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  1. #451
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Repubblica", MARTEDÌ, 27 LUGLIO 2010
    Pagina 9 - Economia

    Dagli allevatori guidati da Robusti alle cooperative di Rainieri: Credieuronord faceva da schermo
    Ecco le truffe per non pagare le quote latte. I pm: "Così la banca della Lega le copriva"
    L´istituto di credito fu salvato dal fallimento da Fazio in cambio del sostegno politico
    Il fratello del relatore Azzollini, che ha introdotto lo stop alle sanzioni, era in Antonveneta

    PAOLO GRISERI
    Il 22 giugno 2010, non molte settimane fa, la promessa era arrivata solenne e misteriosa, nel bel mezzo del rito pagano che si officia ogni anno sul Pratone di Pontida: «Non posso dire il perché e il per come. Ma tra pochi giorni capirete. Adesso siete disperati ma io non vi ho dimenticati. La Lega risolverà i vostri problemi». Il popolo dei trattori aveva elevato i suoi osanna, sicuro che ancora una volta si sarebbe rinnovato il patto segreto e indissolubile che unisce i furbetti delle quote latte al Senatur e ai vertici del suo movimento. Un patto che in questi anni ha tenuto in ostaggio il governo e il Cavaliere. Un patto inconfessabile, fatto di truffe, operazioni finanziarie spericolate, alleanze trasversali con i palazzi che contano a Roma Ladrona. Un patto rinnovato, non a caso, nel luogo simbolo della Lega: il Pratone di Pontida acquistato con i soldi della Banca Popolare di Lodi di Gian Piero Fiorani. Per i leghisti Fiorani, plurinquisito protagonista dell´estate dei furbetti del quartierino, amico di Antonio Fazio, con lui precipitato nel buco nero delle inchieste e degli scandali, è soprattutto l´uomo che ha salvato dal fallimento la Credieuronord, la Banca padana sponsorizzata da Bossi. Perché proprio Fiorani salva la banca di Bossi? Lo spiega lui stesso nell´interrogatorio del 5 gennaio 2006 di fronte ai pm milanesi Greco, Perrotti e Fusco: «A Fazio serviva l´appoggio della Lega in Parlamento. Giorgetti si era impegnato a sostenere il governatore in cambio del salvataggio della banca». Ai leghisti come Giancarlo Giorgetti (oggi presidente della commissione bilancio della Camera) serviva salvare Credieuronord dal fallimento per coprire le operazioni spericolate dei vertici del movimento e le intermediazioni fittizie con le cooperative di allevatori create per nascondere la truffa delle quote latte non pagate. Così non deve stupire se «il perché e il per come» cui alludeva Bossi parlando al popolo di Pontida meno di due mesi fa porta la firma di Antonio Azzollini, relatore dell´emendamento che rinvia ancora una volta il pagamento delle multe per gli splafonatori delle quote latte. Il fratello di Antonio Azzollini, Niccolò, era nel cda di Antonveneta, la banca che Fiorani aveva tentato di scalare nella primavera del 2005.
    E´ in questo intreccio che si trova la spiegazione del mistero delle quote latte: non una semplice battaglia ideale per salvare dalla multa un drappello sempre più esiguo di malgari e allevatori padani (meno di 1.000 su 40.000). Piuttosto la restituzione di antichi favori e il risarcimento per mancate promesse, quando nelle campagne padane il popolo delle stalle affidava i suoi risparmi a Credieuronord fidandosi della sponsorizzazione del Senatur: «Anche io sono socio fondatore di Credinord», era scritto sul manifesto pubblicitario con la faccia di Bossi. Per molti allevatori la Credinord (poi diventata Credieuronord) è la banca intermediaria che veniva utilizzata per non pagare le multe del latte. La storia si ritrova nelle motivazioni con cui un anno fa il tribunale di Saluzzo ha condannato per truffa una sessantina di allevatori cuneesi, tutti soci delle cooperative Savoia fondate da Giovanni Robusti, leader dei Cobas del latte piemontesi e successivamente europarlamentare del Carroccio. I giudici Fabrizio Pasi, Fabio Cavallo e Fabio Franconiero raccontano così il raggiro: «Dal momento in cui gli allevatori fatturavano il latte che eccedeva le quote loro assegnate, venivano effettuate (dalla cooperativa n. d. r.) tre registrazioni. La prima estingueva il debito nei confronti del fornitore del latte facendo sorgere contemporaneamente un debito nei confronti degli organi competenti per il superprelievo (la multa n. d. r.). La seconda registrazione registrava lo spostamento del denaro dal conto della banca utilizzata dalle cooperative per incassi e pagamenti a un conto acceso presso la banca Credieuronord. La terza registrazione, che seguiva di pochi giorni le altre due, veniva effettuata in corrispondenza dell´uscita del denaro dal conto della banca Credieuronord». Il denaro tornava così agli allevatori che non pagavano la multa. Credieuronord aveva fatto il miracolo. Nel corso degli anni Robusti e i soci delle sei cooperative costituite nel tempo (Savoia uno, Savoia due ecc.) avrebbero truffato in questo modo una somma compresa, a seconda dei calcoli, tra i 130 e i 200 milioni di euro. Una bazzecola di fronte alla truffa da un miliardo di euro contestata dal pm milanese Frank Di Maio al parlamentare leghista Fabio Rainieri, presidente della Commissione agricoltura della Camera. Rainieri aveva messo in piedi, secondo il pm, un sistema di 28 cooperative a fare da schermo per evitare il pagamento delle multe. Funzionavano più o meno con lo stesso sistema delle Savoia: si chiamavano «Giuseppe Verdi 2001».
    Nella storia di Credieuronord e dei vertici leghisti coinvolti nelle truffe alla Ue non c´è solo latte. Ci sono anche ardite quanto fallimentari operazioni immobiliari in Croazia, concluse con l´immancabile bagno di sangue per i contadini padani illusi dal sogno della villetta vista mare. Al punto che lo stesso popolo dei fedelissimi aveva cominciato a mugugnare contro i vertici. «Non perderete una lira», aveva promesso Bossi e Calderoli aveva promosso l´autotassazione dei big di via Bellerio per rifondere i contadini di quel che avevano perso. «Anche noi - aveva aggiunto lo stesso Calderoli - siamo vittime del crac». Ma c´è un documento che lo smentisce. E´ il Rapporto dei Collegio dei revisori per l´anno 2006 sul bilancio dei partiti politici. A pagina 45 si legge: «Sulla base dei controlli di conformità e dei riscontri eseguiti sulla complessiva documentazione agli atti, il Rendiconto 2006 del partito politico Lega Nord non può essere considerato regolarmente redatto». Tra i motivi della bocciatura, scrivono i revisori, c´è una «insufficiente informativa sulla gestione». In particolare «dalla nota integrativa al bilancio della partecipata Pontida Fin srl si rileva l´esistenza di due società indirettamente partecipate dalla Lega Nord e precisamente: la Pontida Servizi srl in liquidazione e Credieuronord holding spa». Altroché vittime del fallimento.
    E´ proprio lo stretto rapporto tra queste speculazioni finanziarie e la fiducia accordata a suo tempo dai Cobas del latte agli gnomi padani di Credieuronord a spiegare perché da diversi anni le manifestazioni degli allevatori che hanno pagato non raggiungono lo scopo di far cessare i favori del governo ai furbetti del latticino. Si scontrano con la forza di ricatto chi conosce bene i peccati originali della Lega. Dodici mesi fa un esercito di trattori assediò Arcore chiedendo a Berlusconi di far cessare lo scandalo delle protezioni del governo a chi non paga le multe. Fu inutile. Come probabilmente sarà inutile quest´anno, nonostante le nuove proteste di tutte le associazioni di allevatori e l´opposizione dello stesso ministro dell´Agricoltura, Giancarlo Galan, giunto addirittura a minacciare le dimissioni. Più di tutto vale la promessa di Renzo Bossi, il «trota», figlio del Senatur. Il primo luglio, di fronte al gruppo degli irriducibili, al drappello di chi non vuole pagare (e spera di farla franca fino al 2015, quando verranno abolite le quote latte) il «trota» è stato chiarissimo: «Non vi preoccupate. Ci pensa mio padre».

