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    Predefinito ANCORA GRAZIE, SIGNORA THATCHER

    Margaret Thatcher: perché ne parliamo ancora

    di Cristina Missiroli

    Ideazione, luglio-agosto 2006





    Se gli anni Sessanta furono gli anni dei Beatles, gli anni Ottanta sono stati per la Gran Bretagna gli anni di Margaret Thatcher. La Signora di Ferro ha lasciato un’impronta indelebile, come i ragazzi di Liverpool. Nulla è più stato uguale. Senza di lei Tony Blair e il suo New Labour non sarebbero mai esistiti. E se Silvio Berlusconi avesse davvero fatto come lei, oggi, forse, non avremmo Romano Prodi e il suo governo vetero-sinistro a Palazzo Chigi.

    La rivoluzione thatcheriana ebbe successo non solo perché fu combattuta al momento giusto. Ma anche perché la Signora ci credette dall’inizio e fino in fondo. Quindici anni più tardi, Alistair McAlpine, suo consigliere, scrisse un libello dal titolo The Servant, oggi introvabile, tradotto da Mondadori col titolo Il nuovo Machiavelli. Quel volumetto spiega bene il rapporto che, nella mente di chi lavorò al fianco della Thatcher, esiste e deve esistere tra il Principe e l’Idea. «L’Idea è il pensiero filosofico che sta alla base di tutte le azioni del Principe. Da quest’ultima il Principe trae la propria forza. Il Principe ha bisogno dell’Idea allo scopo di prendere via via le decisioni necessarie per l’acquisizione durevole del dominio sul territorio. Sottraete al Principe l’Idea, e di lui non resterà più nulla».

    È il rapporto privilegiato e fortissimo con l’Idea ciò che caratterizza l’intera avventura governativa della Thatcher. È per questo che, prima tra i politici di professione, è stata scelta per il Feuilleton di Ideazione. Diceva: «In politica, se vuoi un bel discorso chiedilo ad un uomo; se vuoi i fatti chiedili ad una donna». Ma diceva anche: «Perché scalare le vette della filosofia? Perché ne vale la pena». Senza teoria, la prassi politica diventa galleggiamento. Diventa qualcosa d’incomprensibile e non finalizzato. Un po’ come accadeva in Italia. Scrive la Thatcher a proposito di Giulio Andreotti nella sua autobiografia: «Questo membro apparentemente indispensabile di tutti i governi italiani rappresentava una linea politica che non potevo condividere. Sembrava avesse una reale avversione per i principi, anzi la profonda convinzione che un uomo di principi fosse condannato ad essere ridicolo». Il legame strettissimo tra teoria e prassi, il contatto costante con i think tank che elaborarono la base teorica della sua azione, rende perciò la Thatcher un politico-filosofo. Come Ronald Reagan, ad esempio. E molti altri a cui la nostra rivista dedicherà, in un futuro prossimo, queste stesse pagine, destinate fino ad oggi prevalentemente a maestri del pensiero.

    Un ciclone sul paese e sul sistema dei partiti

    Forse un po’ ce lo siamo dimenticati, ma nel 1979 la signora Thatcher è piombata sulla Gran Bretagna come un terremoto. E con pari delicatezza ha squassato la nazione, annunciando quel che nessuno aveva mai osato prima. Che l’Inghilterra aveva vinto la guerra ma era come se l’avesse perduta. Che dal 1945, proprio quando i guai sembravano finiti, aveva smesso di essere una grande potenza. Che aveva perso l’impero. Che doveva scegliere di diventare qualcos’altro.

    Con tutta la ruvidezza per la quale poi è diventata proverbiale, la Lady di Ferro ha costretto il paese a guardare in faccia la realtà. Come spesso accade, l’inizio del rinascimento coincise con il punto più basso toccato dalla nazione. Era l’inverno tra il 1978 e il 1979. A causa degli scioperi, i morti rimanevano insepolti e l’elettricità era razionata. Gli inglesi, con il morale sotto le scarpe, erano pronti alla svolta. Margaret Thatcher fiutò il vento che cambiava e rivelò la sua ricetta: iniziativa economica individuale, rispetto delle leggi, orgoglio nazionale, disciplina individuale, ordine. Erano i valori della classe media da cui proveniva. Presto sarebbero stati i valori nazionali. Quei valori la portarono, prima donna nella storia britannica, al numero 10 di Downing Street. Là sarebbe rimasta fino al 1990.

