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Discussione: Prodi, il....

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    Predefinito Prodi, il....

    ....salvatore d'Italia e d'Europa

    Abbiamo scoperto che Romano Prodi ha un altro difetto: ci mette un po' di tempo e di sospiri, ma alla fine sa essere l'uomo sbagliato nel momento sbagliato. Ieri, l'Unione Europea ha vissuto una delle sue giornate più ingloriose (e oggi sarà ancora peggio). Riunita a Bruxelles, ha ufficialmente sancito che il suo encefalogramma se la passa maluccio: prove di vitalità prossime allo zero, atmosfera rassegnata al fallimento, vuote dichiarazioni, soliti impegni sulla necessità del rilancio politico, pause di riflessione. Di solito, quando si è in un mare di guai e non si hanno idee per tirarsi fuori, ci si comporta così: si prende tempo e si allunga l'agonia. L'Europa è fritta, o quasi. Sempre ieri, con incredibile tempismo, Romano Prodi è apparso alla trasmissione "Punto e a capo" e ha detto: io e Ciampi abbiamo salvato il Paese. Come? Lo hanno fatto entrare in Europa, quella con l'encefalogramma di cui sopra, rosolata a puntino dal voto francese e olandese e dall'ondata di proteste contro la moneta unica. Non ci sarebbe neppure bisogno di commentare: se si impegna, Romano Prodi sa benissimo farsi male con le proprie mani. Solo un vero Professore di fallimento può vantarsi di un naufragio. Dalle parti di Milano direbbero: bel pirla (termine bonario, non si offenda, Professore). E chiuderebbero qui la storia, magari con un sorriso di accompagnamento. A Napoli farebbero una pernacchia (atto sonoro che si esegue emettendo un forte soffio d'aria tra le labbra serrate, spiega il vocabolario). Questione di gusti: scegliete voi. Due o tre cose sul Prodi salvatore però bisogna dirle, se non altro per correttezza (...) storica. Caro Professore, ricorda? Correva l'anno 1992,a Palazzo Chigi c'era Giuliano Amato voluto da Oscar Luigi Scalfaro. Il dottor Sottile, riserva della Repubblica a tempo pieno, governò 298 giorni. Pochino. Ma tanto bastò per farlo passare alla storia come l'ideatore della "Finanziaria lacrime e sangue", 93 mila e duecento miliardi di lire tra prelievi, balzelli e tagli vari alle spese, roba mai vista prima. E fu solo l'inizio di una lunga serie di Finanziarie che prelevarono tutto il prelevabile per consentire il rispetto dei parametri di Maastricht e per farci avvicinare all'Europa. Chi pagò? Pagammo noi, soprattutto i lavoratori dipendenti e le fasce più deboli. E Romano Prodi ora va in tv e dice che ha fatto tutto lui assieme a Ciampi. Appropriazione indebita di un fallimento che ci è costato carissimo. E la storia dello scippo, Professore? Ha dimenticato anche questa? Un giorno, anzi una notte visto che tutto avvenne dalla sera alla mattina, il solito dottor Sottile decise che avrebbe prelevato il 6 per mille dai nostri conti correnti, sempr e per far quadrare il bilancio. Possiamo assicurare Prodi e i prodiani che i conti correnti erano proprio i nostri, non quelli dello zio d'America. Ancora: la tassa sull'Europa. Questa volta Giuliano Amato è innocente. Fu proprio lei, Professore, a volerla. La chiamò eurotassa,disse che l'avrebbe restituita e quasi giurò che sarebbe stato l'ultimo sacrificio. Più o meno testuale: una volta entrati in Europa tutto cambierà,la moneta unica ci proteggerà, non ci saranno privazioni e via discorrendo. Conosciamo a memoria la cantilena, e sappiamo anche com'è andata a finire: abbiamo pagato l'eurotassa, non abbiamo riottenuto tutti i soldi sborsati e i sacrifici continuano. Come se non bastasse, dopo l'invenzione della tassa per l'Europa è arrivata quella dell'Irap e in nove anni (1989-1998, dati Ocse) il prelievo fiscale in Italia è aumentato del 16,7 per cento. Vuole qualche numero? Spulciamo nell'archivio. La fonte è la Banca d'Italia. Nel 1995 le imposte dirette generavano un flusso di 259mila miliardi. Nel 1998 era già stata raggiunta quota 357mila. Può bastare. Esimio economista, si offende se le diciamo che il biglietto per l'Europa lo abbiamo pagato con i nostri risparmi, in prima persona, tirando la cinghia e che lei non c'entra nulla? E si arrabbia se le facciamo notare che gli italiani erano abbastanza scettici sulla bontà della moneta unica e che se potessero esprimersi oggi lo sarebbero ancora di più? Nulla da fare. Da questo orecchio il Professore non ci sente. Lui è il salvatore della Patria e rifarebbe tutto ciò che ha fatto. Dobbiamo presumere che accetterebbe lo stesso tasso di cambio dell'epoca, che non lotterebbe per avere anche la banconota da uno e due euro (come ha proposto Giulio Tremonti, quasi inascoltato), che non tenterebbe di allungare al massimo il periodo di doppia circolazione monetaria, che brucerebbe le tappe anche se l'Europa politica (ancora oggi) manca, che accetterebbe senza battere ciglio un Continente ingessato da regole troppo rigide. Dobbiamo presumere che i fallimenti piacciono al professor Romano Prodi, e dunque che dalla parti di Milano e anche di Napoli non sbaglierebbero a comportarsi in quel certo modo. O forse, più realisticamente, dobbiamo concludere che Romano Prodi sull'Europa e la moneta unica aveva giocato tutte le sue carte di sopravvivenza politica. Era il suo fiore all'occhiello, la sua grande battaglia. Una volta arrivato il fallimento prenderne atto significherebbe sancire anche la propria débacle. E Prodi si vanta, travisando la realtà e diventando anche un po' ridicolo. A proposito: l'avete visto l'altro ieri a "Porta a Porta"? In maniche di camicia,di - scuteva amabilmente con un gruppo di studenti. Solite parole: i giovani sono il futuro, lui è per i giovani eccetera eccetera. Carissimo Professore, perché non indossava la giacca in tv? Pensa di essere più affascinante così, più vicino ai gusti del telespettatore? O forse è giunto alla conclusione che,per colpa dell'euro e dell'Europa, le giacche costano troppo e allora conviene farne a meno? Che cos'è, un nuovo suggerimento agli italiani per restare nel Continente unito, l'ultimo sacrificio? Ci faccia sapere, siamo curiosi di capire fino a che punto continuerà a prenderci in giro.

