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  1. #311
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", VENERDÌ, 07 MAGGIO 2010
    Pagina 15 - Cronaca

    Bruno Ciolfi, i suoi titoli affidati a don Evaldo Biasini
    Nella cassaforte del prete-bancomat gli assegni di un altro imprenditore


    ROMA - Fa il missionario, ma don Evaldo Biasini usava gran parte del suo tempo per registrare "entrate" ed "uscite", milioni di euro in contanti o in assegni dell´imprenditore Diego Anemone, che nelle intercettazioni veniva chiamato "Il Fortunato". E Anemone non era il solo imprenditore a servirsi della cassaforte di questo padre della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue per versare tangenti a funzionari amici o per contribuire al pagamento di abitazioni - come nel caso del ministro Scajola, di altri politici e di generali della Guardia di Finanza.
    Nella cassaforte di don Evaldo, soprannominato "don Bancomat", sono stati scoperti decine di titoli per centinaia di migliaia di euro, provenienti da assegni circolari della Igit di Bruno Ciolfi, un altro imprenditore "fortunato" che grazie alla "cricca" si è aggiudicato appalti milionari per la costruzione del nuovo carcere di Sassari (48 milioni di euro del Ministero delle Infrastrutture), dell´Auditorium di Firenze, del Museo dello Sport Italiano di Tor Vergata (lavori appaltati nell´ambito del programma per i Mondiali di Nuoto Roma 2009 per l´importo a base d´asta di 20 milioni di euro) e dell´aeroporto internazionale di Sant Egidio a Perugia.
    Tutti appalti gestiti dalla struttura del capo della Protezione Civile Guido Bertolaso e quindi dal gruppo che pilotava lavori e tangenti. Anche Ciolfi, come Anemone, per pagare le tangenti aveva utilizzato la banca privata di don Evaldo Biasini, con assegni circolari intestati a teste di legno come Pietro Ramunno Varleno D´Ignazio e Luigi Francesco Mari, ed a società che emettevano fatture per lavori mai compiuti in modo da consentire a Anemone e Ciolfi di alimentare il fondo cassa contante custodito da Don Biasini. I "versamenti" di Bruno Ciolfi sono stati scoperti dopo il sequestro nella cassaforte di "don Bancomat" di alcuni assegni milionari che Diego Anemone aveva intestato ad un´altra testa di legno, una ragazza poco più che ventenne, Annika Sanna, che dopo l´esplodere dello scandalo G8 è fuggita in Finlandia dove vive la madre. Contattata via Facebook Annika è caduta o ha fatto finta di cadere dalle nuvole: «Non so di che parlate, non ho mai scambiato assegni in banca, non ne ho mai avuto». Era infatti il fratello Cristiano Sanna, titolare della società "Mida", ad emettere fatture false per Anemone trattenendo però l´Iva.
    (f. v.)

  2. #312
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Il superteste racconta: portavo il costruttore dal cerimoniere del Papa - Corriere della Sera


    L’inchiesta - Alcune compravendite di case passavano da «Propaganda fide»


    Il superteste racconta: portavo il costruttore dal cerimoniere del Papa

    Gli incontri di Anemone con monsignor Camaldo.
    E Don Evaldo rivela: altri sacerdoti sapevano dei soldi



    L’inchiesta - Alcune compravendite di case passavano da «Propaganda fide»

    Il superteste racconta: portavo
    il costruttore dal cerimoniere del Papa

    Gli incontri di Anemone con monsignor Camaldo.
    E Don Evaldo rivela: altri sacerdoti sapevano dei soldi

    Appartamenti trasformati in dimore di lusso grazie alle ristrutturazioni compiute dalle imprese di Diego Anemone. A beneficiarne erano «politici e prelati», così come ha raccontato Laid Ben Hidri Fathi, l'autista di Angelo Balducci, che del costruttore era diventato collaboratore. Di fronte ai magistrati di Perugia l’uomo ha cominciato a fornire dettagli e identità.

    E ha svelato: «Ero io ad accompagnare Diego agli incontri con queste persone. Ricordo in particolare che era in rapporti con monsignor Francesco Camaldo». Si tratta del cerimoniere del Papa, per quindici anni segretario particolare del vicario di Roma cardinal Ugo Poletti. I legami con il Vaticano sono uno dei filoni principali dell'indagine sugli appalti dei Grandi eventi, soprattutto dopo la scoperta che una delle «casseforti» dell'imprenditore era gestita da don Evaldo Biasini, 83 anni. Ma anche perché alcune compravendite di case passavano proprio da enti religiosi come «Propaganda Fide», di cui Balducci era consigliere. Dimore che sarebbero state acquistate seguendo la procedura già scoperta nel caso del ministro Claudio Scajola. L'attenzione della Guardia di finanza si concentra su 15 operazioni sospette: trasferimenti di denaro dai conti di Anemone a quelli dei suoi prestanome— in particolare il geometra Zampolini e la segretaria Alida Lucci—e poi trasformati in assegni circolari da versare al momento del rogito.

