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  1. #31
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", MERCOLEDÌ, 15 LUGLIO 2009
    Pagina 13 - Esteri

    L´eurodeputato del Pdl: "Questi non sanno quanto si prende da noi a Montecitorio"
    "Una miseria questi 290 euro". Mastella protesta per la diaria.
    Per la prima volta gli stipendi sono tutti uguali. Per gli italiani una brutta sorpresa.

    MARCO MAROZZI
    DAL NOSTRO INVIATO
    STRASBURGO - «Una diaria di 290 euro! ‘Sta miseria. Non ci si sta dentro. Questi non sanno cosa si prende al Parlamento italiano». Clemente Mastella esterna il suo disappunto per le nuove "durezze" a cui sono sottoposti i 736 eurodeputati. «Si prende meno che in Italia». Lo urla in ascensore, sventolando furioso le carte che via via gli porgono i suoi assistenti. Studia i chilometraggi. Chiede a Cristiana Muscardini, storica eurodeputata di An, ora nel Pdl assieme all´ex ministro di Prodi, come funzionino le firme-presenze per essere pagati.
    Per albergo e vitto la Ue paga ai deputati 295 euro al giorno. Più una correzione legata alla durata del viaggio e alla distanza fra casa e aeroporto (tre euro al chilometro). Fino a questa legislatura gli euro erano 250: l´aumento è legato alla nuova normativa scattata all´Europarlamento.
    Da quest´anno tutti i deputati guadagnano uguale: 7.666,31 lordi al mese, indicizzati sull´inflazione. Al netto, sono 5.700 euro. Con pensione dopo cinque anni, finito il mandato. Finora invece gli stipendi erano equiparati a quelli dei parlamentari nazionali: gli italiani erano i Paperoni e adesso prendono meno; ma per lituani, bulgari, e molti altri è una pacchia.
    Nel conto, poi, ci sono 4.402 euro al mese per spese generali: vere o no, non si deve dimostrare nulla. Solo essere presenti in aula almeno sette volte all´anno. Altri 17.570 euro mensili, invece, sono per l´indennità di segreteria: stipendi e spese degli assistenti scelti dal deputato. Finora anche questa cifra era intascata senza ricevute, magari per collaboratori condivisi fra deputati.
    I biglietti aerei per la prima volta non sono rimborsati a forfait: i rimborsi di business class per biglietti low cost o per viaggi di gruppo in auto erano prassi diffusa. Così ora è obbligatoria la ricevuta. Idem per la benzina: 0,49 euro al km. Infine, 4.148 euro sono destinati a viaggi fuori dai rispettivi Stati e 149 euro al giorno, hotel escluso, per missioni extra-Ue. Finisce così l´escamotage di incassare 1.500 euro in nero a settimana per i viaggi aerei che i deputati compiono per le tre settimane mensili di sedute a Bruxelles o Strasburgo. Alcuni, peraltro, si facevano vedere all´Eurparlamento anche la quarta settimana, quella destinata al collegio di casa. Altri 1.500 euro.

  2. #32
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", GIOVEDÌ, 16 LUGLIO 2009
    Pagina 13 - Interni


    Da Fuorigrotta al Vomero viaggio tra i baroni delle tessere.

    In un circolo boom del 366%
    L´inchiesta
    A Napoli gli iscritti sono 80 mila, quattro volte quelli di Roma e cinque volte quelli dell´intera Liguria
    A Torre del Greco si è dimesso anche il commissario. E c´è chi dice: "Qui c´è una guerra per bande"

    ALBERTO STATERA
    NAPOLI - Sei milioni di euro. Occorrono non più di sei milioni, a 15 euro a tessera, per fare un´Opa totalitaria sul Pd. Neanche quel che costa rilevare una microazienda in difficoltà, forse meno di quello che Berlusconi spende ogni anno per Villa Certosa. I baroni delle tessere napoletani, cui piace la quantità, si sono così scatenati alla vigilia del congresso non tanto per la scalata al partito, ma per conservare in loco la genia intramontabile dei castosauri partenopei, la «cacicchità» degli amministratori locali evocata da Massimo D´Alema quando citò come esempio non proprio commendevole i capi delle comunità tribali nell´America centro-meridionale ai tempi dell´occupazione spagnola.
    Per godere di visibilità congressuale contano le percentuali, per cui a Milano se si vuole contare basta spendere poco e avere ottomila tesserati (120 mila euro), invece degli 80 mila, quattro volte quelli di Roma e cinque quelli della Liguria, che la principesca megalomania partenopea impone, conquistando più di un quinto del totale nazionale delle tessere. Ma, si sa, qui le cose si fanno in grande.
    Prendiamo un caso piccolo, ma - come dire? - di scuola. Circolo piddì di Fuorigrotta, via Cariteo 59, stesso stabile del municipio di zona, intonaci dei balconi che cascano, marciapiedi coperti di eiezioni canine, inquinamento a mille nell´ingorgo perenne, in un quartiere di melting pot assoluto, disoccupati, operai, impiegati, professori, professionisti. Al primo piano, sotto un ritratto di Lenin, vigila di pomeriggio il segretario Giorgio, che ha al suo attivo un record: l´incremento del 366 per cento delle tessere, lievitate da poche centinaia a 2.177. Il quartiere, ultima roccaforte di sinistra, partecipa più degli altri. Ma si narra che di quelle tessere sia effettivo titolare il consigliere regionale Tonino Amato, bassoliniano, se nel frattempo la topografia rapidamente mutevole non ne ha cambiato la location. Tanto più che alle primarie del 2007, in piena crisi dei rifiuti, fu qui che si cercò un´oasi favorevolmente fresca per la candidatura di Bassolino all´assemblea fondante del Pd, ma a sorpresa prevalse l´ignota signora Fortuna Caccavale, operatrice sociale, che poi non ci mise molto a farsi cooptare dal pupillo bassoliniano Andrea Cozzolino, assessore regionale e neoparlamentare europeo.
    Cambio scena rispetto alla calura olezzante di Fuorigrotta.
    Salerno l´altro ieri: quaranta forzuti impediscono, tra schiaffi e scontri corpo a corpo, che si tenga il congresso dei Giovani democratici. Il segretario regionale Michele Grimaldi dice che sono «camorristi fascisti», sia pur tesserati Pd. Off the record, come si dice, sarebbero invece i «bravi» del sindaco di Salerno democratico Vincenzo De Luca, storico nemico di Bassolino.
    Sarà vero? Ridacchia amaro, al racconto dei dettagli di battaglia metropolitana salernitana, il consigliere comunale di Torre del Greco Pier Paolo Telese che se la vide con le «presenze inquinanti» e i «loschi figuri» tesserati della sua città: «Contammo persino dei latitanti in quella massiccia affluenza degenerata». Fu azzerato il tesseramento e nominato commissario Aldo Cennamo, che si è appena dimesso perché dice che il partito continua ad essere inquinato da «guerre per bande», come non esita a definirle anche Telese. Storiacce di provincia profonda?
    Macchè, giura Telese, che propende per la segreteria nazionale del partito a Bersani, ma non cambierebbe una virgola di quel che dice Ignazio Marino: «Torre del Greco come tutta la Campania è la fotografia del sistema feudale che vige a Napoli e probabilmente a Roma: vassalli, valvassori, valvassini. Geografia identica di un partito amorfo e pieno di lupi voraci».
    «Sì - filosofeggia il professor Eugenio Mazzarella, deputato lettiano, nel senso di Enrico Letta - c´è il confuso assemblaggio di destini personali di un ceto politico alla ricerca di una scialuppa di salvataggio». Ma secondo lui è persino meglio così che la realtà di un partito «non scalabile fino al compiersi tardivo del ciclo biologico, come quello di Berlusconi». Ma è difficile leggere come un segno di salute il dato di un partito come il Pd apparentemente contendibile con un´Opa tutto sommato poco costosa sulle tessere. Anche se a Berlusconi la Lega Nord costò meno in termini monetari.
    Marco Follini, ex segretario dell´Udc e oggi senatore campano del Pd, ha vissuto nella Dc la sindrome del partito delle correnti e delle tessere e oggi, smaliziato, fa la morale: «Sa qual è la vera sindrome? La somma del tesseramento stile democristiano, più il vecchio apparato comunista, più la propensione meridionale».
    Propensione a che, lui non lo dice, ma è abbastanza evidente che si riferisca al «familismo amorale», come lo battezzò il sociologo americano Edward C. Banfield. Soccorre, semmai, per spiegare gli effetti della sindrome, lo statuto del Pd, un documento che sembra scritto da un autore pazzo medievale. O da Stranamore, come sostiene l´ex presidente del Senato Franco Marini. «Un dottor Stranamore non solo pazzo, ma per di più di pessimo umore», aggiunge Follini, che rivendica il ripensamento urgente e totale di un sistema che si è rivelato un mostro, cercando invano di mettere insieme l´happening delle elezioni primarie con le esigenze bulimiche dell´apparato dell´ex Pci. Persino a Firenze le primarie che incoronarono Matteo Renzi, nuovo sindaco-ragazzo, si narra che furono gonfiate dalle truppe berlusconiane di Denis Verdini. E, per di più, gratis.
    «Ah, Fanfani!»: pure questo va registrato nel «confuso assemblaggio» del Pd della vigilia congressuale. Debora Serracchiani? Il buon giovanotto Giuseppe Civati? Diceva il saggio Fanfani, come sadicamente ricorda Follini: «Hovvia! Chi l´è bischero, l´è bischero anche a vent´anni!».
    Resta da stabilire chi sono i principali baroni napoletani delle tessere, i castosauri partenopei i cui nomi da Fuorigrotta al Vomero, dalla Riviera di Chiaia a Castel dell´Ovo, pochi osano pronunciare. Eppure, sono sulla bocca di tutti. Primo Andrea Cozzolino, il pupillo ex socialista di Bassolino, indagato tra l´altro per la costruzione di una centrale a biomasse a Caserta.
    E´ un miracolo vivente: da assessore regionale è diventato parlamentare europeo con 120 mila preferenze per un partito ridotto in Campania al 23 per cento. Secondo, il boss della sanità Angelo Montemarano, la cui potenza fu testata quando suo figlio Emilio, sfrecciante in Porshe cabriolet per via Caracciolo, risultò primo degli eletti in consiglio comunale con 7.500 preferenze e nominò tra i suoi amici un assessore del comprensivo sindaco Rosetta Russo Iervolino. Come direttore demitiano dell´Asl numero 1 di Napoli il suo papà già tanti anni fa aveva avallato un contratto per la gestione degli immobili con Alfredo Romeo, il re degli appalti pubblici truccati. Non va invece a Strasburgo, pur con 80 mila preferenze, Pasquale Sommese, che di Romeo fu il primo sponsor nella Regione dell´era bassoliniana. Incidenti. Ma Bassolino rivendica orgogliosamente la sua storia di cacicco. Chi portò nel 2006 quelle poche decine di migliaia di voti che consentirono a Prodi di salire a Palazzo Chigi?
    I baroni a Napoli sono di casa. Lasciategli la terra da coltivare, se no con pochi soldi fanno l´Opa.