    Mattias Maniero su Libero

    saluti

  2. #2
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    Furibondo. Ieri il Cavaliere era furibondo con chi continua a parlare di recessione quando « abbiamo un sommerso del 40 per cento: vi sembra che la nostra economia non tenga? » . Furibondo con gli euroburocrati e quelli innamorati delle procedure europee d'infrazione, che « non portano a nulla » . Furibondo con i critici del taglio dell'Irap solo dal 2006: « Si trattava di un miliardo e 700 milioni di euro per il 2005, quindi una cifra che non avrebbe prodotto nessun effetto sullo sviluppo e sull'economia » .
    Furibondo, poi, con i menagramo di ogni latitudine, destinatari del seguente messaggio: « Noi faremo bene come sempre, con prudenza e saggezza e senza preoccupazioni. Smettiamola di preoccuparci » .
    Gesto eloquente della mano, come si fa per mandare qualcuno a quel paese.
    Ma non è ancora tutto. Come dimenticare i giornalisti? Quelli che lo hanno incrociato ieri a Bruxelles, alla domanda se il governo avesse perso la fiducia delle imprese, si sono sentiti rispondere con un secco:
    « Non diciamo stupidaggini: su quello che è successo con gli industriali e gli artigiani c'è stata una disinformazione totale da parte dei principali quotidiani » .
    In privato, il premier è stato anche più esplicito:
    « Tanto, qualsiasi cosa dico, loro scrivono il contrario » .
    Ieri, prima giornata del consiglio europeo che ha sancito la sconfitta di ogni ipotesi di soluzione sul fronte del bilancio e della Costituzione Ue, è stata una giornata nera per Silvio Berlusconi. Subito dopo il summit del Ppe che, come di consueto, ha preceduto l'avvio della riunione a venticinque, i giornalisti lo hanno avvicinato: soluzioni in vista, presidente? « Tutto per aria, tutto ancora in discussione » . Pochi chilometri, giusto lo spazio che separa il castello dove si sono incontrati i vertici del Ppe e l'albergo di Bruxelles che ospita il capo di Palazzo Chigi, ed ecco altri giornalisti in attesa.
    Magari parla dell'Italia: dopo tutto, il nostro Paese è tra i maggiori critici dell'ipotesi di bilancio prospettata dalla presidenza lussemburghese, che penalizza fortemente il nostro Mezzogiorno. Poi c'è il problema della procedura d'infrazione, ventilata la settimana scorsa contro l'Italia per lo sforamento dei parametri di Maastricht, e fortemente criticata dal nostro governo.
    Parlando di economia non si può non ricordare la polemica sull'Irap, che due giorni fa ha opposto l'esecutivo agli artigiani e agli industriali.
    Berlusconi non delude. Parla di tutto.
    Cominciando dall'Irap e da quei fischi tributati al governo e al suo capo dall'assemblea degli artigiani di mercoledì mattina.
    « Ci sono stati, è vero, anche due fischi demagogici e un termine irriguardoso verso il governo, non verso Berlusconi » , puntualizza, « ma la contestazione è stata causata da una notizia falsa, quella della mancata convocazione degli artigiani a Palazzo Chigi. Ma ci mancherebbe altro che i ministri non pensassero di sentire anche gli artigiani, che non fossero liberi di sentire questa o quest'altra parte sociale, in preparazione di una riunione aperta a tutti » . Il problema, semmai, è che « i media hanno ribaltato la realtà su quello che è successo: c'è una totale disinformazione da parte dei principali quotidiani » . Anche sul fronte dei conti pubblici e delle prospettive dell'economia le cose, secondo il premier, non vengono presentate per come sono nella realtà: « Non capisco questa preoccupazione » , ha detto con riferimento anche alla ventilata procedura d'infrazione contro l'Italia, « è tutta l'Europa che non si sviluppa. La nostra situazione tutto sommato è meglio di quella di altri Paesi, tra cui Francia e Germania, due giganti che sono da tre anni sopra il 3 per cento ( nel rapporto debito/ pil, ndr): hanno avuto anche loro la procedura, ma grazie al nostro aiuto non è andata avanti » . Quanto al nodo del bilancio comunitario, la posizione italiana, ha spiegato il capo del governo, « mira a mantenere le percentuali di contributo netto, anche con l'ipotesi di allargamento che prevede 180 mld di spesa in più. Quello che deve essere chiaro è che l'Italia vuol vedere riconosciuti i diritti per le Regioni obiettivo uno » , termine euroburocatese per dire: che hanno un prodotto interno così basso che senza l'aiuto di Bruxelles non ce la faranno mai.