    Quando la Thatcher raccolse il governo inglese, il paese era allo stremo, la stampa definiva la Gran Bretagna il “grande malato d’Europa”. Con la forza dell’Idea, la Signora inventò la sua rivoluzione. Durante la recessione del 1980-1982, si rifiutò di seguire la teoria economica keynesiana, allora dominante, che imponeva di stimolare la domanda. Invece prese di petto la spesa pubblica, l’inflazione, i sindacati. L’accusarono di aver inferto all’Inghilterra un bagno di sangue. Contro tutto e tutti ingaggiò uno storico braccio di ferro con i sindacati durante lo sciopero dei minatori. Alla fine vinse, tirandosi dietro l’odio (che perdura tuttora) della sinistra mondiale. E mentre gli intellettuali e i laburisti sbraitavano, la Thatcher cominciò a scuotere le coscienze degli inglesi. Invece di farsi intimorire dalla campagna stampa e dall’ostracismo dell’intellighenzia, spiegò che «aver pensato di curare l’Inghilterra col socialismo era come aver tentato di curare la leucemia con le sanguisughe». Che per ridistribuire ricchezza occorre prima produrla. Che questo non era compito dello Stato ma degli individui. Perciò lo Stato si sarebbe fatto da parte e avrebbe lasciato ai cittadini spazio, responsabilità, decisioni. Perciò lo Stato avrebbe venduto aziende e privatizzato i servizi non essenziali, privilegiando l’azionariato diffuso e incoraggiando il risparmio della classe media.

    La Thatcher abolì il controllo sui movimenti di capitale, ridusse le imposte sulle società, tenne costante il valore della sterlina, utilizzando anche impietosamente l’arma dei tassi d’interesse. Fino a che la deregulation non attirò decine di istituzioni finanziarie straniere a Londra e molte sterline nelle tasche di giovani intermediatori inglesi e l’Europa, con il suo mercato unico, divenne un enorme supermercato per i servizi finanziari britannici. Per la gioia dei grandi investitori della City. Ma non solo. In quegli stessi anni, gli operai impararono che voler comprare una casa non è un’infamia, ma piuttosto una scelta di dignità e buon senso. E gli inglesi impararono che aver battuto i nazisti per poi farsi sconfiggere dai sindacati non solo era folle, era ridicolo.
    Travolti da un ciclone del genere, gli avversari della Signora non si sono mai del tutto ripresi. I laburisti per primi. Appena cominciarono a capire vagamente ciò che stava accadendo, si resero conto con orrore che la Thatcher non si sarebbe accontentata di inseguirli di sconfitta in sconfitta. Intendeva convertirli. Guardare Blair per credere. Anche gli amici, però, non si sono più ripresi. Quando i conservatori capirono a chi avevano affidato le redini del partito era ormai troppo tardi per tornare indietro. A nulla serviva rimpiangere Disraeli e il suo conservatorismo caritatevole: il partito Tory, come lo avevano conosciuto fino ad allora, era sparito per sempre. Sotto la guida della figlia del droghiere di Grantham, il partito conservatore trascese i limiti della upper class che l’aveva prodotto: cercò voti ovunque, anche nelle classi borghesi o lavoratrici. E, quel che apparve più sorprendente, li trovò. Per i Tory era una folgorazione, per i laburisti uno shock. Perché alla fine degli anni Settanta tutti i partiti inglesi si professavano, in pubblico, interclassisti. Ma non era vero. Non ancora. La working class votava per il Labour, gli intellettuali brontoloni si dividevano tra liberali e social-democratici. E le élite tradizionali votavano conservatore.