    Gli incontri
    Il testimone—che aveva ricevuto il compito di gestire una serie di conti correnti di Anemone e per questo aveva ottenuto anche la delega ai prelevamenti per contanti—non fornisce dettagli sui contenuti dei colloqui. Ma è preciso nel riferire in quali occasioni portò Anemone da monsignor Camaldo. Sinora l’inchiesta aveva fatto emergere una buona conoscenza tra il prelato e Balducci. Tanto che quando il provveditore è stato arrestato, monsignor Camaldo ha commentato: «Sono molto addolorato, è una persona di assoluta limpidezza morale, conosciuta e stimata in Vaticano da tanti anni, sono certo che dimostrerà la sua completa estraneità alle accuse». Adesso si intravede una rete più ampia. Anche perché nel 2008 lo stesso prelato finì nell'inchiesta avviata dal pm Henry John Woodcock su Vittorio Emanuele di Savoia, sospettato di complicità con alcuni faccendieri inseriti nella massoneria. Per quale motivo incontrava Anemone? Tra gli interessi comuni c'erano soltanto acquisiti e ristrutturazioni di appartamenti, come racconta Hidri Fathi? È presumibile che monsignor Camaldo venga ascoltato dai magistrati di Perugia quando saranno terminati gli accertamenti sulle 15 operazioni sospette emerse nell'indagine.

    Rogiti e assegni
    Nell'elenco delle persone da interrogare c'è anche il notaio Gianluca Napoleone che ha stipulato tutti i rogiti delle operazioni immobiliari gestite dall'architetto Angelo Zampolini. E sono proprio quelle «anomale» movimentazioni di denaro scoperte sui suoi conti presso la Deutsche Bank e su quelli della Lucci a celare — secondo i pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi— l'acquisto di case che Anemone avrebbe poi intestato ai politici, ai funzionari statali e a quei religiosi che lo avrebbero agevolato nella concessione degli appalti pubblici, ma anche nei lavori di ristrutturazione di interi stabili. Per questo, oltre alle verifiche effettuate presso istituti di credito e banche dati finanziarie, l'interesse degli investigatori si concentra sulle mappe catastali per rintracciare eventuali cambi di destinazione d’uso e verificare i proprietari degli appartamenti che spesso risultano intestati a società.

    I sacerdoti
    In questo vorticoso giro di case si inseriscono gli affari gestiti da Balducci e Anemone attraverso «Propaganda Fide» e soprattutto la Congregazione del preziosissimo sangue di cui era economo don Evaldo Biasini, che nella sua cassaforte conservava contanti messi a disposizione del costruttore in caso di emergenza. Il sacerdote, missionario in Africa, ha poi raccontato di aver messo a disposizione del costruttore i conti dell'Ente, di fatto utilizzati per depositare assegni e prelevare contanti.
    Leggendo il verbale della perquisizione nella sede dell'Istituto dai Ros, si scopre che oltre a don Evaldo altri preti erano a conoscenza delle strane movimentazioni effettuate per favorire il costruttore. Afferma il sacerdote: «Sui depositi della Congregazione, intestati a me perché rivesto la carica di economo, sono autorizzati ad operare don Giuseppe Montenegro quale rappresentante legale e don Nicola Giampaolo, direttore di Primavera missionaria che ha sede ad Albano Laziale» cioè dove si trova anche la Congregazione.

    Fiorenza Sarzanini
    07 maggio 2010(ultima modifica: 08 maggio 2010)
    Ultima modifica di Burton Morris; 12-08-10 alle 12:43

  3. #313
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    "La Stampa", 08 Maggio 2010, pag. 16

    Bertolaso: “Mia moglie lavorò per Anemone. A me nessun regalo”