    da Libero

    saluti

  3. #3
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    Predefinito UN'ALTRA GIORNATA NERA PER L'UNIONE

    Niente intesa sul bilancio, fallisce a Bruxelles il vertice dei capi di Stato Dopo il no alla Costituzione e i disastri dell'euro, si spegne il sogno europeo L'Unione europea così come la conoscevamo non c'è più. È una buona notizia.
    Ancora nessuno ha avuto il coraggio di stilare un certificato di morte ufficiale, ma il coma profondo dell'istituzione è sotto gli occhi di tutti e nessuno ormai se lo nasconde. Anche se in qualche modo riuscirà a rimettersi in piedi, la Ue non sarà più la stessa.
    Di certo, è morta l'utopia costruttivista di voler imporre sulle teste dei cittadini un governo europeo senza alcuna legittimazione democratica diretta, un Leviatano burocratico creato sulle fondamenta di una moneta artificiale priva di storia, senza nemmeno avere il coraggio laico di richiamare in modo esplicito l'unica cosa che in duemila anni ha saputo dare uno straccio di collante e di identità al continente: il cristianesimo. Bene così, dunque.
    E pazienza per quella (grande) parte della sinistra italiana che, orfana de lMuro di Berlino, non è riuscita a rimpiazzarlo con un feticcio ideologico migliore dell'euro e della burocrazia di Bruxelles. Prima c'è stata la bocciatura data da francesi e olandesi alla carta costituzionale europea - se costituzione si può chiamare un documento ipertrofico di 448 articoli il cui testo è ignoto al 99,9% dei cittadini europei.
    Quindi Gran Bretagna, Repubblica Ceca, Danimarca, Irlanda e Portogallo, spaventati, hanno fatto sapere che intendono rinviare a data imprecisata i referendum popolari di approvazione della carta. Ieri, poi, il consesso dei venticinque capi di Stato e di governo era chiamato a Bruxelles per ridiscutere il bilancio europeo, cioè per mettere mano al portafogli.
    Ha finito per fare il verso a certe compagnie di guitti d'avanspettacolo nel triste momento di aprire la cassa: bamboli, non c'è una lira.
    In serata sono state discusse ipotesi di compromesso, come quella di lasciare intatti gli "sconti" concessi alla Gran Bretagna sui contributi, nel tentativo di comprare così il via libera di Londra al mantenimento dei sussidi agricoli in favore dei francesi.
    Ma si tratta di mosse disperate, tant'è che Tony Blair ha rifiutato. Pezze con cui si prova a nascondere le crepe sempre più profonde dell'impalcatura europea.
    Con tanti saluti all'allargamento alla Turchia, che a dirla tutta non la vuole nessuno, povera com'è e con quell'ingombrante mezzaluna islamica sulla bandiera: perché anche ai signori progressisti europei va bene il melting pot, va bene mostrarsi politicamente corretti, ma se i nuovi arrivati non hanno soldi da mettere in cassa e si presentano solo per prendere, aspettino pure.
    E dire che ce l'hanno propagandata, questa Unione, come il tempio del bene comune, il luogo in cui, come in certi sogni socialisti, ogni Paese dava secondo le proprie possibilità e prendeva secondo i propri bisogni.
    Tutti erano felici di farlo, perché il tutto europeo era qualcosa di più grande, di superiore alla somma delle parti, e alla fine avrebbe reso comunque tutti più ricchi, Stati e cittadini europei, anche quelli che, in base al conto della serva, danno di più per ricevere di meno.
    Alla prima prova vera, l'allargamento dell'Unione a est, il velo d'ipocrisia è caduto e l'accordo si è rivelato perquello che era: un'intesa in cui ognuno guarda solo al proprio interesse. Giusto così, per carità: ma almeno potevano risparmiarci tutta quella retorica su un'Europa che non è mai esistita, visto che poi la realtà era tanto banale e mediocre. La verità è che gli inglesi nell'Unione ci stanno perché si fanno pagare cash - e in sterline, visto che l'euro non l'hanno voluto - l'onore che rendono a noi continentali di farci compagnia. I francesi perché hanno bisogno di qualcuno che finanzi la loro agricoltura inefficiente. I tedeschi hanno usato l'Europa per scaricare su tutti, poveri italiani perpr imi, i costi della loro unificazione e la parità artificiale tra il marco della Ddr e quello occidentale; ora continuano a fare sponda con i francesi perché nei Paesi dell'ex blocco comunista vedono nuovi spazi a oriente, necessari per un'economia sempre più in affanno. Anche a noi italiani il meccanismo fa comodo sin quando ci salta fuori qualcosa per il nostro Mezzogiorno, ma se il rubinetto europeo si chiude riusciamo a reprimere il nostro afflato europeista senza alcun rimorso.
    La verità è che il gioco può convenire a tutti, anche ai Paesi che pagano più contributi per avere meno finanziamenti, solo se l'Unione europea produce ricchezza.
    Ma l'economia dell'euro si è rivelata uno dei più grandi fallimenti della storia.
    Oggi, mentre gli Stati Uniti crescono a un ritmo del 3,7% e la Cina vola al 9,4%, la povera Eurolandia a fatica vede il proprio Pil aumentare dell'1,3%. Molti Paesi, Italia in testa, sono in stagnazione. E se non si crea nuova ricchezza, il gioco diventa a somma zero, o addirittura negativa: un euro in più ai tedeschi è un euro tolto a noi italiani, una mucca finanziata dalla Ue alla Francia sono due agnelli di meno in Irlanda. È proprio ciò che sta accadendo: quella che ci avevano venduto come una grande opportunità di benessere è diventata una guerra tra poveri, la cui responsabilità cade su chi, come Romano Prodi, ha pensato che il destino di un continente potesse essere disegnato a tavolino da un pugno di banchieri centrali e capi di Stato spinti innanzitutto da un forte sentimento di rivalsa nei confronti degli Stati Uniti.
    Siccome l'economia è lo specchio della realtà sottostante - questo lo sanno pure i marxisti - il fallimento economico della Ue è il riflesso del suo disastro politico.
    Non si può pretendere il rispetto della comunità internazionale quando, per chiudere il mattatoio dei Balcani, a un'ora di volo dalle capitali europee, l'Unione non ha saputo fare altro che invocare l'intervento dei soldati americani.
    Per un governo europeo simile - privo del consenso dei cittadini, prigioniero degli opposti egoismi, incapace di creare ricchezza e impotente sullo scenario mondiale - non vale la pena di versare una lacrima.