  3. #33
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", VENERDÌ, 17 LUGLIO 2009
    Pagina 17 - Interni

    Comportamenti pubblici
    Il filosofo Walzer: il berlusconismo in piena decadenza, ma in Italia manca l´opposizione
    "Seggi in cambio di favori sessuali; negli Usa il Cavaliere sarebbe rovinato"
    In una democrazia matura la verità dei comportamenti pubblici prima o poi emerge. Cosa non facile in Italia.

    ROBERTO FESTA
    Un clima di generale decadenza, con un premier che si ostina a considerare privato quello che è ormai ampiamente pubblico. Una storia che conferma lo scarso senso dello Stato dimostrato in altre occasioni dal capo del governo italiano. La prova di quanto in Italia manchi una vera opposizione politica. È questo l´affare Berlusconi visto da Michael Walzer, filosofo all´Institute for Advanced Study di Princeton, uno tra i più noti e originali pensatori della politica contemporanea. Walzer non ha dubbi. Negli Stati Uniti, Berlusconi si sarebbe dovuto dimettere
    Walzer, Berlusconi e i suoi continuano a sostenere la tesi del carattere privato delle feste e degli incontri extra-coniugali del premier. È così? Un politico ha diritto alla privacy?
    «Ho sempre pensato, e lo penso ancora, che la vita privata di un politico – famiglia, affetti, sesso – non debba essere oggetto di dibattito pubblico. Per esempio, Kennedy aveva una vita privata piuttosto movimentata, ma erano fatti suoi. Il privato diventa però pubblico in due casi. Anzitutto, quando un uomo politico difende pubblicamente i valori della famiglia, della religione, della fedeltà, e poi nel privato si comporta in spregio di quei valori. In questo caso, si tratta di un ipocrita. Ma è ancora più grave quando un politico usa il proprio ruolo per richiedere favori sessuali, o distribuisce cariche e denaro pubblici in cambio di quei favori».
    Quindi, nel caso di Berlusconi?
    «Quindi, nel caso di Berlusconi, il privato è ovviamente pubblico, e deve essere soggetto a dibattito pubblico».
    Gli Stati Uniti hanno un´antica tradizione di uomini politici coinvolti in scandali sessuali: da Gary Hart a Bill Clinton, da John Edwards al caso recente del governatore del South Carolina, Mark Sanford. In tutte queste vicende, i politici si sono scusati pubblicamente, o hanno rassegnato le dimissioni. Perché gli americani tengono tanto alla vita privata dei loro leader?
    «Perché l´America è un paese intimamente religioso, un paese intriso di una religiosità così convenzionale da costringere gli uomini politici ad adeguarsi a standard pubblici molto severi. Ogni caduta, in termini di sesso, di menzogna pubblica, viene presa molto seriamente. Non c´è niente di paragonabile, in Italia o in Europa».
    Cosa dovrebbe fare a questo punto Berlusconi? Rispondere alle domande che parte della stampa gli fa? Andare davanti al parlamento?
    «Sì certo, potrebbe servire. Ma è improbabile».
    Perché?
    «Per Berlusconi, rispondere alle domande equivarrebbe a chiedere scusa. E non mi sembra che il vostro primo ministro sia un tipo che chiede scusa. In realtà, la sua condotta in questa vicenda di donne a pagamento mi pare in sintonia con la sua storia di politico: una certa indifferenza per le regole, la corruzione finanziaria, la riduzione dell´interesse pubblico a interesse privato».
    Che impressione fa l´Italia oggi, vista dagli Stati Uniti?
    «Il riferimento storico più facile, quello più in voga qui da noi, è con la fase finale dell´impero romano. Personalmente, Berlusconi e il suo entourage mi comunicano un´impressione di decadenza, di infinita decadenza».
    Nonostante tutti questi dubbi, sulla vita pubblica e privata del leader, la maggioranza degli italiani continua a sostenere Berlusconi. In democrazia, il consenso è più importante della verità?
    «Il consenso è l´aspetto più importante di una democrazia. Non si governa senza consenso. Ma, in una democrazia matura, la verità dei comportamenti pubblici, prima o poi, emerge. Cosa non facile oggi in Italia».
    La causa?
    «Dal mio angolo visuale, dagli Stati Uniti, direi che oggi in Italia manca l´opposizione. Soprattutto, manca un´opposizione di sinistra, che chieda conto a Berlusconi dei suoi atti. Senza un serio contraltare politico, il sistema di controlli e trasparenza salta, e Berlusconi non deve preoccuparsi della verità».
    Ma questo non dipende anche dal fatto che Berlusconi controlla buona parte del sistema televisivo?
    «Soltanto in parte. L´informazione è essenziale. Ma la vera anomalia italiana non mi pare tanto la mancanza di una stampa libera, quanto di una forte opposizione. Nell´America degli anni Trenta gran parte dei giornali era controllata da un´élite corrotta e rapace, eppure il Paese trovò le energie per ripartire. In Italia oggi sembra essersi dissolta un´opposizione, politica e civile, capace di ribellarsi».
    Cosa sarebbe successo, a Berlusconi, negli Stati Uniti? Sarebbe potuto restare al suo posto?
    «Lo escludo. L´indignazione popolare sarebbe stata tale da costringerlo alle dimissioni immediate. Berlusconi è un uomo di 72 anni che frequenta ragazze molto più giovani. Soprattutto, offre spiegazioni contraddittorie delle sue frequentazioni. Per molto meno, negli Stati Uniti, sei rovinato».

