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  1. #41
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Farina Coscioni: la malasanità non è solo caratteristica pugliese
    GOVERNO E MINISTERO SI PREOCCUPANO SOLO DI FAR APPROVARE UNA PESSIMA LEGGE SUL TESTAMENTO BIOLOGICO MA SI DISINTERESSANO DELLA VERA DIFESA DELLA VITA INTERROMPENDO IL DIBATTITO IN COMMISSIONE SU IL "governo delle attività cliniche per una maggiore efficienza e funzionalità del Servizio sanitario nazionale". APPROVARE SUBITO IL PROGETTO DI LEGGE RADICALE PER NUOVI METODI DI SELEZIONE DEI RESPONSABILI DELLE AZIENDE SANITARIE

    Roma, 11 settembre 2009


    • Dichiarazione Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale

    Quanto sta emergendo – e forse ci si sta affannando ad occultare – nell’ambito della “sanitopoli” pugliese non è, purtroppo caratteristica ed esclusiva di quella regione; una quantità di inchieste giornalistiche, di pubblicazioni, di denunce da parte dello stesso mondo medico, dei pazienti e delle loro famiglie, decine e decine di interrogazioni parlamentari presentate da noi radicali documentano come la Sanità italiana sia caratterizzata e segnata da un tasso di sprechi, pessima gestione del pubblico denaro, incompetenza, molto al di là del tollerabile e del consentito; l’attuale governo, e i titolari del ministero della Salute hanno una grave responsabilità: per loro sembra essere urgente e necessario assicurare il varo di una pessima legge sul testamento biologico in ossequio e obbedienza ai dettami che vengono da oltretevere, e in formale difesa di un peraltro malinteso “diritto alla vita”.

    L’attuale governo e l’attuale maggioranza mortificano ogni giorno il Parlamento ridotto a mero “votificio” senza dibattito e senza trasparenza dei provvedimenti che palazzo Chigi ritiene urgenti e che quasi mai hanno il carattere dell’urgenza. Da tempo, assieme ai miei colleghi radicali, ho presentato una proposta di legge, per la riforma dei metodi di selezione dei direttori generali delle Aziende sanitarie regionali. Credo che quanto sta accadendo ed è accaduto sia la prova migliore che quel testo vada discusso e approvato.Basta con la sistematica e brutale occupazione da parte della partitocrazia di qualsiasi posto pubblico nel campo sanitario. Basta con il sistema delle nomine non in base alle capacità manageriali e al merito, quanto per una appartenenza politica.

    I reati nel mondo della sanità sono consumati sulla pelle del cittadino, del malato. Le vicende finora emerse sono gravi e inquietanti, è giusto che chi ha commesso reati sia perseguito e punito con determinazione e severità; ma tutto sarà inutile se non si muteranno i meccanismi che hanno reso possibile le disfunzioni e gli illeciti che stanno emergendo in queste ore”.

  2. #42
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 13 Settembre 2009, pag. 1

    Barbara Spinelli


    Il Paese dalla vista corta

    La lezione forse più importante degli ultimi anni di crisi economica è l’inconsistenza, la vuotezza del tempo breve. Per chi gioca in borsa il tempo è un attimo. Così per il politico, quando si nutre di sondaggi al punto di fabbricarseli. Per il giornalista, l’imprenditore, il sindacalista, le generazioni future sono nulla, l’immediato è tutto anche se serve a preservare un potere ormai finto.
    Già nell’800 Jacob Burckhardt scriveva che l’indebitarsi dello Stato («La più grande, miserabile ridicolaggine del XIX secolo») era un «dissipare in anticipo il patrimonio delle future generazioni: una superbia senza cuore». Non rattrappisce solo il tempo, come la pelle di zigrino di Balzac. Il rattrappimento colpisce anche lo spazio. Tempo breve e spazio corto eclissano artificialmente le più vaste realtà che sono la nazione, l’Europa, il mondo. L’artificio sta ovunque sbriciolandosi perché ha prodotto danni enormi.
    Non la crisi è mentale, come dissero gli avversari di Obama e come ripete Berlusconi. È mentale l’illusorio ottimismo consumistico di cui la crisi è stata la nemesi. Citiamo l’Italia perché da noi questa genealogia mentale della crisi persiste, con molteplici rami. Perché il tempo breve qui celebra i suoi fasti, e più che altrove è malato il rapporto col tempo: passato, presente, dunque futuro. Inutile commemorare 150 anni di storia italiana, se di questa malattia non si discute. Ambedue, tempo e luogo, sono pilastri delle storie nazionali e da noi pericolano. Quando Berlusconi vanta i tanti anni a Palazzo Chigi, quando imprime il suo marchio sull’anniversario dell’unità («Credo sinceramente di essere stato e di essere di gran lunga il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia avuto in 150 anni della sua storia») parla di una cosa apparentemente essenziale: del tempo lungo. Ma è tempo lungo fittizio, centocinquant’anni di storia sono un’emanazione luminescente e plastificata della sua persona e vengono d’un colpo vanificati. Il suo vero tempo è il governare giorno per giorno, come denunciato giovedì da Gianfranco Fini a Gubbio. Lo stesso avvenne in vari paesi sviluppati, prima della crisi: la furia dell’attimo borsistico era la regola, e da essa nascevano i chimerici incanti chiamati bolle.
    La mancanza di visione del domani viene spesso identificata con un accidioso attardarsi sul passato. In realtà è il culto idolatrico dell’istante che crea immobilità, se è vero che l’istante nel momento stesso in cui arriva cessa d’esistere. Questo gioco col tempo fabbricato, che lusinga l’artefice e perciò è idolatrico, è una patologia non solo dell’Italia ma in Italia specialmente acuta; è il «chi me lo fa fare» che ricorre nei film di Fellini. Mai meditato a fondo, il passato viene insabbiato, anche giudiziariamente, e le ferite restano aperte. La patologia dell’Italia plasmata da 30 anni di tv berlusconiana è metodica distruzione del tempo. Quando se ne è afflitti accade che una sola cosa resti: l’inalterabile gelatina degli stereotipi. Gli stereotipi sono oggi, dice il Times, la nostra maledizione.
    Come si sopprime il tempo? Trasformando la storia lunga in una successione di verbali scoppi rivoluzionari senza seguito, e il leader in prestigiatore carismatico onnipotente. La soppressione del tempo è compiuta da un re che non si cura delle istituzioni, fiero della propria corona ma ignaro di come i regni durino solo se si distingue tra corpo deperibile del monarca e permanere eterno della Corona. Un re che maschera il vuoto dietro il villaggio che Potemkin, amante di Caterina II, allestì lungo il Dnepr, per gabbare la regina (ieri illudeva la cartapesta, oggi lo schermo che gli spagnoli chiamano caja tonta: scatola tonta). Eros e Priapo imperversano come nel saggio di Gadda e sfociano nel sottotitolo gaddiano: «Da furore a cenere». Eros e Priapo vuol dire che il corpo del re è tutto, e il regno niente. Nelle democrazie parlamentari l’equivalente del Regno e della Corona è il senso delle istituzioni, dello Stato, della Costituzione.
    La soppressione del tempo accade con la complicità di molti, perché sono molti, in tutti i partiti, ad aver interiorizzato il pensar breve, anzi brevissimo. Non mancano le eccezioni, e grazie alla crisi c’è chi tenta un cambio di rotta. Può apparire paradossale, ma due persone diverse come Obama e Fini allungano lo sguardo, provano a restaurare il tempo. Pur impensierito dal voto di metà mandato, Obama non smette d’insistere sui disastri dei tempi brevi, sull’obbligo di «costruire il futuro». È significativo che Fini abbia dato vita a una Fondazione che usa parole analoghe, «Fare futuro», e che i tempi lunghi siano un suo pensiero dominante.
    Società e classi dirigenti riluttano a questo apprendistato. Soprattutto in Italia, Obama è dato per spacciato (i giornali già annunciano il «naufragio della riforma sanitaria») come si dava per spacciato ogni giorno Prodi. Alla furia borsistica dell’istante Obama risponde, nel discorso alle Camere del 9 settembre: «Troppi hanno usato \ come occasione per assicurarsi punti di vantaggio nel breve periodo, anche se così facendo derubano il paese dell’opportunità di risolvere una sfida di lungo termine». E conclude: «Non è quello che ci proponevamo di fare venendo qui. Non siamo venuti qui per aver paura del futuro».
    L’uccisione del tempo ha i suoi conformisti, anche tra chi critica il governo. Anch’essi accumulano vantaggi brevi, trascurano l’arduo durare. Il caso Fini è così importante perché svela la permanenza, ben oltre la destra, dello sguardo tattico, corto. Non sono solo i giornali del premier a scagliarsi contro il presidente della Camera. Una più ampia platea reputa velleitarie le sue parole e proposte: perché le giudica prive di immediati consensi. Quante «divisioni» ha Fini? vien chiesto: è vista corta anche questa. Fini e FareFuturo sono minoritari a destra perché guardano oltre, lontano. Qui è la loro forza, che per molti è debolezza. Sono tanti a difendere uno status quo che garantisce popolarità e profitti, subito. Anche l’Unione Europea fu pensata con sguardo lungo, e derisa da chi lo aveva corto. È l’inerte saldezza dei vecchi ordini, descritta da Machiavelli nel Principe: «E debbesi considerare, come non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché l’introduttore ha per nemici tutti coloro che degli ordini vecchi fanno bene, e tepidi difensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbono bene». L’ordine vecchio rincuora, ma è dal nuovo che verranno i benefici.
    Tempo lungo e spazio vasto (lo spazio della nazione, dell’Europa, del mondo) sono le due grandi vittime di chi guarda corto, e con l’accetta abbrevia, rimpicciolisce. Il sindaco di un paesino del Bergamasco, il leghista Aldegano, ritiene che la targa di Peppino Impastato nella biblioteca comunale non interessi nessuno da quelle parti e vada tolta, negando con ciò che mafia e illegalità siano fatti nazionali. Antonio Rapisarda sul sito FareFuturo scrive che simili offese toponomastiche rinchiudono il divenire collettivo «tra le strade del piccolo rione». Non diversa la reazione del premier alla riapertura delle indagini sulla morte di Borsellino e sul patto Stato-mafia: «È follia pura», ha detto l’8 settembre, che le Procure di Palermo e Milano «ricomincino a guardare i fatti del ’92, ’93, ’94». I magistrati sperperano soldi dei contribuenti, «cospirano come tori inferociti».
    Non è cospirazione e non è spregio dei contribuenti accendere la luce su quegli anni. Sono gli anni in cui Dell’Utri «promise alla mafia precisi vantaggi in campo politico» (sentenza di primo grado), e nacque Forza Italia. Gli anni in cui ci accorgemmo che era vinta la battaglia contro il terrorismo ma non contro la mafia (Gian Carlo Caselli, Le due guerre, Melampo 2009). Gli italiani non sono solo consumatori-contribuenti ma cittadini con diritto di sapere il tempo da cui vengono e quello verso cui vanno. Giacché tutti viviamo il tempo come il duca di Guermantes in Proust: siamo «appollaiati» sul passato come «su viventi trampoli che aumentano senza sosta» e, certo, per questo siamo malfermi. Difficile camminare su trabiccoli «più alti di campanili». Ma difficile anche - senza trampoli - guardare alto e vedere lontano.