    di FAUSTO CARIOTI su Libero


    L’impressione che si ricava dalle letture sui problemi dell’Europa è che esistono sempre più “politici imbecilli” e sempre meno “elettori imbecilli”.
    I primi si mettono le mani nei capelli piagnucolando sui francesi e gli olandesi che boccialo la Costituzione Europea, fingendo, per salvarsi la poltrona, che questo sia il risultato reale sui Referendum; ma la verità è che francesi, olandesi, inglesi, danesi, e tanti altri popoli europei compreso quello italiano non hanno bocciato la Costituzione europea ma la moneta unica europea, l’Euro.
    Si stanno accendendo i riflettori sui gravissimi errori (li definisco
    “generosamente” errori) dei responsabili politici e finanziari di allora, il tempo della gestazione e nascita dell’Euro.
    I nomi, per l’Italia, li conoscete bene tutti: De Mita con il suo fido Prodi e tutta o quasi la “sinistra democristiana, buona parte del Psi, del Pci e pure del Msi, pur con responsabilità diverse data la diversa responsabilità politica.
    La Banca d’Italia con i suoi vertici di allora, tra i quali, se non erro, sedevano Ciampi e Dini; dirigenti, illustrissimi e riveritissimi dirigenti, sia sindacali che confindustriali, del Commercio e della Pubblica Amministrazione
    Che poi, guarda caso proprio qui in Italia, hanno seguitato a comportarsi come p.i. (politici imbecilli) ignorando e non rendendosi conto che gli e.i. (elettori imbecilli) siano sempre meno.
    Andatevi a vedere il risultato dell’ultimo referendum svolto in Italia e potete facilmente fare il conto di quanto pochi essi siano.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito A quando un referendum abrogativo...

    ….sulla Eugenetica elettorale?