    FRANCESCO GRIGNETTI
    ROMA

    Si attendeva di essere già fuori da ogni inchiesta, ma siccome così non è successo, Guido Bertolaso ha convocato i giornalisti e ha illustrato la «sua» verità sui Grandi Appalti del G8 e sul famoso Salaria Sport Village. E dunque, subito, un paio di notizie inedite. Primo, la signora Bertolaso, valente architetta esperta di giardini, ha lavorato per conto del costruttore Diego Anemone nel 2007, quando ebbe un incarico dal Salaria Sport Village per 90 mila euro. Alla fine, però, la signora si limitò alla prima tranche di progettazione, incassando solo 25 mila euro, perché nel frattempo Anemone aveva cominciato a lavorare nel giro della Protezione civile, sull’isola della Maddalena, «e in famiglia ritenemmo che non fosse il caso di proseguire». Secondo, Diego Anemone, attraverso la sua falegnameria, ha lavorato a casa Bertolaso, ristrutturando tapparelle e infissi, sempre nel 2007, «lavori regolarmente fatturati e pagati con assegno bancario da 20 mila euro. A me nessuno ha dato soldi o regalato case».
    Particolari inediti, questi rapporti con Anemone, che il sottosegretario ha ritenuto di divulgare lui stesso. D’altra parte, la sua ira repressa è tanta. «Speravo di vedere già archiviata la mia posizione, giunti a questo punto...». Ma siccome i tempi della giustizia sono altri, e anzi più si procede e più diventa sospetto tutto ciò che Anemone toccava, Bertolaso ci tiene a spiegare all’Italia che lui a un certo punto, nell’estate 2008, visto che i costi alla Maddalena, dove appunto Anemone faceva la parte del leone, stavano lievitando senza rimedio (per colpa di uno della «cricca», l’ingegnere De Santis) si mise di traverso e li fece dimezzare. «E c’è una intercettazione, che però i giornali non hanno mai riportato, dove Anemone dice che è una rapina e che vuole andare a protestare da Santoro». E ci tiene ancora a ribadire che i massaggi presso il Salaria Sport Village sono stati tutti leciti e non c’entrano prestazioni sessuali. «Un grande abbaglio. Se c’è una intercettazione della fisioterapista Monica che dice “gli ho fatto vedere le stelle” è perché mi ha “sconocchiato”, come si dice a Roma, la schiena».
    Quanto al Salaria Sport Village, che è forse il più grande affare in comune tra Anemone e la famiglia Balducci, è chiaro ormai agli investigatori che nel dicembre 2004 fu fatto di tutto per nascondere chi fossero i reali proprietari dell’impianto sportivo che stava per diventare uno degli impianti su cui il governo avrebbe pompato milioni di euro in vista dei Mondiali di Nuoto. Testimonia la commercialista Daniela Degan ai finanzieri: «Al fine di evitare l’esplicitazione dell’intestazione fiduciaria, è stata effettuata una cessione incrociata di quote da parte dei soci, Filippo Balducci e Diego Anemone». Quel giorno scomparvero le persone fisiche e subentrarono due società fiduciarie; quattordici mesi dopo, il 23 febbraio 2006, il giovane Balducci vendeva ad Anemone le sue quote al valore di 25 mila euro e qui c’è da sbalordire visto che l’impianto era costato qualche milione di euro e un’altra valanga di soldi era in arrivo. Tanto che i finanzieri chiedono al fiduciario di Balducci jr, tale Piercarlo Rossi: è a conoscenza che all’atto di cessione delle quote, ci sia stato un ulteriore trasferimento di denaro da parte dello stesso Anemone al Balducci? Ma lui dice di non sapere nulla.
    Interrogativo logico: possibile che i Balducci buttino i milioni dalla finestra? Nel luglio 2004, l’altro figlio di Balducci, l’attore Lorenzo, classe 1982, aveva potuto acquistare un appartamento nel centro storico di Roma, in via della Pigna, dal valore dichiarato di 1 milione 900 mila euro. In quell’occasione l’architetto Zampolini era intervenuto con cinquecentomila euro (soldi di Anemone) attraverso i suoi soliti assegni circolari.

  4. #314
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    "La Stampa", 08 Maggio 2010, pag. 17

    L’ACCUSA DEI RADICALI

    «Appalti segreti per la politica, coinvolta la cricca»



    Allarme dei radicali sugli «appalti segreti» grazie a due delibere del Cipe nel 2004 e nel 2006 dei «Palazzi della Politica»: su 21 interventi in almeno 4 i radicali hanno rintracciato nomi, tra cui Zampolini, che si intrecciano con le inchieste sul G8. I radicali chiedono subito una commissione di inchiesta parlamentare e intanto invieranno alla Procura di Roma e a Perugia, «sperando che serva a qualcosa», un esposto per segnalare il problema e fare nomi e cognomi. In una conferenza stampa, il segretario dei Radicali italiani, Mario Staderini svela i contorni del Programma Opere strategiche, finanziato per 304 milioni di euro dal Cipe, con due delibere del 2004 e del 2006: lavori per il Senato (la buvette nel complesso della Minerva e Santa Maria d’Aquiro), la Camera, diversi ministeri, il Quirinale, la Corte dei Conti. Nel caso del Senato ci sarebbe anche un palazzo residenziale in largo Toniolo acquistato dalla società di un ex senatore per poi trasformarlo in uffici.

