tanto gli usa non avrebbero aperto comunque agli ayatollahOriginally posted by Amati75
Gli Usa: ora è più difficile aprire agli ayatollah - di Gian Micalessin -
Gian Micalessin
da Teheran
Il figlio del fabbro ha già imparato a far di conto. Sarà un caso, ma Mahmoud Ahmadinejad, l'inflessibile sostenitore della purezza rivoluzionaria, non aveva neanche capito d'aver vinto e già prometteva di far pulizia nel settore petrolifero. Sarà un altro caso, ma il Rafsanjani sconfitto e la sua famiglia sono fra i principali protagonisti di quell'area grigia che in Iran è il mercato del petrolio. Un'industria di Stato dove, come ha detto ieri Ahmadinejad, «produzione, esportazione e commerci dovrebbero essere trasparenti e sono invece assai ambigui».
L'uscita di Ahmadinejad, inatteso trionfatore alle presidenziali, ha fatto allungar le orecchie ai tanti che da settimane continuano a definire queste elezioni l'ultimo round di uno scontro furioso tra poteri forti dell'Iran. Uno scontro combattuto sul piano politico, ma ricco di contenuti economici. Uno scontro dove il vero avversario dell'ex presidente non è l'umile (di nascita) Ahmadinejad, ma il ben più potente Capo Supremo Alì Khamenei. Un duello, insomma, tra la massima autorità della Repubblica Islamica e il capofila di una famiglia arricchitasi grazie allo sfruttamento delle risorse economiche iraniane. Il 70enne Rafsanjani, detto lo squalo, e i suoi familiari detengono oggi investimenti per circa 1 miliardo di dollari nel settore petrolifero, nella coltivazione e nell'esportazione del pistacchio, nel settore immobiliare, in quello delle auto e nei trasporti aerei. Mohsen Hashemi, 44enne figlio maggiore dell'ex presidente, è a capo del consorzio per la costruzione della metropolitana di Teheran. Un affare da oltre due milioni di dollari.
Ma il figlio nell'occhio del ciclone è Mehdi Hashemi Rafsanjani. Questo 35enne ex direttore della Compagnia nazionale del gas è sospettato d'esser al centro di uno scandalo da oltre 5 milioni dollari. A tanto, almeno, ammontava la tangente pagata nel 2002 dalla Statoil Asa, principale compagnia petrolifera norvegese, per partecipare alle operazioni di prospezione, ricerca e trivellazione nei principali giacimenti di gas iraniani. Secondo l'inchiesta condotta dai giudici norvegesi la tangente era parte di un affare, del valore di almeno 15 milioni di dollari, concordato con la Horton Investments, una società con base a Londra collegata al figlio di Rafsanjani. Il contratto, destinato inizialmente a durare per 11 anni, venne improvvisamente revocato dopo l'apertura dell'indagine dei giudici norvegesi e le dimissioni dei vertici della Statoil.
Quella vicenda sembra essere oggi in cima agli interessi del neo eletto presidente iraniano. Una settimana fa, durante un incontro con un gruppo di parlamentari iraniani, Ahmadinejad aveva puntato il dito contro «la famiglia e la gang politica che controlla il settore petrolifero». «Questa banda d'affaristi e uomini di potere punta a confiscare tutte le ricchezze della nazione», aveva detto Ahmadinejad promettendo di far piazza pulita di corrotti e malfattori. L'allusione alla famiglia Rafsanjani è diventata ancor più chiara nelle ore immediatamente successive alla vittoria. Senza perdere un secondo il candidato preferito da Khamenei ha promesso di riprendere il controllo del settore petrolifero strappandolo dalle mani degli affaristi stranieri e dei loro complici interni. Una vera e propria dichiarazione di guerra, una mossa che l'integerrimo parvenu non potrebbe permettersi senza il sostegno dei poteri forti.
La resa dei conti tra Rafsanjani e Khamenei sarebbe stata preceduta da un durissimo scontro tra i rispettivi rampolli. Al centro di quest'altra bega familiare vi sarebbe il ricco business dei pellegrinaggi alla Mecca. I figli delle due personalità iraniane cercavano di metter mano sul lucroso affare, che si è concluso con un compromesso . Ma la ruggine è rimasta.
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