  2. #452
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 28 Luglio 2010, pag. 3

    Una rete impressionante, non solo quattro lobbisti

    Documento

    GUIDO RUOTOLO
    ROMA

    Sbuffa l’avvocato del politico trascinato dentro questa storia: «Ma che loggia segreta, questa è solo un’inchiesta giudiziaria. La politica che c’entra? Al massimo è una storia di affari e raccomandazioni». Forse ha ragione l’avvocato quando segnala che l’aspetto più importante di questa inchiesta è quello «giudiziario», per dire che la storia impresentabile riguarda i magistrati coinvolti nelle scalate di carriera, nei favori ricevuti o nelle promesse da mantenere. E alla fine, se questa lettura minimalista dovesse prendere il sopravvento, quali reati avrebbero commesso i diversi indagati ai vari livelli?
    Forse vale la pena citare il capo d’imputazione per capire la sostanza dell’inchiesta del procuratore aggiunto Capaldo e del pm Sabelli. Agli indagati viene contestato il reato di associazione a delinquere «caratterizzata dalla segretezza degli scopi, dell’attività e della composizione del sodalizio, volta altresì a condizionare il funzionamento di organi costituzionali e di rilevanza costituzionale, nonché di apparati della pubblica amministrazione dello Stato e degli enti locali».
    Insomma, un’organizzazione paramassonica. Va detto subito che la tesi dell’accusa ha già trovato due conferme, in questa fase delle indagini, rappresentate dalle decisioni del gip e del Tribunale del Riesame. «Nelle vicende in esame - si legge nelle motivazioni del Riesame - può tranquillamente escludersi che gli associati si limitassero a esercitare pressione lobbistica. Orbene, emerge in modo inconfutabile dagli atti processuali che gli attuali indagati hanno svolto una continuativa azione di interferenza sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali e di amministrazioni pubbliche, come la Corte Costituzionale, la Corte di Cassazione, il Csm, la Regione Sardegna, il ministero di Giustizia, grazie anche a una impressionante rete di conoscenze con soggetti che ricoprono cariche istituzionali ad alto livello e che appaiono sempre pronti ad accogliere le richieste del sodalizio». Leggendo l’ordinanza del Riesame si scopre che la banda non solo voleva interferire sul ricorso per le liste elettorali in Lombardia nelle ultime regionali, ma anche nel Lazio.
    Esplicita il Riesame: «Come correttamente affermato nell’ordinanza impugnata, si tratta di un “gruppo di potere occulto e autonomo rispetto a quanti (persone fisiche estranee al gruppo medesimo, organismi istituzionali, entità politiche) costituiscono l’ambiente nel quale esso si muove e con il quale pure instaura dinamiche complesse”».
    Dalla lettura dell’ordinanza del Riesame si comprende anche quanto l’inchiesta sia destinata ad allargarsi, nel senso di numero di indagati: «L’associazione vede dunque un numero di associati che va ben oltre i tre dirigenti del sodalizio (Carboni, Lombardi e Martino, ndr). L’associazione segreta facente capo agli attuali indagati risulta essere nota solo a pochissimi soggetti che le garantivano appoggio politico».
    Ecco che finiscono nella rete degli indagati anche gli onorevoli Denis Verdini e Marcello Dell’Utri. E adesso all’elenco si aggiunge anche il sottosegretario Giacomo Caliendo. E probabilmente vedremo finire sul registro degli indagati anche altri magistrati eccellenti.
    Ora, se l’associazione in questione fosse solo quella a delinquere, l’accusa avrebbe dovuto esplicitare il «programma di reati». Introducendo l’associazione segreta, i reati diventano quelle «interferenze illecite» contestate. Quelle che sono azioni eticamente riprovevoli diventano reati.
    In questi giorni, dalla politica, dalla maggioranza, alle richieste finiane di dimissioni degli indagati dalle cariche istituzionali o politiche, si sono levate obiezioni del tipo: «La magistratura non può selezionare la classe politica». Vecchia e cara obiezione dai tempi di Mani Pulite. Ma la novità dell’inchiesta romana, quand’anche diventasse solo una emersione di «comportamenti eticamente riprovevoli», è che questi comportamenti sono davvero intollerabili per chi ricopre incarichi pubblici.
    Una versione minimalista vuole che i Lombardi e i Martino siano degli sfigati qualunque. Ecco cosa scrive il Riesame su Pasquale Lombardi: «Il fatto che il primo presidente della Corte di Cassazione Carbone chieda garanzie per il proprio futuro a un personaggio come Lombardi attesta quanto sia riconosciuto, anche in ambienti istituzionali di altissimo livello, il potere del gruppo occulto di cui gli indagati fanno parte». Anche se poi Lombardi al telefono annuncia a Carbone: «stammi a sentì... io mi so’ fatto portare l’olio e te lo porto domani mattina».