  3. #43
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "Affari e Finanza", La Repubblica, 14/09/09

    COPERTINA


    Libia, tutti gli affari del Presidente


    GIOVANNI PONS



    è passato un anno dalla firma di Silvio Berlusconi e Muhammar Gheddafi del Trattato di Amicizia tra Italia e Libia, una firma che nelle intenzioni del premier era volta a modificare profondamente i rapporti diplomatici e commerciali tra i due paesi.
    Ma forse è giunto il momento di chiedersi se la svolta impressa dalla decisione di riconoscere gli errori dell’Italia nell’epoca coloniale e chiedere scusa pubblicamente per le atrocità commesse dai fascisti nel paese africano negli anni ’30, abbia portato effettivi benefici al paese. E anche se esiste, o si sta formando sottotraccia, una sorta di BerlusconiGheddafi connection, come denuncia il quotidiano inglese Guardian. Analizzando l’excursus di questo anno passato sottobraccio alla Libia si fa strada l’idea che al momento i maggiori benefici dell’accordo fortemente voluto da Berlusconi si sono cominciati a manifestare più in campo politico che economico. A dar retta ai dati del ministro dell’Interno Maroni, infatti, sembrerebbero diminuiti gli sbarchi di clandestini sulle coste del sud Italia e provenienti dalla Libia. Ma quando si passa alla sfera economica i risultati sono ampiamente al di sotto delle attese. Non solo non si sono visti importanti investimenti da parte dei fondi sovrani libici nelle aziende italiane, ma anche le commesse, gli appalti e gli accordi tra le imprese dei due paesi si contano sulle dita di una mano. Non solo. La più grande opera prevista dal Trattato, l’autostrada costiera che deve collegare la Tunisia all’Egitto, del costo di 5 miliardi di euro totalmente a carico dell’Italia, rischia di incontrare seri rischi di finanziamento.
    Gli accordi BerlusconiGheddafi prevedono infatti una tassa, chiamata addizionale Ires sulle società petrolifere, con la quale si spera di raccogliere i soldi necessari nell’arco di 20 anni. Ma qualcosa non sta girando nel verso giusto. All’inizio della scorsa settimana, infatti, l’Eni ha presentato una istanza all’Ufficio delle Entrate proprio contro l’addizionale Ires, dicendosi pronta a impugnare il provvedimento. Il balzello è stato valutato dal cda dell’Eni in 230250 milioni all’anno nel prossimo triennio e grava quasi interamente sulla maggiore società petrolifera italiana. Che sta preparando delle contromisure (cfr box qui a lato). Una mina che rischia di mandare all’aria l’intero impianto del Trattato già approvato dal Parlamento nella sua interezza.
    La palla alla fine rischia di finire come al solito nel campo del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il quale non ha alcuna intenzione di aprire il borsellino per finanziare un’opera pubblica di un paese straniero. È chiaro comunque che, essendo il Tesoro il principale azionista dell’Eni, e l’Agenzia delle Entrate anch’essa sotto la diretta influenza del ministero, una qualche soluzione al pasticcio dell’addizionale Ires Tremonti dovrà pur trovarla. Se non altro per l’importanza che i giacimenti di petrolio e gas situati in Libia hanno per l’Eni. Anche se questa volta, assicurano i bene informati, l’opposizione potrebbe essere molto più dura di quando, per esempio, venne introdotta la Robin Tax.
    Questa volta c’è di mezzo Gheddafi e la sua politica estera che recentemente non ha mancato di sollevare polemiche a tutti i livelli. Dalla guerra diplomatica con la Svizzera per l’arresto del figlio Hannibal reo di aver maltrattato due cameriere, al recente attacco a Israele, paese colpevole, secondo il colonnello libico, di «tutti i conflitti che insanguinano l’Africa», fino all’accoglienza da eroe riservata al terrorista Addel Baset al Megrahi, condannato per l’attento di Lockerbie del 1988 e liberato quest’estate dalle autorità scozzesi. Proprio giovedì scorso Barack Obama ha espresso il suo «rammarico» al primo ministro britannico Gordon Brown per la decisione presa su Al Megrahi, nonostante sia motivata da una grave malattia. Un episodio che ha già fatto dimenticare la stretta di mano tra Obama e Gheddafi a L’Aquila in occasione del G8 di luglio.
    Così, pare abbastanza evidente che nel contesto internazionale stia montando una certa insofferenza verso la politica eccessivamente accomodante di Berlusconi nei confronti della Libia. Sia la Francia che la Gran Bretagna si guardano bene dal compiere alcun riconoscimento formale degli errori del colonialismo in terra africana e per questo motivo i rapporti con l’Algeria, il Marocco, la Tunisia per questi paesi e la stessa Libia rimangono difficoltosi. Il presidente Sarkozy a fine agosto ha declinato l’invito di Gheddafi per la celebrazione della rivoluzione verde e Gordon Brown non l’ha nemmeno presa in considerazione mentre Berlusconi si è fatto vedere a Tripoli il 30 agosto per l’anniversario della firma del Trattato e posare la prima pietra della famosa autostrada, un modo evidente di distinguersi dai colleghi francese e inglese. Quando poi il Guardian lo ha attaccato sulla presunta Libia Connection, una parte della colpa è stata attribuita proprio a una sorta di "invidia" di Francia e Gran Bretagna per il filo diretto instaurato con Tripoli. Un filo che però finora non ha portato particolari benefici alle imprese italiane mentre un primo riconoscimento Berlusconi l’ha ottenuto con l’ingresso del fondo sovrano di Gheddafi nella Quinta Communication, società francese fondata nel 1989 da Tarak Ben Ammar e dallo stesso Berlusconi per dar corso a delle produzioni cinematografiche. In pratica già oggi si può affermare che la Fininvest della famiglia Berlusconi e il fondo sovrano libico sono diventati soci con l’obbiettivo di produrre film sul mondo arabo.
    A parte ciò, l’unico investimento consistente, finora, del Lybian Investment Authority (Lia) e della Banca centrale libica riguarda i 2,2 miliardi destinati a comprare azioni Unicredit. I buoni uffici degli uomini di Alessandro Profumo con i preparati funzionari del fondo sovrano libico hanno portato all’acquisto del 5% delle azioni nel momento di maggiore difficoltà per la banca milanese nell’autunno 2008. Investimento poi arrotondato con altri 690 milioni di prestito convertibile e la nomina del banchiere centrale Farhat Bengdara alla vicepresidenza di Piazza Cordusio. Ma a parte questa incursione gli altri dossier caldi giacciono immobili.
    In Mediobanca, che si era posizionata nella veste di trait d’union tra i soldi libici e le aziende italiane, non si muove una foglia. Proprio un anno fa si era parlato di un investimento dei libici in Telecom Italia, una via per sostituire il socio ingombrante Telefonica con qualcuno di più vicino alle strategie e agli interessi della società italiana. Ma i problemi di prezzo hanno allontanato la possibilità anche se oggi quell’accordo sembrerebbe più fattibile. Poi era stato annunciato un interesse a salire fino al 10% dell’Eni, ma la quota è tuttora ferma all’1%. Così come non se n’è fatto niente dell’aumento di capitale dell’Enel dove a un certo punto i libici erano indicati come importanti sottoscrittori. Da segnalare durante l’estate l’annuncio di alcune joint venture con Finmeccanica nei settori militare ed energetico, operazioni che comunque non comportano impiego di denaro fresco. Anche perché la presenza diretta di capitali libici nella società italiana comporterebbe un controllo indiretto sull’azienda americana Drs, recentemente acquistata da Finmeccanica, con inevitabili reazioni da oltreatlantico.
    Dei lavori per l’autostrada dovrebbe beneficiare principalmente Impregilo, società di costruzioni presente da quarant’anni in Libia. Per il resto tutto bloccato, probabilmente a causa dei dissidi famigliari interni alla famiglia Gheddafi, dicono fonti bene informate. Dopo la sconfessione di Saif, il secondogenito della seconda moglie del colonnello che pareva destinato alla successione, l’incertezza regna sovrana e finché questo punto non sarà risolto gli investimenti libici all’estero rischiano di rimanere paralizzati. A parte qualche immobile a Londra o a Parigi.