    La rivoluzione thatcheriana spazzò via certezze e steccati. I conservatori cambiarono linguaggio, stile, regole. Con orrore di qualche Lord, apparvero candidati che assomigliavano a venditori di macchine usate. Che parlavano come venditori di macchine usate. Che si rivolgevano a cittadini che compravano macchine usate. Ad ascoltarli, nei comizi di periferia, arrivarono altri inglesi, alla guida di macchine usate. Quegli stessi inglesi, dopo la cura Thatcher, sarebbero diventati proprietari di casa, riscattando la propria abitazione grazie ad una legge del governo conservatore. Certo, i vecchi Tory storcevano il naso, dicevano di detestare quell’insopportabile signora, con la sua aria da signorina Rottermeier. Per lei, i suoi stessi compagni di partito, coniarono una serie infinita di appellativi e nomignoli, da usare nelle conversazioni maschili al club, tra un sigaro e un whisky. Finirono addirittura a chiamarla per sigle, necessarie – dicevano – per semplificare il discorso, data la frequenza con cui le imprecazioni ricorrevano nei dibattiti. La chiamavano “Tina”, che sta per There is no alternative, non c’è alternativa. Oppure “Tbw”, That bloody woman, quella maledetta donna. Però, in fondo al cuore, l’amavano profondamente. Come i nobili d’un tempo amavano il proprio fattore: poteva non essere simpatico, ma era indispensabile per amministrare con frutto le tenute.

    Venerata, ammirata, temuta, Margaret Thatcher non è mai stata, però, del tutto accettata dall’opinione pubblica britannica. Colpa dell’immagine di donna rigida e perfetta, senza cedimenti umani o pigrizie inglesi. Rigorosa anche nei casi in cui la sua politica finì per essere meno drastica nei fatti che nelle parole. Come nella riduzione della spesa pubblica. Lo sapeva. E si consolava dicendo: «Coloro che sono fatti per piacere sono portati naturalmente al compromesso. E non raggiungeranno gli scopi che si prefiggono». E ancora: «Essere un primo ministro è un lavoro solitario. Non si può governare stando in mezzo alla folla».
    Quando nel 1990 fu costretta a lasciare il governo e la guida del partito, fu soprattutto perché ormai gli inglesi avevano ritrovato la dignità, la voglia di primeggiare, di lottare. Ma dopo tutto quello sforzo, avevano probabilmente voglia di rilassarsi, di cedere alla pigrizia inglese e di affidarsi di nuovo alle cure dello Stato. Almeno un po’.

    Reagan e Thatcher: la strana coppia

    Il 1979, quando la Thatcher arrivò al governo, non era un anno buio solo per la Gran Bretagna. Era il tempo della seconda crisi petrolifera, della rivoluzione iraniana, dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. La guerra fredda era al culmine, i sovietici piazzavano i loro missili contro le democrazie libere. Con tanti guai in patria, la Thatcher avrebbe dovuto prepararsi a gestire anche delicate crisi internazionali. Le avrebbe quasi sempre gestite in prima persona. Guardando con sospetto i ministri degli Esteri, fedele al radicato pregiudizio inglese che deriva da questo bislacco ragionamento: se il ministro dell’Agricoltura fa gli interessi degli agricoltori, il ministro degli Affari Esteri che fa, se non gli interessi degli Stati stranieri? Nella Thatcher questo sospetto sopravvisse, all’ennesima potenza. Tutti i collaboratori che si occupavano di politica estera furono accusati a turno, almeno una volta, di essere troppo morbidi, troppo trattativisti, poco meno che traditori.

    I sospetti maggiori, come è noto, la Lady di Ferro li concentrava sul processo di unificazione europea così come si andava sviluppando in quegli anni. Non le piacevano neppure gli uomini che la stavano costruendo. Non le piacevano gli italiani, troppo infidi. Non le piacevano i tedeschi, troppo pericolosi. Non le piaceva neppure Giscard d’Estaing che pure era di destra, troppo burocratico e freddo. Eppure la sua analisi, fredda e lucida, andrebbe riletta oggi. Soprattutto dovrebbero rileggerla gli euroentusiasti, per riconoscerle, almeno col senno di poi, una qualche ragione. Eppoi, altro che Europa. La Thatcher aveva da occuparsi dell’Impero. L’Impero che era perduto, ma che sotto la sua guida non fu abbandonato. Ancora oggi le ex colonie formano una rete invidiabile. Non solo commerciale, ma anche politica. Non esiste presidente o sovrano di uno qualsiasi degli staterelli del Commonwealth che non abbia in ufficio la foto con la regina a Buckingham Palace. Il nuovo ruolo internazionale è stato costruito, inventato, preservato. Non subìto. Se ne accorsero a loro spese gli argentini, rigettati duramente nelle acque delle Falkland che avevano osato occupare.