    Le elezioni primarie sono un metodo per la selezione delle candidature che appartiene storicamente a una grande tradizione democratica come quella americana.
    Il loro pregio principale è quello di aver consentito l’emergere di figure nuove, che si sono misurate nella raccolta del consenso con le organizzazioni dei partiti, uscendone spesso premiate.
    Quelle che l’Unione di centrosinistra aveva indetto, poi ha disdetto e ora è intenzionata a ripristinare, invece, sono tutta un’altra cosa. Come dice lo stesso Romano Prodi, saranno organizzate per “dare forza alla coalizione e al leader”, cioè con un intento esornativo e manipolatorio dal sapore chiaramente propagandistico.
    Non è il “popolo del centrosinistra” che sceglie attraverso una competizione democratica il suo leader, è il leader già designato che chiama il “popolo” a conferirgli un mandato che non vuole ricevere dalle mani dei partiti.
    Si tratta di qualcosa di peggio di una manovra elettoralistica, si tratta di una sorta di eugenetica elettorale.
    Come si voleva poter scegliere un bambino “à la carte”, così si intende adottare un processo di convalida della candidatura costruito su misura per il professore bolognese, che serva a camuffare la sua sconfitta nello scontro sulla lista unica dell’Ulivo con un plebiscito preconfezionato.
    Il finto antagonismo di Fausto Bertinotti, giocato sulla simmetrica ambiguità del designato perdente che finge di contrapporsi al designato vincente, è una foglia di fico che sottolinea, anziché nascondere, la vergogna di un sostanziale travisamento della democrazia gabellato come sua esaltazione.
    Si vedrà Francesco Rutelli, che ha combattuto aspramente, e per ora con successo, il disegno di Prodi, organizzare il consenso per lui.
    Si vedranno i dirigenti Ds, che hanno accettato le primarie come male minore per evitare che Prodi ne facesse di più vere (e politicamente contundenti) presentando una propria lista, sbracciarsi per avviare alle urne le più o meno ordinate file dei loro iscritti.
    Il fatto è che come la selezione genetica produce artifici spesso inefficaci, così la manipolazione del processo di selezione democratica non garantisce affatto il risultato richiesto.
    Una sceneggiata in cui tutti (compreso Fausto Bertinotti) recitano la loro parte per Prodi lascia intatte le riserve e le distinzioni di tutti dalla linea politica di Prodi, che, non mettendosi davvero alla prova, non la supera.
    Esattamente il contrario di quel che accade nelle primarie vere.

    Ferrara su il Foglio

    noterete che la cosa sta diventando "ripetitiva", noiosa.
    Ancora p.i. (politici imbecilli) che non sanno vedere che gli e.i. (elettori imbecilli) stanno diventando un "specie in estinzione).

    saluti

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Anche la Bce "processa" l'Euro

    da Londra

    L’euro ha deluso, non funziona come si sperava e ha rallentato la crescita della nuova Europa.
    Ad avanzare dubbi e perplessità, sulle pagine del Financial Times, è il vicepresidente della Banca centrale europea Lucas Papademos:
    «Le divergenze osservate nei vari Stati membri sono la conseguenza di fattori strutturali». La Bce teme che l’euro abbia danneggiato la crescita. Questa tesi è sostenuta anche dalla Banca d’Inghilterra e preoccupazioni per l’euro sono state espresse anche dagli Stati Uniti.


