Il grande spreco
La fallimentare consultazione referendaria appena conclusa e voluta da una ristrettissima minoranza di cittadini è costata alle casse pubbliche, cioè a tutti noi, 365 milioni di euro (circa 700 miliardi delle vecchie lire). E sarebbe potuto andare ancora peggio per le casse pubbliche. Infatti, qualora fosse stato raggiunto il quorum, dalle casse pubbliche sarebbero stati versati ai promotori dei referendum, come rimborso elettorale, circa 1.032.953 euro (circa 2 miliardi di vecchie lire: perché la legge prevede un rimborso di 500 milioni di vecchie lire per ogni referendum). Non si tratta di mettere in discussione il principio costituzionale della consultazione referendaria, quanto piuttosto di sottolineare un problema di costi su cui è necessario fare qualche riflessione. Anche in passato sono stati sprecati fiumi di denaro pubblico per finanziare consultazioni referendarie che, la stragrande maggioranza delle volte, si sono rivelate inutili. Abbiamo a disposizione numerosi dati che devono farci riflettere. L'Italia è la nazione con il più alto numero di referendum popolari svolti del mondo. Dal 1974 gli elettori, costretti a pagare di propria tasca le imponenti spese delle macchine referendarie, sono stati convocati a porre il loro voto su 54 proposte di abrogazione di legge o parti di leggi. Cinquantaquattro referendum con i quali si sono sperperati fiumi di denaro pubblico che, invece di essere destinati ai rimborsi delle inutili campagne elettorali, potrebbero essere spesi per la disoccupazione giovanile, per la sanità, per la costruzione di infrastrutture pubbliche o case popolari. E il fatto che si tratta di un inutile spreco di denaro lo dimostra il referendum del 1991: siamo riusciti a votare su una proposta dove eravamo tutti d'accordo e i "SI" furono il 96%. Il Parlamento che dovrebbe essere l’espressione della volontà dei cittadini non si accorse della volontà del popolo italiano in tempo per cambiare la norma. Per non parlare poi del 1995, quando agli elettori furono consegnate contemporaneamente 12 schede nello stesso giorno. Il colmo è stato raggiunto nel 1997 quando la nazione è riuscita a ripetere uno stesso referendum proposto 7 anni prima con lo stesso quesito: "L'accesso dei cani e dei cacciatori nei terreni". In nessuna nazione al mondo il popolo è stato chiamato due volte ad esprimersi sullo stesso quesito. A questo punto verrebbe spontaneo chiedersi: ma non abbiamo forse dei rappresentanti in Parlamento? Ma è davvero necessario chiamare gli italiani al voto 54 volte in trent’anni? Ora dovremmo tutti riflettere e mettere fine a tali sprechi con una riforma dell'istituto referendario e della modalità di richiesta del referendum. Sperperare 365 milioni di euro per il capriccio di soli 500.000 elettori è una vera follia. Presumibilmente sarebbe opportuno alzare il numero di firme necessarie per indire un referendum in modo da ipotizzare un corrispondente coinvolgimento degli elettori non marginale e quindi improduttivo. Molti si chiedono come mai gli italiani non si siano presentati alle urne per il referendum del 2005: forse, oltre alle motivazioni inerenti il quesito referendario, gli italiani sono davvero stanchi del fatto che i capricci di pochi debbano ricadere su tutti. Senza una riforma dell’istituto referendario, questo strumento rischia di offendere gravemente la nostra democrazia.
Massimiliano Michele Mellone
http://mellone.blogspot.com/




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