    Ma nel 1979, la Thatcher ancora non sapeva che avrebbe avuto presto un partner fidato, che l’avrebbe accompagnata per otto degli undici anni del suo mandato. Pochi mesi dopo il suo avvento al numero 10 di Downing Street, infatti, gli americani mandarono alla Casa Bianca l’ex attore Ronald Reagan. Molti anni dopo, la Thatcher scriverà: «Ricordo ancora vividamente il sentimento che provai quando seppi dell’elezione del presidente Reagan. Ci eravamo incontrati e avevamo discusso le nostre idee politiche alcuni anni prima, quando era ancora governatore della California. Seppi subito che insieme avremmo potuto affrontare il compito che avevamo di fronte: rimettere in piedi i nostri paesi, restituire orgoglio e valori, fare del nostro meglio per creare un mondo migliore e più sicuro». Così sarebbe stato. E non è un caso se il momento più toccante della cerimonia funebre di Reagan rimarrà per sempre il saluto della sua amica Maggie di fronte alla bara. Ancora oggi i nomi della Signora e dell’Attore sono sempre accomunati. Come maestri della rivoluzione liberale, da chi ancora li ammira e li studia. Come affamatori del popolo in nome del capitalismo e del liberismo, da chi ancora sogna Fidel Castro e Che Guevara. Eppure la loro fu una relazione complicata e tempestosa. Li accomunava la convinzione comune della superiorità morale (sì, proprio morale) delle società fondate sulla libera impresa e l’imperativo che ne seguiva: combattere a livello internazionale la minaccia del comunismo sovietico.

    C’era anche di più: i due, quando s’incontravano si divertivano insieme, erano diventati amici e godevano della compagnia reciproca. Reagan ammirava la Thatcher per il suo equilibrio e la sua intelligenza d’acciaio. La Lady di Ferro era affascinata dall’umorismo del presidente americano e dalle maniere gentili. Eppure non potevano essere più diversi: per carattere e modo di lavorare. Lei grande accentratrice, lui abilissimo nel delegare. Lei sempre al chiodo senza perdere una battuta, dormendo al massimo quattro ore per notte e soffrendo come un cane quando le vacanze di qualche collaboratore inceppavano la sua efficientissima organizzazione giornaliera. Lui caparbiamente fedele alla sua illustre battuta: «È vero che il lavoro duro non ha mai ucciso nessuno. Ma perché correre il rischio?». Lei tutta immersa in una visione dura, oscura e negativa della natura umana. Lui inguaribile ottimista, con l’allergia dichiarata per il pessimismo che guastava gli animi e l’economia. Con un approccio tanto diverso, nessuno stupore che, più di una volta, tra i due si sia giunti a momenti di enorme tensione. Lo scontro più violento ci fu all’epoca della guerra nelle Falkland. Il dittatore argentino non aveva capito chi aveva di fronte e, impadronendosi delle isole sotto il dominio britannico, scatenò le ire della Thatcher e la guerra che ne seguì. L’Inghilterra fece da sé e vinse. Ma la Lady di Ferro si aspettava dall’alleato un aiuto, invece la Casa Bianca si offrì al massimo di negoziare. Lei uscì dai gangheri, lo prese come un tradimento e glielo fece sapere. Eppure nemmeno in quell’occasione la Signora riuscì a tenergli il broncio troppo a lungo.

    Un affare molto più serio fu, invece, quello del 1986. Quanto toccò alla Thatcher riportare Reagan con i piedi per terra. Nell’incontro di Reykjavik il presidente americano sembrava sul punto di accettare la proposta di Mikhail Gorbaciov di far piazza pulita di tutte le armi nucleari. La Lady di Ferro pensò che il suo amico fosse uscito di senno.