  5. #315
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    "La Stampa", 08 Maggio 2010, pag. 18

    Non solo l’eolico nella grande rete di Verdini



    GUIDO RUOTOLO
    ROMA


    La fuga di notizie ha costretto i magistrati della Procura di Roma a spingere il pedale dell’acceleratore. A Cagliari i carabinieri in queste ore stanno interrogando, su delega di piazzale Clodio, diversi testimoni, come i funzionari della Regione sentiti sulle procedure e l’iter delle delibere. Ma è stato interrogato anche il Commissario dell’autorità d’ambito, ovvero il consorzio pubblico che gestisce il servizio idrico di Cagliari. E questo lascerebbe intendere che l’inchiesta che vede indagati per concorso in corruzione l’onorevole Denis Verdini, Flavio Carboni e altri personaggi sardi non riguarderebbe solo il progetto di sviluppo dell’energia eolica sull’Isola.
    E’ già, Denis Verdini. Agli atti della inchiesta, oltre alle intercettazioni telefoniche, c’è un incontro ritenuto molto importante dagli inquirenti che si è svolto a casa del coordinatore nazionale del Pdl, e che ha visto parteciparvi il faccendiere Flavio Carboni e il governatore della Sardegna, Ugo Cappellacci. Ma sembra che altri incontri tra Carboni, Cappellacci e Verdini si siano tenuti direttamente a Cagliari. E altri ancora Carboni li avrebbe avuti con il senatore Marcello Dell’Utri.
    La conferma arriva dallo stesso Carboni nel giorno della sua assoluzione al processo d’Appello per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi. Flavio Carboni, come è comprensibile, è rasserenato per la decisione dei giudici di piazzale Clodio. Naturalmente sostiene la tesi minimalistica che il banchiere si è suicidato sotto il Ponte dei Frati Neri di Londra, e non è stato ucciso: «Aveva tanti motivi per farlo». Dopo 28 anni, la via Crucis di Carboni è giunta all’ultima stazione: adesso si aspetta solo il ricorso in Cassazione dell’accusa.
    Dunque, Flavio Carboni e l’inchiesta della Procura di Roma sull’eolico in Sardegna: «E’ difficile doversi difendere dal nulla - dice Carboni a “La Stampa” -, di questa inchiesta so che mi viene contestato un mio interessamento all’eolico. Lo confermo, me ne occuperei ancora se solo si potesse fare in Sardegna. La verità è che con la giunta di centrosinistra di Renato Soru c’erano margini - l’articolo 18 se non ricordo male - per poter inserirsi in una iniziativa imprenditoriale sull’energia alternativa. Con la giunta Cappellacci, questa possibilità è stata preclusa».
    Carboni conferma di aver incontrato a casa di Denis Verdini, a Roma, il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci: «E’ vero, ho perorato la causa dell’energia eolica ma senza ricevere in cambio alcuna agevolazione. Anzi. Mi lasci dire che per come la vedo io, questa inchiesta della Procura di Roma è del tutto priva di sostanza: manca la materia del contendere».
    Sui capitali racimolati - diversi milioni di euro - con il contributo di altri imprenditori e finalizzati a investimenti nel campo dell’energia eolica, Carboni non vuole violare la riservatezza. Reticente, insomma, sui nomi degli imprenditori del nord e sulla dimensione della «colletta». E neppure Carboni vuole chiarire il passaggio di questi capitali nel Credito cooperativo fiorentino di cui è presidente Denis Verdini. Da quanto hanno ricostruito i carabinieri, parte di quei capitali è finita sui conti della società editrice del «Giornale di Toscana», il panino del quotidiano nazionali diretto da Vittorio Feltri di cui una consistente quota azionaria è riferibile allo stesso Denis Verdini.
    Flavio Carboni non ha difficoltà ad ammettere di essere amico di Ignazio Farris, il direttore generale dell’Arpas, l’azienda regionale per la protezione dell’ambiente, nominato dal governatore Cappellacci. Secondo gli investigatori, la nomina di Farris era un tassello del disegno criminoso di Flavio Carboni.

  6. #316
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 08 Maggio 2010, pag. 18


    Cappellacci: “Ho bloccato le pale come un talebano”
    “L’incontro a casa di Denis è vero ma non ho dato autorizzazioni”