  4. #34
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Associazione Aglietta - Casi Ghiglia Cota e Picchioni



    "La Repubblica", SABATO, 18 LUGLIO 2009
    Pagina VII - Torino

    Ostruzionismo da 25 mila euro al giorno
    Regione, cresce la polemica contro i 4 consiglieri che bloccano i lavori
    La prossima settimana riunioni ad oltranza: nessuna pausa per mangiare e dormire

    MARCO TRABUCCO
    Guardate le foto dei quattro consiglieri qui a fianco: ciascuno di loro è costato ai contribuenti piemontesi, questa settimana almeno 25 mila euro. È il prezzo delle democrazia, replicano loro che da lunedì bloccano il Consiglio regionale con un ostruzionismo di cui non si è ancora capito bene il senso. Sono Deodato Scanderebech (Udc), Riccardo Nicotra (Socialisti e Liberali), Maurizio Lupi (Democrazia Cristiana) e Michele Giovine (Pensionati).
    Per tutta la settimana il consiglio regionale è andato avanti con sedute al mattino, al pomeriggio e la sera (notte compresa) nel tentativo di approvare il nuovo regolamento d´aula che impedirebbe appunto assurde situazioni come quella che si sta verificando. I quattro però, facendo ricorso alla possibilità concessa dall´attuale regolamento di ricorrere senza limiti a continui inserimenti di nuovi ordini del giorno (o alla richiesta di invertirne l´ordine di discussione) hanno bloccato il dibattitto. E hanno così impedito agli altri 59 consiglieri di approvare il provvedimento.
    Per una volta infatti la maggioranza e la stragrande parte dell´opposizione sono del tutto d´accordo. E per aggiungere pepe a questa costosa commedia dell´assurdo, anche i quattro "reprobi" non hanno nulla contro il nuovo regolamento. Chiedono solo che venga approvato insieme (o dopo) una revisione della legge elettorale che garantisca la loro "sopravvivenza" nel Consiglio anche nella prossima legislatura. Rocchino Muliere e Angelo Burzi, rispettivamente capigruppo di Pd e Pdl avevano qualche notte fa raggiunto un compromesso con loro . Il mattino dopo però tutto è saltato. Così la tensione è salita e ieri in molti interventi in aula i quattro sono stati definiti "ricattatori", descritti come alla ricerca di un qualsiasi posto in uno dei due schieramenti maggiori che garantisca ancora loro per altri 5 anni le laute prebende del consigliere regionale.
    A spese dei contribuenti però: una valutazione sommaria infatti porta a valutare in circa 25 mila euro il giorno il costo dell´ostruzionismo. Al gettone di presenza che viene versato ad ogni singolo consigliere (120 euro di diaria che moltiplicato per 63 fa già quasi 7500 euro) bisogna infatti aggiungere i costi fissi per l´aula (elettricità, telefono e così via) e quelli per il personale tecnico amministrativo e di sorveglianza di Palazzo Lascaris costretto a fare costosi straordinari notturni. La presidenza del Consiglio regionale non fornisce cifre ufficiali. Ma la valutazione di 25 mila euro giornaliere (125 mila in cinque giorni) è da considerare congrua. Anche gli appelli alla ragione (e le garanzie) arrivate dalla presidente della giunta Mercedes Bresso non sono servite a nulla. Così si andrà avanti ad oltranza: la prossima settimana il consiglio verrà convocato tutti i giorni in due sedute: dalla mezzanotte alle 12 e dalle 12 a mezzanotte. Non ci saranno insomma più pause per mangiare o dormire.

  5. #35
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", MERCOLEDÌ, 22 LUGLIO 2009
    Pagina 1 - Prima Pagina

    Le menzogne documentate

    GIUSEPPE D´AVANZO

    Lo ha negato ostinatamente, ha evocato trame oscure e complotti assassini, ma Silvio Berlusconi sapeva che Patrizia fosse una prostituta perché i patti prevedevano che dovesse pagarla. Il «regalo» del Cavaliere aveva promesso Gianpaolo Tarantini alla signora.