  3. #453
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 28 Luglio 2010, pag. 3

    Quei sedici assegni che fanno tremare Verdini

    Retroscena

    Paolo Colonnello

    ROMA

    Lui ha minimizzato, ha sostenuto di aver «chiarito». Ma il verbale di 11 pagine compilato nella lunga notte di Denis Verdini davanti al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, ha aumentato le perplessità della Procura anziché spazzare i dubbi. Due i punti che gli inquirenti intendono approfondire in questa inchiesta che talvolta appare scivolosa e tal altra sembra aver individuato il bandolo di una matassa oscura, fatta di poteri occulti e affari. L’ipotesi dei pm è che, oltre a una presunta «associazione segreta», tra Carboni, Verdini e lo stesso Marcello Dell’Utri sia stata creata una vera e propria società, pronta ad entrare nel grande business, poi fallito, dell’eolico in Sardegna.
    Secondo gli investigatori, nel coacervo di società vere e presunte individuate dalle indagini, due potrebbero essere quelle da esaminare con maggiore attenzione: la Karis e la Karios 32. Ufficialmente il legale rappresentante delle società è Giuseppe Tomassetti, autista e factotum di Antonella Pau, convivente di Carboni. Nel loro rapporto i Carabinieri lo indicano però come uomo «riconducibile a Verdini, sempre che non sia lo stesso Verdini». Che cosa significa?
    Il riferimento, un po’ criptico, è alla negoziazione di 16 assegni circolari intestati a Tomassetti che però vennero incassati da Verdini grazie a un fax, spedito da Carboni, che riportava una fotocopia del documento di identità di Tomassetti. In pratica Verdini, si presentò agli sportelli della sua banca per incassare assegni destinati a Tomassetti grazie alla copia di quel documento d’identità. Scrivono i carabinieri nel loro rapporto: «Appare assai verosimile che i documenti di Tomassetti siano serviti al Verdini o a qualcuno in contatto con lui per procedere quello stesso giorno (2 ottobre 2009, ndr) alla negoziazione dei suddetti titoli». E quando l’altra sera, gli inquirenti hanno mostrato il famoso fax a Verdini, pare che la risposta sia stata assai esitante: perché avrebbe incassato quei 200 mila euro? A che titolo? Da qui l’ipotesi che in realtà quei soldi fossero proprio destinati a Verdini e che l’intestazione al factotum della convivente di Carboni servisse come schermo a un rapporto d’affari tra i due nelle due società delle dieci conteggiate finora che avrebbero dovuto entrare nell’affare dell’eolico.
    E così si spiegherebbero meglio le pressioni sul presidente della regione Sardegna Ugo Cappellacci per il via libera al business dell’energia eolica: non un semplice «favore» tra amici, ma un preciso interesse economico che avrebbe risvegliato gli appetiti di molti fino a prevedere un investimento - di che tipo ancora non è chiaro - pari a 10 milioni di euro di cui almeno due, come si evince da una telefonata tra Carboni e l’imprenditore forlivese Porcellini, «pronti subito».
    L’altra vicenda spinosa per Verdini è relativa a quella che all’apparenza sembra una strana coincidenza e che invece per la Procura nasconde un rapporto «per tabula». Si tratta della somma di 2 milioni e 600 mila euro che nelle carte delle indagini ritorna spesso sotto varie forme. Come investimento complessivo che Carboni avrebbe voluto fare per entrare nella società editoriale di Verdini, anticipando 800 mila euro nel 2009. Oppure come plusvalenza di un tortuoso affare immobiliare sempre condotto da Verdini e da sua moglie in nome della Società toscana editrice, ma nel 2004. Un «affare» che secondo gli inquirenti «sembra essere collegato» a un nuovo intervento dell’autista Tomassetti come prestanome, impegnato con la convivente di Carboni a rilevare «un credito connesso a un preliminare di acquisto di quote partecipative non meglio specificato ma citato nel bilancio della società». Un credito che viene esposto nel bilancio 2008 della società editrice «verso terzi». Allo stato, ancora misteriosi.

