I COMUNI CAPITALISTI A SPESE DEI CITTADINI
di Maurizio Blondet
Antonio Fazio

Di colpo, si parla di una nuova "riforma delle pensioni", traducendo di tagliarle.
Di colpo, si parla di fare un governo di "unità nazionale" per fare riforme "dolorose". Traducendo, più tasse per tutti, meno servizi pubblici, riduzione generalizzata dei livelli di vita.
E' la crisi: la rapidissima perdita di competitività dell'Italia (tutte le nostre merci, il famoso "made in Italy", sono state spiazzate da prodotti cinesi similari) rende forse davvero necessarie le misure dure.



Se devono essere tagli, siano.
Se hanno da essere "dolorosi", lo siano: ma cominciamo dove c'è il grasso che cola.
Nel settore pubblico.
Nelle auto blu.
Nelle auto di Stato accompagnate da scorte armate, in auto di Stato concesse vita natural durante a chi ha avuto una carica pubblica.
Irene Pivetti ne gode ancora.
Mastella anche.
I giudici della Corte Costituzionale ne godono largamente.
I compari della suprema Corte hanno escogitato un inghippo per captare i grassi benefici: tutti d'accordo, eleggono loro presidente il collega che entro tre mesi andrà a riposo, in modo che possa uscire col massimo titolo e coi massimi fringe-benefit, fino alla morte.
Mentalità meno da supremi magistrati che da magliari, da quacquaracquà.
Dove tagliare?
Una proposta: tagliamo sui Phalcon Executives con cui ministri e sottosegretari svolazzano per il mondo: aerei da grandi manager privati per potenti e signore.
Ed anche per ex ministri.
Dicono che Giuliano Amato, che fu primo ministro, pretenda e ottenga aerei militari per ogni suo spostamento.
Tagliare?
Ci sono lì i grassi stipendi della Banca d'Italia, dei segretari parlamentari e del Quirinale, che attendono una cura dimagrante.
A dimezzare lo stipendio di Fazio non lo si condanna alla fame, statene certi, gli resta abbastanza per sopravvivere.
Sopravvivereste voi con "solo" mezzo miliardo annuo?



Altri tagli urgono: nei grassi guadagni che le municipalizzate fanno sulla pelle dei cittadini che si stanno impoverendo.
Il maggior capitalista di Milano, ormai è il Comune: incamera in dividendi 53,6 milioni di euro (1).
Da quali aziende? Dalle municipalizzate.
Apparentemente "privatizzate" e persino quotate in Borsa, ma il maggior azionista resta il Comune, e tali aziende restano dei monopoli.
L'AEM, Azienda Elettrica Municipale fornisce luce e gas a carissimo prezzo, del tutto fuori dai prezzi europei e americani, grazie al monopolio di fatto.
Dà al Comune-capitalista-monopolista 45,4 milioni di euro.
Torino, stessa storia: riceve in dividendi 13,3 milioni di euro l'anno, di cui 11,5 dalla sua AEM.
Roma: 23,9 milioni di dividendi (48 miliardi di vecchie lire), di cui 20 dalla sua ACEA, acqua-luce-gas.



E' un profitto eccessivo.
Ed è un profitto illegittimo: siccome il Comune è dei cittadini, i dividendi del Comune dovrebbero andare ai cittadini, sotto forma di riduzione delle bollette.
Perché sono queste che ci schiacciano: tariffe, bollette più costose che nel resto d'Europa, che gravano sul costo delle imprese private (quelle vere) e contribuiscono a renderle meno competitive.
Si risparmia sul cibo, ma non si riesce a risparmiare sui canoni (TV), la bolletta delle luce e del gas, i pedaggi, le assicurazioni obbligatorie per l'auto: le assicurazioni vantano profitti del 100 % l'anno, perché non tagliare un po' anche lì?
Le bollette telefoniche.
Provate a risparmiare su di esse, c'è o no la concorrenza?
Ci sono o no diverse compagnie telefoniche?
Tutto falso: sono sì aziende ora private, ma restano monopoli di fatto. E fanno cartello per tenere alti i prezzi.
Provate a vedere se riuscite a risparmiare cambiando gestore: non ci riuscirete, dovrete pagare il telefono 8 volte più che negli USA, internet costa un occhio, e comunque dovrete pagare un canone.
Avete il cellulare che pagate con la carta?
Ogni 50 euro di carica, la compagnia se ne prende 10.
E' il telefono più costoso del mondo, e ingrassa Tronchetti Provera e De Benedetti.