    La voce di Silvio Berlusconi, le parole di Patrizia D´Addario, ascoltate ora nelle registrazioni messe a disposizione dall´Espresso, rendono onirici i discorsi, le parole e i gesti distribuiti nel corso del tempo dal capo del governo, dal suo avvocato Niccolò Ghedini, dai corifei azzurri, dai commessi obbedienti dell´informazione. Stiamo soltanto al presidente del Consiglio e al suo consigliere legale. Il fatto è stranoto a chi non guarda soltanto i telegiornali controllati dal "sultano" anche se pagati dal contribuente. Patrizia D´Addario racconta di aver fatto sesso a pagamento con il capo del governo, la notte del 4 novembre 2008 (la paga un ruffiano, Gianpaolo Tarantini, benvenuto e atteso ospite delle feste del premier). La donna raccoglie, a Palazzo Grazioli, fotografie e registrazioni di quella notte. La sua testimonianza è fin dalle prime battute di una solidità che imporrebbe cautela, economia verbale. Ghedini muove per primo. Il suo passo, come sempre gli capita, pretende di eliminare l´evento, come se il fatto concreto (una prostituta a Palazzo Grazioli) potesse essere cancellato: è uno sgorbio sulla lavagna. «Non credo che la D´Addario sia mai andata a casa del premier», dice Ghedini (Ansa, 17 giugno). C´è un metodo nella tecnica dell´avvocato e del suo Capo: non esiste alcun criterio di verità praticabile, soltanto opinioni e "credenze" che durano un giorno. È una credenza o un´opinione che la D´Addario sia stata a Palazzo. Le informazioni che gli giungono da Bari (occhio, le registrazioni sono state consegnate al pubblico ministero e sono inesorabili) devono consigliargli una maggiore prudenza. Il secondo passo tende a minimizzare gli esiti giudiziari. «Ancorché fossero vere le indicazioni di questa ragazza, e vere non sono, il premier sarebbe l´utilizzatore finale e quindi mai penalmente punibile». (Affaritaliani.it, 17 giugno). Escluso ogni danno legale, Ghedini passa a banalizzare quel che è accaduto: se pure fosse vero quel è accaduto ma non è vero quel che è accaduto (Ghedini sa essere psichedelico), Berlusconi «sarebbe soggetto inconsapevole». Quella sera, ammesso che la D´Addario fosse lì ma non è vero che fosse lì, Berlusconi è stato soltanto affascinato dalla bellezza di quella donna che non sapeva si prostituisse. Gli dà manforte Gianpaolo Tarantini. Intervistato dal quotidiano della Casa, il ruffiano nega di pagare le signore «per prestazioni intime» con il premier: «Il presidente non poteva immaginare che io rimborsassi a delle ragazze le spese che dovevano sostenere per venire a Roma. Se avessi saputo che Patrizia D´Addario faceva la escort non l´avrei mai frequentata e tantomeno l´avrei portata a cena col presidente. Si era presentata come figlia di un imprenditore del settore edile» (Il Giornale, 27 giugno).
    Vediamo come vanno davvero le cose nei documenti sonori dell´Espresso. Tarantini chiama Patrizia: «Ti passo a prendere alle nove e un quarto, andiamo lì… ». Tarantini sa che Patrizia è una prostituta: «Lui non ti prende come una escort, capito? Lui ti prende come un´amica mia, che ho portato…». Tarantini sa che c´è l´eventualità che Patrizia debba fare sesso con il "sultano": «… Poi se lui decide rimani lì…». Se viene "eletta" per una notte "favorita" del serraglio, sarà ospitata nel «letto grande». Patrizia vuole essere pagata, beninteso: «Mille per la serata». I patti sono chiari. Gianpaolo non paga l´intera posta, solo un gettone, il resto tocca al "sultano". Dice «Mille te li ho già dati… poi se rimani con lui… ti fa il regalo solo lui…». Dunque, «se fa il regalo» Berlusconi è consapevole del lavoro di Patrizia. Non è il povero diavolo raggirato da invitati ingrati. È questa la linea di difesa che il premier propone in pubblico. «Purtroppo abbiamo sbagliato l´ospite, e lui ha sbagliato l´ospite dell´ospite» (Ansa, 25 giugno).
    Se ci sono limiti allo stravagante, si deve concludere al contrario che Berlusconi sollecita e sa qual è l´impegno di Tarantini e il lavoro professionale delle amiche che gli porta in casa. Gianpaolo conosce finanche le abitudini sessuali del premier («Non usa il preservativo»). Prepara le "ragazze". Le rassicura che Berlusconi «farà il regalo». Patrizia D´Addario protesterà, il giorno dopo, che nessuna busta le è stata data. Tarantini se ne meraviglia.
    Le registrazioni sgonfiano quel che ci è stato raccontato finora. Ghedini ci aveva rassicurato che nessuno poteva essere così sciocco da credere che il "sultano" dovesse pagarsi il sesso. «Il presidente non ha bisogno che qualcuno gli porti le donne. Pensare che Berlusconi abbia bisogno di pagare 2000 euro una ragazza, perché vada con lui, mi sembra un po´ troppo. Penso che potrebbe averne grandi quantitativi, gratis» (Corriere, 17 giugno). Falso. Come falso è quel che racconta Berlusconi a un salariato della Casa: «Ha mai pagato una donna perché restasse con lei?». Risponde: «Naturalmente no. Non ho mai capito che soddisfazione ci sia, se non c´è il piacere della conquista…» (Chi, 24 giugno). Più che falso, è colpevolmente menzognero il Cavaliere quando la butta in politica, adombrando alle spalle della D´Addario un complotto e un partito. «C´è qualcuno che ha dato un mandato molto preciso e benissimo retribuito a questa signora D´Addario» (Chi, 24 giugno). Non c´è il mandato del ruffiano amico che ha ingaggiato Patrizia, e non solo, per animare le sue notti, ma addirittura il solito «progetto eversivo».
    Questa è la scena, questo il metodo. Primo, negare. Lo si è visto anche lunedì alla diffusione dei primi nastri. «Materiale senza pregio, del tutto inverosimile e frutto di invenzione», dice Ghedini (Ansa, 20 luglio). Quel che sentivamo era «frutto di un´invenzione» meglio tapparsi le orecchie. Secondo, banalizzare. Nessun eccesso del Cavaliere, soltanto un invito infelice. Le parole di Tarantini liquidano anche questa: «… Poi ti fa il regalo solo lui…». Terzo, il discredito contro la donna: «E´ stata mandata e retribuita benissimo». Il solo che l´ha «retribuita» è stato Tarantini, Berlusconi se n´è dimenticato anche se lo doveva fare come era nei patti.
    L´audio delle conversazioni a Palazzo Grazioli documenta che il capo del governo ha mentito a gola piena dal primo giorno di questa storia (terzo capitolo di uno scandalo cominciato con le Veline e continuato con Noemi). Non si può far torto a Luigi Zanda che ieri nell´aula di Palazzo Madama ha detto: «Gli ultimi scampoli di conversazione resi noti ieri e oggi sono lì a dimostrare quanto ci sia bisogno che chi governa il nostro Paese dica la verità. Anche nel dire il vero e il falso, il presidente Berlusconi ha superato ogni limite consentito. Non esiste alcuna nazione dove la menzogna dei governanti non corrompa pericolosamente la società e le istituzioni».

  6. #36
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    C'è un tesoretto segreto per i deputati