  4. #454
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    La Stampa", 28 Luglio 2010, pag. 18

    APPALTI SOSPETTI: IL BUCO NERO E' DI 3 MILIARDI

    INCHIESTA

    Pericoli/Senza controlli nascono sprechi e clientele

    Sistema/Usata una norma nata per le fasce disagiate



    GIUSEPPE SALVAGGIULO
    PAOLO STEFANINI
    TORINO

    È l’unico modo per aggirare le gare sugli appalti pubblici. Una deroga prevista dalla legge che muove ogni anno miliardi di euro senza controlli, preda di possibili abusi e corruzione. Si tratta degli affidamenti di pubblici servizi alle cooperative sociali da parte degli enti locali. L’idea era nobile: convenzioni dirette senza gara pubblica per favorire l’inserimento lavorativo «di persone svantaggiate». Dalla teoria alla pratica, è diventata un’area grigia nella gestione del denaro pubblico: nel migliore dei casi viene utilizzata con disinvoltura, violando le regole; nel peggiore, diventa un mezzo per gestire affari e clientele. Tanto che l’Autorità per la vigilanza sugli appalti ha deciso per la prima volta di intervenire, analizzando migliaia di casi e scoprendo un sottobosco di irregolarità.
    Per prima cosa la legge stabilisce che queste speciali convenzioni con le cooperative sociali possano essere stipulate per la fornitura di beni e servizi «diversi da quelli socio-sanitari ed educativi». Un limite non rispettato. Tanto che, ora che i dati cominciano ad affluire alla Autorità, 99 pubbliche amministrazioni hanno comunicato assegnazioni dirette di appalti per «servizi sanitari e di assistenza sociale», 25 per «servizi di istruzione». Tutti illegali: per questo tipo di servizi la legge impone una gara pubblica.
    Non solo. Il totale degli affidamenti diretti è in aumento: dai 44 del 2008 ai 986 del 2009 (e quest’anno, a luglio, siamo già a quota 593). Più le regole sugli appalti diventano stringenti, più si cerca la scorciatoia. Numeri peraltro ritenuti dall’authority troppo bassi - e quindi sospetti - rispetto al totale degli appalti banditi dalle pubbliche amministrazioni. Per esempio nel 2009, 986 su 134.624. Meno dell’1%: impossibile.
    Perché i Comuni non comunicano le convenzioni? La stessa Autorità imputa in parte il problema «alla genericità del testo normativo e all’assenza di ulteriori indicazioni che hanno ingenerato incertezze e la mancata trasmissione dei dati». Ma la spiegazione non basta. Dunque oltre ai 1.623 casi di cui l’Osservatorio dei Contratti pubblici è a conoscenza ce ne sarebbero molti altri «sommersi».
    «Un fiume di denaro», spiega Giuseppe Brienza, dal 2 luglio presidente dell’Autorità. «Siamo stati messi in allarme dal caso di Catania. Ma adesso vogliamo andare fino in fondo. Negli anni c’è stata un’inerzia da parte degli enti locali - voluta o non voluta non posso ancora dirlo - nel trasmetterci informazioni. Ora pretendiamo che i Comuni facciano chiarezza. Siamo solo all’inizio. I dati adesso stanno iniziando ad affluire, ma la quota è ancora esigua. Il fenomeno comunque è preoccupante».
    Una stima di questo «fiume di denaro»? «Impossibile farla - ammette Brienza - ogni cifra sarebbe per difetto. E poi ogni Regione agisce in modo diverso nel distribuire i soldi ai Comuni. Quello che è certo è che non è cosa da poco e con questa indagine statistica solleveremo senz’altro reazioni».
    L’importo medio degli appalti diretti è di 177.645 euro l’uno. Basta moltiplicare per i 1.623 censiti finora e si arriva alla cifra di 288.317.835 euro. E visto che siamo solo all’inizio del censimento, il totale, per i tecnici dell’Authority, potrebbe essere anche dieci volte tanto. Una cifra vicina ai 3 miliardi di euro. Un «fiume di soldi» finora senza argini che poteva finire a cooperative che non ne avevano diritto. O, peggio, alimentare sprechi e corruzione.

  5. #455
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    "La Stampa", 28/07/10, n. 19

    "Soldi tolti ai deboli e dati ai politici trombati di Catania"

