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  1. #331
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", SABATO, 15 MAGGIO 2010
    Pagina 11 - Cronaca

    Il pm accusa il governatore della Sardegna: corruzione. I contatti con Verdini, Carboni e Dell´Utri
    Eolico, indagato Cappellacci: gli appalti dei parchi nel mirino
    Indagini sulla nomina del direttore dell´Arpa La pista dalle intercettazioni

    FRANCESCO VIVIANO
    ROMA - Si allunga la lista degli indagati della Procura di Roma sull´eolico in Sardegna e in altre regioni, un´inchiesta nella quale sono già stati coinvolti il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, Flavio Carboni, Pasquale Lombardi, il costruttore Arcangelo Martino, Pinello Cossu, consigliere provinciale di Iglesias, e Ignazio Farris, direttore generale dell´Arpa Sardegna. L´ultimo degli indagati è il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci (Pdl). Il procuratore aggiunto di Roma, Capaldo e glli altri magistrati che seguono l´inchiesta - Rodolfo Sabelli ed Ilaria Calò - accusano il presidente della Sardegna di corruzione ed abuso d´ufficio per avere raccolto ed eseguito i consigli di Flavio Carboni, del senatore Marcello Dell´Utri - che non è indagato - e del suo coordinatore del partito, Verdini: suggerimenti per nominare come direttore generale dell´Arpa Sardegna, Ignazio Farris. L´iscrizione nel registro degli indagati di Ugo Cappellacci è stato deciso dopo la trascrizione di numerose intercettazioni telefoniche che coinvolgono politici e imprenditori, ed il sequestro negli uffici della Regione Sardegna e dell´Arpa, di documenti ed atti amministrativi che proverebbero la corruzione e l´abuso d´ufficio da parte del presidente della Sardegna per nominare il direttore dell´Arpa, l´uomo che governa concessioni e licenze per l´installazione di parchi eolici. Parchi eolici a cui erano interessati lo stesso Marcello Dell´Utri e Flavio Carboni che aveva veicolato verso il Credito Cooperativo di Firenze, la banca di Denis Verdini, "anticipi" degli imprenditori interessati al business e che, secondo gli investigatori, erano soldi destinati ad agevolare le concessioni delle licenze per i parchi eolici. Agli atti dell´inchiesta ci sono numerose telefonate. E tra queste telefonate una nella quale Denis Verdini chiede al governatore sardo di incontrarsi con Carboni, capofila di un gruppo di imprenditori interessati all´eolico. L´incontro si sarebbe svolto a Roma: al tavolo Il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci, Verdini e Carboni, per ottenere la firma di un accordo di programma con gli imprenditori da lui rappresentati. Il procuratore Capaldo con le intercettazioni avrebbe puntato l´interesse su decine di persone.
    Ed anche in questa inchiesta romana il nome di Claudio Scajola viene fuori dalle conversazioni tra gli imprenditori interessati al business dell´eolico, insieme a quelli di Marcello Dell´Utri, di Denis Verdini, del sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo (Pdl, non è indagato). Ma non ci sono soltanto queste intercettazioni, i carabinieri hanno anche registrato colloqui dove alcuni indagati raccontano dei contatti tra Verdini, Marcello Dell´Utri Flavio Carboni. In una conversazione si scopre che sarebbe stato Dell´Utri a consigliare a Flavio Carboni di dirottare verso il Credito Cooperativo Fiorentino, capitali degli imprenditori che cercavano contatti con i politici non soltanto romani, per superare le lungaggini burocratiche delle autorizzazioni per impiantare i siti eolici in Sardegna ma anche in Sicilia, Campania e Basilicata. Provviste che, secondo le ipotesi investigative, sarebbero state dirottate verso società che, come nel caso della gruppo dell´inchiesta G8 sarebbero servite per attingere a fondi neri. Quando il nome di Ugo Cappellacci venne fuori e non era ancora indagato, il presidente della Regione Sardegna aveva sostenuto che «sulla partita delle rinnovabili mi ha contattato l´universo mondo, ma non ho mai ricevuto richieste meno che lecite». Ed i politici che avrebbero chiesto al presidente della Sardegna erano quelli che hanno raccomandato o avrebbero tentato di farlo i titolari di alcune imprese che si sono buttati a capofitto sull´eolico. "Vento in Poppa", "Na´ Volta", "Eolo 3W", "Serre dei Venti" ed anche "Via Col Vento", tutti nomi esotici ma di imprese napoletane, siciliane ed alcune anche del Trentino Alto Adige, che insieme ad altre decine e decine di società, hanno messo gli occhi sul grande business dell´Eolico.

  2. #332
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", DOMENICA, 16 MAGGIO 2010
    Pagina 9 - Cronaca

    Caccia al tesoro di Verdini. I sospetti dei magistrati: "Soldi e gioielli in Lussemburgo"
    Via alla rogatoria. Nel mirino anche i conti di Toro e Balducci
    L´accusa: nascoste all´estero somme truffate anche all´Unione europea