    Ha deluso, non ha funzionato come si sperava e ha rallentato la crescita della nuova Europa. La moneta unica torna sul banco degli imputati, proprio mentre a Bruxelles i leader europei prendono tempo sulla Costituzione e non trovano l'accordo sulle «prospettive finanziarie» dell'Europa.
    Ad avanzare dubbi e perplessità è il vicepresidente della Banca centrale europea, Lucas Papademos, il cui imbarazzo per il mancato raggiungimento degli obiettivi legati all'unione monetaria è sintetizzato in un efficace titolo riportato ieri in apertura di giornale dal Financial Times: «La Bce teme che l'euro abbia danneggiato la crescita».
    Citando le dichiarazioni rilasciate dal numero due della Bce nel corso di una conferenza svoltasi a Francoforte, il quotidiano della City riapre il dibattito sulle deboli performance registrate negli ultimi anni dai Paesi legati all'eurozona. E ricorda polemicamente la presa di posizione dei leader della Bce, che nell'ultimo mese hanno particolarmente insistito sui benefici della moneta unica e hanno liquidato come «assurde» le ipotesi che i referendum in Francia e Olanda potessero mettere a repentaglio il futuro dell'eurozona. Per Papademos - invece - la questione sarebbe più complessa: l'ottimismo diffuso fra gli osservatori al momento del lancio dell'euro e la convinzione che la moneta unica avrebbe incoraggiato la competizione, la produttività e la flessibilità del mercato sarebbero smentite da un documento presentato ieri alla conferenza della Bce.
    Secondo Papademos, la crescita economica e i differenziali sull'inflazione all'interno dell'eurozona sono stati simili alle variazioni regionali negli Stati Uniti. Tuttavia - riferisce il Ft - la Bce ha osservato «divergenze significative e persistenti in tema di competitività tra i Paesi membri. L'ampiezza e gli effetti cumulati di queste differenze «sollevano preoccupazione per il loro impatto sulla crescita» e dimostrano che «i meccanismi di aggiustamento stanno funzionando lentamente».
    Per il capo della Bce, le differenze registrate nell'eurozona sono «fondamentalmente il risultato di fattori strutturali».
    Il leader della Banca centrale - sottolinea l'autorevole quotidiano britannico - non cita esplicitamente alcun Paese, ma il riferimento all'Italia sembra ovvio.
    E c'è chi - come Luigi Buttiglione, economista della Rubicon Fund Management chiamato in causa dal Financial Times - riferisce che le considerazioni di Papademos «potrebbero alimentare qualche dubbio sulla sostenibilità della moneta unica».
    A dare forza a questa tesi è anche Stephen Nickell, membro del comitato per la politica economica della Banca d'Inghilterra, secondo cui «risultati empirici hanno portato a una deprimente conclusione: uno degli effetti dell'unione monetaria è l'indebolimento degli incentivi alle riforme strutturali nei Paesi membri più grandi».
    La preoccupazione per lo stop che l'euro avrebbe provocato alla crescita europea è forte e sembra dilagare adesso anche negli ambienti che finora avevano diffuso ottimismo. Le perplessità crescono e il Financial Times cita le parole di John Snow, segretario al Tesoro americano, anche lui impegnato a Francoforte, che ha esortato i leader europei «a lavorare per le riforme strutturali e potenziare così la crescita, aumentare i posti di lavoro e i redditi». Perché - ha ricordato il ministro Usa - «c'è un'alta reciprocità di interessi» fra Ue e Usa.
    «Se l'Europa prospera, anche noi cresciamo. Vogliamo muoverci insieme a voi poiché anche l'obiettivo americano è di confrontarsi con un unico mercato finanziario transatlantico».

    Da il Giornale

    saluti


























    .

  6. #6
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    nostro inviato a Bruxelles

    E ora che, come ha ammesso cupamente Jean Claude Juncker «l'Europa non è in crisi, ma in crisi profonda»? Partono gli interrogativi, ma a tener banco sono soprattutto le polemiche. Qualcuno, incolpando Chirac, ha rievocato Waterloo: era proprio il 18 giugno di 190 anni fa. Il mitissimo premier del Granducato, ormai vicino all'addio della guida semestrale, se l'è invece presa di brutto con Tony Blair, facendo sapere che lui non ci sarà, giovedì prossimo, quando il premier inglese scenderà nuovamente nella capitale belga per illustrare il programma dei suoi 6 mesi di guida della Ue. Schröder ha citato anche gli olandesi tra gli «egoisti» che, ormai sul traguardo, hanno invalidato la corsa. E nei corridoi filtrano spifferi sui veti minacciati anche da svedesi, finlandesi, spagnoli.
    Caccia al colpevole dopo 15 ore di dibattito e una lunga nottata in bianco. Uno choc ancor più pesante di quello del “no” franco-olandese alla Costituzione.
    Il “miracolo” che sembrava a portata di mano, non c'è stato. E se è vero che lo scontro più evidente è stato quello tra francesi e inglesi, con i secondi a sostenere che l'Europa deve cambiare il suo bilancio, svecchiandolo dalle antiquate e inutili propensioni agricole, e con Chirac a replicare seccamente e in toni aspri come «l'agricoltura è ancora un grande successo visto che fa dell'Europa un esportatore netto», è anche vero che sotto il pelo dell'acqua si son giocate altre decine di contese.
    Balkenende per esempio, che già il giorno prima aveva inveito contro l'idea di proseguire le ratifiche («Questa Costituzione è morta! E comunque la pensiate il mio Paese non la ratificherà mai!») anche l'altra notte si è fatto sentire: «Paghiamo in proporzione più di tutti gli altri - puntava i piedi il leader olandese - e dunque o ci restituite 1,5 miliardi di euro l'anno in più del previsto o non avrete mai il nostro sì!». Lo svedese Goran Persson lo seguiva sulla stessa strada, affiancandosi poi a Blair nella richiesta di una «diversa struttura di bilancio,
    più impegnata sulle innovazioni che sulle campagne» che evidentemente non si poteva creare in un battibaleno. Anche i finlandesi affilavano le unghie. Con Zapatero che, ammesso come la Spagna debba avviare la marcia per divenire contribuente netto rinunciando alla montagna di euro fin qui strappata a Bruxelles, minacciava però il veto ritenendo i tagli messi a punto, troppo onerosi.
    Dunque dopo tanti tentativi di tessitura, Juncker gettava la spugna. Si presentava in sala stampa ed esternava, a tratti irato, un cocente malumore. Tirava bordate pesanti, pur senza nominare direttamente Blair. Rivelava di essersi addirittura vergognato «quanto i dieci nuovi ci hanno detto, uno dopo l'altro, di esser disposti a sacrifici rispetto quanto loro spetta, pur di trovare una intesa». Ironizzava sul fatto di dover andare a Washington domani, assieme a Barroso, per spiegare «forza e vigoria» dell'Europa. E, proprio al termine, aggiungeva una postilla che la dice lunga sulla profondità e l'asprezza della frattura.