    Certo, era stata lei a convincerlo che Mr. Gorbaciov era un uomo con cui si potevano fare affari. Per il leader russo, la Signora avrebbe sempre mantenuto una certa passione. Ma l’accordo che si preparava a Reykjavik non solo era assurdo: era pericoloso. Le armi nucleari ormai esistevano e non si poteva far finta di non averle inventate. E, soprattutto, quelle armi americane avevano mantenuto la pace in Europa, evitando che l’urss facesse valere la propria supremazia. Per la Thatcher c’era il grave pericolo che Reagan cadesse nella trappola sovietica. Bastò un incontro a Camp David per riportarlo sulla retta via del dialogo senza cedimenti. Grazie a questa strategia, scriverà la Thatcher dopo la caduta del muro di Berlino, «Mr. Reagan ha vinto la guerra fredda senza sparare un colpo». Malgrado questi battibecchi, i due, insieme, segnarono quegli anni e gli anni a venire. Ed è facile capire il perché di tanta sintonia di fondo. Reagan e Thatcher erano entrambi outsiders della vita politica del loro tempo: due inguaribili ottimisti, inizialmente sbeffeggiati e trattati con sufficienza dall’establishment dei loro stessi partiti, ancora affogati nel vecchio conservatorismo pessimista e nostalgico dei tempi andati. Trovarono conforto l’uno nell’altra, s’incoraggiarono nei momenti più difficili, avvalorarono a vicenda le loro tesi e azioni politiche, in patria e all’estero. La loro rivoluzione parallela sarebbe stata più difficile se condotta in solitario.
    Ultima modifica di Florian; 30-11-09 alle 22:10
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    Predefinito Rif: ANCORA GRAZIE, SIGNORA THATCHER

    Seduto, Tony!


    Margaret Thatcher, ottant’anni da leone. La Lady di Ferro ha distrutto il sindacalismo, tagliato le partecipazioni statali e rilanciato lo spirito d’intrapresa ridando orgoglio al Regno Unito. Nel frattempo, vinse la Guerra fredda in combutta con Reagan. Blair un suo figlioccio? Solo una rendita catastale


    di Marco Respinti

    Il Domenicale, 13 novembre 2005



    Negli ultimi trent’anni la storia dei suoi umili esordi l’hanno raccontata un po’ tutti. Fu dopo che Margaret Hilda Roberts si trasformò in quella che, nel 1976, quand’era ancora leader del Partito Conservatore britannico all’opposizione, l’organo del ministero della Difesa sovietico Stella rossa battezzò “Lady di Ferro” per la sua risoluta opposizione al comunismo. Lei, nata il 13 ottobre 1925 a Gratham nel Lincolnshire, Inghilterra orientale, era figlia di Beatrice e di Alfred Roberts (come la sorella, Muriel), ovvero il droghiere locale divorato dalla passione civica tanto da divenire consigliere comunale. Passava per un liberale indipendente, Alfred Roberts, ma di fatto stava con i Conservatori. Nel 1946 fu sconfitto dai Laburisti e così tutto il proprio conservatorismo lo instillò in Margaret, straordinaria figlia d’arte.

    “Maggie” Roberts divenne Thatcher nel 1951 sposando Denis, businessman, dal quale nel 1953 ebbe due gemelli, Carol e Mark. La sua storia non è certo quella di Cenerentola, ma i suoni natali e la sua adolescenza normali – normali della normalità britannica di quelle small town del primo dopoguerra eredi del sogno infranto della “Merry England” di un tempo – ne hanno forgiato la tempra all’insegna del blood, sweat and tears. Il quale, se pure per Margaret non ha mai voluto dire patire la fame e studiare di notte lavorando di giorno, ha comunque configurato il perimetro di quell’ambiente spartano e schietto che l’ha messa al riparo da qualsiasi sogno utopistico più o meno pio.

    Nominato primo ministro di un governo di guerra e quindi di coalizione, era stato Winston Churchill che il 13 maggio 1940 – cioè quando Margaret aveva 15 anni – coniò quell’espressione (promossa al rango di proverbio come molte sue altre) pronunciando uno dei suoi memorabili discorsi alla Camera dei Comuni a fronte della minaccia posta all’Europa dalla Germania nazionalsocialista. Senza obliquità, ai britannici disse: «Non ho nulla da offrirvi eccetto sangue, fatica, lacrime e sudore». Intanto, Simon Weil – che lasciò di soppiatto una Francia divisa fra collaborazionisti e occupanti nazisti, scampando a Londra per il rotto della cuffia grazie alla cure di Gustave Thibon – si obbligava ad assumere quotidianamente la medesima razione di cibo che toccava agli ebrei internati nei campi di concentramento del Reich e così alla fine, nel 1943, quando Margaret aveva 18 anni, vi morì 34enne.
    Fu una generazione così quella di Margaret; una generazione che la fece conservatrice per indole, per educazione, per life-style, quasi per DNA. Come i conservatori migliori, come i conservatori più autentici.