    FRANCESCO VIVIANO
    ROMA - Fondi neri, gioielli, opere d´arte occultati in conti correnti e forzieri di banche e società finanziarie del Lussemburgo da sequestrare «con urgenza». Questa la strategia dei magistrati di Perugia e Firenze che hanno un sospetto: secondo loro, il coordinatore del Pdl Denis Verdini ed altri personaggi comparsi nell´inchiesta sarebbero riusciti a mettere al sicuro all´estero ingenti somme truffate all´Italia e all´Unione europea. Per questo con una rogatoria internazionale "urgente" le procure di Perugia e Firenze hanno chiesto l´intervento dell´Ufficio internazionale antifrode, per identificare, bloccare e confiscare, denaro e beni intestati agli indagati ed ai loro prestanome. È un documento riservato che i magistrati raccomandano ai colleghi di non portare a conoscenza degli indagati per paura che siano ancora in tempo a far sparire il "tesoro" accumulato. Nelle carte inviate in Lussemburgo i magistrati sottolineano che gli indagati potrebbero essere «collegati anche alla criminalità organizzata transnazionale».
    Tra i quindici nomi per i quali le procure di Perugia e Firenze chiedono gli accertamenti bancari - e la confisca dei beni eventualmente trovati - oltre a Denis Verdini ci sono l´ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro e il figlio Camillo, Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro Dellagiovanpaola e l´imprenditore Diego Anemone.
    Il provvedimento "urgente" è stato inviato agli enti giudiziari e finanziari seguendo le tracce di assegni, conti correnti e, soprattutto del "libro mastro" di Anemone (con i 412 nomi elencati per una serie di lavori compiuti dalle aziende del costruttore) e di altri elenchi sequestrati al commercialista di Anemone, Stefano Gazzani. I magistrati di Perugia e Firenze spiegano ai loro colleghi lussemburghesi ed alle autorità bancarie i motivi che li hanno spinto a fare questa richiesta: si tratterebbe, spiegano, di «fondi neri» provenienti da attività illecite, corruzione, truffa e irregolarità negli appalti della Protezione civile nazionale, ma anche di eventuali truffe ai fondi provenienti dal bilancio dei fondi europei. I pm spiegano anche che un gruppo di dirigenti pubblici avrebbe messo le loro funzioni a disposizione degli imprenditori amici ottenendo in cambio «numerose promesse in denaro, prestazioni di lavoro, automobili ed altro in favore di terzi e loro amici». Secondo i pm tutti i protagonisti che ruotavano attorno al gruppo sotto inchiesta utilizzavano anche terze persone di fiducia ancora da identificare «per nascondere e portare all´estero, in particolare in territorio lussemburghese, beni ed utilità, cosi come il denaro del quale si sono trovate tracce significative con la creazione di società nelle quali essi erano soci occulti e si dividevano i profitti delle attività illecite». Le necessità di rivolgersi con urgenze alle autorità lussemburghesi è scaturita dai risultati delle perquisizioni, non soltanto negli uffici e nei computer di Anemone, ma anche in quelli di Gazzani e Zampolini, l´uomo a cui Anemone affidò l´incarico di consegnare alle sorelle Barbara e Beatrice Papa, quei 900 mila euro in "nero" per pagare l´abitazione con vista sul Colosseo dell´ex ministro Claudio Scajola.
    Durante le perquisizioni si è infatti trovata traccia di un rapporto con una banca del Lussemburgo "Unicredito Luxemburg". Gli inquirenti italiani hanno anche chiesto se tra gli intestatari di conti correnti o società con sede in Lussemburgo, ci siano tracce anche di don Evaldo Biasini che nella cassaforte della Congregazione del Preziosissimo Sangue di Roma custodiva i contanti di Diego Anemone. Nella lista nera inviata alle autorità lussemburghese ci sono anche i nomi delle nove società di Diego Anemone.
    «Si tratta di delitti di natura comune - scrivono i pm di Firenze e Perugia nella rogatoria - principalmente di corruzione qualificata in banda organizzata legata al crimine organizzato e di natura transnazionale. Ci sono dei delitti di truffa a scapito dell´Unione europea». Il documento si conclude con la richiesta di sequestrare «immediatamente tutte le somme, titoli gioielli o opere d´arte di proprietà di terzi o di prestanome su conti correnti, cassette di sicurezza, depositi bancari o custoditi presso persone, agenti di borsa, notai. Oggetti da confiscare obbligatoriamente per la natura dei crimini suddetti». Nelle settimane scorse le autorità bancarie del Lussemburgo hanno già identificato e bloccato alcuni conti correnti intestati ad Angelo Balducci e Claudio Rinaldi, il primo con tre milioni di euro il secondo con due. Altri conti sarebbero stati individuati anche in alcune banche svizzere.

  3. #333
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 16 Maggio 2010, pag. 7

    “Parlamento, Authority e manager: basta cicale”

    Calderoli: serve una strizzata anche alle Regioni autonome

    Intervista
    Il ministro leghista

    UGO MAGRI
    ROMA

    Lei che si confida con Tremonti, ministro Calderoli...
    «Ah no, non chieda indiscrezioni sulla manovra perché io non so nulla».
    Impossibile.
    «E comunque, se dicessi qualcosa poi Giulio chi lo sentirebbe? L’altro giorno in Consiglio dei ministri avevo sollevato la questione delle banche che si fanno garantire dallo Stato in tempi di crisi, sarebbe giusto fargli pagare l’assicurazione...».
    Tremonti si è arrabbiato?
    «Ha gridato “ecco Robin Hood!”».
    Scherzava?
    «Neanche tanto».
    Allora stiamo sulle generali. La manovra come sarà?
    «Equa. Non si può chiedere sempre agli stessi. Bisogna che cominci a pagare chi non ha mai dato o chi ha preso troppo. Le cicale, anzi le cicalone».
    E cosa aspettate?
    «Stiamo già facendo. A gennaio abbiamo segato qualcosa come 50 mila poltrone negli enti locali. Poi abbiamo tagliato gli stipendi dei consiglieri regionali».
    Spiccioli?
    «Macché, in certi casi sono stati ridotti a un quinto. Arrivavano a prendere 25 mila euro mensili, ora al massimo 5mila 400. Ho appena proposto di ridurre del 5 per cento gli emolumenti dei ministri e dei parlamentari. Si può fare subito, con legge ordinaria, in attesa di tagliare il numero dei deputati e dei senatori».
    Prossimo blitz?
    «C’è tutto un mondo di persone che grida vendetta a Dio, per quanto guadagnano a spese nostre.
    E chi sono?
    «I capoccioni vari, manager pubblici, presidenti delle authority... Gente che prende il doppio del presidente del Consiglio. Nessuno li ha mai messi nel mirino. Poi una valutazione bisognerà pur farla anche rispetto al Parlamento».
    Costa troppo?
    «Prendiamo la Camera. Ha un bilancio di quasi un miliardo. I parlamentari pesano il 16 per cento. Il personale invece sfiora il 53 per cento, mi capisce?».
    Sì ma sono organi costituzionali, hanno una loro autonomia...
    «Però bisogna fare dei ragionamenti anche con loro. Perché altrimenti tocca infilare le mani nelle tasche dei cittadini».
    Parliamo di corruzione. Si possono chiedere sacrifici quando i furbi si arricchiscono con gli appalti?
    «La risposta di Berlusconi mi ha confortato: chi sbaglia deve pagare. Punto. Mi sembra importante che non tutto venga scambiato aprioristicamente per persecuzione giudiziaria... Se un soggetto viene riconosciuto colpevole è giusto che alzi i tacchi. E non vale esclusivamente per noi, sa?».
    Per chi altro?
    «Per il centrosinistra. Da quanto si mormora, in queste vicende non è implicata solo una parte politica...».
    Ah sì?
    «Sono chiacchiericci. Mai prenderli per oro colato. Anzi, io dico di stare attenti perché succedono cose strane».
    Tipo?
    «Su certi dossier i giornali arrivano ancor prima delle procure competenti. Vuol dire che intorno ai magistrati non ci sono falle ma voragini. Da cui può uscire di tutto, anche depistaggi».
    Di palo in frasca: la sua famosa bozza di riforma costituzionale che fine ha fatto?
    «E’ all’esame dei tre coordinatori Pdl che dovevano esprimere un parere».
    Si sono dimenticati?
    «No, è che di mezzo c’è stata la loro Direzione, il caso Fini...».
    Ecco, parliamo di Fini. Lei è andato a spiegargli che sul federalismo non deve temere.
    «Come Lega accettiamo le sue richieste circa la tenuta del sistema, la coesione sociale, la solidarietà territoriale».
    Però...
    «Però a due condizioni. La prima è che, una volta fissato il costo standard per i servizi, da quello non si sgarra. Se in certi posti ci sono amministratori spreconi o ladri, li caccino via senza chiedere altri soldi allo Stato».
    E la seconda?
    «Non può esistere un’evasione fiscale come quella di oggi. Se in qualche zona si evade il doppio o il triplo che nel resto del Paese, quella zona dovrà impegnarsi due o tre volte tanto per procurare le risorse».
    Se per salvare il governo Berlusconi dovesse far pace con Casini, vi mettereste di traverso?
    «Non ha giovato la campagna elettorale Udc, tutta anti-Lega. Però hanno un po’ cambiato atteggiamento. Sul federalismo stanno portando argomenti di merito. Ci siamo già incontrati, ci riparleremo, vogliamo vedere le carte».
    A capo della Conferenza Stato-Regioni metterete uno di maggioranza o lascerete Errani che è del Pd?
    «Ho chiesto a Berlusconi di rifletterci con una certa urgenza. Errani ha operato sempre in maniera equilibrata, dimostrandosi interlocutore istituzionale. Se potessi scegliere, io lo terrei».
    Sarà contento Formigoni, che ci aspira...
    «Adesso mi odieranno anche i governatori di centrodestra».
    Perché, chi altro?
    «Per esempio, le Regioni a statuto speciale. Già abbiamo tagliato le risorse al Trentino Alto Adige. Adesso stiamo materialmente scrivendo gli articoli dell’accordo per la Valle d’Aosta. Verrà il turno del Friuli, arriveremo alla Sardegna e alla Sicilia. Il che mi fa temere per la mia vita...».
    Che ha detto, ministro?
    «Che non vorrei ritrovarmi in una colata di cemento. O sotto una lapide con su scritto: “Ecco un illuso”».