  4. #44
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    Lo show senza concorrenza

    • da La Stampa del 16 settembre 2009, pag. 1

    di Mattia Feltri


    Il farfallone amoroso gode del suo giorno dell’orgoglio e si riabilita - sempre che ne avesse bisogno - vestendosi e rivestendosi come Leopoldo Fregoli. Occhi lucidi e respiro lungo: tutti felici.
    La concorrenza, si sa, non c’è: motivi tecnici. Ballarò spostato a domani, Matrix alla prossima settimana, sono questioni di palinsesto e, dicono da Mediaset, di diffocoltà organizzative; la Champions, dove Pippo Inzaghi collabora alla restituzione della grandeur, è confinata in pay e tutto il mondo televisivo - disinteressato agli ultimi giorni di Adolf Hitler su RaiTre - può assistere al trionfo del presidente del fare.
    Fregoli, dicevamo: il presidente giardiniere illustra le qualità terapeutiche del fieno steso sul manto erboso; il presidente ingegnere dettaglia sulle costruzioni antisismiche, le doppie piastre, gli «assorbitori di potenza»; puntando gli indici, il presidente architetto deraglia nella plastificazione poiché il quartiere Bazzano, ricostruito a cinque chilometri dall’Aquila, è stato edificato di modo che le case sembrino di epoche diverse, e non «artefatte», e di conseguenza artefatte sono; il presidente designer guida la visita dentro alle case di legno che saranno consegnate con gli armadi - «anche con gli attacca-abiti» - e apre i frigoriferi delucidando sui requisti dell’ultimo modello; il presidente anglofono dice: «People first»; il presidente pater familias ha una pacca per tutti.
    E mille e mille presidenti, il presidente anticomunista, il presidente imprenditore che nega le correzioni delle sue reti per favorire gli ascolti del gran ritorno di Porta a Porta, il presidente San Sebastiano traffito dai dardi della tv pubblica. E infine (per modo di dire) il presidente Tafazzi che non guarda più la tele. Ma in fondo è la serata squillante del governo del fare - non della ciàcola, non della lascivia - in un’elencazione di record che avrebbe mandato in tilt anche un Rino Tommasi, e il terrore sale quando il premier sfodera l’elenco delle opere compiute. Record, record e record: due mesi per l’asilo Giulia Carnevali (dal nome della giovane progettista morta nel terremoto, e il padre in studio, dignitosissimo, invita a guardare avanti), record; quattro mesi per le casette, record; entro settembre tutti fuori dalle tende, record; i giapponesi, gli americani e gli australiani ci invidiano le tecniche e i tempi, record; Nancy Pelosi che dice a Berlusconi: «Un’impresa del genere per noi negli Stati Uniti sarebbe stata impossibile», record; ho governato più di Alcide De Gasperi, record; ho governato meglio di De Gasperi, record.
    E poi la gente, il people, e gli operai, i man at work, che dalla cima delle gru chiamano il presidente a braccia levate: «Silvio! Silvio!». L’uomo vecchio e stanco e barbuto che entra nella casa appena ricevuta e non resiste a un singulto di commozione. La donna col bimbo in braccio che sull’uscio dell’asilo sente la vita che ricomincia. I terremotati in piazza che si guardano attorno e dicono: è un miracolo, un miracolo. Faremo di più, faremo meglio, dice Berlusconi: abbiamo un know how che riproporremo per costruire le carceri, le centodieci città dove le giovani coppie troveranno l’abitazione che non trovano oggi, basta infilare tre turni di otto ore al giorno per ridurre i tempi di due terzi.
    Sull’altra parte della barricata resta un povero Stefano Pedica, coordinatore laziale dell’Idv di Antonio Di Pietro, che fa picchetto all’ingresso della sede Rai di via Teulada, ma tanto Berlusconi entra lo stesso. E dentro il sindaco dell’Aquila, Stefano Cialente, cerca soltanto di attutire lo scoppio dei mortaretti. Qualche giornalista propone dei distinguo travolti dall’energica e fluviale parlantina del presidente del Consiglio. Piero Sansonetti si prende la briga di dirne due o tre. Bruno Vespa abbozza un paio di bisticci rapidamente sedati. E’ l’occasione buona per regolare i conti, da presidente pompiere, e per il resto rimangono negli occhi le casette di legno che casette non sono, dice Berlusconi, semmai ville dove a tutti noi piacerebbe abitare. Anche a lui, sembra, al farfallone amoroso che si autodichiara dittatore, scherzando, il narcisetto, ora che non più andrà notte e giorno d’intorno girando delle belle turbando il riposo.