    Con Reagan, oltre Reagan

    Ma non è con questa storia fattuale sublimata un po’ in mitologia che la Thatcher ha conquistato il mondo. Margaret il mondo l’ha conquistato – perché la Thatcher il mondo l’ha conquistato davvero –, ideando, innescando e combattendo una rivoluzione senza precedenti. Una rivoluzione (parola-anatema per i conservatori doc come lei) benedetta dall’aiuto di Sir Alfred Sherman e preparata dai “nuovi intellettuali” come Roger Scruton capace d’imporlta all’attenzione del mondo come ben pochi altri primi ministri britannici. La sua fu una “rivoluzione” perché mandò a gambe all’aria lo status quo e questo, visto qual era lo status quo, fu una vera e propria restaurazione, un ritorno all’origine. Raddrizzò, la Thatcher, una Gran Bretagna che sotto le amministrazioni Laburiste di Harold Wilson e James Callaghan si era piegata.

    Già come leader dell’opposizione Conservatrice dal febbraio 1975 aveva dimostrato di che stoffa era fatta (e prima ancora, dal 1970 al 1974 come Segretario di Stato per l’Educazione e la Scienza durante l’amministrazione di Edward Heath), ma l’exploit giunse, ovvio, con l’elezione al n. 10 di Downing Street il 4 maggio 1979. Restò in carica per tre mandati consecutivi (1979-1983, 1983-1987 e 1987-1990), ovvero fu eletta prima – anche se di un soffio – del presidente Ronald W. Reagan, a cui viene sempre opportunamente associata (sua soulmate è definita, praticamente un’“anima gemella”), ed è rimasta in sella per altri due anni dopo che lui aveva lasciato la Casa Bianca. E lo ha pure sotterrato, piangendolo come si fa tra veri, sinceri amici, e pronunciando – con la fierezza che le è tipica e che nemmeno il magone ripreso in diretta dalle tivù del mondo è riuscito a spezzare – un discorso in cui definì «provvidenziale» la vita dello statista scomparso.

    Con Reagan, insomma, ma più di Reagan: più a lungo di lui e forse anche in modo più decisivo. Furono anni, gli Ottanta del secolo scorso, in cui la storia (né finita, né così ancora definita) prese un verso diverso allorché si osò pensare che lo stallo Est-Ovest – tale (sembrava) da sempre – poteva essere infranto.
    Osarono pensarlo tre persone che, per una circostanza provvidenziale (è il linguaggio di Lady Thatcher, non di un canonico di Westminster Abbey, ma la stessa idea è stata formulata da don Robert A. Sirico, direttore dell’Acton Institute for the Study of Religion and Liberty di Grand Rapids, Michigan), si trovarono a reggere contemporaneamente le sorti dei poteri davvero forti dell’Occidente, Reagan, la Thatcher e Papa Giovanni Paolo II, rincalzati da Martin Brian Mulroney, primo ministro del Canada dal 1984 al 1993 come esponente di quello splendido ossimoro che è il suo Partito Progressista-Conservatore. E una spallata alla storia essi la diedero davvero.

    Il gioco del primo ministro

    Ora, un Reagan c’era quasi da aspettarselo. Proveniva da quella lunga marcia del conservatorismo politico statunitense che risale almeno agli anni Sessanta. Ma una Thatcher meno, assai meno. Chi fosse e come la pensasse lo si sapeva da un pezzo, ma proprio per questo la sua ascesa ai vertici del Partito Conservatore britannico e poi a quelli del Regno Unito – e per un periodo di tempo lunghissimo – era meno scontata di ciò che a posteriori sembrerebbe.
    Se fossimo La settimana enigmistica e domandassimo a bruciapelo ai più di nominare i primi ministri britannici del secolo XX di cui si ha memoria, l’elenco non supererebbe mai i quattro nomi: Winston Churchill, Maurice Harold Macmillan, Margaret Thatcher e Tony Blair. Ma non c’è paragone.