    Non tanto e non solo la divisione dei quattrini, ma una diversa filosofia: «Qui si sono misurate due visioni opposte dell'Europa. Quella di chi la vuole più mercantile e quella di chi la reclama più politica».
    Riemerge finalmente il vecchio e mai sciolto nodo dell'«essere» stesso della Ue. Già De Gaulle, anni or sono, aveva sollevato il problema. Il ministro degli Esteri tedesco Fischer, nel maggio del 2000 - sorprendendo un po' tutti - lo aveva ripescato chiedendo di stabilire «fino a dove e per cosa» si dovesse costruire la casa comune.
    Dall'altra notte il tema ripiomba sulle istituzioni comunitarie. E il tutto accade alla vigilia ormai della presa di comando da parte degli inglesi. Blair non fa mistero di voler rimodellare il bilancio in senso nuovo, disposto magari anche a rivedere il suo “sconto” se passerà la sua linea, e negando che la Gran Bretagna sia isolata come si tenta di far credere (ma è un fatto che erano in 24 a reclamare la fine del privilegio ottenuto dalla Thatcher a suo tempo). Crede che, dopo i giorni dello scontro, seguiranno altri di ragionamento più sobrio. Il suo ministro degli Esteri Straw del resto ha osservato con tranquillità che quanto non è riuscito a fare Juncker proverà a farlo Londra nei prossimi sei mesi. Ma in pochi tra i vecchi soci credono che si possano indossare in contemporanea le vesti di giocatore e croupier. E comunque, al di là della spartizione del bilancio è riemersa in tutta la sua imponenza la domanda sul fino a dove e per che cosa. Stavolta aggravata da una novità, ben evidenziata dal ministro degli Esteri francese Douze-Blazy:
    Il problema? Semplice.” Chi paga l'allargamento?».

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    Predefinito A Londra è polemica

    «Il mancato accordo sul bilancio di lungo termine è il risultato dello scontro tra chi vuole un'Europa proiettata verso il futuro e chi preferisce rimanere intrappolato nel passato». Non la manda certo a dire il ministro degli Esteri britannico Jack Straw. All'indomani del fallimento del vertice europeo sulle prospettive finanziarie dell'Unione, Straw difende la posizione del suo governo accusato da molti di essere stato una delle cause della nuova crisi. Il secco «no» al congelamento del rimborso britannico, ottenuto in passato da Margaret Thatcher, secondo francesi e tedeschi ha infatti condotto il dibattito in un vicolo cieco. La Gran Bretagna però non la pensa affatto così e seppur più diplomaticamente della lady di Ferro («È semplice: voglio indietro i miei soldi», disse infatti nel 1984 quanto ottenne il rimborso), fa capire che se si vuole trovare una collaborazione vera, qualcosa nell'Unione deve cambiare.
    «È un giorno molto triste per l'Europa», ha dichiarato Straw ieri nel corso di un'intervista alla Bbc ammettendo che le ultime trattative conclusesi senza successo hanno provocato una forte tensione nelle relazioni tra i leader dei Paesi europei. Tuttavia, ha suggerito il braccio destro di Tony Blair, qualcosa ancora si può fare per quest'Europa ora così fragile e il fallimento del bilancio può tradursi in «una nuova opportunità». Un po' come lo possono diventare i due «no» dei referendum francesi e olandesi alla Costituzione europea. «È un messaggio dei cittadini europei che i leader dei 25 devono ascoltare attentamente», ha detto ancora Straw ripetendo che un certo modello europeo “vecchia maniera” ha ormai fatto il suo tempo. «Cambiamenti fondamentali ci attendono - ha concluso il ministro - e l'Europa non può sottrarvisi». Né intende farlo la Gran Bretagna che dal primo luglio è pronta ad assumere la presidenza del semestre europeo con tutte le responsabilità che le competono e a portare avanti il difficile dibattito. Per quanto riguarda la posizione ufficiale sostenuta da Blair sul bilancio, sembra che questa abbia ottenuto l'implicito supporto di molti altri leader europei.
    Ieri il commissario per il Commercio europeo Peter Mandelson, astuto ex consigliere di Blair, ha affermato che dalla crisi potrebbero scaturire «alcuni buoni risultati».