  5. #45
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    Informazione: Ass. Coscioni chiede a Schifani, Fini e Zavoli il ripristino degli spazi dell’accesso illegalmente sospesi


    Roma, 15 settembre 2009



    Questa mattina, i dirigenti dell’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica hanno inviato una lettera aperta ai Presidenti delle Camere Schifani e Fini e al Presidente della Commissione di vigilanza Zavoli sul mancato rispetto degli obblighi di legge relativi all’accesso al Servizio pubblico per l’informazione radiotelevisiva. Ecco di seguito il testo della lettera, firmata dal Segretario Marco Cappato, dal Tesoriere Rocco Berardo e dai Co-Presidenti Maria Antonietta Farina Coscioni e Gilberto Corbellini:

    “Gentili Presidenti, in Italia sono stati abrogati di fatto gli spazi di comunicazione riconosciuti dalla legge numero 103 del 1975 “ai partiti ed ai gruppi rappresentati in parlamento, alle organizzazioni associative delle autonomie locali, ai sindacati nazionali, alle confessioni religiose, ai movimenti politici, agli enti e alle associazioni politiche e culturali, alle associazioni nazionali del movimento cooperativo giuridicamente riconosciute, ai gruppi etnici e linguistici e ad altri gruppi di rilevante interesse sociale che ne facciano richiesta”. Oltre alle Tribune politiche in periodo non- elettorale, dal febbraio 2008 sono illegalmente eliminati anche i cosiddetti “Spazi dell’accesso”, riservati al mondo associativo. L’associazione Luca Coscioni, come altre centinaia di organizzazioni e gruppi titolati a ottenere accesso al Servizio pubblico Radiotelevisivo, ha inoltrato domanda ed è da mesi in attesa di una risposta. A quanto pare, l’obbligo di legge sarebbe bloccato dalle manovre –dovremmo dire “solite” manovre, se non si prestasse all’equivoco di un’assuefazione che può essere altrui ma non nostra- di quello che per noi è un Regime sempre più apertamente anti-democratico, incapace di rispettare le proprie stesse regole. Con la presente Vi chiediamo, illustri Presidenti, un’azione urgente per il ripristino della legalità e il rispetto degli obblighi posti a tutela dei diritti civili e politici dei cittadini. Rimaniamo in attesa di una vostra cortese ed urgente risposta.”

  6. #46
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    "La Stampa", 20 Settembre 2009, pag. 13


    “Le manovre di Palazzo non mi faranno fuori”

    Vendola: con Fitto la politica era organica al sistema
    Sì all’Udc senza alchimie o mi presento alle primarie

    Intervista al presidente della Regione Puglia

    RICCARDO BARENGHI
    ROMA


    L’informativa: con la dichiarazione «rischio la vita» voleva attirare
    l’opinione pubblica


    Il governatore della Puglia non è agitato dall’imminente chiusura delle inchieste che hanno sconvolto la sua regione e colpito in parte anche la sua giunta. Prima cita le Sacre scritture: «La verità ci farà liberi dal peccato». E poi lancia la sfida ai suoi alleati di oggi (il Pd) e quelli eventuali di domani (l’Udc di Casini): «Anch’io voglio costruire una coalizione più larga per le prossime regionali. Ma se dovesse sorgere un problema sul mio nome, allora li avverto: mi candido alle primarie».
    Lei non è preoccupato di quel che potrebbe venir fuori una volta che le inchieste saranno chiuse?
    «Tutt’altro, semmai tiro un sospiro di sollievo perché finalmente si passa da teoremi accusatori amplificati dal circuito mediatico alla conoscenza di quali sono i temi, i problemi reali e le persone coinvolte».
    Tra i quali anche il vicepresidente della sua giunta, Frisullo e l’ex assessore alla sanità Tedesco, entrambi del Pd.
    «Vedremo gli atti giudiziari, ma noi non abbiamo aspettato che finissero le indagini per bonificare la politica. Ovviamente è stato traumatico scoprire che pezzi della mia coalizione erano coinvolti in questa storia ma non è un caso che le due persone che lei ha citato siano fuori dal mio governo da tempo».
    Non mi dirà che l’intreccio tra politica e affari, in particolare quando c’è di mezzo la sanità, riguarda solo loro due?
    «Certo che no, è un sistema malato, direi anche marcio, che infatti si ripresenta da anni. Quando poi la Puglia era governata da Fitto, il rapporto tra la sanità privata (i Tarantini, gli Angelucci, i Tato Greco) e la politica era addirittura organico. Non parlo a vanvera, basta sentire le intercettazioni del 2002, del 2003 e del 2004. Ma io non voglio giocare a ping-pong sulla questione morale, oscillando tra urla populiste e deriva giustizialista: deve invece essere una lezione per tutti e tutti dovrebbero ricominciare da un lavoro che renda impermeabile la politica al sistema degli affari. Noi abbiamo cominciato a farlo».
    In vista delle elezioni regionali di marzo, c’è un gran lavorio del Pd, in particolare di D’Alema che in Puglia conta parecchio, per allargare la coalizione anche all’Udc. Lei sarebbe favorevole?
    Certo che lo sono, a patto però che non si costruisca una coalizione in laboratorio, una sorta di alchimia elettorale. Io sono aperto a discutere con l’Udc sulle questioni programmatiche, culturali e ovviamente morali».
    Ma si dice che il prezzo per questa alleanza sarebbe la sua testa, se Vendola facesse un passo indietro...
    «Non sono disponibile a fare passi indietro ma solo in avanti. Io sono figlio delle primarie, che ho vinto sconvolgendo gli accordi tra le segreterie dei partiti. Quindi non sarà una manovra di palazzo a scalzarmi. Se ci provano io mi ricandido alle primarie di coalizione: e vediamo chi le vince».
    Invece a livello nazionale la sua Sinistra e Libertà che pensa di fare, entrerete nel Pd?
    «Domani (oggi per chi legge, ndr) faremo la nostra assemblea a Bagnoli, apriremo le iscrizioni e nomineremo un gruppo dirigente transitorio fino alle regionali. Dopo di che faremo il nostro congresso».
    Quindi un nuovo partito e niente Pd?
    Noi incroceremo spesso e volentieri il Pd sulla nostra strada, ma difficilmente quel partito potrà essere attrattivo per le nostre ambizioni».
    Detto più chiaramente, resterete fuori anche se il prossimo leader dovesse essere Bersani al quale voi guardate con parecchia simpatia?
    «Non siamo entrati finora perché siamo nati su un’opzione diversa e su quella continuiamo a marciare. Quanto al futuro segretario del Pd, non ho alcuna intenzione di schierarmi con l’uno o con l’altro. Mi interessano le scelte politiche e culturali che quel partito farà per poter costruire insieme a loro e ad altri un largo fronte di alternativa al berlusconismo».
    Compreso Di Pietro?
    «Io nutro un dissenso radicale col giustizialismo, ma se Di Pietro uscisse dalla sua nicchia declamatoria si potrebbe anche aprire una discussione. Noi però non abbiamo bisogno di nuovi Savonarola o Torquemada».
    A proposito di declamazioni, ieri il ministro Brunetta ha invitato la sinistra ad «andare a morire ammazzata»...
    «Un lessico parafascista. Che dimostra come la cultura della mediazione, che è stata la bussola della Dc, oggi sia stata sostituita da una sorta di squadrismo di Stato. Brunetta e Feltri si comportano come due hooligans...».

  7. #47
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", SABATO, 19 SETTEMBRE 2009
    Pagina 1 - Prima Pagina

    IL RUFFIANO E IL PRESIDENTE

    GIUSEPPE D´AVANZO

    Gianpaolo Tarantini deve essersi detto: faccio così, ammetto negli interrogatori quel che non posso negare o contraddire e dunque le feste a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa; il pagamento delle prostitute che infilavo nelle cene e nel letto di Silvio Berlusconi; l´uso della cocaina che a decine di grammi distribuivo nelle mie feste private. Confesso i legami cuciti – sempre attraverso notti di sesso nella garçonniere all´angolo Extramurale Capruzzi, a Bari – con gli amministratori regionali di sinistra, come quel Sandro Frisullo. Lascio capire che anche quel D´Alema – sì, quel D´Alema – l´ho avuto a tavola o in barca.