  4. #334
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 16 Maggio 2010, pag. 7

    La sfida ai privilegi della Casta

    Forse stavolta non sarà una provocazione. Gli intoccabili verranno toccati. La Casta vuole riformarsi. L'opposizione non ci crede pensa che la destra stia facendo ancora campagna elettorale e che la proposta del ministro Roberto Calderoli finirà nel cestino come la proposta dell’abolizione delle Province. Il vero punto interrogativo resta come verranno fatti questi tagli alla politica. Il ministro leghista alla Semplificazione ha parlato di un taglio del 5% agli stipendi di ministri e parlamentari ma la dieta verrà estesa anche agli alti papaveri del settore pubblico, manager e alti dirigenti. Qual è il dubbio? Che a farne le spese possano essere anche i dipendenti pubblici e non solo i papaveri della politica. Un costo non da poco per le casse dello Stato. Basti pensare che una delle voci più pesanti degli ultimi bilanci della Camera e del Senato sono state le retribuzioni del personale: 234 milioni l’anno per i dipendenti di Montecitorio e 132 milioni per quelli di Palazzo Madama. Ci saranno allora piccoli sacrifici per ministri e parlamentari in cambio di sacrifici più pesanti per gli statali?



    Camera

    Stampare gli atti? Sette milioni


    63 milioni
    Questo il risparmio per i conti dello Stato tagliando del 5% il totale dei costi della camera

    Per l’alto numero di deputati e dipendenti la Camera è quella che ha i costi più alti della politica rispetto al Senato e al Governo. Dando uno sguardo al progetto di bilancio 2009 di Montecitorio, la spesa totale supera i 1,2 miliardi di euro. Se la dieta che il ministro Roberto Calderoli ha proposto riguardasse il totale dei costi, quel 5% di tagli si tradurrebbe in risparmi davvero consistenti: 63 milioni. Tanto per fare un esempio, è quanto ha stanziato ad aprile il governo per la cassa integrazione in tuto l’Abruzzo.
    Questo sarebbe il massimo come risultato. Ma guardando, invece, solo ai 630 onorevoli a cui il ministro leghista si è riferito se si sommano le loro indennità annue (94,5 milioni) a una parte di rimborsi e diarie (72,5 milioni) si arriva a poco più di 167 milioni di costi. Che con una sforbiciata del 5% portano a riduzione di spesa di 8,3 milioni. Ma la voce più pesante del bilancio della Camera sono le retribuzioni del personale che ammontano a 233 milioni. In questo caso i risparmi sarebbero di 11,6 milioni.
    Poi bisognerebbe sapere se la «riforma della Casta» che ha in mente Calderoli riguarderà anche i deputati pensionati. Se così fosse, vitalizi e pensioni costano alla Camera qualcosa come 328 milioni. E applicando il solito taglio del 5% ai arriva a 16,4 milioni di costi in meno. Sempre spulciando nei conti di Montecitorio ci sono poi altre voci che fanno pensare che potrebbero esserci ancora spazio per una gestione un po’ più oculata. Per esempio le spese per i servizi di stampa degli atti parlamentari costano all’anno 7 milioni. Troppa carta e troppo cara? Forse Calderoli potrebbe seguire l’esempio del suo collega Renato Brunetta ed estendere la riforma digitale dalla pubblica amministrazione al Parlamento. Forse qualche economia in più alla Camera potrebbe essere fatta anche sui trasporti. Anche perché con quegli 11,5 milioni di euro spesi all’anno ci si potrebbero comprare almeno mille utilitarie.



