerra» dopo i combattimenti contro i terroristi americani negli anni Ottanta. Dopo una lunga battaglia contro il comune di Sedilo (che nel 2000 lo aveva assunto come operatore archeologico) Paolo Porcu ora è accusato di minacce nei confronti dei responsabili della Direzione provinciale del lavoro. La storia risale al settembre del 2003, quando era in corso un tentativo di conciliazione tra l'operaio e l'amministrazione comunale. La trattativa pare stesse andando troppo per le lunghe e Paolo Porcu, stanco di attendere un risarcimento, decise di inviare un appello alla Direzione provinciale del lavoro. E una frase di quelle quattro pagine scritte a macchina aveva allarmato la direttrice Ermelinda Usai e le sue collaboratrici. Subito era partita la denuncia per minacce a pubblico ufficiale. Tra le righe della sua rivendicazione l'operaio sarebbe andato sul pesante: «attendo di ricevere quello che mi spetta di diritto, perché non vorrei violare il codice penale. E perché una volta che si prendono le armi è facile usarle contro chi mi impedisce di mangiare e mi fa venire i crampi allo stomaco». Nonostante l'accusa Paolo Porcu ha continuato a vivere sereno immerso nella campagne di Serra Juanni, a tre chilometri dal centro di Sedilo, circondato da un branco di cavalli allo stato brado. Attendeva il giorno del processo e per rivendicare il diritto di parlare logudorese ieri mattina si è portato dietro persino il manuale di diritto penale. (n. p.)
da l'unione sarda
itz.




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