    Fabio Albanese

    corrispondente da Catania

    Il procuratore aggiunto Michelangelo Patanè le definisce «avidità vergognose». A sfogliare le carte dell’inchiesta della procura di Catania che ha portato a 16 ordinanze di custodia cautelare e al coinvolgimento di altre 52 persone finite, c’è da restare senza parole. Perché l’«avidità» finita al centro di due anni di indagini è quella di amministratori, funzionari, impiegati pubblici e responsabili di associazioni di cooperative impegnati nell’erogazione di servizi di assistenza alle fasce deboli. «Si spendevano soldi pubblici per componenti di un sodalizio criminale e di persone loro vicine - ha spiegato il pm - facendo venire meno i fondi per le fasce deboli della città».
    I reati ipotizzati sono: associazione per delinquere finalizzata alla turbativa degli incanti, frode in pubbliche forniture, truffa aggravata a danno dello Stato, falso e abuso d’ufficio. Sequestrati beni per 12 milioni di euro. Tra il 2006 e il 2008 una «cricca dei servizi sociali» gestiva appalti e attività a Catania in monopolio con un sistema che garantiva le 20-30 cooperative coinvolte (il numero è degli investigatori) attraverso gare pilotate e con ricchi gettoni di presenza ai componenti delle commissioni. La «mente» era il coordinatore del distretto socio-sanitario di Catania e responsabile del settore amministrativo dell’assessorato comunale ai servizi sociali, Isaia Ubaldo Camerini, che «avrebbe architettato tutto per utilizzare fondi pubblici per vantaggi patrimoniali ed elettorali» e che subito dopo l’arresto ha iniziato a collaborare con i magistrati, facendo «parziali ammissioni» e guadagnandosi i «domiciliari». Lo stesso per quello che viene definito il suo «referente politico», l’ex assessore comunale dell’ex giunta Scapagnini, Giuseppe Zappalà, che dall’ospedale dove è stato ricoverato il giorno dell’arresto ha chiarito ai magistrati che le designazioni dei componenti delle commissioni spesso erano rivolte a ex candidati trombati, un «contentino» da qualche migliaio di euro come ringraziamento, una pratica che al comune di Catania pare andasse avanti da un decennio. Nell’elenco degli arrestati c’è l’ex presidente di una cooperativa e consigliere provinciale Mpa, Giannunzio Parrinello, che si è sospeso dal partito, il legale rappresentante di un’altra cooperativa, Paolo Guglielmino, il vice presidente provinciale della Lega coop Salvatore Falletta, un consigliere comunale di Calatabiano,5 dipendenti del comune, componenti di commissioni e consulenti esterni. Tra gli indagati c’è pure, con una posizione «marginale», il sindaco di Catania Raffaele Stancanelli per abuso d’ufficio. Il pm Lucio Setola sottolinea che Comune e Regione siciliana «sono parte lesa» e che nelle indagini «non è emerso il coinvolgimento diretto di politici». Dall’inchiesta è venuto fuori che numeri di protocollo venivano lasciati in bianco per poter inserire le domande di partecipazione dopo le gare che erano «disegnate» sul profilo della cooperativa che vinceva. «Una gara per la teleassistenza agli anziani - ha raccontato il comandante del Nas, Ernesto Di Gregorio - è stata vinta con prezzi fuori mercato e il servizio non è mai iniziato. La nuova giunta ha avviato lo stesso servizio per la metà con il doppio del personale».

  6. #456
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    "La Stampa", 28 Luglio 2010, ultima pagina

    BUSTE PAGA TAGLIATE

    A cura di Raffaello Masci

    ROMA

    Quanto perdono i parlamentari?

    <script language="javascript" type="text/javascript">
    //alert(cont);
    if(cont==1){

    immagine('20100728/foto/H10_975.jpg');

    }
    </script>

    La manovra economica all’attenzione della Camera, introduce anche un taglio agli stipendi dei parlamentari. Ma quanto guadagna un deputato?
    Un parlamentare nazionale italiano guadagna una cifra che oscilla tra i 180 e i 200 mila euro lordi l’anno, che significano circa 15 mila euro netti al mese.

    Di quante voci è costituito lo stipendio?
    Tre sono quelle principali. La prima è l’indennità in senso stretto, prevista dall’articolo 69 della Costituzione, che viene corrisposta per 12 mensilità ed è calcolata sulla retribuzione di un presidente di sezione della Corte di Cassazione. Oggi questa indennità è pari a 5.486,58 euro netti. Dal lordo di oltre 11 mila euro vanno infatti detratti 3899,75 euro di tasse, 784,14 di contributi previdenziali, 526,66 euro di contributi per l’assistenza sanitaria, e 1006,51 accantonati per il vitalizio di fine mandato.

    Quali sono le altre voci della busta paga?
    La seconda voce è costituita dalla diaria, pari a 4.003 euro mensili, e che dovrebbe servire a pagarsi il soggiorno nella capitale, ma di fatto viene percepita anche dai residenti a Roma. Questa è la voce più ballerina dello stipendio, in quanto il suo ammontare viene decurtato di 206 euro per ogni giorno di assenza dai lavori parlamentari. Chi meno lavora, meno prende. La terza voce è il rimborso per i collaboratori parlamentari ed è di 4.190 euro al mese. Poi ci sono voci accessorie, come i rimborsi per spostamenti (da 3.323 a 3.995 euro a seconda della distanza dell’abitazione dall'aeroporto) e per il telefono (3 mila euro l’anno circa). Una volta c’erano anche i rimborsi per viaggi di studio, ma sono stati soppressi.

    Rispetto a queste somme, quanto perdono con i tagli della finanziaria?
    E’ stato calcolato che perdano circa mille euro al mese, pari a circa il 7-8 per cento dello stipendio.

    Ma non era stato proposto un taglio più generoso da parte di alcuni esponenti del governo?
    In realtà, intorno alla riduzione dell’indennità parlamentare è stato fatto un lungo dibattito già dal maggio scorso. In un primo tempo si era parlato di un taglio del 10% dell’indennità parlamentare. Il ministro Calderoli poi, all’inizio del mese, aveva indicato come parametro di riferimento, il taglio che il premier inglese Cameron aveva apportato agli emolumenti dei suoi deputati: il 5% ma dell’intero pacchetto retributivo. Il Presidente dalla Camera, Gianfranco Fini, si era spinto oltre proponendo di arrivare a tagliare il 10% sull’intera busta paga, ovvero all’incirca 2200 euro. I Questori dei due rami del Parlamento hanno lavorato su queste ipotesi e il risultato è stato quello presente ora in manovra: mille euro al mese circa.