    «Qualche volta» dico, alludendo a un´amicizia che purtroppo non è mai nata. Concludo che qualche affaruccio me n´è venuto - è vero, diciamo una certa «visibilità con i primari» che poi mi dovevano comprare le protesi che vendevo - ma poi niente di che, tutto sommato. Chiedo il patteggiamento (due anni di pena) ed esco da questa storia un po´ ammaccato e con qualche benemerenza da mettere sul tavolo nella mia seconda vita. Ho soltanto 35 anni, no? Un merito sarebbe stato sicuro e consistente, deve aver pensato Tarantini. Se patteggio, tengo fuori dai guai «il Presidente» perché nessuno potrà più ficcare il naso nelle decine e decine di telefonate tra me e lui - intercettate, purtroppo. Quelle chiacchiere, sì che lo metterebbero in imbarazzo.
    La strategia di difesa di Tarantini è legittima, come tante altre. Si sbriciola dinanzi al rifiuto del pubblico ministero. Che nega il patteggiamento (applicazione della pena su richiesta delle parti) perché - dice il procuratore di Bari, Antonio Laudati - «l´attendibilità delle dichiarazioni dell´indagato deve essere verificata con ulteriori accertamenti. È vero, ho detto che, leggendo i verbali sui giornali, appare evidente che non ci sono responsabilità del presidente del Consiglio, ma le indagini non sono terminate e si deve verificare quanto è stato raccontato. Lo faremo in tempi rapidi».
    Le parole del procuratore devono aver spaventato Tarantini, e non soltanto Tarantini. Che era nei guai e ci si ficca ancora più a fondo, a testa in giù. Comincia (sostiene la guardia di finanza) a trafficare con i testimoni e con le prove. Se le aggiusta per rendere attendibili, per i magistrati, i suoi ricordi. Forse, progetta una fuga all´estero per tirare il fiato e alleggerire la pressione in attesa di una luna migliore. Si vedrà se gli investigatori hanno visto giusto. Nell´attesa, alla mossa di Gianpi, la procura ne oppone un´altra, tattica e astuta. Non ne chiede l´arresto, ma soltanto il fermo. Quindi, è obbligata a consegnare al giudice delle indagini preliminari, che dovrà convalidarlo, soltanto qualche pezzullo di carta che documenta il pericolo di fuga o l´inquinamento probatorio e nulla di più. Lo scrigno delle fonti di prova già raccolte resterà chiuso e quindi, per il momento, le intercettazioni del presidente del Consiglio, le testimonianze delle giovani falene che hanno trascorso la notte a Palazzo o in Villa, gli amici di Gianpi che tiravano su la cocaina che egli dispensava con generosità, le tracce dei traffici sanitari resteranno ben protette.
    * * *
    Un´indagine penale non è soltanto l´accertamento di responsabilità personali (come sembra credere Ernesto Galli Della Loggia), è anche teatro, memoria collettiva, luce che illumina il mondo, che rivela pratiche, passioni, coraggio, debolezze, irresponsabilità, che racconta la tenuta di regole e dispositivi che evitano anarchia e soprusi e fanno ordinato il nostro vivere insieme. È un ordigno che riesce a dirci, qualche volta, e spesso non in modo esaustivo, dove viviamo, che cosa vi accade, con chi abbiamo a che fare. Da questo punto di vista, la storia di Gianpaolo Tarantini non è questo termitaio dai corridoi intricati.
    Gianpi è in affari e s´è fatto ruffiano per accrescerli. Tutto qui, in soldoni. La sua intuizione è che, nell´Italia di oggi, il potere del sesso - l´influenza che può avere sugli uomini che governano il Paese o una Regione o un´Azienda sanitaria - ha la stessa energica forza corruttiva del denaro, grimaldello decisivo per gli affari neri degli anni novanta. È acuto il fiuto del giovanotto che forse avrà studiato anche psicologia sociale nel suo master in marketing all´università di Herisau, nello svizzero Canton Appenzello. L´intuizione, comunque, è subito vincente a Bari. Sandro Frisullo, vicepresidente regionale, abbocca all´amo di Tarantini. Gianpi gli organizza in un appartamento in affitto in via Giulio Petroni, angolo via Extramurale Capruzzi, incontri sessuali ora con Terry De Nicolò ora con Vanessa Di Meglio, ricompensate con cinquecento euro.
    Tarantini attende l´arrivo dell´amico. Cenano in tre. Al caffè, Gianpi si leva di torno. Le chiama «attenzioni» non corruzione. «Le attenzioni da me avute per Frisullo mi hanno consentito - dice - di essere presentato al dottor Valente, direttore amministrativo dell´Asl di Lecce. Chiedevo un´accelerazione dei pagamenti per le prestazioni effettuate dalle mie aziende e l´esecuzione di una delibera adottata in materia di acquisto di tavoli operatori. So che Frisullo ha rappresentato più volte le mie esigenze a Valente ed io personalmente ne ho parlato con lo stesso Valente. I pagamenti sono avvenuti anche se comunque in ritardo, altrettanto per la delibera. La frequentazione di Frisullo mi serviva soprattutto per acquistare visibilità agli occhi dei primari che portavo da Frisullo».
    * * *
    Il metodo funziona, dunque. Tarantini decide di fare un salto, il gran salto, l´avventurosa capriola verso un sorprendente, inatteso successo. Dice a se stesso che se la sua intuizione è efficace in Puglia perché non deve esserlo altrove. Magari a Roma, nella Capitale, e con l´uomo che ha in mano in Paese? Dicono che le cose siano andate così. Non è stato il giovane ruffiano a bussare alla porta di Berlusconi, ma - scaltro, forse già conosce le debolezze del presidente - Tarantini è riuscito a giocare con Berlusconi come il gatto con il topo.
    Accade nell´estate del 2008. Tarantini affitta, pagando centomila euro al mese (pare), la villa Capriccioli, a cinque minuti da Porto Cervo e non troppo lontano dalla Villa Certosa del capo del governo. A quel punto è un gioco da ragazzi - anche se molto, molto costoso - riempire la casa, il giardino, la spiaggia di bellezze, di cocaina, di allegria e risate e poi attendere, immobile come un ragno. Il calabrone cade nella rete. Pare che l´Egoarca non se ne capacitasse e il suo grandioso senso del sé ne fosse ferito: quelle giovani donne non si dirigevano alla Certosa, ma altrove, da un altro. Chi diavolo è questo «Gianpi» di cui tutti parlano quest´estate? Berlusconi chiede di sciogliere l´arcano a Sabina Beganovic, «l´ape regina» (Dagospia), donna così fidata da essersi tatuata su un piede «S. B. l´uomo che mi ha cambiato la vita». La Beganovic torna dall´Egoarca con le informazioni giuste e Tarantini ha finalmente accesso a corte. Con lui, le sue "ragazze".
    «Io - sostiene oggi il giovanotto - ho voluto conoscere il presidente Berlusconi e mi sono sottoposto a spese notevoli per entrare in confidenza con lui e, sapendo del suo interesse per il genere femminile, non ho fatto altro che accompagnare da lui le ragazze che presentavo come mie amiche tacendogli che a volte le retribuivo». Berlusconi gradisce molto e consente a Tarantini di coltivare un sogno di potenza: perché rinchiudersi nel piccolo recinto degli affari sanitari pugliesi e non pensare in grande? Perché non diventare, grazie all´amicizia con «il Presidente», un imprenditore di carattere nazionale, europeo o, perché no?, un lobbista per tutte le decisioni che «il Presidente» può favorire, per i business che l´intervento del «Presidente» può rendere fluidi e vincenti?
