Fini: Berlusconi mi rispetti - Corriere della Sera
«Se si vuole cercare un pretesto per attaccarmi, se ne trova uno al giorno. Se invece si vuole cercare il confronto e la discussione, sono disponibile». Que sto dice Fini pensando a Berlusconi, e certamente anche Berlusconi dice que sto pensando a Fini. Il punto è che i co fondatori del Pdl non si parlano, ali mentano l’incomunicabilità coltivando il retropensiero del reciproco sospetto. Nessun contatto, diretto o indiretto. E se il Cavaliere si interroga su «cosa vuole Gianfranco», l’altro si chiede «co sa vuole Silvio»: «Mira alle elezioni anti cipate? Vuole fare le riforme? Parli chia ramente ». In verità era stato il premier a chiedergli un «chiarimento», dopo quel «fuori onda» che aveva scatenato l’ennesima lite.
Ma Fini non accetta ultima tum, «gli ultimatum non esi stono ». Non si è scomposto l’altro ieri mentre gli giungeva notizia di un Cavaliere furioso che ne chiedeva la testa «... sì, per lesa maestà». E dinnanzi al l’offensiva è andato in tv per avvisare che «quanto avevo da chiarire l’ho chiarito»: «Più vengo attaccato — ha spiegato ieri — più resto fermo sui miei convincimenti». Per esempio continua a con testare l’idea di «monarchia» berlusconiana che a suo modo di vedere il Pdl ha ereditato da Forza Italia. Così, se Scajola lo scomunica, «Fini è fuori dalla linea del partito», al presiden te della Camera torna in men te l’espressione «più realista del re». E se Bondi prova a le*gittimare il primato del pre mier parlando di «Costituzio ne materiale», lui obietta che «non esiste una Costituzione materiale finché ce n’è una for male » . Un invisibile trentottesimo parallelo lo separa ormai non solo da Berlusconi ma anche dalla stragrande maggioranza del gruppo dirigente del Pdl, eppure l’ex leader di An conte sta la tesi complottarda di un progetto alternativo al Cavalie*re, l’idea ribaltonista «che non appartiene al dna della de stra », come dice il finiano La boccetta: «Mi attengo al mio ruolo. Sono e resterò presiden te della Camera». Il concetto gli serve per allontanare da sé i boatos che lo darebbero in corsa per un fantomatico go verno del presidente. Il suo ruolo istituzionale pe rò non gli fa perdere di vista quel progetto politico di cui si sente «parte attiva»: «Perché insieme a Berlusconi ho contri buito a fondare il Pdl, e non de sidero certo sfasciarlo. Non ne ho l’interesse. Piuttosto desi dero arrivi a compimento il progetto che gli italiani di cen trodestra attendono: un parti to forte, unito e anche demo cratico », dove cioè possano trovare albergo «idee diver se ».
Fini non contesta il pro gramma di governo, «che pe raltro ho contribuito a scrive re, però su temi come la bioeti ca o la cittadinanza si possono avere opinioni differenti? E tut to ciò dev’essere vissuto come un fatto ingombrante, un ele mento di disturbo, o come un segno di ricchezza?». Ogni parola del presidente della Camera unisce e al con tempo divide, perché è eviden te una concezione diversa del partito e della politica rispetto a Berlusconi. E tuttavia Fini si ribella allo stereotipo che a suo dire gli è stato ingiusta mente appiccicato: «Non può passare il messaggio dell’ingra titudine. Io non sono un ingra to ». Sembrerà strano che un politico a sangue freddo si adonti per questo termine, ma se il fossato con il Cavaliere si è allargato è per «mancanza di rispetto». Più volte Fini ha chiesto al Cavaliere di essere coinvolto nelle scelte strategi che, «il dialogo non si può ri durre a incontri di cortesia. Ognuno deve sempre capire le ragioni dell’altro», sostiene il presidente della Camera pen*sando al premier. E il premier certamente sostiene le stesse cose pensando al presidente della Camera. Ha ragione Bossi, la realpoli tik imporrà ai due cofondatori di «trovare l’accordo», quanto*meno sulle Regionali. Resta da vedere se si tratterà solo di una fragile tregua destinata a rompersi. Già oggi il premier attende di sapere cosa dirà l’in quilino di Montecitorio al l’inaugurazione del Salone del la Giustizia: «Avrò occasione di spiegare meglio la mia posi zione sui pentiti», è il messag*gio di Fini.
Che «Gianfranco» non consideri «Silvio» legato alla mafia è un’ovvietà: altri menti dovrebbe chiarire come mai è rimasto alleato del Cava liere per quindici anni. Il fatto è che dopo quindici anni il rapporto politico oltre che personale si è logorato. E Bertinotti, che è stato seduto sul soglio di Montecitorio, è come se vedesse riprodursi le stesse dinamiche che lo porta rono a ingaggiare il duello con l’inquilino di palazzo Chigi del tempo, Prodi. «Sono situazio ni che non giovano a nessuno, ma sono per certi versi inevita bili ». E pur non citando mai Berlusconi e Fini, è di loro che parla quando spiega come «a un certo punto si avverta la consapevolezza che il terreno sul quale ci si è mossi si sta esaurendo. E si va alla ricerca di un nuovo equilibrio». L’ex leader del Prc interpreta l’isola mento ostentato di Fini come il primo passo di un progetto che si muove in un orizzonte post-berlusconiano: «E in que sti casi non necessariamente si segue una rotta, per certi versi la rotta può anche non es serci ». Infatti Fini dice: «Si na viga a vista».
Francesco Verderami
03 dicembre 2009




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