    Al secondo posto nella classifica della «cara politica» si piazza il Senato con una spesa totale all’anno di 521 milioni di euro, circa la metà di quella della Camera. Se la mini-tassa del 5%, ipotizzata dal ministro Roberto Calderoli, venisse applicata su questo totale, nelle casse dello Stato entrerebbero 26 milioni. Se invece il taglio venisse fatto sugli stipendi dei 315 senatori, tra competenze (46,7 milioni), rimborsi e diarie (24,2 milioni), i risparmi sarebbero di 3,7 milioni. Come per i deputati ci sono poi costi non da poco per vitalizi dei senatori cessati dal mandato (75,7 milioni) e per le pensioni di Palazzo Madama (77,3 milioni). In tutto con quella sforbiciata del 5% ci sarebbero meno costi per 7,6 milioni.
    Ma ci sono poi altre voci del bilancio di Palazzo Madama che potrebbero essere limate: per esempio i trasferimenti ai gruppi parlamentari che ammontano a 38,7 milioni e sono più alti di quelli della Camera (35,1 milioni). Sotto le cesoie del ministro Calderoli potrebbero finire anche le consulenze per le Commissioni (d’inchiesta, speciali, consultive, permanenti, ecc.), che hanno portato a spese per 1,8 milioni. Chi, invece, è stata virtuosa nelle consulenze è la Commissione parlamentare per la vigilanza dei servizi radiotelevisivi non ha speso neppure un euro.
    Un conto abbastanza salato dal bilancio di Palazzo Madama arriva poi dalle spese per il Cerimoniale e rappresentanza. Tra medagliette parlamentari, onoranze, acquisto di libri d’arte e iniziative istituzionali, culturali e sociali si arriva quasi a 2 milioni di euro all’anno. Un po’ di austerity Calderoli potrebbe poi caldeggiarla per le spese dei ristoranti. In un anno gli oltre trecento senatori hanno speso 1,3 milioni per i servizi di ristorazione, più di quelli spesi dal personale di Palazzo Madama (1,1 milioni). Anche le spese per le assicurazioni non scherzano affatto: 1,7 milioni per i senatori, quasi un milione per i dipendenti.



    Il taglio degli stipendi di ministri e sottosegretari non farà la differenza, non farà colare a picco i costi della politica, ma la legge deve essere uguale per tutti e il ministro Calderoli vuole dare il buon esempio. Ci sarà però da chiarire se quella mini-tassa del 5% dovrà essere applicata al trattamento base di un ministro parlamentare (nel governo Berlusconi sono tutti ministri parlamentari) che è di poco superiore ai 44 mila euro lordi all’anno. Oppure se la sforbiciata colpirà l’intero stipendio del ministro che è ben più corposo. Se è senatore con indennità e diaria arriva a guadagnare, infatti, circa 104 euro l’anno lordi. Se invece è onorevole la sua retribuzione è di poco sotto i 100 mila euro (98.677 euro per la precisione).
    Se verrà tassata solo la retribuzione base dei 23 ministri del Cavaliere il risparmio per le casse dello Stato si aggirerà intorno ai 50 mila euro. Se invece toccherà l’intero stipendio, compreso le indennità parlamentari, sarà più del doppio (115 mila euro). Analoghi chiarimenti dovranno esserci per quanto riguarda gli 11 sottosegretari, visto che anche in questo caso sono tutti parlamentari, fatta eccezione per Guido Bertlolaso (Protezione civile). Lo stipendio base di un sottosegretario è di 56.954 euro ma con l’indennità e la diaria da parlamentare supera i 100 mila euro. Come per i ministri, anche pe ri sottosegratari, se i tagli venissero fatti all’intero stipendio i soldi risparmaiti sarebbero il doppio.
    D’altro canto va detto, però, che con il comma 575 della Finanziaria 2007, proposto dal leader dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, e dall’attuale sindaco di Roma, Gianni Alemanno, lo stipendio dei ministri parlamentari, dei viceministri e dei sottosegretari era già stato ridotto del 30%. Solo che allora sotto il governo Prodi, quando entrò in vigore la mini-riforma della casta, solo 32 su 100 stipendi governativi avevano subito la riduzione del 30%. Come mai? Semplice c’erano ben 68 ministri, viceministri e sottosegretari non parlamentari che non rientravano nel provvedimento targato Di Pietro-Alemanno. Una situazione nettamente diversa da quella del Governo Berlusconi dove fatta eccezione per Bertolaso, tutti gli altri stipendi governativi hanno subito il taglio del 30%.

  5. #335
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 16 Maggio 2010, pag. 9

    Verdini, s’indaga in Lussemburgo
    La storia
    Gli inquirenti e il fiume di denaro oltre frontiera

    FRANCESCO GRIGNETTI
    INVIATO A PERUGIA

    I pm chiedono un accertamento su eventuali conti all’estero del coordinatore Pdl


    E’ dagli accertamenti bancari e dalle rogatorie verso Svizzera, Lussemburgo e San Marino che i magistrati Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi si attendono colpi di scena. L’inchiesta sui Grandi Appalti è a un giro di boa. Dopo che è stata inquadrata una serie di compravendite immobiliari sospette, dalle verifiche bancarie potrebbero emergere trasferimenti altrettanto sospetti. Verso il Lussemburgo (dove ci sono sicuramente soldi degli indagati in una filiale Unicredit), per esempio, è stata inoltrata una richiesta di collaborazione giudiziaria. Riguarda sedici persone, tutte indagate tra Perugia e da Firenze. Ci sono i soliti Angelo Balducci, Diego Anemone, Mauro Della Giovampaola e Mauro De Santis. C’è il commercialista Stefano Gazzani, il «mago» dei trasferimenti e degli assegni circolari. Ma c’è anche il nome dell’onorevole Denis Verdini, il deputato-banchiere, coordinatore Pdl, di cui si chiede di verificare se abbia conti correnti o depositi in quel Paese. E c’è una specifica richiesta sul conto del sacerdote-banchiere Evaldo Biasini, 83 anni, meglio noto ormai con don Bancomat.
    Scrivono i magistrati: «E’ stata creata una società nella quale si sono occultati profitti illeciti; essi si sono serviti di consiglieri giuridici e finanziari; familiari e prestanome si sono prestati per occultare fiduciariamente soldi e conti correnti all’estero». E avvertono, invocando le convenzioni europee contro il riciclaggio e la corruzione: gli indagati avevano formato un’associazione a delinquere internazionale a danno dei fondi pubblici, sia quelli dello Stato italiano, sia quelli europei; si sospettano collegamenti con la criminalità organizzata.
    Don Evaldo, come si sa, è l’economo della congregazione del Preziosissimo Sangue. Per venti anni ha sovrainteso alle donazioni dei fedeli finalizzate alle missioni in Africa. Il suo conto corrente presso la filiale romana della Banca delle Marche in via Ciamarra (stessa filiale dove ha il conto Anemone, segnala la Guardia di Finanza) è stato messo a disposizione dell’imprenditore che poteva versare e prelevare contanti a suo piacimento, evitando così occhi indiscreti e segnalazioni a Bankitalia. «Era un deposito fiduciario», ha spiegato al primo interrogatorio, con disarmante candore, il sacerdote. Nell’occasione l’arzillo prete-banchiere ha aperto il suo computer e sciorinato le contabilità, quella ufficiale e quella parallela. E’ venuto fuori che alla data del 31 dicembre 2009, Anemone aveva «parcheggiato» sul conto di don Evaldo, pronti alla bisogna, ben 475mila euro. In cambio, Diego Anemone aveva concesso, bontà sua, che gli interessi maturati, pari a 5.438 euro, andassero «a sostegno dei bambini nell’Africa».
    La novità è che la Guardia di Finanza e la Banca d’Italia segnalano due conti (numero 10504789 e 10505589) che sarebbero all’estero e di cui si sono trovati in casa del sacerdote varia documentazione, compresi gli estratto-conto. Puntualmente, ora, il nome di don Evaldo è presente nelle rogatorie indirizzate verso l’estero. E adesso c’è solo da attendere le risposte da quei Paesi per sapere se attraverso quei conti, apparentemente insospettabili, (chi avrebbe mai potuto immaginare qualcosa di losco sul conto corrente dei missionari in Africa?) non siano transitati soldi per destinazioni inconfessabili.
    Si fruga a fondo nei computer sequestrati al commercialista Gazzani, intanto, alla ricerca di documentazione utile alle indagini. E’ lì, tra quei files, che potrebbe uscire qualcosa di altrettanto illuminante come la lista Anemone, che era stata sequestrata addirittura nell’ottobre 2008. Appariva inoffensiva, all’inizio. Oggi è considerato un «libro mastro» che potrebbe portare a nuove sorprese.
    Attorno alla lista, però, è montato un giallo. E’ rimasta nei cassetti della Finanza per più di un anno; non l’ha mai vista, ad esempio, la pm romana Colaiocco, titolare dell’inchiesta sui Mondiali di Nuoto e in fondo era lei che aveva ordinato la perquisizione negli uffici di Anemone. Anche ai pm di Perugia non è mai stata spiegata, né presentata in forma ragionata. Di qui l’enorme irritazione della procura romana verso la Guardia di Finanza, esternata ieri con nota ufficiale. I magistrati della capitale potrebbero ordinare qualche accertamento.

