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"Io Luca Coscioni" in uscita martedì sull'Unità
Giuliano Ferrara farebbe bene a guardare il Dvd che l'Unità porterà in edicola martedì prossimo (non si preoccupi, glielo invieremo noi). E’ un film atroce eppure bellissimo. Si intitola «Io, Luca Coscioni» e mostra chi era e chi è Luca Coscioni. Ci sono le immagini di ieri, girate da lui stesso durante i suoi viaggi, le sue maratone (era un maratoneta, Coscioni, uno che macinava chilometri e chilometri col suo fiato, le sue gambe, il suo sudore). E ci sono le immagini di oggi: di lui che gioca a carte suggerendo le mosse con gli occhi (l'unico movimento rimasto), di lui che viene portato di peso a letto, di lui che viene girato da una parte all'altra per evitare le piaghe. Immagini dure: da vedere, da digerire, da sopportare. Eppure importanti per capire, e ricordare, che la malattia non è uno stato della mente, un'astrazione: è qualcosa di vero, di concreto, di reale. E di quotidiano. In Italia, oggi, ci sono quasi quattro milioni di persone colpiti da malattie per le quali le staminali embrionali potrebbero rappresentare una possibile cura. Magari non per loro, ma per altri come loro. Diciamo "potrebbero" perché nessuno, al momento, può dirlo con certezza. Per saperlo dobbiamo prima fare ricerca, molta ricerca: esattamente quella che l'entrata in vigore della legge 40 ha messo al bando. Oggi infatti non è possibile fare studi sugli embrioni, nemmeno su quei trentamila che erano stati prodotti negli anni passati e che, conservati nei freezer di cliniche e laboratori, sono destinati a un lento deperimento. Perché chiuderli nell'oblio, quando potrebbero aiutare la ricerca?
E per questo, anche per questo, che sull'Unità abbiamo sempre parlato di legge crudele, medievale: come altro definire una norma che spegne la speranza, anziché accenderla? Che chiude le porte, anziché aprirle?




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