    • da Panorama del 24 luglio 2009, pag. 60/61

    di Daniele Martini

    Ci sono mille modi per sprecare soldi: regalandoli a destra e a manca con prodigalità sospetta, buttandoli dalla finestra per il solo gusto di vederli volare, non volendoli risparmiare per principio, comprando cose inutili, conducendo un tenore di vita superiore alle proprie risorse... Quando di mezzo ci sono soldi pubblici il metodo più semplice è pretenderne tanti sapendo che sono troppi e poi utilizzarne pochi con l’intenzione di mettere la differenza al «pizzo», come dicono a Roma. Alla Camera dei deputati si sono specializzati proprio in questo sistema: da anni battono cassa al Tesoro chiedendo e prendendo 10 per poi spendere 7 e mettere 3 da parte. Qualche volta chiedono 9 e poi si atteggiano a Quintino Sella del Terzo millennio; in realtà è come se continuassero a sprecare 2, perché potrebbero fin da principio rivendicare il giusto senza giochetti. Qualche giorno fa, per esempio, è stata diffusa la notizia che per tre anni la Camera non chiederà un incremento della propria dotazione allo Stato e qualcuno ha salutato il fatto come un esempio di rigore, per una volta proveniente dall’alto. Ma è un abbaglio perché i soldi richiesti da Montecitorio restano ugualmente e strutturalmente in eccesso rispetto alle spese preventivate, che non sono né poche né oculate, anzi. Nonostante la crisi, i parlamentari non hanno perso il vizio di non farsi mancare nulla. E i cospicui avanzi di cassa portati a bilancio non sono frutto di parsimonia, ma di un artificio contabile giocato sulla differenza tra bilancio di cassa e di competenza. La riprova è data dal fatto che le spese vere non diminuiscono, ma crescono anno dopo anno: dell’1,5 per cento nel 2008 e dell’1,3 nel 2009 secondo il bilancio di previsione. Senza rinunciare a quasi nessuno dei privilegi che si sono autoconcessi, i deputati nel corso degli anni hanno messo da parte un fondo cassa che non è uno scherzo, un tesoretto di oltre 343 milioni di euro a fine 2008, così come risulta dal conto consuntivo approvato due settimane fa, salito già a 370 milioni a luglio 2009 e quindi pari a più di un terzo dei- l’intera dotazione annuale di Montecitorio, che nel 2008 è stata di 978 milioni. Una dotazione particolarmente ricca e calcolata in modo assai singolare. Dal momento che i deputati sono 630, il doppio dei senatori, e i dipendenti pure (1.800 circa contro i 990 del Senato dopo gli ultimi pensionamenti di luglio), e poiché il Senato ha un bilancio di circa 500 milioni, alla Camera, sostengono i deputati, deve essere erogata una dotazione doppia. Senza considerare, però, che molte spese fisse risultano praticamente identiche dall’una e dall’altra parte. L’aula in cui si vota, per esempio, è una in entrambe le camere, così come il numero delle leggi approvate è ovviamente lo stesso, e le commissioni idem, e via di questo passo. Anche per la Camera dovrebbe valere il principio elementare delle economie di scala, ma forse a Montecitorio le leggi dell’economia valgono a corrente alternata. Ogni volta che si accingono a redigere un nuovo bilancio i deputati questori partono in pratica con un abbuono ricco e quindi se volessero potrebbero davvero offrire il buon esempio all’inclita e al vulgo chiedendo al Tesoro una dotazione ridotta rispetto alla solita. Potrebbero fare il bel gesto invitando il ministro Giulio Tremonti a utilizzare per qualche buona causa più urgente la differenza, una volta tanto ottenendo l’applauso sincero di chi li ha votati. Potrebbero, magari, indirizzare quel surplus ai terremotati dell’Abruzzo; i terremotati, però, non pagano gli interessi, le banche sì: circa 15,4 milioni di curo nel 2008 su depositi e conti correnti della Camera. Ma perché mai a Montecitorio insistono con il trucchetto di succhiare tanto per spendere meno? Che senso ha? Quel di più probabilmente è richiesto per affrontare gli imprevisti, oltre che per lucrare gli interessi. In primo luogo le temutissime interruzioni di legislatura. Quando capitano, e in Italia purtroppo capitano abbastanza spesso, per le camere è un trauma, non solo perché è come se ai peones di Montecitorio e Palazzo Madama franasse il terreno sotto i piedi, ma anche da un punto di vista economico. La fine repentina della legislatura costa un sacco di soldi, dalle spese minime, come quelle per l’imballaggio delle carte dei parlamentari decaduti, al- l’imbiancatura degli uffici per i nuovi arrivati, dalle buonuscite per chi deve dire addio al Palazzo al numero delle pensioni che ovviamente cresce. Le pensioni risultano proprio uno dei capitoli di spesa più cospicui di Montecitorio, 175 milioni circa, anche perché sono concesse con criteri decisamente più generosi rispetto a quelli richiesti ai comuni mortali. Se, per esempio, ai dipendenti normali servono almeno 36 anni di contributi, ai deputati ne bastano 5, un settimo, per un vitalizio baby di tutto rispetto: 3.300 euro. E poi fra gli imprevisti ci può stare anche l’aumento delle indennità. È vero che deputati e senatori hanno giurato che non avrebbero votato aumenti fino alla fine della legislatura, ma di mezzo c’è la crisi: chi potrebbe giurare che, passata la tempesta, a Montecitorio e a Palazzo Madama non tornino subito a far festa con un ritocchino? Perché nel frattempo nessuno si impegna sul serio nel disboscamento della fitta giungla di privilegi parlamentari grandi e piccoli. Dal telefono ai viaggi gratis, dai 4 mila euro al mese per le spese di soggiorno agli altri 4.190 per la cura dei «rapporti con il proprio collegio di appartenenza», ottenuti a titolo di rimborso, sia che quelle spese ci siano state o no, a prescindere, come avrebbe detto Totò, dal momento che non sono richieste ricevute o pezze d’appoggio. I quattrini vengono erogati sulla fiducia, e forse è anche per questo che chi li prende viene chiamato onorevole. Qualche giorno fa la deputata radicale Rita Bernardini ha cercato di correggere l’andazzo: la sua proposta è stata approvata da 49 deputati e respinta da 428. Una maggioranza schiacciante, per una volta bipartisan.

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    Centrosinistra e appalti, blitz dei pm a Bari - Corriere della Sera

    Le acquisizioni nelle sedi regionali di Pd, Socialisti, Prc, Sinistra e Libertà e Lista Emiliano


    Bari, carabinieri in cinque sedi di partiti
    Nel mirino i bilanci del centrosinista della Regione Puglia Quindici gli indagati, tra cuil'ex assessore Tedesco



    BARI- I carabinieri si sono presentati giovedì mattina in cinque sedi di partiti del centrosinistra a Bari. I militari hanno acquisito i bilanci dei partiti della Regione Puglia nell'ambito dell'indagine del pm Desirè Digeronimo sul presunto intreccio tra mafia, politica e affari nella gestione degli appalti pubblici nel settore sanitario. Indagate 15 persone tra cui l'ex assessore regionale alla Sanità Alberto Tedesco, ora senatore del Pd.

    LE ACQUISIZIONI- I militari si sarebbero presentati nelle sedi regionali di Pd, Socialisti, Prc, Sinistra e Libertà, e Lista Emiliano. Gli accertamenti disposti dal magistrato, che ha firmato decreti di esibizione di documentazione, riguardano l'ipotesi di illecito finanziamento pubblico ai partiti in riferimento al periodo compreso dal 2005 ad oggi, comprese le ultime elezioni al Comune di Bari.

    L'INCHIESTA- Sono una quindicina le persone indagate tra cui l'ex assessore regionale alla Sanità Alberto Tedesco, ora senatore. Le ipotesi di reato sono di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, alla concussione, al falso, alla truffa; per alcuni reati si ipotizza l'aggravante di aver favorito un'associazione mafiosa.


    30 luglio 2009

  8. #38
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    «Ci salverà un milione di imprenditori»

    L' intervista/Il sociologo: questo autunno per il futuro del Paese sarà decisivo e non basterà far passare la nottata


    «Ci salverà un milione di imprenditori»


    De Rita: è l' ora di arrancare per risalire, non di adattarsi. Nel ' 78 Craxi mi chiese di piccola impresa, localismo, sommerso: «Lei è sicuro che questa cosa funziona? Perché, se è così ci monto su la mia onda lunga». Questo fa la politica. Il berlusconismo si sta sfarinando, ma è un fenomeno tutto interno alla maggioranza, il Pd non tocca palla. Saranno decisive per il centrodestra le regionali dell' anno prossimo.