  6. #336
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    "La Stampa", 16 Maggio 2010, pag. 9

    “Eolico, un comitato d’affari”



    ROMA

    Dopo giorni di indiscrezioni la denuncia per il presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci è arrivata anche ufficialmente per abuso d’ufficio e concorso in corruzione e si inizia a capire anche qualcosa di più sui contorni della vicenda. Gli inquirenti della procura di Roma indagano su un «comitato d’affari» che sarebbe nato in Sardegna per gestire gli impianti destinati alla produzione di energia alternativa sull’isola e si stanno concentrando sulla nomina di un dirigente e sulla proprietà di alcuni terreni.
    I terreni si trovano nel Sulcis-Iglesiente e sarebbero di proprietà della famiglia del presidente del Consiglio regionale, Claudia Lombardo, che potrebbe quindi anch’essa finire nel registro degli indagati anche se si è già dichiarata totalmente estranea alle accuse. La vicenda riguarderebbe i progetti sull’eolico presentati, all’assessorato regionale, da privati a partire dal 2009. La giunta regionale guidata da Ugo Cappellacci (Pdl) l’anno scorso aveva approvato un provvedimento che blocca le domande dei privati, mentre a inizio 2010 erano state approvate delibere che escludono impianti eolici off shore lungo le coste sarde ed era stata decisa la creazione dell’Agenzia regionale che dovrebbe gestire la programmazione degli impianti a terra.
    Gli inquirenti avrebbero anche sequestrato documenti dagli uffici della Regione Sardegna, a Cagliari. I documenti riguardano anche gli atti inerenti la nomina nel 2009 di un direttore generale dell’Arpas, l’azienda regionale per la protezione dell’ambiente in Sardegna. Nell’inchiesta sono coinvolti oltre al presidente della Regione Ugo Cappellacci anche uno dei tre coordinatori nazionali del Pdl, Denis Verdini, l’imprenditore Flavio Carboni, e altre persone. Ieri sera ha annunciato le dimissioni il commissario dell’Autorità d’ambito (Ato) della Sardegna, Franco Piga, anche lui iscritto nel registro degli indagati.
    Cappellacci si dice «tranquillo» e «fiducioso nell’operato della magistratura». La sua difesa è la stessa dei giorni scorsi. Sostiene di aver arginato con i suoi provvedimenti i tentativi di fare affari sugli impianti. «Sono certo - conclude - che emergerà con tutta evidenza la correttezza, la trasparenza ed il rigore del lavoro della giunta. Sin dai prossimi giorni trasferirò questa mia consapevolezza al Consiglio regionale».
    Ma per l’ex governatore Renato Soru Cappellacci non sarebbe «padrone di sé stesso», si sarebbe fatto condizionare dal «comitato d’affari» e avrebbe solo finto di mettere un argine agli speculatori interessati all’eolico, cancellando le regole imposte dalla giunta precedente e soltanto dopo un anno intervenendo con una direttiva «frettolosa e confusa».

  7. #337
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    La caccia ai soldi della cricca punta al Vaticano