    Il primo, Churchill, fu sempre sostanzialmente un trasformista ed è riuscito a farsi perdonare molto un po’ per la maestria con cui amministrava la battuta salace e sagace, un po’ perché i suoi “Tommy Atkins” e i servicemen statunitensi vinsero il confronto militare con il Terzo Reich. Ma rimase sempre un grande intrallazzone, difficilmente in grado di rappresentare sul serio una nazione se non fosse stato per le necessità imposte dalla guerra. Su Macmillan pesano ancora molte, troppe incognite. Non ultima quella relativa alle migliaia di cosacchi e di slavi meridionali anticomunisti rimpatriati forzatamente nel maggio 1945 in onore allo “spirito” con cui a Jalta si benedisse la rapina sovietica di mezza Europa e scomparsi nel GULag.

    Quanto a Blair siamo ancora più alla cronaca che alla storia, e un consuntivo finale è prematuro. Per il momento è certo che il presunto “thatcherismo” con cui si è soliti descriverlo da un lato è più mito che realtà, dall’altro testimonia più la grandezza di Margaret che quella di Tony (che fra l’uno e l’altra vi siano stati di mezzo ben sette anni di John Major se lo ricordano solo i cultori).
    Blair ha vissuto cioè di rendita e poi l’Undici Settembre è stato toccato dal dito di Dio. Un po’ come da noi Francesco Rutelli con l’embrione umano. Il “nuovo Laburista”, insomma, è passato da un conservatore, Margaret Thatcher, a un altro, George W. Bush jr., disponendosi bene (di questo gli va dato atto) a riflettere luce altrui. Indi per cui, Tony seduto (sugli allori) non può fare l’indiano e lo spirito del thatcherismo continua a tormentarlo.
    Fu Margaret Thatcher a dimostrare al mondo cosa significa governare un Paese a destra e da destra, beneficiando tutti e tornando a far udire il ruggito del (Cuor-di-)leone britannico. Di Margaret Thatcher continua a essercene una sola.
    Ultima modifica di Florian; 30-11-09 alle 22:11
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    Predefinito Rif: ANCORA GRAZIE, SIGNORA THATCHER

    Ancora grazie, signora Thatcher

    di Alberto Mingardi


    Il dibattito sulla crisi è a sprazzi molto concreto, ma spesso ideologico. Non è necessariamente un male. La crisi se non altro simola un ritoro alla discussione, costringe a ripensare ai fondamentali, porta ad interrogarsi su questioni che banali non sono. Sul Corriere di domenica, Massimo Mucchetti rendeva conto dell’articolo di Gideon Rachman sul Financial Times, cui oggi segue risposta di Maurice Saatchi. Mucchetti ha pochi dubbi nello scrivere:

    Il 3 maggio 1979 Margaret Thatcher entrava al numero 10 di Downing Street dicendo: «Il popolo britannico ha chiuso con il socialismo. L’esperimento, durato 30 anni, è penosamente fallito e la gente è pronta a provare qualcos’altro». Il 3 maggio 2009, trent’anni dopo, potremmo dire: «Il thatcherismo, che fece ben presto scuola nell’America reaganiana e poi influenzò tutto il mondo, è anch’esso miseramente fallito».

    Mi sembra difficile esser d’accordo con Mucchetti che “lo Stato sociale sia ancora un pensiero forte”, ma con lui e Rachman è impossibile non convenire su un punto: è cambiata la melodia di fondo. Chi misuri la realtà con l’impegnativo metro della libertà economica sa bene che non usciamo da trent’anni di “deregulation selvaggia”. Considerare Stati che confiscano, suppergiù, il cinquanta per cento del reddito prodotto da un individuo esempi di liberismo è semplicemente una follia. E neppure si può dire che le proposte liberiste negli anni scorsi abbiano avuto vita facile. E non solo da noi. Basti ricordare il misero fallimento di Bush, in una delle sue poche battaglie veramente condivisibili: quella per la trasformazione del sistema previdenziale americano. O l’andamento a zig-zag di Tony Blair, nei suoi tentativi di introdurre in Inghilterra misure di welfare-to-work. O i diversi tentativi di “ingessare” il mercato del controllo avutisi in tutto il mondo. O il fallimento della direttiva Bolkestein in Europa. O ancora la sostanziale impossibilità di modificare, nella direzione di una flat tax, il sistema fiscale americano – e come tacere la resistenza che nel nostro Paese c’era, anche da parte di commentatori che negli anni successivi hanno proposto agenda liberalizzanti, nei confronti della “flat tax annacquata” delle due aliquote berlusconiane prima maniera? E mentre fioccavano le prediche contro la globalizzazione, quanti passi in avanti reali sono stati fatti, dal 2001 in qua, nell’apertura degli scambi? In realtà, è dagli anni Novanta che non vi sono state, nel mondo, privatizzazioni di grande rilievo – ed è probailmente da fine anni Ottanta, come hanno sostenuto diversi autori (penso a Sam Peltzman e Stephen Littlechild), che il “ciclo” della deregolamentazione è sostanzialmente finito.