    L´impresa non pare impossibile a Tarantini. Bisogna investire un po´ di denaro, pagare le prostitute, accompagnarle a Palazzo Grazioli. Che ci vuole? La difficoltà semmai è avere sempre le "ragazze" a disposizione perché, si sa com´è «il Presidente», magari chiama nella tarda mattinata, prima o dopo un Consiglio dei ministri, e vuole che a sera - dopo un paio d´ore, maledizione - la festa sia organizzata. Ci sono giorni che Gianpi è come fuori di testa. Lo vedono agitato e inquieto come una mosca contro un vetro. Ha chiamato «il Presidente» e lui non ha disposizione quel che serve. Telefona, ritelefona, chiama e richiama questo, quello, chiunque possa aiutarlo, chiunque conosca almeno «una donna immagine che all´occorrenza avrebbe potuto anche effettuare prestazioni sessuali». Così ingaggia, il 16 ottobre, Patrizia D´Addario.
    Gianpi riesce sempre a cavarsela con un salto mortale. Per non farne più, e rompersi il collo, comincia a corteggiare con accorti regali la rete di "ragazze" controllate, per così dire, da Sabina Beganovic. Forse per ingraziarsele, le rifornisce di cocaina, in palazzi sbagliati, off-limits. Non ne possono venire che guai che, infatti, non mancano. Il 20 dicembre del 2008, l´»ape regina» perde la pazienza, telefona a Gianpi (intercettato) e lo affronta a muso duro.
    Sabina. «Hai capito Gianpaolo, che cazzo fai? Mandi alla gente regali e metti a me in una bruttissima situazione. Cioè io non so niente e tu ti spacci per mio amico … Per favore, non mi mettere in questa situazione»
    Gianpaolo. «Io non l´ho fatto perché ti voglio sorpassare».
    Sabina. «Ma figurati, non fare il furbo con me… Non mi mettere nei casini. Non fare il paraculo con me».
    Gianpaolo. «Io non ho mai portato niente».
    Sabina. «Ah bello!, io ho i testimoni. Ti ho detto: non fare il furbetto con me».
    * * *
    I conflitti con Sabina Beganovic non impediscono, in cinque mesi, a Tarantini (come ammette) di accompagnare trenta "ragazze" a diciotto cene del Presidente. Non tutte sono state pagate, non tutte sono prostitute, anche se in qualche caso «non disdegnano di essere retribuite per prestazioni sessuali». Gianpi tocca «il cielo con un dito». È nelle grazie del Presidente, finalmente. Può chiedergli di incontrare Guido Bertolaso per certe sue ambizioni (che, dice, ambizioni resteranno). Tarantini è il compagno fisso del «Presidente» in spensieratezze notturne, così appassionate da convincere il capo del governo a saltare qualche impegno pubblico. Come (lo racconta l´Espresso in edicola) tra il 23 e il 28 settembre. Le cose vanno così.
    Il 23 settembre iniziano i lavori delle Nazioni Unite. Ci sono i leader del mondo. Durante la prima giornata parlano George W. Bush, Nicholas Sarkozy, il presidente iraniano Ahmadinejad. Gianpi a Roma ha organizzato per il premier una festicciola con Carolina Marconi, Francesca Garasi, Geraldine Semeghini, Terry De Nicolò. Ci si diverte e si fa presto a vedere l´alba. Il giorno dopo (mercoledì) Berlusconi decide di non partire più per il Palazzo di Vetro. Diffonde una buona ragione. Patriottica e irreprensibile. Deve seguire da vicino la crisi dell´Alitalia. Se ne stufa presto, però, ammesso che ne abbia mai avuto l´intenzione. In gran segreto raggiunge il castello di Torre Errighi, nei pressi di Melezzole di Montecchio di Terni e Health Center di Marc Méssegué, riaperto per la sua improvvisa visita. «Berlusconi di fatto scompare dai radar per cinque giorni» scrive l´Espresso. Frattini e Letizia Moratti sono costretti a presentare da soli l´Expo 2015 di Milano mentre Gianni Letta, sostenuto da Walter Veltroni, fa i salti mortali per far firmare la pace tra la Cai e i sindacati e salvare l´Alitalia.
    L´indimenticabile settimana dell´Egoarca finisce così. Domenica 28 un elicottero della protezione civile lo accompagna dal castello di Torre Errighi a Ciampino, dove prosegue per Milano, destinazione San Siro. C´è il derby, e sugli spalti «il Presidente» è in compagnia di Tarantini. Gianpi ha con sé una nuova ragazza. La chiamano l´Angelina Jolie di Bari. Si chiama Graziana Capone, che racconta il post-partita: passeggiata in auto, arrivo ad Arcore, cena e festino con una decina di ragazze. Il Milan ha vinto uno a zero, il premier è euforico. «Abbiamo tirato fino a tardi, le quattro forse, qualcuna si è addormentata sul divano» (Repubblica). Il fastidio alla schiena del Presidente non c´è più, come per un miracolo. Dopo poche ore di sonno, Berlusconi può festeggiare di nuovo sul lago Maggiore i suoi settantadue anni in una scena, questa volta tutta familiare. «Ora resto a lavorare - dice ai giornalisti - Nessuna festa serale, perché abbiamo già festeggiato oggi» (l´Espresso).
    * * *
    Tarantini oggi vuole riuscire nell´impresa di liberarsi con il minimo danno dalle sei inchieste che lo coinvolgono senza danneggiare il presidente del Consiglio. Un´altra avventurosa capriola. Dice: «Ho fatto una cavolata, sono stato uno stupido. Quando ho avuto la possibilità di conoscere Berlusconi, ho toccato il cielo con un dito. Non mi sembrava vero. Poi l´ho conosciuto sul piano personale, con la sua simpatia, il suo calore umano, il suo rispetto per gli altri, la sua genialità. Davvero irresistibile. E ho creduto che sarebbe stato più facile frequentarlo facendomi accompagnare da bellissime ragazze. Gli chiedo scusa» (il Giornale). Gianpi non deve essere stato sollevato quando ha sentito «il Presidente» fingere dalla Maddalena di non ricordare nemmeno il suo cognome. «Un imprenditore di Bari, Tarantino o Tarantini, era venuto ad alcune cene facendosi accompagnare da belle donne. Erano ragazze che questo signore portava come amiche sue, come sue conoscenti».
    Tutto cancellato, dunque? Come se quei fantastici mesi di feste, scorribande, canti, barzellette, cene, belle donne in tubino nero e trucco leggero, passioni, sesso non fossero mai esistiti. Come se le decine e decine di conversazioni telefoniche tra lui e «il Presidente» - quanto pressante, a volte - non ci fossero mai state. Come se il sogno di Tarantini fosse soltanto il delirio di un provinciale convinto che il potere del sesso è quel che serve oggi per fare affari e addirittura chiudere in una rete di ragno, quel calabrone del capo del governo. «Utilizzatore finale» - certo - ma anche complice del ruffiano (le intercettazioni documentano la sua disponibilità per i maneggi del giovanotto) e regista di uno spettacolo di cui era unico protagonista, unico spettatore, il solo impresario.
    Può essere anche che finisca senza conseguenze la ricostruzione giudiziaria, si vedrà, ma quel che ci racconta quest´indagine penale è altro e ben visibile. Ci dice dove viviamo, che cosa vi accade, con chi abbiamo a che fare e non è sempre necessaria una sentenza della magistratura per comprendere e giudicare. Spesso, basta soltanto buon senso e un miccino di onestà.