    • da Il Giornale del 17 maggio 2010

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    di Massimo Malpica

    La caccia al tesoro della «cricca» punterebbe ora sul Vaticano. I magistrati delle procure di Firenze e di Roma hanno già avviato gli accertamenti bancari su conti correnti e depositi italiani collegati a Diego Anemone e al suo staff, ad Angelo Balducci, a Claudio Rinaldi e agli altri funzionari della struttura della Ferratella in Laterano.
    Sempre lavorando in team, le toghe delle due procure hanno inviato una rogatoria internazionale in Lussemburgo per individuare e bloccare i conti all’estero riferibili agli indagati e a una serie di prestanome (un elenco di 16 nomi e 9 società, tra cui anche il coordinatore del Pdl Denis Verdini). Ora si starebbe valutando di bussare alle porte dello lor. Scelta dagli esiti incerti, ma quasi obbligata. Molti degli incroci emersi, soprattutto relativamente alle compravendite immobiliari delle «case blu» e ai lavori di ristrutturazione realizzati dalle società di Anemone, hanno infatti come comune denominatore l’altra sponda del Tevere.
    Nell’ormai celebre «lista» di Anemone molti degli indirizzi fanno capo alla congregazione di Propaganda Fide. Congregazione della quale era «consultore» lo stesso Balducci. Qualche giorno in un esposto i radicali hanno denunciato presunte irregolarità su una serie di appalti pubblici, alcuni dei quali affidati all’architetto della «cricca» Angelo Zampolini.
    Nell’esposto si rimarca che Balducci avrebbe un conto proprio presso lo Ior. Lo rivelò lui stesso, quattro anni fa, interrogato a Potenza da Woodcock per l’inchiesta sui Savoia. Saltò fuori un prestito di 280mila euro «concesso» da Balducci a monsignor Francesco Camaldo, cerimoniere pontificio. Balducci spiegò a Woodcock che aveva girato i soldi «attraverso un conto bancario in Vaticano». E un conto allo lor non è a rischio di segnalazioni di operazioni sospette: gli occhi dell’antiriciclaggio non arrivano Oltretevere.
    Una rogatoria potrebbe provarci, ed è quello a cui i pm umbri e toscani stanno pensando, anche se difficilmente il Vaticano concederebbe il suo via libera agli accertamenti nei conti dello Ior.
    Si apre così un altro filone «religioso», dopo il tesoretto di Anemone nella cassaforte e nei conti della Banca delle Marche intestati a don Evaldo Biasini, economo della congregazione del Preziosissimo sangue che faceva da cassiere per l’imprenditore. E non è un caso che il religioso sia l’unico non indagato il cui nome è presente nella richiesta di rogatoria inviata in Lussemburgo. Sul fronte interno, arriva oggi sulla scrivania del pm perugini la nuova informativa del nucleo di polizia tributaria delle Fiamme gialle. Altri controlli incrociati su conti correnti, depositi, assegni circolari e compravendite immobiliari. Il primo documento aveva portato - tardivamente - a rivelare quegli strani acquisti «finanziati» da Zampolini in favore di Scajola e Pittorru.
    L’esame dei nuovi accertamenti potrebbe portare a modificare il calendario degli interrogatori. Proprio Zampolini potrebbe arrivare nella procura umbra domani, e non è escluso che prima della fine della settimana i pm Sottani e Tavarnesi spingano per ascoltare l’ex ministro Scajola, e per bissare l’interrogatorio del capo della protezione civile Guido Bertolaso. Troppi punti da chiarire, rispetto a quel verbale del 12 aprile. Da allora sono saltati fuori i lavori effettuati dalla moglie al Salaria Sporting village di Anemone, e quelli di ristrutturazione che Anemone ha svolto a casa di Bertolaso, che nell’elenco dell’imprenditore salta fuori anche per una casa di via Giulia. E anche di questa, ai pm Bertolaso non aveva fatto parola.
    Ultima modifica di Burton Morris; 12-08-10 alle 13:18

  8. #338
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Quanto costa davvero la politica

    • da La stampa del 17 maggio 2010

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    di Luca Ricolfi

    E’ un po’ di giorni che se ne parla: l’idea del ministro Calderoli di tagliare gli stipendi di ministri e parlamentari piace molto. La gente semmai obietta che «tanto non lo faranno», e che gli emolumenti dei politici sono talmente scandalosi che bisognerebbe tagliare molto di più. Anch’io penso che l’idea di Calderoli sia da sottoscrivere.
    Cè un aspetto, tuttavia, dei ragionamenti che circolano in questi giorni, che non mi convince affatto. Molti tendono a credere, o a far credere, che una misura del genere potrebbe avere effetti apprezzabili sui conti pubblici, contribuendo in misura rilevante alla manovra da 25 miliardi di euro (in 2 anni) che il governo sta mettendo a punto in queste settimane.
    Ebbene bisogna dire risolutamente che questo non è assolutamente vero. Innanzitutto perché la proposta, anche se venisse estesa ai grandi dirigenti e funzionari pubblici riguarderebbe poche migliaia di persone. In secondo luogo perché andare al di là di questo è molto difficile, dal momento che proprio l’autonomia delle Regioni e degli enti locali rende praticamente impossibile far calare dall’alto (cioè dal centro) un provvedimento di contenimento di tutti gli emolumenti legati alla funzione politica. E infine, punto decisivo, perché anche se si riuscisse a colpire tutta la politica, e cioè amministratori locali, portaborse (ipotesi del tutto irrealistica), i risparmi sarebbero irrisori rispetto all’entità della manovra che ci attende.
    Per capire come mai, basta riflettere sul fatto che il costo globale del ceto politico, anche inteso nella sua accezione più ampia (incluse le consulenze), non supera i 4 miliardi di euro all’anno, il che significa che un taglio del 5% frutterebbe 200 milioni di euro (sul punto si veda l’ottimo libro di Salvi e Villone, Il costo della democrazia, Mondadori, 2005).
    Una bella cifra, direte voi. Si, ma non sulla scala dei nostri problemi di aggiustamento dei conti pubblici. Duecento milioni sono 0,2 miliardi di euro, ossia meno dell’1% di quello che ci serve (25 miliardi di euro). Anche ammesso di cominciare subito, senza dilazioni e senza deroghe, colpendo tutti, ma proprio tutti, fino all’ultimo consigliere comunale, in 2 anni si potrebbero risparmiare circa 0,5 miliardi di euro, ossia il 2% di quel che ci serve per tenere i conti pubblici in (relativo) ordine. E il restante 98%?
    Il restante 98% per cento sarà richiesto soprattutto a noi cittadini comuni. E infatti si parla di intervenire soprattutto su stipendi pubblici e pensioni, un’eventualità che ha già messo in allarme i sindacati. Se ne potrebbe concludere che la proposta di Calderoli è pura demagogia, e che non merita di esser presa sul serio. Ma sarebbe una conclusione sbagliata. La proposta Calderoli, a mio parere, dovrebbe essere sostenuta e semmai rafforzata, ma non per il suo impatto sui conti pubblici. Una riduzione degli emolumenti dei politici nazionali, specie se estesa agli alti dirigenti, sarebbe importante soprattutto per il suo significato simbolico, come un (minimo) segnale di serietà che la classe politica lancia al Paese.
    Un punto, questo, che è stato colto molto bene dal leader della Cisl, Raffaele Bonanni, che ieri in un’intervista a questo giornale ha dichiarato la propria disponibilità a contribuire a «spegnere l’incendio della speculazione» e a «blindare i conti», purché il governo dia segnali chiari di voler intervenire sulle situazioni più scandalose. Ci sono politici e manager pubblici che hanno stipendi privi di qualsiasi ragionevolezza, non solo in relazione a quelli dei comuni cittadini ma innanzitutto in relazione a quelli dei politici e funzionari di pari livello degli altri Paesi. Dare una robusta sforbiciata a tali stipendi non permetterà mai di raddrizzare i conti pubblici, ma è la condizione minima per rivolgersi ai cittadini in un momento difficile come questo.
    Quanto ai cittadini, forse sarebbe meglio che si levassero definitivamente dalla testa l’idea che i conti pubblici siano in disordine perché la politica costa troppo, e che basti affamare i politici per rimettere in sesto le finanze pubbliche. I veri costi della politica non sono quelli diretti, ossia l’ammontare degli stipendi della casta, ma i suoi costi indiretti, ossia lo spreco di risorse pubbliche che corruzione e malgoverno infliggono ogni anno al Paese. A fronte di 4 miliardi di costi diretti, la politica ci costa ogni anno qualcosa come 80 miliardi per la sua incapacità di spendere oculatamente il denaro pubblico, per non parlare di quel che ci costa la sua timidezza nel combattere l’evasione fiscale.
    Su questo Bonanni ha perfettamente ragione: è di qui che si deve partire.