    Detto tutto questo, ciò che era notevole negli anni scorsi era che, faticosamente, le idee di mercato sembravano essere destinate via via a guadagnare maggiore legittimità. Quella dei “fallimenti dello Stato” era una chiave di lettura accessibile anche a chi stava a sinistra. Le privatizzazioni avevano dato, dopotutto, buona prova di sé. L’onere della prova stava dalla parte di chi voleva aumentare le tasse. E l’inflazione sembrava un ricordo. Con la crisi, scrive Rachman, le idee di mercato (chiamiamole pure “thatcherismo” se serve) hanno perso il vantaggio che avevano, sul piano etico. L’espressione thatcheriana “l’economia è il metodo, l’obiettivo è cambiare l’anima” può sembrare sinistra, ma rappresentava una sorta di “ritorno all’età vittoriana”, un’enfasi sulla voglia di fare, sul self help (aiutati che il ciel t’aiuta) come più efficace che guadagnarsi un posto alla mensa pubblica. Insomma, la signora Thatcher voleva dire che l’economia di mercato “costringe” a prendersi le proprie responsabilità, e questa è una cosa buona per la società nel suo complesso.

    Si potrebbe dire che “responsabilità” è una parola pericolosa, che è facile svuotarla di significato. Tant’é che oggi si esalta la “responsabilità” di attori collettivi (le imprese, le comunità, lo Stato) per levarne il peso agli individui, ma questo è un altro discorso. E’ invece interessante una osservazione di Rachman, che Mucchetti non recepisce nel suo articolo. La differenza fra il 3 maggio del ‘79 e il 3 maggio del ‘09, scrive l’editorialista dell’FT, è che piacesse o meno la Iron Lady arriva a Downing Street con una agenda, dei principi, un capitale di idee da mettere a frutto. Oggi invece i leader politici “combattono la crisi con qualsiasi strumento abbiano a disposizione”. Se ne può esaltare il pragmatismo, ma questo pragmatismo è sterile, non è in grado di elaborare “una visione alternativa” di lunga gittata, scrive Rachman, a meno di chiudere gli occhi e immaginare che il cantiere dello Stato sociale non abbia prodotto, come invece ha prodotto, un edificio pericolante.

    Sarebbe ottimistico dire “tina”, there is no alternative. Ma proprio perché il pragmatismo autointeressato della classe politica è destinato a mostrare sempre più evidenti contraddizioni, questo non è il momento di smettere la coerenza come un abito usurato.


    CHICAGO BLOG Ancora grazie, signora Thatcher
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    1979: Britain's first woman prime minister at 10 Downing Street with her husband, Denis
    Photograph: Tim Graham/Corbis


    http://www.guardian.co.uk/politics/g...ture=346840375
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    1979: Outside 10 Downing Street after her election
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    1979: Outside No 10 again, in black and white
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    1980: Margaret Thatcher at the Wistow colliery in the Selby coalfield
    Photograph: PA


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    1980: On the last day of the Conservative party conference in Brighton
    Photograph: Peter Johns


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    1981: Thatcher, Geoffrey Howe, Keith Joseph, John Nott and Norman Tebbit on the Conservative frontbench in the House of Commons
    Photograph: Central Press/Hulton Archive/Getty


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    1981: With the US president, Ronald Reagan, at an arrival ceremony at the White House
    Photograph: AP


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