    Professor De Rita, a Ferragosto del 2007 lei previde sul «Corriere» la caduta di Prodi... «Bé, quello non era difficile...». Ma anche il logoramento di Veltroni, il ritorno di Berlusconi, e le difficoltà che avrebbe incontrato. Ora cosa vede per l' autunno? Arriva la ripresa? O arriva la crisi? «Se ho un merito, è guardare lontano. E credo che quest' autunno per il futuro dell' Italia sarà decisivo. Una svolta. Ci giochiamo tutto». È vero quanto sostiene il governo, che l' Italia sinora ha sentito la crisi meno degli altri? «Sì. Grazie a due buone cose che il governo ha fatto: garantire il sistema bancario e gli ammortizzatori sociali. E grazie ad alcuni caratteri del popolo italiano, di solito additati come vizi, che si sono rivelati strumenti per resistere». Quali? «Il pallino del mattone: avere l' 85% di proprietari di casa e un patrimonio immobiliare pari a 8 volte il Pil - contro il 3 degli Usa e il 5 della media europea - significa non vedere senzatetto accampati in strada. Il pallino del risparmio; per cui non si vive a debito e non si finisce in fila alla mensa dei poveri quando si esaurisce la carta di credito. La diffidenza per la finanza e il predominio dell' impresa familiare manifatturiera. Il ritorno della banca-sportelli, della banca di comunità, come riconosce Tremonti rivalutando il credito cooperativo. Il gran numero di statali, che ricevono uno stipendio pubblico e in crescita, contro tariffe e prezzi bloccati. La frammentazione in ottomila campanili: la crisi non è arrivata come un meteorite che ha scavato un buco enorme; si è spezzettata lungo un paese territorializzato. Il microwelfare, sintetizzato dalla splendida storia che abbiamo visto sul Corriere del novantenne abbracciato alla badante di trent' anni». Per cui ne siamo fuori? «No. Grazie a tutto questo abbiamo passato l' inverno. Ora serve qualcosa di più e di diverso. Invece sento proporre soluzioni antiche. Quella tipica della sinistra: le riforme». Cui lei non crede? «Non più. In 54 anni passati a leggere la società italiana, ho sentito troppe volte che la soluzione sarebbe venuta dalla riforma del lavoro, della sanità, della previdenza, e ovviamente dalla riforma della scuola, che non ci facciamo mai mancare. Tempo sprecato. Se un meridionale legge che verrà la Cassa del Mezzogiorno, emigra al Nord. Se dico a uno dei miei otto figli che i suoi problemi saranno risolti dalla riforma dell' università, lui va a studiare in America. Quando sento parlare di riforma del welfare, mi viene da assumere una badante». Magari la stessa della storia del Corriere... «Il punto è che il bisogno individuale non diventa più bisogno collettivo, impegno sociale, intervento pubblico, e quindi riforma». E l' altra soluzione antica? «Il fai-da-te berlusconiano. La libertà e la necessità di essere se stessi. Che però non nasce con lui: è un ciclo lungo, che secondo me risale a don Milani e all' obiezione di coscienza, prosegue con divorzio e aborto, ora forse porterà all' eutanasia. Ma è un ciclo che si sta esaurendo, e tra quattro o cinque anni finirà». Cosa servirebbe invece? «Uno scatto. Un clic collettivo. Il passaggio dall' adattamento all' arrancamento. L' adattamento è una tipica risorsa italiana. Siamo una società adattativa: femmina, non maschia; quotidiana, non eroica. Quando ho coniato formule critiche, come la mucillagine, ho avuto grande successo; ma quando dico che si deve andare oltre l' adattamento, non mi ascolta nessuno. Eppure è tempo di passare semmai all' arrancamento, che non è una parola negativa, anzi; indica lo sforzo di innovazione, la sfida dell' imprenditore». Saremo capaci di arrancare? «Ho l' impressione che gran parte di noi, constatato che le banche sono solide e il sistema manifatturiero è ancora lì, penserà che basti far passare la nottata, vale a dire un altro inverno. Ma una minoranza vitale capirà che l' adattamento non basta. E' quel milione di imprenditori, cui è affidata la nostra speranza. Quelli che arrancano, non più per difendersi, ma per riconquistare posizioni». Ci salveranno le piccole imprese? «Se sapranno superare due difficoltà. Chi ha fatto la scelta del lusso patisce il fatto che oggi in America e in Germania di ricchi ce ne sono meno. E il Nord-Est, che lavora molto per l' industria dell' auto e degli elettrodomestici, patisce la crisi altrui». Berlusconi finirà la legislatura? «Il berlusconismo si sta sfarinando. E i tempi del suo ciclo personale potrebbero essere più rapidi del ciclo storico che ha impersonificato: il faso-tuto-mi, l' autonomia e il primato della persona anche sul piano morale e comportamentale. Però Berlusconi non è finito: altrimenti, con il suo genio della fiction, sarebbe andato a elezioni anticipate, o sarebbe andato a curarsi non una settimana ma sei mesi, e non in Sardegna ma ai Caraibi. Uno come lui non si fa abbattere». Quale sarà il passaggio decisivo? «Le regionali dell' anno prossimo. Se il centrodestra percepirà che la parola Berlusconi non è più un valore aggiunto, si porrà il problema di come arrivare al 2013. Ma lo sfarinamento è tutto interno alla maggioranza. Il Pd non tocca palla». Il futuro è delle Leghe, anche al Sud? «I partiti che diventano soggetti di domanda, sempre in attesa di soldi da Roma, si condannano all' impotenza. Preferisco Galan, che si inventa "Forza Veneto" e dice che a Roma non andrà mai». Franceschini o Bersani? «Non ha importanza. L' importante per un leader politico è trovare il ciclo su cui montare. Come De Gasperi. C' è una bella pagina di Ossicini, che viene invitato da Spataro al compleanno della figlia e vi trova De Gasperi che gli dice: "Vieni con noi, stiamo preparando qualcosa di nuovo per quando Mussolini cadrà". Ma la cosa più bella è guardare la data: l' inverno tra il ' 38 e il ' 39. Il Duce trionfava, e un vecchio emarginato, un bibliotecario vaticano, preparava il dopo». Il suo paragone tra i leader attuali e De Gasperi è spietato. «Ma anche Fanfani, nel suo piccolo, ebbe il suo ciclo». E Craxi? «Sì, anche lui. Mi mandò a chiamare nel 1978, in pieno compromesso storico. Io avevo scritto pagine sul caso Moro di cui andavo molto fiero, e pensavo volesse parlarmi di quelle. Mi chiese invece di piccola impresa, localismo, sommerso: "Lei è sicuro che questa cosa funziona? Perché, se funziona, io ci monto su la mia onda lunga". Questo fa la politica. Berlusconi può essere antipatico, può essere accusato delle più nere nefandezze, ma ha costruito la sua onda lunga. Il problema del Pd non è fronteggiare Berlusconi; è costruire il dopo. Invece stanno passando l' estate a parlare di sinistra riformista».



    Aldo Cazzullo



    CHI E'

    Giuseppe De Rita è nato a Roma nel 1932 da famiglia di origine molisana. Dopo la laurea in giurisprudenza diventa funzionario della Svimez, l' associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno, di cui è responsabile della sezione sociologica dal ' 58 al ' 63. Nel 1964 è fra i fondatori del Censis, di cui è segretario generale dal ' 74. De Rita è stato presidente dello Cnel (Consiglio nazionale dell' economia e del lavoro) fra l' 89 e il 2000. È autore di numerosi libri fra i quali «La Chiesa galassia e l' ultimo concordato» (1983), «Il manifesto dello sviluppo locale» (1998) e «Che fine ha fatto la borghesia» (2004). Ogni anno, il Censis pubblica un rapporto sullo stato dell' economia e della società italiana che è spesso al centro del dibattito pubblico e di quello della politica italiana. Negli anni De Rita ha seguito con particolare attenzione il tessuto delle piccole imprese familiari e la loro flessibilità informale.

    Pagina 008/009
    (15 agosto 2009) - Corriere della Sera

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    Tarantini: il premier e quelle 30 ragazze Diciotto serate e 1000 euro a chi restava - Corriere della Sera


    le carte dell'inchiesta di bari


    Tarantini: il premier e quelle 30 ragazze. Diciotto serate e 1000 euro a chi restava.
    Nei verbali il racconto degli incontri: le retribuivo ma senza dirlo a Berlusconi.



    BARI — Sarebbero una trentina le donne che Gianpa*olo Tarantini avrebbe portato alle feste del premier Silvio Berlusconi. Alcune hanno ri*cevuto un compenso di 1.000 euro «per prestazioni sessua*li », altre «soltanto un rimbor*so delle spese». Tra loro ci so*no anche alcune ragazze com*parse in programmi tv, come Barbara Guerra e Carolina Marconi del Grande Fratello. Non solo Patrizia D’Addario, dunque. Per oltre cinque me*si, da settembre 2008 alla fine di gennaio scorso, l’imprendi*tore pugliese ha reclutato ita*liane e straniere per allietare cene e incontri nelle residen*ze del presidente del Consi*glio.

    È stato lui stesso ad ammet*terlo il 29 luglio scorso duran*te un interrogatorio nella ca*serma della Guardia di Finan*za di Bari dove è stato convo*cato in segreto come indaga*to per favoreggiamento della prostituzione. Incalzato dagli inquirenti ha fornito dettagli su voli, spostamenti, elargizio*ni, confermando così quanto era già emerso dalle intercet*tazioni telefoniche. Nel verba*le Tarantini ripete quello che aveva già detto in passato: «Le presentavo come mie ami*che e tacevo che a volte le re*tribuivo ». Ma poi rivela che fu proprio «Berlusconi a pre*sentarmi Guido Bertolaso, co*me gli avevo chiesto. E poi lo stesso Bertolaso inviò me e il mio amico Enrico Intini in Finmeccanica, ma dopo i pri*mi incontri non è più succes*so nulla».