    Intervista al governatore della Sardegna

    ROMA

    Presidente Cappellacci allora questa inchiesta della Procura di Roma, Denis Verdini, Flavio Carboni, l’eolico. Che idea si è fatto? Il governatore della Sardegna è in missione istituzionale negli Stati Uniti. Alla nostra ora di pranzo, che Oltreoceano è l’alba, è in treno. La voce va e viene. «Naturalmente dell’inchiesta so quello che scrivono i giornali - risponde -. Devo dire che la mia è stata una scelta coraggiosa, direi talebana».
    Sta parlando della legislazione che impedisce un assalto corsaro, insomma speculazioni sullo sviluppo delle energie alternative?
    «Ripeto quello che già nelle ore precedenti ho detto: in 15 mesi di giunta Cappellacci nessuna autorizzazione per l’eolico off-shore è stata concessa. Per l’eolico a terra, si è trattato solo di miniparchi per autoproduzione industriale. Le aggiungo che neppure un mese fa è stata approvata una delibera che istituisce la società "Sardegna Energia" che si occuperà delle energie alternative».
    Non avendo accesso agli atti dell’inchiesta che è tutelata dal segreto investigativo, è difficile intuire come mai un esponente politico nazionale di rilievo, Denis Verdini, insieme al faccendiere Flavio Carboni e altri personaggi è indagato per corruzione in una inchiesta sull’eolico in Sardegna. Per esempio, come mai lei ha nominato direttore generale dell’Arpas, l’ente che si occupa della protezione del territorio, un uomo di fiducia di Carboni, Ignazio Farris?
    «Le rispondo subito che il problema non esiste in quanto l’Arpas non ha alcuna competenza specifica sulla energia eolica».
    Dalle poche indiscrezioni che filtrano dagli inquirenti e investigatori romani, lei si sarebbe incontrato con Verdini e Carboni. Conferma?
    «Certo, le dirò di più: l’incontro si è tenuto nella abitazione dell’onorevole Denis Verdini. Sul tema delle fonti energetiche alternative, non immagina quante sollecitazioni provenienti dall’universo mondo ci piombano addosso».
    Può essere più preciso su quell’incontro?
    «Non ricordo il periodo nel quale si svolse. Flavio Carboni mi chiese informazioni sulla possibilità di sottoscrivere accordi di programma con la Regione Sardegna sulle fonti energetiche alternative. Io gli spiegai che non era possibile. Che la precedente normativa lo consentiva ma che adesso non era più possibile».
    Chi promosse l’incontro?
    «L’onorevole Denis Verdini. Ripeto, spiegai a Carboni che la nostra scelta politica amministrativa non poteva soddisfare le aspettative degli imprenditori privati».
    In questa inchiesta compare anche il senatore Marcello Dell’Utri. Anche lui finito nelle intercettazioni telefoniche, anche lui al centro di incontri, di riunioni con Flavio Carboni.
    «Non ho alcuna difficoltà ad ammettere di aver incontrato diverse volte Dell’Utri. Ma le posso assicurare che con lui ho sempre parlato di politica e basta».

  7. #317
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    CASO ROSSO/RADICALI: SUBITO ANAGRAFE PUBBLICA ELETTI E NOMINATI IN REGIONE PIEMONTE, AL COMUNE DI VERCELLI E ALMENO NEI COMUNI CAPOLUOGO DI PROVINCIA.

    Igor Boni (segretario Associazione Radicale Adelaide Aglietta) e Giulio Manfredi (Comitato nazionale Radicali Italiani):

    Da tre anni Radicali Italiani porta avanti su scala nazionale la proposta di istituire nelle regioni, nelle province, nei comuni, l’Anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati, affinchè tutti i dati (non solo sull’attività, non solo sui compensi percepiti ma anche, per esempio, sulla partecipazioni in società) relativi a consiglieri, ad assessori, a consulenti delle amministrazioni siano messi su Internet, siano accessibili a tutti i cittadini. Il 26 aprile scorso il Consiglio Comunale di Torino ha approvato all’unanimità la delibera sull’Anagrafe che era stata presentata dall’Associazione Aglietta, corredata dalle firme di circa duemila cittadini torinesi. Mercedes Bresso aveva accettato di inserire l’Anagrafe pubblica degli eletti e nominati fra i punti qualificanti del suo programma elettorale.

    Rispetto a quanto sta venendo alla luce su Roberto Rosso (vice-presidente della Giunta regionale del Piemonte), non abbiamo nulla da dire se non stigmatizzare il comportamento di un deputato della Repubblica che accettava che le sue comunicazioni ai lavoratori di Phonemedia fossero recapitate nelle buste paga. Ma lasciando lavorare la magistratura per quello che le compete, la politica deve fare la sua parte: chiediamo al Presidente Cota, al Presidente Cattaneo, a tutto il Consiglio Regionale, di istituire subito l’Anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati.

    Analoga iniziativa puo’ e deve essere presa dal Comune di Vercelli e, almeno, dai Comuni capoluoghi di provincia e dai Consigli Provinciali in tutto il Piemonte. Sui siti radicali è possibile trovare ampia documentazione per importare nel proprio ente locale un’iniziativa positiva, non di protesta e denuncia, per avvicinare il Palazzo a cittadini sempre più distanti, sempre più rassegnati; ma la rassegnazione fa il gioco dei più furbi e dei meno onesti.