  9. #339
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Quelle riforme annunciate e mai partite

    • da Il Sole 24Ore del 17 maggio 2010

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    di Antonello Cherchi, Giuseppe Latour

    Ora è la volta di Renato Brunetta. Il ministro della Pubblica amministrazione pretende una cifra che in tutti questi anni è rimasta segreta come una formula esoterica. Con una direttiva dei giorni scorsi ha intimato che entro il 15 giugno l’esatto numero delle auto blu sia disponibile sulla sua scrivania.
    Intende, insomma, mettere in fila una per una, amministrazione per amministrazione, le vetture di rappresentanza, quelle che come pochi altri simboli danno, almeno qui in Italia, la misura del potere. Ma anche delle prepotenze: non è, infatti, raro che l’auto blu viaggi in deroga al codice della strada. E degli sprechi. Perché se si sta alle stime approssimative, l’Italia è un paese di capi.
    Quello dì Brunetta non è, dunque, un mero esercizio contabile: vuole capire se ci sono margini per tagliare spese superflue. Tentativo non nuovo. Prima di lui ci si sono cimentati in tanti. A partire dal 1991. Ma senza successo. Perché è sempre venuto meno il presupposto: il numero di quante siano.
    Il calcolo delle auto blu è una di quelle riforme impossibili, come il taglio delle province o degli enti inutili. O come la sostituzione della carta d’identità cartacea con quella elettronica. Obiettivi in alcuni casi perseguiti da mezzo secolo e oltre, che danno il senso, più di altre sfide, di una pubblica amministrazione che non riesce a rinnovarsi.
    La prima ipotesi di taglio delle auto blu risale al 1991: la legge 421 aveva imposto la dismissione per poter affidare il servizio a società private. Il Dpcm del 13 luglio 1994, invece, aveva previsto una riduzione di un terzo del parco macchine delle amministrazioni dello Stato. E la Finanziaria 2005 aveva fissato una lunga serie di vincoli di spesa. Tutto, immancabilmente, rimasto lettera morta.
    «Gli esiti negativi - spiega Elio Borgonovi, ordinario di economia delle amministrazioni pubbliche alla Bocconi - dipendono spesso dal fatto che manca una cultura della gestione del cambiamento: si pensa che, fatta la riforma per legge, le persone si adeguino in automatico. Invece serve un’azione costante nel tempo che accompagni questi processi per portarli a buon fine».
    Uno degli strumenti chiave di questa fase di gestione sarebbe stato un censimento delle vetture, tentato a più riprese ma portato a termine sempre con esiti incerti. Come nel 2005, quando la Ragioneria generale dello Stato chiese ai ministeri di denunciare la consistenza del proprio parco auto. Con scarsi
    risultati, perché molti, per confondere le acque, inclusero nell’elenco anche le vetture operative. Alla fine si arrivò a quota 40.367 macchine. Oggi, a cinque anni di distanza, quel conto non e stato ancora aggiornato. E nessuno, né all’Economia né alla Funzione pubblica, ha un’idea precisa di quante siano le auto blu.
    Ma l’emblema delle riforme impossibili è l’abolizione delle province. Il dibattito comincia nella notte dei tempi della Repubblica, durante la Costituente. Già in quella sede erano stati molti i dubbi sulla loro reale utilità. Una seconda ondata di scetticismo è piovuta negli anni Settanta, all’indomani della partenza delle Regioni. Tentativo fallito anche in quell’occasione. «In quegli anni - ricorda Luciano Vandelli, ordinario di diritto amministrativo a Bologna - Massimo Severo Giannini, che poi sarebbe diventato ministro della Funzione pubblica, già diceva che le province erano nate in maniera artificiosa, ma ormai si erano radicate nella realtà e le polemiche non avrebbero condotto a nulla».
    La storia gli ha dato ragione. Perché da quel momento il tema si è ciclicamente riaffacciato, ma sempre senza esiti. La Commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema nel 1997 arrivò a un passo dalla riforma impossibile. Senza completare l’opera. Il momento del taglio sembrava davvero cosa fatta tra il 2005 e il 2008, quando le province stavano per essere sacrificate sull’altare dei costi della politica. La spuntarono anche allora.
    Con l’ultimo, governo, il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, ha annunciato, nel luglio 2009, una «razionalizzazione». Ancora una volta, però, le cose si sono arenate. Anzi, paradossalmente, invece di diminuire, il numero delle amministrazioni provinciali in questi ultimi anni è aumentato. Basta prendere il caso della Sardegna: erano quattro e sono diventate otto. «Quella delle province - dice Borgonovi - è senza dubbio la riforma più complessa, perché è strutturale e ha pesanti implicazioni sul territorio e sulla classe politica locale».
    Pesanti ricadute politiche ha anche il taglio degli enti inutili, che c’erano cinquant’anni fa e ci sono ancora. Tutti i tentativi di potatura sono miseramente falliti. O al più hanno sortito risultati,al di sotto delle aspettative: qualche piccola struttura sacrificata perché il grosso del sistema potesse continuare a vivere. Magari cambiando semplicemente nome o mettendo in campo un lifting dei bilanci, con un dimagrimento dei conti e del personale talvolta più fittizio che reale. È un po’ quanto è successo con l’ultima operazione di sfoltimento. Promossa sotto il governo Prodi, che aveva individuato undici enti destinati a sicura scomparsa e aveva dettato i criteri per allargare il taglio, il progetto è stato fatto proprio da Calderoli, ministro leghista del governo Berlusconi, che ha ridisegnato modalità e scadenze della riduzione.
    Alla fine, tutti sono rimasti al loro posto. Un po’ dimagriti, ma salvati. E il bello è che, così come per le auto blu, non si conosce il loro esatto numero.
    Resta la domanda di fondo: erano inutili o no? Un quesito che il legislatore ha cercato di affrontare in modo sistematico per la prima volta nel 1956, con la legge 1404. È allora che parte la prima campagna taglia enti.
    Che non si rivela un assoluto insuccesso, dato che decine di strutture chiudono i battenti. Ma non si riesce a completare l’opera, perché altre sfuggono alla ghigliottina. Tant’è che dal ‘56 in poi sono almeno una decina gli interventi legislativi che pretendono di fare piazza pulita degli apparati zavorra. Nessuno coglie nel segno. Con la Finanziaria per il 2007 si riaffronta il problema. Visto come è andata a finire, tra qualche anno se ne tornerà a parlare.
    Intanto, l’attenzione si è spostata sui consorzi e le società partecipate dalle pubbliche amministrazioni. Una vera giungla. E anche lì il legislatore ha annunciato da tempo un disboscamento. Scadenza prevista: fine di quest’anno, proroghe permettendo. Perché i differimenti dei termini hanno una parte importante in questa catena di riforme impossibili. Come dimostra la storia più breve, ma altrettanto travagliata, della carta di identità elettronica (Cie). Partita nell’estate del 1999 è ferma da undici anni in uno stato di sperimentazione perenne.
    E l’ultimo mille proroghe (decreto legge 194/2009) ne ha rinviato a fine 2010 l’entrata in vigore nei rapporti con la Pa. Ma è di là da venire anche l’uso come solo documento di identità. A fine 2010, secondo i calcoli del Poligrafico, saranno appena tre milioni le carte distribuite in 152 Comuni. Un esito ben diverso da quello auspicato dai molti ministri che, negli anni, hanno annunciato la pensione del vecchio documento. Secondo la legge 43 del 2005, per citare un esempio, quel momento sarebbe dovuto cadere il 1° gennaio 2006. Ovviamente, non è successo nulla.