  8. #48
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Enti locali: il premio non si nega a nessuno

    • da Corriere della Sera del 22 settembre 2009, pag. 1

    di Gian Antonio Stella

    Il «golpino» vorrebbero farlo a lui, Renato Brunetta, che proprio l’altro giorno aveva denunciato un tentato golpe dei «poteri forti» contro il governo. E a tentarlo non sarebbe la sinistra ma la stessa maggioranza. Dove c’è chi non apprezza il nodo della riforma: premi ai più bravi e zero ai fannulloni. E vorrebbe una deroga per tutti i dipendenti di Regioni, Comuni, enti locali, mondo sanitario. Lui, il ministro che da mesi tuona sulla necessità di scuotere il pubblico impiego introducendo finalmente la meritocrazia, sdrammatizza. «Mano, mano... Ho sempre detto alla Conferenza delle Regioni: la riforma dobbiamo farla insieme. D’altra parte è ovviamente loro la responsabilità dei dipendenti loro. Dobbiamo fidarci reciprocamente. Le commissioni parlamentari danno solo un parere. Consultivo. Non vincolante. Se chiederanno meno trasparenza dirò: non sono d’accordo. Se chiederanno più trasparenza dirò: benissimo. Accetterò tutti pareri, ma purché siano coerenti con lo spirito della legge». Il fatto è che, a leggere il Sole 24 ore, le cose stanno un po’ diversamente. Avete presente cosa dice la «Brunetta»? Fermo restando lo stipendio base contrattuale uguale per tutti, i premi in busta paga non dovranno più essere distribuiti a pioggia in modo appiattito e ugualitario, senza distinzione tra bravi e lavativi, ma spartiti in tre fasce: agli eccellenti (uno su quattro) deve andare la metà del «monte premi», i medi (due su quattro) devono dividersi l’al tra metà e quelli individuati come incapaci, assenteisti o peggio non dovranno avere un solo centesimo supplementare. Le obiezioni sono note: chi deciderà chi è bravo e chi è scarso? Chi potrà assicurare una ripartizione dei soldi corretta, cioè non influenzata dalle amicizie, dalla simpatia, dalle parentele o addirittura dalla clientela politica, in un Paese che sotto questo profilo non offre affatto le migliori garanzie? Dubbi legittimi. Ma è inaccettabile il sistema attuale. Che di fatto, mettendoli sullo stesso piano dei bravi, premiai peggiori. E sgretola le fondamenta di qualsiasi efficienza. Il risultato lo rivelò un giorno il predecessore di Brunetta, Luigi Nicolais: tutti ma proprio tutti i 3.769 dirigenti ministeriali italiani erano arrivati ad avere il massimo dei punti di valutazione, quindi il massimo dello stipendio. Come se su 3.769 cavalli fossero tutti purosangue senza la presenza di un solo ronzino, un solo somaro, un solo brocco. Insomma: una svolta è indispensabile. Il «sistema Brunetta» non è perfetto? Può darsi. Anzi, diamolo per scontato: sbagliava dei dribbling nei giorni migliori perfino Ronaldinho, figurarsi Renatinho. Tutto si può fare meglio. Anche un progetto di riforma che premi il merito. Quello che hanno in mente un po’ di membri delle commissioni unite Affari istituzionali e Lavoro di Montecitorio però, spiega Gianni Trovati sul Sole, è un’altra cosa: è il depotenziamento del principio cardine della riforma, quello secondo cui la differenza fra lo stipendio di chi si impegna e di chi se ne infischia deve essere netta. In commissione hanno in mente un’altra cosa: il governo vari pure la sua riforma per i dipendenti statali, purché quella griglia di tre fasce non venga imposta alle Regioni, agli enti locali e a tutto il mondo della Sanità. Vale a dire a circa un milione e trecentomila dipendenti pubblici. Pari al 37% del totale. «I meccanismi di un comune, magari piccolo, non possono essere uguali a quelli impiegati in una struttura con migliaia di dipendenti», ha spiegato il berlusconiano Giorgio Stracquadanio, che con il collega di partito Michele Scandroglio è relatore del provvedimento. Ed ecco quindi la prima deroga immaginata al decreto attuativo della riforma: niente gabbie «brunettiane» per i comuni con meno di 8 dipendenti o dì cinque dirigenti. Un ritocco apparentemente sensato, se questi comuni con più di cinque dirigenti non fossero, di fatto, solo quelli con più di 3omila abitanti. Cioè, stando ai dati dell’Anci, 307. Risultato: il principio dei premi per fasce salterebbe in 7.795 municipi su 8.102. Vale a dire che il 96% delle amministrazioni comunali potrà limitarsi «ad assicurare "l’attribuzione selettiva della quota prevalente" di premi "a una percentuale limitata del personale"». In pratica? Ognuno faccia come gii pare. «Regioni, enti locali e servizio sanitario dovranno dividere il personale in "almeno" tre fasce di merito - spiega Trovati -, ma nei vari scalini del podio le buste paga potranno incontrare una scansione più morbida rispetto a quella fissata dalla legge per le amministrazioni centrali». Quanto più morbida? Ognuno, par di capire, faccia anche qui come gli pare. Non solo: nello schema messo a punto salterebbe la cosa più importante di tutte. Cioè l’abolizione di qualsiasi premio sullo stipendio ai dipendenti peggiori. Che continuerebbero a godere, almeno in parte, del vecchio sistema: una prebenda non si nega a nessuno. Gli enti locali avranno un mucchio di tempo (fino alla fine del 2010) per decidere autonomamente come ripartire tra i dipendenti il «monte premi» aggiuntivo sulla busta paga. Dopo di che dovrebbe subentrare, in automatico, la «Brunetta». Ma sarebbe un automatismo, diciamo così, poco automatico. In qualsiasi momento, infatti, l’aggiornamento potrebbe essere bloccato dalla decisione di adottare, sia pure in ritardo, nuove regole autonome. Di più: le verifiche verrebbero fatte a posteriori in sede di Conferenza unificata entro la fine del 2011. E se ancora non bastasse, spiega lo stesso Sole, non è prevista alcuna sanzione per l’ufficio che, a dispetto di quanto previsto, dovesse infischiarsene di misurare i risultati ottenuti. Cosa indispensabile per valutare, in parallelo, la produttività degli uffici e delle persone. Non manca la ciliegina sulla torta. La proposta, partita dalla Lega per iniziativa della vicentina Manuela Dal Lago, di «promuovere un diverso coinvolgimento dei politici nella valutazione dei dirigenti». Traduzione: il politico dovrebbe poter assumere e licenziare i dirigenti a suo piacimento. Geniale. Domanda: c’è qualche italiano disposto a scommettere una castagna secca che i leghisti non avrebbero un occhio benevolente, diciamo così, per i dirigenti con tessera leghista, i democratici per quelli con tessera democratica, i berlusconiani per quelli con tessera berlusconiana?

  9. #49
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Calabria, legge ad personam e contra personas


    • da La Stampa del 22 settembre 2009, pag. 33

    di Michele Ainis

    Sarà pur vero che le leggi personali le ha inventate Berlusconi. Ma c’è chi, a sinistra, ne cavalca l’esempio. Di più: riesce a fondere in un solo atto normativo una legge ad personam e contra personas, oltre che contro le regole più elementari dello Stato di diritto.
    Per raccontare questa storia, bisogna immergere lo sguardo nei palazzi del potere calabrese, facendo correre all’indietro l’orologio, fino alla data del 2001. Mentre il mondo inorridisce dopo l’attentato alle Twin Towers, la Calabria approva una legge (n. 25 del 29 ottobre 2001) per assumere i portaborse alle dipendenze del Consiglio regionale, attraverso un concorso «riservato». Qualcuno nei giornali mena scandalo, ma dopotutto la stessa sanatoria si ripete in molte altre regioni. Sicché il concorso viene espletato l’anno successivo, 132 portaborse sono dichiarati idonei, ma solo 85 ottengono in premio l’assunzione. E gli altri? Non c’è più posto, la pianta organica è al completo. Però gli esclusi hanno diritto, in base alla normativa statale e regionale, allo scorrimento della graduatoria, se e quando il Consiglio regionale procederà a nuovi reclutamenti. Gioca qui infatti un principio di economia amministrativa: perché mai armare un altro bastimento concorsuale quando la figura professionale che ti serve ce l’hai già, certificata dalla vecchia commissione di concorso?



    Due anni dopo, nuovo concorso

    Invece nel 2004 la regione indice una nuova procedura concorsuale: 170 posti. Evidentemente in un paio d’anni si era aperta una voragine in quell’organico zeppo come un uovo. Fanno domanda 48.983 persone, la popolazione d’una cittadina di provincia. E infatti il concorso non si è ancora concluso, benché la Calabria ne abbia affidato la gestione a una società esterna, per risparmiare tempo, non certo per risparmiar denaro. Domanda: ma non era meglio assumere gli idonei del 2002? Sulla carta sì, ma c’è portaborse e portaborse. C’è il parente stretto d’un consigliere regionale, c’è il funzionario di partito, il cui profilo corrisponde quasi sempre agli 85 fortunati vincitori; ma c’è anche il portaborse senza troppi santi in Paradiso, oppure disgraziato, nel senso che è caduto in disgrazia nel frattempo. Tuttavia i disgraziati non s’arrendono: vanno in giudizio, e il tribunale di Catanzaro in 29 casi riconosce il loro diritto all’assunzione. Con quali conseguenze? Un danno erariale di 3 milioni e mezzo di euro, non proprio una bazzecola.
    Ecco, è a questo punto della storia che entra in scena Sua Maestà la Legge. Se ne rende anfitrione il presidente del Consiglio regionale, Giuseppe Bova, ex diessino adesso in prima fila nel Partito democratico, nonché titolare d’una pagina su Wikipedia non troppo lusinghiera, per una pioggia di polemiche con il movimento antimafia calabrese e per una condanna della Corte dei conti (penne Montblanc in regalo ai consiglieri). Il rimedio? Una legge retroattiva, che cancelli oggi per allora il diritto allo scorrimento della graduatoria.