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    Predefinito Nuova Waterloo per la Francia

    Il presidente francese Jacques Chirac è tornato ancor più debole da Bruxelles dopo il vertice sulla Costituzione e sul bilancio dell'Ue. Il 29 maggio Chirac aveva ricevuto un primo durissimo colpo a seguito del successo dei «no» al referendum per la ratifica del Costituzione europea. Poi ha cercato di sedurre i connazionali alzando il tono contro un «nemico» esterno: Tony Blair, accusato di rifiutare ogni solidarietà pur di difendere i privilegi britannici sul terreno dei contributi al bilancio dell'Unione. La polemica tra i due ha sconvolto il summit di Bruxelles, ma Blair ha tenuto duro: niente revisione del contributo britannico se non si mette al tempo stesso in discussione la Politica agricola comune (Pac), di cui i francesi sono i principali beneficiari. Chirac ha dovuto ingoiare il rospo, rendendosi conto di quanto il «no» francese del 29 maggio abbia ridimensionato il peso politico di Parigi.
    Anche sulla prosecuzione delle ratifiche del Trattato costituzionale Chirac ha dovuto accettare una scelta diversa da quella in cui sperava.
    La Francia voleva costringere gli altri a procedere secondo il calendario stabilito, ma invece questo processo è stato sostanzialmente sospeso fino al 2007, che è - guarda caso - l'anno delle presidenziali francesi e del pensionamento di Chirac. Il suo successore deciderà come trattare il problema della Costituzione europea e su quella base gli altri Paesi dell'Ue decideranno se convocare i propri referendum. Per riguadagnare qualche simpatia, Chirac ha inasprito la propria posizione sul futuro allargamento dell'Unione: dopo l'ingresso di Bulgaria e Romania, presumibilmente nel 2007, occorrerà un congruo periodo di riflessione. Come dire che Chirac, finora filoturco, si sta orientando a chiudere la porta in faccia ad Ankara, così come da tempo auspica il ministro degli Interni e presidente del suo stesso partito (l'Ump) Nicolas Sarkozy, che ieri ha detto «basta con l'allargamento». Intanto il premier Dominique de Villepin ha sostenuto che «l'attuale crisi dell'Unione è una delle più gravi della nostra storia».
    Questi toni durissimi trovano ampia eco nella stampa francese, che se la prende soprattutto con Tony Blair. Ecco il quotidiano Le Monde aprire la sua prima pagina col titolo: «Tony Blair aggrava la crisi, difendendo la sua visione dell'Europa». Un giudizio davvero caustico, coinciso con l'anniversario numero 190 di un altro momento di tensione tra francesi e britannici: la battaglia di Waterloo del 18 giugno 1815.

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    Predefinito Berlini "conta" e riflette

    All'indomani del fallimento del vertice di Bruxelles, per i partiti e i giornali tedeschi molti sono i perdenti e pochissimi i vincitori. Nella seconda categoria, quella dei vincitori, viene incluso, seppure con accenti critici e di rimprovero, Tony Blair. «Spinto più dall'egoismo nazionale che dalla voglia di un'Europa più moderna e competitiva - scrive il Tagespiegel, quotidiano di Berlino - Blair ha provocato una crisi profonda però ritorna in patria come l'uomo che ha difeso gli interessi inglesi combattendo contro tutti. E per un politico non è un successo da poco. Inoltre bisogna riconoscere che l'idea di Blair di legare un'eventuale rinuncia di Londra ai privilegi ottenuti in passato a un ridimensionamento della spesa agricola ha il merito di aver reso inevitabile il dibattito su un utilizzo più innovativo delle risorse comunitarie».
    Nella categoria dei perdenti, numerosissima, i commentatori politici includono quasi all'unanimità il duo franco-tedesco. Chirac e Schröder vengono accusati praticamente di tutto. Parigi e Berlino avrebbero perso la capacità di influire sugli orientamenti dell'Unione, non sono riusciti a mettere al centro del vertice un'idea in grado di rilanciare l'Europa e dopo il duello con Blair rischiano di apparire come i difensori di un bilancio comunitario che riflette il ritardo del nostro continente nell'affrontare le sfide della globalizzazione. Sebbene ancora non sia stata fissata la data delle elezioni, la Germania è già in campagna elettorale. Era quindi inevitabile che le cattive notizie provenienti da Bruxelles venissero strumentalizzate a fini interni.
    Per i politici dell'area rossoverde, il piano di bilancio presentato da Juncker e sostenuto da Schröder è stato battuto ma lo slancio europeista del Cancelliere non può essere messo in discussione. Merito che invece non viene riconosciuto da Angela Merkel, leader della Cdu e dell'opposizine di centrodestra. La Merkel, che molto probabilmente dopo il voto occuperà la poltrona di Schröder al prossimo vertice europeo, accusa Blair di egoismo ma accusa anche Chirac, e quindi il Cancelliere, per non aver fatto nessuna concessione sulla spesa agricola.
    Ancora più esplicito Wolfgang Gerhardt, personaggio di spicco dei liberali e probabile ministro degli Esteri in caso di vittoria del centrodestra. A suo parere Schröder ha difeso un bilancio comunitario vecchio che deve essere cambiato per destinare più risorse comunitarie allo sviluppo tecnologico.

    saluti

 

 
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