    Le ragazze
    «Ho accompagnato in una occasione Terry De Nicolò a casa del presidente Berlusco*ni a Roma, tacendo allo stesso gli accordi da me presi con la De Nicolò e la vera attività dal*la stessa svolta, se non erro a settembre o ottobre 2008. Io ebbi in tale circostanza a retri*buirla anticipatamente nella previsione di una sua presta*zione sessuale poi non so se sia avvenuta. Vanessa Di Me*glio è una mia carissima ami*ca, che ho conosciuto per il tramite di mia moglie circa 10 anni fa. Da allora ho continua*to a frequentarla invitandola a feste nelle quali la riempivo di attenzioni anche fornendo*le cocaina. Tendenzialmente la stessa non è una professio*nista del sesso ma all’occor*renza non disdegna di essere retribuita per prestazioni ses*suali. Ho anche favorito le pre*stazioni sessuali della Di Me*glio con il presidente Berlu*sconi in due circostanze a Ro*ma il 5 settembre e l’8 ottobre 2008. Ricordo che il 5 settem*bre la Di Meglio si fermò a pa*lazzo Grazioli. Sonia Carpen*done, detta Monia, era da me conosciuta come una persona che a Milano esercitava la pro*stituzione, sicché sempre nel*la prospettiva che la stessa po*tesse effettuare prestazioni an*che in favore del presidente Berlusconi, la invitai a Roma pagandole il biglietto aereo e le spese di soggiorno. La stes*sa giunse con una ragazza che si presentò come sua sorella che adesso apprendo da lei chiamarsi Roberta Nigro. Non ricordo che Monia e la sua amica si siano fermate quella notte a palazzo Grazioli».

    La «Billionairina»
    Tarantini si sofferma più volte sugli incontri organizza*ti con volti noti della tv: «In occasione di un incontro a ca*sa del presidente Berlusconi a Roma il 23 settembre 2008 in*vitai Francesca Garasi che giunse con tre sue amiche, Ca*rolina Marconi, attrice di Ca*nale 5, Geraldine Semeghini, che nell’estate 2008 era re*sponsabile del privé del Billio*naire, che si presentò con una sua amica, e Maria Teresa De Nicolò. In quella circostanza mi limitai ad ospitare Geraldi*ne Semeghini e la sua amica, ma l’unica che ebbe un incon*tro intimo fu la De Nicolò». Gli viene contestata una conversazione con una donna pugliese e lui chiarisce: «Gra*ziana Capone è un avvocato che avevo conosciuto anni ad*dietro e che ho avuto modo di rincontrare nello studio del mio amico avvocato Salvato*re Castellaneta. In quest’ulti*ma circostanza la stessa mi disse che voleva incontrare il presidente Berlusconi sapen*do delle mie frequentazioni con lo stesso. Fu così che la in*vitai a venire con me a Milano dove la presentai al presiden*te. Io non ho retribuito la Ca*pone Graziana limitandomi ad offrirle il biglietto aereo». «Barbara Guerra l’ho cono*sciuta a Milano presentatami da un mio amico Peter Farao*ne, mentre Ioana Visan detta Ana l’ho conosciuta tramite lo stesso Peter o Massimo Ver*doscia. Sapevo che Barbara Guerra era una donna dello spettacolo mentre sapevo che Ioana era una escort. L’8 otto*bre 2008 ricordo di aver invi*tato le stesse a Roma unita*mente a Vanessa Di Meglio, li*mitandomi per quest’ultima a pagare il biglietto aereo ed il soggiorno in hotel, quanto al*le altre due, che venivano da Milano corrispondendo alle stesse anche una somma di denaro per l’eventualità che potessero avere un rapporto sessuale con il presidente Ber*lusconi. Ricordo che sia Ioana Visan che Barbara Guerra si fermarono a casa del presiden*te. Per il 9 ottobre devo esclu*dere di aver corrisposto altre somme di denaro alla Guerra ed alla Visan mentre confer*mo di non aver corrisposto al*cunché a Carolina Marconi». «Quanto all’incontro a casa del presidente Berlusconi del 16 ottobre 2008 non ho corri*sposto alcunché a Ioana Vi*san, Barbara Guerra e a Mile*na, sua amica, e a Clarissa Campironi, mia amica, limi*tandomi a sostenere le spese di viaggio e soggiorno poiché le tre venivano da Milano». Il verbale di Tarantini con*ferma quanto era già stato ri*velato da Patrizia D’Addario: «L’ho conosciuta come Ales*sia in quanto così presentata*mi da Massimiliano Ver*doscia, mio amico nonché col*laboratore, poiché io stavo cercando una ragazza da por*tare ad una cena a casa di Ber*lusconi. Alla D’Addario rap*presentai la possibilità di par*tecipare ad una cena a casa del presidente Berlusconi rico*noscendole il pagamento del*le spese di viaggio e di sog*giorno a Roma e un forfait di 1.000 euro. Devo precisare che Verdoscia mi aveva parla*to della D’Addario come di una donna immagine che al*l’occorrenza avrebbe potuto anche effettuare prestazioni sessuali. La D’Addario accettò la mia offerta, ma non ricordo se io o Verdoscia acquistam*mo il biglietto aereo».

    Patrizia a Roma
    Il racconto coincide anche nella ricostruzione degli spo*stamenti. Poi si arriva all’in*contro: «Dopo aver prelevato Clarissa Campironi che ospita*vo nell’Hotel De Russie mi re*cai unitamente al mio autista Dino Mastromarco a prende*re la D’Addario. Credo che Io*na Visan, Barbara Guerra e la sua amica Milena abbiano rag*giunto palazzo Grazioli con mezzi loro. Né la Campironi né la D’Addario si fermarono a palazzo Grazioli… Confer*mo che il 4 novembre 2008 mi recai a palazzo Grazioli uni*tamente a Patrizia D’Addario, Barbara Montereale e Lucia Rossini. Ricordo di aver retri*buito Patrizia D’Addario con l’importo di 1.000 euro sapen*do che la stessa all’occorrenza si prostituiva ed in tale pro*spettiva diedi anche a Barbara Montereale, presentatami dal*la D’Addario, l’importo di 1.000 euro esclusivamente perché svolgesse il ruolo di donna immagine, nulla diedi a Lucia Rossini, mia amica... La D’Addario mi fu possibile retribuirla solo in seguito poi*ché quella notte credo si era fermata a casa del presidente. Ricordo in particolare che quella sera dopo la cena io mi allontanai unitamente a Bar*bara Montereale ed a Lucia Rossini per tornare nei rispet*tivi alberghi, mentre Patrizia D’Addario rimase a casa del presidente in quanto mi disse di volergli parlare di una sua questione privata. Solo il gior*no dopo seppi dalla stessa D’Addario che avesse passato la notte a palazzo Grazioli».

    Le amiche
    Tarantini afferma che in al*cune occasioni le ragazze han*no partecipato gratuitamente agli eventi. «Il 21 ottobre 2008 ricordo di essermi reca*to a palazzo Grazioli insieme a Mary De Brito, Stella Schan e Donatella Marazza, tre mie amiche conosciute per il tra*mite di un’altra mia amica. Si trattò di una semplice cena ed io non ho retribuito alcuna delle tre... Non ho retribuito in alcun modo tali Maria Esther Garcia Polanco detta Maristel e Michaela Pribisova con le quali ho viaggiato da Roma a Milano con il presi*dente Berlusconi il 26 novem*bre 2008... Quanto alla mia frequentazione nel centro Messegué del 28 novembre, posso dire che sono andato con la sola Maristel senza averla retribuita in alcun mo*do ». Gli viene chiesto di una cena del 2 dicembre e lui di*chiara: «Non ho retribuito in modo alcuno Luciana Francio*li, Manuela Arcuri, Francesca Lana, Stella Maria Novarino per l’eventualità che avessero una prestazione sessuale con terzi, ed escludo che le stesse fossero dedite ad una attività di prostituzione». Non va così per il 10 dicem*bre, a palazzo Grazioli: «Ricor*do di aver pagato tali Karen e Niang Kardiatou detta Hawa 1.000 euro ciascuna prospet*tando loro l’eventualità di una prestazione sessuale con il presidente Berlusconi. Nes*suna delle due, peraltro, si fer*mò. Quanto alla festa del Mi*lan del 15 dicembre del 2008 ricordo di aver pagato Karen ma esclusivamente perché fa*cesse atto di presenza».