    Torino, 9 maggio 2010



    Per approfondimenti:

    :: Radicali.it ::

    Associazione Aglietta - Comunicati Stampa

  8. #318
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    "La Stampa", 11 Maggio 2010, pag. 14

    La cricca puntava agli appalti del piano carceri



    FRANCESCO GRIGNETTI
    ROMA


    E’ forse una storia ancora da raccontare, quella della «cricca» e dei rapporti di rivalità che dividevano Angelo Balducci e il gruppo della Ferratella con Guido Bertolaso e la Protezione civile. E’ il 23 ottobre scorso quando si viene a sapere che il governo sta pensando a un piano straordinario per le carceri. Si parla di «modello L’Aquila». Bertolaso in quel momento è il salvatore della patria e Berlusconi vuole affidargli questa nuova sfida. Ma quelli della «cricca», invece, impazziscono di rabbia alla notizia che nuovi appalti milionari gli possano essere soffiati di sotto il naso.
    Parla l’ingegnere Fabio De Santis con una dirigente del ministero delle Infrastrutture: «Gira la voce che sarà affidata alla Protezione Civile la gestione del piano edilizio per la costruzione di nuove carceri ... senti, reggiamo duro... cioè ... questa voce gira .. hai capito ?... lì ci vuole una ribellione feroce». Sì, una «ribellione feroce. La interlocutrice di De Santis, Maria Pia Pallavicini, è anche lei molto contrariata. «Assolutamente.. ma dove l'hai sentita 'sta cosa? Certo però sai bisogna essere spalleggiati dal ministro .. da soggetti che caldeggiano questo perché io posso fare tutto quello che è in mio potere ma è molto limitato».
    Già, i dirigenti del ministero sono pronti a fare le barricate per tenersi la competenza sugli appalti delle carceri. Ma ci vuole una copertura politica almeno pari a quella che spinge Bertolaso sempre più in alto. E poi bisogna sapersi muovere dietro le quinte alla maniera giusta. Per potersi opporre a dovere a Bertolaso, e poter almeno presentare un qualche buon esempio che giustifichi una soluzione alternativa, De Santis decide perciò di muoversi in prima persona. Ma è necessario fare presto perché bisogna mettere tutti davanti al fatto compiuto. E perciò, ecco l’idea di De Santis: «Io guarda .. ma questo in via amicale perché io lo conosco... il capo di gabinetto di Alfano che è Settembrino Nebbioso». Pallavicini:«Anch'io». De Santis: «E’ un amico.. Ci vado martedì alle 10 e mezza perché il sindaco di Perugia mi ha chiesto di ... intraprendere ... diciamo una verifica generale se Grazia e Giustizia è interessata .. diciamo ... a modificare quel carcere che sta proprio al centro di Perugia». Pallavicini: «Guarda quello di Perugia era uno dei pochi che ... diciamo... \ paventata l'ipotesi .. un'idea ... di fare una .. dato che è nel centro storico di Perugia .. di farlo in Project: prenderlo quasi come esempio, come modello...».
    C’è però un problema. Il sindaco di Perugia, dice De Santis, il carcere lo vorrebbe portare fuori dal centro storico, non semplicemente ristrutturarlo. E allora? «Allora io vado lì in via del tutto amicale ... a dirgli ..."guarda Rino, se questa cosa può interessare la Giustizia, attiviamo una Conferenza di Servizi”». Il che avrebbe significato che di colpo l’amministrazione pubblica si dimostrava dinamica e efficiente. Quale Protezione Civile avrebbe potuto più mettere il becco? Ma c’è da dire appunto che Bertolaso e i suoi metodi di tecnocrate mica vanno a genio a quelli della «cricca». Tutt’altro. Da un’ennesima intercettazione, De Santis racconta a un altro ingegnere, Bentivoglio, di una discussione appena terminata con Mauro Della Giovampaola, un altro arrestato, ma con cui c’è amore-odio: «M’ha fatto vedere quella cosa lì,... quella specie di decreto legge sulla Protezione Civile Spa... dove si sceglie i dirigenti... poi dice che se non vanno bene... si sceglie il Consiglio di amministrazione. “Sti cazzi”, gli ho detto. “Scusa, ma noi siamo la Protezione Civile Spa”... Non ho capito... Che fa, voglio dire... che pensa... di andare là?... Ma non esiste proprio».
    E allora forse si capisce meglio la freddezza, per non dire il gelo, dimostrato da Bertolaso nei confronti di Balducci e degli altri. Addirittura il sottosegretario ha rivelato nella conferenza stampa di palazzo Chigi che quando uscì una inchiesta dell’Espresso, e Balducci era qualificato come suo «vice», lui voleva querelare. Chiese l’autorizzazione a palazzo Chigi, ma sembra di capire che gli dissero di desistere. S’era talmente arrabbiato per questo avvicinamento che voleva mettere di mezzo gli avvocati.