    I nostri parlamentari hanno anche altri benefici oltre allo stipendio?
    Sì, ne hanno vari. Alcuni molto semplici: il bar gratis, il ristorante interno (di ottima qualità) a prezzi irrisori, il barbiere, e simili. Altri benefit sono, invece, più importanti: hanno una assistenza sanitaria integrativa molto vantaggiosa e poi non pagano i trasporti interni (autostrade, aereo, treno, nave).

    Quanto sono pagati i parlamentari negli altri Paesi?
    Se confrontiamo i dati con i grandi paesi europei - Francia, Germania, Regno Unito - possiamo dire che le retribuzioni sono simili, anche se Francia e Germania hanno un po’ meno parlamentari di noi. Quanto alle somme percepite, se prendiamo le sole indennità, da noi è di 5.486 euro mensili, in Francia di 5.261, in Germania di 5.765, in Inghilterra 4.543. Le altre voci della busta paga sono però molto diverse, e in genere superiori alle nostre.

    Come funzionano le pensioni per i parlamentari italiani?
    La disciplina è molta varia, a seconda di quando sono stati eletti e di quante legislature hanno alle spalle. Un tempo i benefici erano maggiori, poi gradualmente sono stati ridotti. Ma i parlamentari più anziani possono arrivare anche all’80% dello stipendio. Per i più giovani, invece - quelli eletti per la prima volta - i benefici saranno parecchio inferiori e le loro pensioni somiglieranno sempre più a quelle dei comuni mortali.

    Possono cumulare pensione con altri redditi?
    Normalmente un parlamentare ha una professione alle spalle, che spesso continua ad esercitare anche durante il mandato elettivo (per esempio gli avvocati, i giornalisti, gli imprenditori). Da questa professione procede anche una posizione previdenziale che viene alimentata. Quindi, spesso i parlamentari percepiscono una pensione oltre al loro vitalizio. Quest’ultimo viene sospeso solo se vengono chiamati ad un’altra carica elettiva che sia remunerata.

  7. #457
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    Bilancio in rosso, ma la Rai premia i propri dirigenti: un milione di euro di gratifica



    Articolo di Alberto Guarnieri pubblicato su Il Messaggero, il 28/07/10


    Un milione di euro in più da segnare al passivo di un bilancio già in profondo rosso. Stiamo parlando della Rai, che ha chiuso il 2009 sotto di 60 milioni e dovrebbe raddoppiare il saldo negativo quest'anno in attesa del pareggio promesso per il 2012. Il nuovo "buco", secondo la denuncia del deputato Beppe Giulietti, portavoce dell'associazione Articolo 21, cui l'azienda risponde senza smentire l'esborso, verrebbe da una maxi gratifica, un milione lordo appunto, che proprio in questi giorni viene distribuita tra i 245 dirigenti non giornalisti della tv pubblica. «La notizia - dice Giulietti - ci è arrivata da una dirigente del servizio pubblico, una di quelli che ha dedicato la sua vita alla Rai». Ecco le rivelazioni. «Nell'ultimo anno, i soli direttori giornalistici si sono guadagnati aumenti di stipendio per quasi 800 mila euro. Esistono i direttorissimi ed i direttori semplici. Signore e signori con 2, persino 3 aumenti di merito in 12 mesi a colpi di 30, 40, 50 mila euro a volta. Ora tocca ai dirigenti non giornalistici. Niente nomi, ovviamente, e cifre in approssimazione per difetto. I super manager, che si contano sulle dita di una mano, si sono spartiti 600, 650 mila euro di aumento». Giulietti manderà copia della lettera al presidente della commissione di Vigilanza, alle autorità di garanzia, al presidente della Rai e alla Corte dei conti (quest'ultima già interessata dai radicali per le nomine in programma per oggi) «affinché ne traggano le conseguenze e si ponga fine a questo andazzo». Sempre a proposito delle nuove nomine e dei costi relativi l'Usigrai vuole far votare alle strutture del servizio pubblico una sorta di "sfiducia" al direttore generale Mauro Masi, che ha querelato il presidente della Fnsi. Roberto Natale autore di un attacco molto duro nei suoi confronti. al termine del quale lo invitava alle dimissioni. La Rai replica parlando di «dati grossolanamente approssimativi», e sottolinea che «dirigenti e giornalisti direttori beneficiano di retribuzioni anche significativamente inferiori a quelle corrisposte ai loro predecessori» e, infine, che «il costo del lavoro in Rai è rimasto sostanzialmente stabile negli ultimi tre anni».