    I volti della tv
    L’imprenditore pugliese ammette che il 17 dicembre 2008 «portai a palazzo Grazio*li Linda Santaguida e Camilla Cordeiro Charao, pagando la sola Camilla Cordeiro Charao che si fermò dal presidente». La prima è stata riserva all’ Iso*la dei Famosi , l’altra è stata la valletta del programma Sco*rie su Raidue. Poi Tarantini parla di altri eventi: «Il 23 dicembre portai Carolina Marconi e Graziana Capone a casa del presidente limitandomi a pagare le spese di viaggio e di soggiorno alla sola Graziana e nessuna delle due rimase. Il 6 gennaio 2009 andai a Villa Certosa in Sarde*gna insieme a Barbara Monte*reale e Chiara Guicciardi e Cla*rissa Campironi ma non pa*gai nessuna delle tre. Il 14 gen*naio ricordo di essere andato a casa del presidente Berlusco*ni insieme a Guicciardi Chia*ra e Letizia Filippi, ma non pa*gai alcunché. Al di là di quan*to riferito non ho in alcun mo*do retribuito le ragazze indica*te o altre né ho in alcun modo favorito l’esercizio della pro*stituzione delle stesse in favo*re di persone diverse da quel*le indicate. Quando accompa*gnavo le ragazze a palazzo Grazioli le facevo sedere sui sedili posteriori in quanto i fi*nestrini posteriori della mia autovettura erano oscurati avendoli fatti sostituire nel settembre del 2008 se non ri*cordo male. Tale accorgimen*to era volto ad evitare che i giornalisti o altre persone po*tessero guardare nell’auto… Quando mi approssimavo a palazzo Grazioli avvertivo un responsabile della sicurezza del mio arrivo e quindi una volta giunto al portone la pri*ma guardia avvisava altri del nostro arrivo. Entrati nel corti*le venivamo accompagnati ai piani superiori dove veniva*mo ricevuti».

    Guido Bertolaso
    Alla fine del suo interroga*torio Tarantini parla della na*tura del suo legame con il pre*mier e dichiara: «Io ho voluto conoscere il presidente Berlu*sconi ed a tal fine mi sono sot*toposto a spese notevoli per entrare in confidenza con lui e sapendo del suo interesse ver*so il genere femminile non ho fatto altro che accompagnare da lui ragazze che presentavo come mie amiche tacendogli che a volte le retribuivo. Gli ho solo chiesto di presentar*mi il responsabile della Prote*zione Civile, il dottor Guido Bertolaso, in quanto volevo che Enrico Intini mio amico con il quale avevo stipulato un contratto di collaborazio*ne, potesse esporre allo stesso Bertolaso le competenze del suo gruppo industriale nella prospettiva di poter lavorare con la Protezione Civile. Una sera il presidente Berlusconi mi presentò Guido Bertolaso con il quale in seguito mi so*no incontrato unitamente ad Enrico Intini. Bertolaso ci in*viò a Finmeccanica ma poi, do*po i primi incontri con tale dottor Lunanuova, non è suc*cesso più nulla. Voglio infine precisare che il ricorso alle prostitute ed alla cocaina si in*serisce in un mio progetto te*so a realizzare una rete di con*nivenze nel settore della Pub*blica amministrazione perché ho pensato in questi anni che le ragazze e la cocaina fossero una chiave di accesso per il successo nella società».

    Angela Balenzano, Fiorenza Sarzanini
    09 settembre 2009

  10. #40
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    "La Repubblica", VENERDÌ, 11 SETTEMBRE 2009
    Pagina 4 - Interni

    BREVIARIO

    Alcuni parlamentari pugliesi contro Emiliano: "Hai candidato tu Tedesco al Senato"
    Pd, Franceschini va all´attacco: "Va rotto il legame politica-sanità"

    GIOVANNA CASADIO
    ROMA - Se c´è un reato, i giudici lo stabiliranno. Se uno va con una prostituta allora è una questione che non spetta al partito giudicare. Ma che in Puglia, e non solo, ci sia un legame marcio tra politica e sanità, e il Pd pugliese ne sia investito in pieno, questa è una cosa che «va rotta alla radice». Dario Franceschini si muove con molta cautela, però il suo è un attacco ai dalemiani che hanno governato in quella regione e che Tarantini ha inguiato. L´inchiesta barese si è abbattuta anche sui Democratici, provocando una resa dei conti interna che da Roma cercano di tenere sotto controllo per non farsi troppo male.
    Franceschini, dunque. Durante un dibattito sulle pari opportunità, il segretario lavora di fioretto: «Quanto alle inchieste che riguardano la sanità e le escort, io penso che ci sia una competenza giudiziaria e poi ci sono valutazioni morali su certi comportamenti che ognuno, non un partito, deve fare per sé». E infine, l´affondo: «Ma c´è un rapporto politica-sistema sanitario che va rotto alla radice, se c´è un settore in cui deve valere solo la competenza e la qualità questa è la sanità e non è possibile che i condizionamenti politici arrivino per vari canali».
    D´Alema non replica. E Nicola Latorre, dalemiano pugliese, la prende alla larga: «Non intervengo sugli aspetti personali, sarei un avvoltoio. D´intesa con Nichi Vendola, Frisullo ha lasciato l´incarico di vice presidente della Regione. L´ho cercato, ma non sono riuscito a parlargli». Armonia di facciata. Una quindicina di parlamentari pugliesi del Pd hanno preparato ieri un documento pesante contro il sindaco di Bari e segretario regionale del partito, Michele Emiliano che ha invitato l´ex assessore alla sanità, Alberto Tedesco a dimettersi da senatore e Sandro Frisullo a lasciare anche il partito. «La richiesta di dimissioni di un parlamentare ha una grandissima rilevanza politico-istituzionale», scrivono, e poi a farla è proprio Emiliano che ha nominato Tedesco sia nella commissione statuto del Pd che come candidato al Senato. «Se aveva tanta fiducia in lui prima, com´è che ora lo scarica? Cos´altro è successo?». Anche Emiliano allora «dovrebbe trarne le conseguenze». Nel Pd pugliese insomma volano gli stracci.
    E il peggio potrebbe ancora arrivare se la Sanitopoli deflagra. Francesco Boccia, lettiano, pugliese, sostenitore della mozione Bersani, non vuole parlare. «Lo farò nei prossimi giorni, ho alcune cose molto dure da dire». Però uno sfogo gli scappa: «Non credo proprio che si possa affibbiare la croce ai dalemiani e più in generale a quelli della mozione Bersani; Franceschini non lo faccia. Prima è meglio se si informa, perché la Sanitopoli non risparmia nessuno e potrebbe coinvolgere anche i suoi supporter». Fuori da metafore, ce n´è per tutti. L´inchiesta su Tarantini e company arriva nel momento più delicato per il Pd, alla vigilia di un congresso già difficile, il primo in cui si misura la tenuta del partito alla ricerca di una leadership forte e per la quale sono in lizza Franceschini, Bersani e Marino. La questione morale viene maneggiata con cura.

 

 
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