  10. #340
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", LUNEDÌ, 17 MAGGIO 2010
    Pagina 7 - Cronaca

    Dai primi lavori alle maxi commesse. La procura di Roma ricostruisce l´escalation dell´imprenditore
    L´asse di ferro Balducci-Anemone: in 10 anni appalti per 400 milioni
    Un legame iniziato nel 1999 e divenuto sempre più saldo A dispetto dei cambi di governo

    CORRADO ZUNINO
    ROMA - Il rapporto tra il provveditore Angelo Balducci e il costruttore Diego Anemone era di privilegio assoluto. Il legame tra l´alto funzionario del mattone pubblico, il più alto nella gerarchia dello Stato, e un imprenditore della provincia romana - cementato da una frequentazione ventennale, interessi messi in comune tra le famiglie, servizi di ogni genere forniti dal costruttore all´arbitro di appalti - si è mostrato indifferente ai cambi politici, alle più elementari regole di una gara d´appalto. Le telefonate confidenziali hanno rivelato la vicinanza tra i due, un documento della Procura di Roma, la prima ad aver indagato sulla Protezione civile (poi l´inchiesta è stata spostata a Perugia), illustra nei dettagli che cosa ha significato quel rapporto: 422 milioni di euro di lavori pubblici ottenuti da Anemone in dieci anni, dal 1999 al 2008. Ventisette appalti, sempre più pesanti.
    Nel 1999, la prima stagione presa in esame dalla Procura, il provveditore alle Opere pubbliche del Lazio Angelo Balducci offrì all´Impresa Anemone costruzioni srl il primo lavoro al ministero dei Lavori pubblici: un impegno (riportato alla moneta di oggi) da 846 mila euro, l´unico della stagione. Nel 2000, che pure è l´anno del Giubileo di Roma, non ci sono assegnazioni individuate dal Nucleo di polizia tributaria di Roma, ma le stazioni appaltanti per quel grande evento furono soprattutto il Governo e il Comune di Roma. Nel 2001 il "fatturato Balducci" del Gruppo Anemone sale a 12,6 milioni con l´assegnazione del secondo appalto per i Lavori pubblici e il primo di 17 per il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Nel 2002 i volumi concessi sono risibili, nel 2003 modesti e nel 2004 tornano a 24 milioni con quattro lavori vinti da Anemone sotto la supervisione di Balducci. Gli importi salgono nel 2006 a 44 milioni e nel 2008, con la messa a punto dell´attività emergenziale della Protezione civile, esplodono. Con le "strutture di missione" (G8, vertici Nato, carceri) insediate in via della Ferratella, il provveditore viene liberato dai lacciuoli degli appalti pubblici ordinari: grazie ai "grandi eventi" il governo può dargli la patente di commissario e affidargli totale discrezionalità nella scelta delle ditte da far lavorare.
    Il 2008 è un anno decisivo per comprendere la strategia di Anemone e la nuova libertà di movimento dell´ingegner Balducci. L´imprenditore edile di Grottaferrata in quella stagione prende 10 appalti decisivi: 320 milioni il loro valore, tre volte quello che aveva ottenuto nei precedenti 9 anni. La crescita accelerata si spiega con l´evoluzione degenerata della Protezione civile: 80 milioni più altri 21 più altri 48 arrivano dalla presidenza del Consiglio per opere per i 150 anni dell´Unità d´Italia e poi assegni da 58, 12,8 e 59 milioni vengono staccati per il G8 della Maddalena e i Mondiali di nuoto di Roma. Sovrintende sempre Balducci, le emergenze hanno liberato gli affari. Nel grande business del 2008 resta una vecchia opera ministeriale da 171 mila euro, ma i fatturati generosi, che consentiranno al Gruppo Anemone di diventare una delle prime imprese edili del paese, arrivano solo con la turboProtezione.
    La tesi degli investigatori è che Angelo Balducci abbia favorito da sempre Diego Anemone, abbia costruito un rapporto con lui basandosi - da provveditore delle Opere pubbliche del Lazio, poi da presidente del Consiglio superiore - su piccole commesse ministeriali. Quando Guido Bertolaso ha iniziato a prendere su di sé poteri senza controllo, il suo commissario operativo Balducci ha potuto liberare risorse pubbliche ingenti per il costruttore utile e fedele. Tra l´altro, delle 541 ordinanze firmate dal Governo Berlusconi in sette anni (Prodi ne licenziò 46 in due stagioni), solo il 22 per cento quantificava il valore dell´intervento. Il lavoro della Procura di Perugia per far emergere i volumi degli appalti, oggi, si sta rivelando complesso.
    Le nuove carte della Finanza sottolineano come in due occasioni, l´11 giugno 2001 e il 17 maggio 2006, Balducci ha assegnato un cantiere ad Anemone nel giorno in cui il governo in forza cadeva. È accaduto con l´Amato bis e poi con il Prodi bis. È come se, ragionano gli inquirenti, il funzionario pubblico temesse che con il cambio di esecutivo potesse variare la struttura operativa dei Lavori pubblici mettendo in discussione il "sistema di privilegio". Ma i Governi Berlusconi non hanno mai limitato il ruolo di Balducci, offrendogli anzi, con il varo della Superprotezione, un potere assoluto.

 

 
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