  9. #319
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", MERCOLEDÌ, 12 MAGGIO 2010
    Pagina 14 - Cronaca

    Anemone, assegno di 520mila euro per il braccio destro di Matteoli
    Una casa per figlia e genero di Ercole Incalza
    Il generale Pittorru: "Presi quei soldi ma li ho restituiti. La ricevuta me l´hanno rubata"
    I soldi usati per acquistare un appartamento di lusso nel centro di Roma

    CARLO BONINI

    DAL NOSTRO INVIATO

    PERUGIA - Cade il diaframma che proteggeva la quinta operazione immobiliare dell´architetto Angelo Zampolini, lo "spallone" di assegni circolari del costruttore Diego Anemone. E la scoperta del nome di un nuovo e fortunato "beneficiario" di casa, l´ingegnere Ercole Incalza, vecchia conoscenza socialista della Tangentopoli di Lorenzo Necci e Francesco Pacini Battaglia, riporta l´inchiesta di Perugia sui Grandi Appalti nel cuore del Governo. Negli uffici del ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, dove oggi Incalza, quale capo della struttura tecnica di missione, è braccio destro del ministro. Le indagini del Nucleo Tributario della Guardia di Finanza hanno infatti accertato che il 7 luglio del 2004, una provvista di 520 mila euro messa a disposizione da Anemone e trasformata da Zampolini in 52 assegni circolari dell´importo di 10 mila euro ciascuno, pagò l´acquisto di oltre la metà dell´appartamento che Incalza volle per la figlia e suo marito a Roma, al civico 5 di via Emanuele Gianturco. Cinque vani con cantina al secondo piano di un palazzo a ridosso del Lungo Tevere. Cinque minuti a piedi da piazza del Popolo, il cuore della città.
    Con un´operazione gemella di quelle Pittorru, Balducci e Scajola (quest´ultima, avvenuta per altro solo ventiquattro ore prima, il 6 luglio del 2004), anche in questo caso, visto il quartiere e i prezzi a metro quadro, siamo di fronte a un affare da stropicciarsi gli occhi. Anche in questo caso il contante è trasformato in assegni nella filiale "Deutsche Bank" di Largo Argentina e a firmare il rogito è il notaio Gianluca Napoleone. Anche in questo caso - come hanno raccontato alla Guardia di Finanza i venditori dell´appartamento di via Gianturco, Maurizio De Carolis e Daniela Alberti, «di professione giardinieri» - il prezzo reale di vendita, che è di 900 mila euro, non ha nulla a che vedere con quello dichiarato: 390 mila euro. Il "nero", come per Scajola, è "coperto" da Anemone. Il "chiaro" (saldato in due tranche da 150 e 240 mila euro) da chi risulta dal rogito l´acquirente: Alberto Donati, 52 anni, "dirigente", originario di Montevarchi, residente a Spoleto, ma, soprattutto, marito della figlia di Ercole Incalza. Ed è lui, ascoltato dalla Finanza, ad offrire la chiave di quanto è accaduto: «Cercavamo casa - dice - e mio suocero mi disse di rivolgermi all´architetto Zampolini, che avrebbe provveduto».
    Zampolini, appunto, provvede come sa. Ma non è difficile prevedere che, quando tornerà ad essere sentito dai pm di Perugia su questa nuova compravendita, come per Scajola, Pittorru e Balducci, l´architetto non sarà in grado di spiegare perché Anemone lo incaricò di fare felice Ercole Incalza. Diciamo allora che almeno un paio di circostanze possono suggerire delle risposte. Nel luglio del 2004, quando Anemone acquista via Gianturco, Ercole Incalza non è più il manager socialista naufrago della Tangentopoli che, tra il ‘96 e il ‘98, ha travolto il sistema "Necci-Pacini Battaglia" (Incalza, già presidente della Tav e direttore generale del ministero dei Trasporti viene arrestato proprio dai pm di Perugia il 7 febbraio del ‘98, accusato di far parte di una «struttura bene organizzata composta da manager pubblici e privati che manipolava gli appalti Tav per creare fondi extra contabili per erogare tangenti»). Nel luglio 2004, Incalza è di nuovo a galla. È stato prima membro del gruppo italo-francese che lavora alla linea ad alta velocità Torino-Lione e si è quindi messo all´ombra del centro-destra, tanto che Pietro Lunardi, allora ministro delle Infrastrutture, lo vuole come suo consigliere. Incalza entra ed esce dall´ufficio di Gabinetto del ministero. È una protesi di Lunardi. L´uomo per le pratiche delicate (per dirne una, la metropolitana di Parma, nel cui cda Incalza viene spedito di gran carriera prima che il Cipe sblocchi un appalto da 172 milioni di euro). Conosciamo oggi il tipo di rapporto tra Diego Anemone e Lunardi. E dunque la sua apparizione nel giro delle case a prezzi agevolati non appare esattamente un fulmine a ciel sereno. Né, d´altronde, la scommessa di allora fatta da Diego Anemone può dirsi errata, dal momento che nel 2008, anche Matteoli vorrà con sé Incalza alle Infrastrutture. E questa volta in un ruolo tecnico e apicale, incardinato nel ministero.
    Ma il luglio del 2004 è anche - conviene ricordarlo - il mese della firma dell´appalto da 8 milioni di euro (diventeranno 11) per la realizzazione dei nuovi uffici del Sisde nella ex caserma dell´esercito "Zignani" di piazza Zama, a Roma. Mario Mori, all´epoca direttore del Servizio, oggi di quell´appalto ha un ricordo nitido. «Inizialmente - dice - avevamo individuato una possibile sede nella zona di Tor Bella Monaca, in via Buglione. Ma non se ne fece nulla perché la struttura rientrava tra quelle del demanio in vendita. Allora, scelsi io una porzione della "Zignani". Una struttura magnifica, in dismissione, che avevo visitato la prima volta da ufficiale dei carabinieri dopo un assalto delle Br. La trattativa con lo Stato maggiore fu lunga e complessa. Quando si chiuse, parlammo con Balducci e fu lui a pensare a tutto. Dalla gara, ai progetti, alle imprese. Conobbi Anemone in quell´occasione». Lo conobbe anche il generale Francesco Pittorru, allora appena arrivato al Sisde su segnalazione del Comando Generale della Guardia di Finanza come responsabile della divisione tecnico-logistica (competente per gli immobili e le dotazioni del Servizio). Anemone gli regala due case. E lui, il generale, dopo aver mentito in un´inchiesta interna dell´Aisi, decide di sfidare il ridicolo anche con i pm. Interrogato, spiega che i soldi di Anemone per la sua abitazione e quella della figlia Claudia, furono in realtà «un prestito regolarmente onorato». La prova - aggiunge - è in alcune ricevute firmate dal costruttore al momento della restituzione. «Le custodivo nella mia casa in Sardegna - conclude - Ma purtroppo sono arrivati i ladri e mi sono state rubate». Insomma, quando si dice un uomo sfortunato. E in attesa. Come il commercialista Stefano Gazzani e l´ex capo della struttura di missione per il G8 della Maddalena Claudio Rinaldi. Ieri, il tribunale del Riesame si è infatti riservata la decisione che stabilirà, di qui a qualche giorno, non solo se Gazzani e Rinaldi debbano o meno rimanere liberi, ma se l´inchiesta sui Grandi Appalti e il "sistema Anemone" resterà a Perugia.