  8. #458
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 29 Luglio 2010, pag. 11

    Denis inciampa in un mucchio di assegni



    PAOLO COLONNELLO
    ROMA


    «Come riferito in premessa, il Carboni...effettua alcune operazioni finanziarie sospette nell’ambito delle quali egli veicola periodicamente somme per centinaia di migliaia di euro messe a disposizione da un imprenditore romagnolo coinvolto nell’operazione pale eoliche. Tali somme vengono solitamente fatte accreditare dal Carboni su conti correnti intestati a persone compiacenti (la moglie e la convivente) e poi trasferite, tramite assegni circolari aventi per beneficiari altri prestanome (la stessa convivente o il suo autista tutto fare) in diverse direzioni. Dagli accertamenti bancari esperiti emerge che parte di tali titoli finanziari veicolati da Carboni sono stati con ogni probabilità negoziati dal parlamentare Verdini Denis...». Dalla relazione del nucleo invesigativo dei carabinieri di Roma, operazione "insider".
    C’è stato un solo momento ieri, nella conferenza stampa di Verdini, in cui si è registrata tensione: quando una giornalista dell’Unità ha chiesto spiegazioni «sui soldi». E si capisce che i nervi siano saltati, perchè la "ciccia" vera di tutta quest’inchiesta, se esiste, al di là delle chiacchiere e delle raccomandazioni italiche, sono loro: «i soldi», gli affari, le mazzette. L’argomento è così spinoso che sul punto, tre sere fa, durante l’interrogatorio in procura, gli avvocati di Verdini sono intervenuti riservandosi di far arrivare al procuratore Capaldo «una memoria tecnica». Perchè Verdini da solo, non riusciva ad essere convincente.
    Sono infatti ben quattro le "operazioni" finanziarie «con numerose analogie», sulle quali sarebbe bene che il parlamentare riuscisse a fare chiarezza. La prima è effettuata a cavallo dei mesi di giugno e luglio 2009 e riguarda una somma di 230 mila euro «negoziata presso il Credito cooperativo fiorentino di Campi Bisenzio», ovvero la banca di Verdini, attraverso assegni circolari, tutti rigorosamente di un euro al di sotto della soglia antiricilaggio (12.499 euro). La seconda risale al mese di ottobre dello stesso anno e - identico sistema di assegni, girati al prestanome di Carboni, nonchè autista tuttofare della sua convivente, Giuseppe Tomassetti - riguarda 16 circolari incassati ancora da Verdini presso la sua banca, utilizzando proprio la fotocopia di un documento d’identità faxato da Tomassetti («L’onorevole ti vuole conoscere...ringraziare», gli dice Carboni) per un valore complessivo di altri 200 mila euro. La terza («ci serve grana!», annuncia il solito Carboni al telefono spiegando che «una parte va a Roma») porta ad 8 assegni per un totale di 100 mila euro, sempre incassati al Credito fiorentino. La quarta, infine, riguarda un versamento di 800 mila euro da parte del solito Tomassetti e della Antonella Pau (convivente di Carboni) in favore della Società toscana edizioni, controllata da Verdini, a fronte di una scrittura privata stipulata nel giugno del 2009 ma in collegamento con una promessa di acquisto risalente addirittura al 2004, quando cioè ancora Carboni e Verdini non si conoscevano. L’unica spiegazione, parziale, data finora da Verdini è proprio su questi 800 mila euro che sarebbero stati un anticipo su una somma complessiva di 2 milioni e 600 mila euro che Carboni si era impegnato a versare («Ricordati del mio giornale!» gli diceva Verdini mentre discutevano degli affari sull’eolico) per rientrare «nell’editoria», come ha raccontato il parlamentare ai pm. Che poi si sia tentato di camuffare questo finanziamento legandolo a una promessa di 5 anni prima, di cui, annotano i Cc, non si è trovata traccia, al momento è un dettaglio secondario.
    Molto più importante infatti è capire se davvero Verdini e anche Dell’Utri a questo punto, fossero o meno interessati agli affari sull’energia "pulita" in Sardegna, per i quali si erano mobilitati facendo pressioni su Ugo Cappellacci, il presidente della regione, affinchè concedesse ai privati lo sfruttamento dei terreni per impiantare le pale eoliche. «Macchè», ha detto in sostanza Verdini al pm, «tanto si sapeva che Cappellacci non avrebbe ceduto». Eppure, leggendo la relazione degli investigatori se ne ricava un’impressione opposta. Anche perchè gli assegni che finiscono ogni tanto nella banca di Verdini fanno parte di provviste ben più ampie (almeno 4 milioni ma si puntava ad arrivare a 10 e più) che Carboni raccoglie da imprenditori amici e parenti in vista "dell’affare": «Quasi 100 megawatt o addirittura per 150 o anche 200! Quindi si tratta di una cosa molto grossa, come puoi immaginare!», dice Carboni a uno dei suoi finanziatori, il commercialista Porcellini. «Noi stiamo stringendo un accordo enorme, qui c’è Marcello è vero e poi ci sono alcuni sardi appostati...» Un affare che agita molti sull’isola: «Abbiamo fatto una grande scoperta: tutti i terreni industriali, fino a 4 chilometri, possono essere utilizzati per l’energia. E le zone che contano in Sardegna sono solo 3. Puoi immaginare che c’è stato: da Moratti a De Benedetti, Enel, Eni, eccetera...»

  9. #459
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    Predefinito Rif: I costi della partitocrazia