    La certezza del diritto

    Alla faccia degli illuministi, che a suo tempo ne vietarono l’uso perché altrimenti se ne va in fumo la certezza del diritto. E alla faccia della pubblica decenza, dato che la legge in questione (n. 27 del 2009) viene costruita nottetempo e in pieno agosto, come si fa con gli abusi edilizi. Senza uno straccio di relazione illustrativa che dia qualche informazione ai pochi consiglieri in aula. Senza neppure un passaggio in commissione, benché lo statuto della Calabria (art. 29) lo renda obbligatorio. Per intendersi: come se improvvisamente il presidente Fini tirasse fuori un foglietto dalla tasca, chiedendo ai deputati di trasformarlo in legge.
    Per la verità, in quella notte del 6 agosto, un consigliere (Demetrio Battaglia) osserva che nessuna assemblea legislativa può cambiare in corso d’opera le regole del gioco. Ma il presidente Bova gli risponde secco: «Per strada, qualcuno che non è il legislatore ha forzato il legislatore». Questo qualcuno è il giudice, che evidentemente a Catanzaro vive sulla strada. Poi c’è qualcuno che doveva cautelarsi dal danno erariale (da qui la legge ad personam). E qualcun altro - i 29 disgraziati - che non doveva prendere servizio (da qui la legge contra personas). Ma dopotutto questa vicenda ci consegna una nota positiva: almeno in Calabria, non è vero che le leggi si disinteressano dei destini personali.

  10. #50
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    I guai di Cammarata, un sindaco in barca


    • da Corriere della Sera del 24 settembre 2009, pag. 1

    di Gian Antonio Stella

    «Vattene», gli dice Gianfranco Micciché che si vantava d’es*sere il suo «creatore». «Vattene», gli dicono un po’ di ex alleati stufi di lui. «Vattene», gli dice la sinistra. «Vattene», gli dicono i contestatori che da due anni, fischia fischia, l’avevano spinto a rinunciare a sali*re sul carro di santa Rosalia. Ma lui, il (tuttora) sindaco di Palermo Die*go Cammarata, non ci sente. E che sarà mai, se alla sua barca badava uno skipper pagato dal comune? Breve riassunto. Prima puntata: la sera di lunedì Striscia la notizia manda in onda un servizio di Stefania Petyx dove si racconta di un impiegato della Gesip, la società comunale addetta ai giardini, che, cercato un sacco di volte sul posto di lavoro, non c'era mai. Peggio, la troupe del programma di Antonio Ricci lo aveva trovato a bordo di una bella barca di 13 metri e mezzo ormeggiata a Marina di Villa Igiea dove l'uomo raccontava, ignaro di essere registrato da una telecamera nascosta, che lui stava sempre lì, a badare allo yacht: «Io problemi di tempo non ne ho. Lavoro qui, alla barca. Mi vengo a sedere qua tutti i giorni». Non bastasse, si offriva di affittare lo yacht ma «senza fattura, naturalmente».

    Non bastasse ancora, aggiungeva che in caso di problemi con la Finanza, sarebbe stato sufficiente lasciar cadere poche parole magiche: «Ci dite: noi siamo amici del sindaco». Seconda puntata: Cammarata cerca di metterci una toppa con un comunicato all'Ansa. «La barca oggetto del servizio di Striscia la notizia è di proprietà dei miei figli che l'hanno acquistata con atto del 10 febbraio 2004. Come è ovvio ne ho piena disponibilità. Purtroppo questo avviene solo raramente. Questa estate ne ho usufruito solo per un paio di fine settimana». Aggiunge anzi che: «Dall'estate scorsa la barca è in vendita, perché neanche i miei figli hanno il tempo di usarla e quest'estate è rimasta praticamente ferma. Conosco il signor Franco Alioto da molto tempo e si è occupato occasionalmente, e fino a ieri, di verificare che la barca sia in ordine. Lo faceva in piena autonomia e fuori dall'orario di lavoro, come è naturale che avvenga. Al riguardo ho già disposto che la Gesip proceda a una indagine interna sulla presenza nel posto di lavoro di Alioto». E rifiniva la versione con un dettaglio: si era sempre trattato di una «collaborazione non continuativa, peraltro regolarmente compensata come dimostrano i pagamenti tramite assegno».

    Terza puntata: ignaro di quanto aveva dichiarato il sindaco, lo skipper-giardiniere, che si chiama Franco Alioto, raccontava alla cronaca palermitana di Repubblica che per carità, lo faceva così, quasi per amicizia: «Se il sindaco mi pagava? Diciamo che mi faceva un regalo. Sì, insomma, mi dava qualcosa». Lo faceva «per arrotondare lo stipendio: ho due figli da sostenere». Com'era nato il rapporto? «Ho conosciuto il sindaco sei o sette anni fa, lui aveva una barca più piccola di quella che ha adesso. Ci siamo incontrati e ci siamo subito fatti simpatia. Quando i suoi figli hanno acquistato la barca nuova, mi ha chiesto di aiutarli e io l'ho sempre fatto volentieri». Quarta puntata: «Striscia la notizia torna alla carica recuperando una vecchia confidenza di Cammarata. Il quale, senza sapere che quelle parole lo avrebbero inguaiato, diceva che «appena esce da Palazzo delle Aquile e sale in macchina la prima telefonata è per casa dove il fidato Franco pensa a mettere su la pentola e a preparare un primo». Chi era questo Franco? «Un marinaio di Porticello che conosce il pesce come le sue tasche: Franco, per gli amici "u bellacchiu"». Tombola. Mano a mano, vien fuori di tutto. Che la cronista di Striscia ha inutilmente cercato Alioto «forse una quarantina di volte», a partire da febbraio e sempre in orario di lavoro. Che il giardiniere-skipper aveva dei fogli-presenza firmati in bianco che poi venivano gestiti direttamente «in alto loco». Che era l'unico degli addetti alla Casa Natura della Favorita a non avere il tesserino magnetico. Che era stato assunto per chiamata diretta nell'azienda comunale dei giardini pur essendo di mestiere marinaio e avendo soltanto la quinta elementare. E via così. Che razza di azienda «modello» fosse, la Gesip, si sapeva. Basti ricordare che la potatura delle piante fino a 249 centimetri di altezza tocca ai suoi giardinieri, dai 250 in su a quelli del settore ville e giardini. Col risultato finale che, come raccontavamo mesi fa, per gestire una quota di verde urbano simile, poco più di 2000 ettari, Torino spende 12 milioni di euro e Palermo più del doppio: 27.

    Immaginate come potevano essere i controlli, in una municipalizzata così, sul giardiniere-skipper... Diego Cammarata, però, tiene duro. Nonostante l'ultima tegola gli sia caduta su una testa già ammaccata. Prima i guai per la gestione disastrosa dell'Amat, dove su 598 autobus in dotazione quelli in grado di muoversi erano arrivati a essere meno della metà (235) e dove alla vigilia delle «comunali» erano stati assunti 110 autisti di autobus tutti 110 senza patente. Poi i guai dell'Amia, dove dirigenti erano troppo impegnati in lussuose missioni negli emirati arabi da 800 euro a notte per rimuovere la spazzatura, fino al punto di costringere Berlusconi a spedire giù di corsa Bertolaso per evitare un disastro «napoletano» targato Pdl. Poi la rivolta dei governatori e dei sindaci di destra del Nord, con in testa Flavio Tosi per la decisione del governo di tappare un po' di buchi palermitani con un sostanzioso acconto 80 milioni: «Il Comune di Palermo dovrebbe essere immediatamente commissariato. Già quello di Catania non era un bell'esempio, ma questo è ancora più grave: Cammarata guida il Comune da più di sette anni, non ha scusanti...». Eppure, a dispetto del nome della barca, che si chiama «Molla», il sindaco pare non avere intenzione di mollare affatto. Gianfranco Miccichè, quello che per anni è stato il viceré berlusconiano in Sicilia e il suo primo inventore (quando lo candidò alcuni commentarono: «Cammarata? Ma cu è, u' sciacquino di Micciché?») lo ha scaricato: «Spero ci risparmi almeno la pena di un dibattito sulla fiducia». E con Miccichè lo hanno scaricato i lombardiani. Che punterebbero insieme a logorarlo mentre preparano la successione. Ma questo, spiegano i suoi alleati a partire da Totò Cuffaro, è un ottimo motivo per restare imbullonati alla sedia. E lo scandalo? Uffa, uno più o uno meno...

 

 
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