  10. #320
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", MERCOLEDÌ, 12 MAGGIO 2010
    Pagina 15 - Cronaca

    Il caso
    In Italia quel che resta del tesoretto di Craxi; due milioni restituiti allo Stato dopo 16 anni

    EMILIO RANDACIO
    MILANO - Sedici anni dopo, quel che restava del tesoretto di Bettino Craxi è tornato definitivamente nelle tasche dello Stato. Tanto è servito all´Erario per ottenere gli ultimi 2 milioni di euro (originariamente era un miliardo e 300 milioni di vecchie lire), sequestrati dal pool di Mani pulite a Giorgio Tradati. Il "cuoco di Bettino", così era chiamato il compagno di scuola dell´ex leader socialista, era finito in carcere nell´ottobre del ´94, accusato di essere stato l´ultimo prestanome dei conti esteri illeciti riconducibili a Craxi.
    Pochi giorni dopo l´arresto, da San Vittore, Tradati aveva indicato i riferimenti bancari, le causali dei versamenti che aveva personalmente ordinato. In pochi mesi, la Procura era riuscita a mettere le mani sui conti svizzeri e, dopo un lungo iter, a depositarne il contenuto. Da allora, dopo le sentenze definitive, è passata un´eternità e solo la scorsa settimana si è concluso "l´incidente di esecuzione", l´ultimo passaggio formale prima della confisca da parte dell´Agenzia delle Entrate: da due giorni, il denaro è finalmente dello Stato.
    Tradati, per sua stessa ammissione, era stato chiamato da Bettino Craxi nel 1992, per sostituire Maurizio Raggio, il ristoratore di Portofino fuggito in Messico insieme alla compagna, Francesca Vacca Agusta, dopo l´avvio di Mani Pulite. Attraverso la fiduciaria di Chiasso, battezzata beffardamente "Grano", su due conti cifrati erano transitati dagli inizi degli anni ‘80 oltre 130 miliardi di vecchie lire. Soldi, hanno accertato sentenze definitive, provenienti da finanziamenti illeciti e anche da vere corruzioni. Su "Constellation Financiere" e "Northern Holding", a partire dal 1991 erano arrivati denari che hanno segnato importanti vicende finanziarie. Come la maxi tangente da 21 miliardi versata da Berlusconi dopo l´approvazione della legge Mammì, o i 35 miliardi arrivati sui conti di Craxi da aziende pubbliche, come Ansaldo, Italimpianti, Calcestruzzi e Techint.
    Il resto del "bottino", lo Stato, spera ora di assicurarselo dalla vendita della prestigiosa Villa Altachiara di Portofino. All´asta dal marzo scorso, per saldare il debito da 25 milioni di euro che la giustizia contesta all´altro prestanome di Craxi, Maurizio Raggio.

 

 
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