Andate a far benzina, e guardate i prezzi: tra il "servito" e il "fai da te", il benzinaio carica una differenza di 20 centesimi.
Sono 400 lire: al litro.
Fate un pieno di 30 litri "servito", e il benzinaio vi ha già rubato, in tre minuti, 12 mila lire.
Un bel costo, per il suo "servizio".
Non ci si può far niente, ci dicono, i prezzi sono "liberi".
Lo sono solo nel senso del rialzo.
In realtà, basta poco per mettere riparo a queste più cocenti ruberie: ispezioni della Guardia di Finanza, dove siete?
E il famoso Antitrust, che fa?
Copre Tronchetti Provera e De Benedetti.
Le autorità di Stato non fanno nulla, sono in combutta.
E peggio: a loro non importa nulla dei rincari, perché i loro emolumenti sono principeschi, l'auto non se la sono comprata, la benzina non la pagano, loro.
Questi privilegi diventano tanto più odiosi, quanto più tutti gli altri cittadini diventano poveri, disoccupati, o impiegati precari.
E si chiede a loro, ai cittadini, di fare rinunce "dolorose"?
Comincino loro, che non soffrono concorrenza mondiale, che hanno privilegi, che hanno paghe enormi.



Ci derubano i presidenti pubblici e loro segretari strapagati (Gifuni, non dimenticate mai, 2 miliardi l'anno).

Ma quanto ci hanno derubato i capitalisti privati internazionali, non lo sapremo mai.
Il crollo dei derivati cominciato il 10 maggio scorso è il fenomeno più misterioso e sottaciuto: ma deve avere vaporizzato miliardi e miliardi di euro e dollari.
Del disastro, abbiamo solo indizi e briciole (2).
Il 17 maggio il Financial Times scriveva che moltissimi "hedge funds stanno liquidando posizioni a rotta di collo, aspettandosi che i loro clienti chiedano indietro vaste somme ai primi di luglio".
Traduzione dal gergo: i fondi speculativi vendono le azioni "buone" che hanno accumulato nei loro portafogli per pagare i clienti che vogliono uscire dal disastro, dopo aver subito perdite incalcolabili.

Il 19 maggio, un ente di ricerca londinese stima che da oggi in poi, per due anni, falliranno il 20 % degli hedge funds, che sono circa 8 mila.
Insomma spariranno 1600 di queste "imprese", con tutto il capitale dei clienti.
30 maggio. La rivista Barron's strilla in prima pagina: "per gli hedge funds, the party is over"; la festa è finita.
E spiega: questi fondi speculativi controllano un trilione di dollari di attivi, ossia mille miliardi di dollari.
5 giugno: il New York Times pubblica uno speciale dedicato alla crisi, per dire che non c'è nulla da preoccuparsi.
Poi, in piccolo, pubblica una tabella sui profitti degli hedge funds, dei fondi speculativi.
Nel 2000, questi fondi hanno guadagnato il 4,8 % del capitale investito.
Nel 2003, il 15,44 %.
Nel 2004, il 9,64 %.
E nel 2005? Hanno perso finora lo 0,11%.
Hanno perso loro e i loro clienti.



L'8 giugno un giornalino di provincia americano, il Toledo Blade, rivela una verità che i grandi giornali taceranno sempre: l'Ufficio (pubblico) per la cassa integrazione dell'Ohio ha perso 215 milioni di dollari avendo investito in hedge funds.
Addio sussidio ai disoccupati dell'Ohio.
La domanda è: quanti altri enti pubblici, anche italiani, hanno incassato perdite per occulti investimenti in quei fondi?
Per quelle speculazioni dissennate?
La Banca d'Italia ha le mani pulite?
E il Tesoro italiano?
Non sarà per quelle loro avventure che oggi si parla di crisi, di "riforme dolorose", di governi di unità nazionale?
E' per questo che se ne parla tutto ad un tratto, di colpo?



di Maurizio Blondet







Note

1) Massimo Sideri, "Municipalizzate: ricche e poco trasparenti", Corriere della Sera, 23 giugno 2005, p. 27
2) "Hedge funds crisis breaks to the open", Executive Intelligence Review, 17 giugno 2005.


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