    "La Stampa", 29 Luglio 2010, pag. 12

    Brancher condannato a due anni

    Il verdetto è stato letto nella stessa aula dove annunciò le dimissioni


    FRANCESCO SPINI
    MILANO

    Due ore di camera di consiglio, ed ecco il verdetto: Aldo Brancher, l’ex ministro-meteora - è restato in carica per soli 17 giorni -, è stato condannato a due anni di reclusione e al pagamento di una multa da quattromila euro. Nella stessa aula del Tribunale di Milano in cui l’esponente Pdl il 5 luglio si presentò per annunciare irritualmente le sue «dimissioni irrevocabili» dal dicastero senza deleghe, il giudice monocratico Annamaria Gatto lo ha ritenuto colpevole per due episodi di ricettazione e due di appropriazione indebita, mentre è stato assolto da altre due ipotesi di ricettazione, il tutto nell’ambito di uno stralcio dell’inchiesta sul tentativo di scalata ad Antonveneta condotto dall’allora Banca popolare italiana guidata da Gianpiero Fiorani, grande accusatore di Brancher. Stralciata per incompetenza, invece, la posizione della moglie, Luana Maniezzo, che sarà quindi giudicata con rito ordinario a Lodi.
    Inutile immaginarsi effetti dirompenti dalla sentenza emessa al termine del rito abbreviato, dove, sostiene la difesa del politico, «sono stati dimezzati i capi di imputazione». Le appropriazioni indebite risalgono al 2003, tra otto mesi sono prescritte. Un’altra ricettazione avvenne nel 2001, dunque per i legali è da considerarsi lettera morta: si prescrive al 2011. Gli avvocati si dicono sorpresi per la condanna per l’altra ricettazione, del 2005, l’episodio in cui Brancher avrebbe ricevuto 200 mila euro insieme con l’attuale ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, la cui posizione però era stata archiviata. La portata della condanna è puramente politica, anche perché i due anni sono già del tutto condonati, indultati. Brancher non andrà mai in carcere per questa vicenda. Tanto più che l’ex ministro ha preferito non difendersi in aula, fino all’ultimo. Ai suoi legali, dopo la sentenza, avrebbe chiesto perché Fiorani è stato ritenuto credibile su due imputazioni, quando evidentemente sulle altre due non lo era stato. In aula gli ha indirettamente risposto il pm Eugenio Fusco (che aveva chiesto 2 anni con 6 mila euro di multa per appropriazioni da 400 mila euro e episodi di ricettazione da 600 mila): «L’unica persona che poteva fornire una versione diversa da quella di Fiorani era Brancher, ma non l’ha fatto». Anche ieri, infatti, l’ex ministro non s’è presentato, inviando al giudice una lettera in cui ne spiegava i motivi, così riassunti da uno dei suoi legali, Filippo Dinacci: «Avrebbe voluto essere presente per potersi difendere ma la situazione è tale che il costo per la sua famiglia sarebbe stato talmente elevato che ha preferito non essere qui». Ha preferito tutelare i suoi cari «da indebite divulgazioni»: troppa stampa, troppe telecamere a Palazzo.
    Le motivazioni arriveranno il 16 settembre. Poi ci sarà l’appello, perché al di là dell’indulto «l’onorevole Brancher vuole uscire pulito da questa vicenda e ad avviso della difesa ci sono gli elementi perché questo possa accadere», spiega l’altro legale, Pier Maria Corso. L’opposizione intanto attacca. Così il presidente dell’Idv, Antonio Di Pietro: «Questa è la prova provata della ragione per cui Brancher era stato nominato ministro da Berlusconi, ossia per poter usufruire del legittimo impedimento e farla franca».

  10. #460
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    "La Stampa", 29 Luglio 2010, pag. 18

    “Appalti alle coop: stop agli abusi, pagano gli onesti”


    PAOLO STEFANINI
    TORINO


    Giuseppe Guerini è dal marzo scorso presidente di Federsolidarietà, l’associazione che rappresenta oltre il 60 per cento delle cooperative sociali. Quelle coop che, secondo l’Avcp (l’Autorità che vigila sulla trasparenza negli appalti), muovono ogni anno miliardi di euro senza controlli. Un fiume di denaro. Un buco nero di affidamenti senza gara, grazie a una deroga e alla mancanza di comunicazioni dei Comuni all’Osservatorio. Come rivelato ieri da «La Stampa»
    Presidente, cosa ne pensa?
    «Condivido la preoccupazione dell’Autorità e del suo presidente Giuseppe Brienza. Per noi è importante fare chiarezza per evitare che i cattivi esempi schiaccino quelli virtuosi. Che l’uso distorto danneggi chi si comporta bene. L’authority si è attivata dopo il caso Catania, dove i soldi venivano tolti ai deboli e distribuiti ai politici trombati. Una “avidità vergognosa”, come ha detto il pm».
    Ma com’è possibile che in molti casi ci fossero affidamenti diretti in campo sociosanitario ed educativo, non previsti dalla legge?
    «Purtroppo il nostro è uno strano Paese. E spesso le giuste agevolazioni vengono stravolte. La parola “deroga” viene tradotta con un “liberi tutti”. Col totale arbitrio.
    Avete preso provvedimenti?
    Stiamo sensibilizzando i nostri associati (ben 5.605) affinché sollecitino i Comuni a trasmettere i dati all’Osservatorio. È nel nostro interesse eliminare le zone grigie. Tutto viene sempre recepito lentamente. C’è stata inerzia da parte delle pubbliche amministrazione Forse anche malevola tolleranza.
    E con l’Autorità garante?
    «Vorremmo aprire un tavolo, per migliorare la trasparenza. Però chiediamo anche maggiore cautela. I Comuni potrebbero spaventarsi e bandire sempre gare. A quel punto le coop come le nostre sarebbero tagliate fuori, in una sola logica di maggiori ribassi. Ma noi abbiamo un importante ruolo sociale. Diamo un lavoro a disabili, ex detenuti, minori, tossicodipendenti e alcolisti».
    Cosa temete?
    «I Comuni, specie al Sud, pagano le coop serie con 700-800 giorni di ritardo. Sapere che ci sono delle coop truffaldine che si arricchivano ci ha demoralizzati. Si deve fare chiarezza. Speriamo che l’azione dell’Authority non crei invece più confusione su un tema delicato. Triste a dirsi ma a volte capita, quando ci si sveglia tardi».

 

 
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