Addirittura il Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha annunciato la scorsa settimana di voler rilanciare l’energia nucleare nel suo Paese tramite la costruzione di nuove centrali. Si tratta di un annuncio importantissimo in quanto gli Stati Uniti non intraprendono la costruzione di nuove centrali nucleari da circa trent’anni. Stiamo parlando di un Paese caratterizzato da una crescita economica attualmente moderata ma, pur sempre, importante. Anche gli Stati Uniti stanno quindi soffrendo la clamorosa impennata del prezzo del petrolio, che è ormai diventato il maggior rischio per l’economia mondiale. Di conseguenza, se già l’economia italiana non viaggia in ottime acque, un costo dell’energia così elevato la porterà ad affondare inesorabilmente. In Italia si parla tanto di competitività, ma come migliorare la competitività italiana se il costo dell’elettricità che grava su tutti noi, rappresentando un fattore produttivo fondamentale, è il più elevato in Europa? Come poter sperare in una rinnovata crescita economica quando in Italia l’elettricità costa il doppio rispetto alla nuclearizzata Lituania? Per anni il nostro Paese si è affidato alle virtù del libero mercato di consentire la riduzione delle nostre bollette energetiche senza considerare il fatto che in Italia la maggior parte del costo dell’elettricità è dovuto a combustibili soggetti a “cartello” e non a “mercato”. Di questo passo le bollette non scenderanno. E allora? Quale soluzioni per restituire fiato alla nostra malconcia economia? Semplice, diversificando le fonti produttive di elettricità. Incrementare l’utilizzo del carbone potrebbe già essere una buona idea, ma l’Italia farebbe il tanto atteso salto di qualità ritornando al nucleare. Non per niente si tratta delle due fonti energetiche più utilizzate in tutta Europa. Scarsa flessibilità del lavoro? Liberalizzazioni e privatizzazioni incomplete? Tasse? Burocrazia eccessiva? L’aggressività esportatrice cinese? Il più grande problema da affrontare per tornare competitivi sta nel costo dell’elettricità che appesantisce non solo i bilanci delle imprese, ma anche quelli delle famiglie italiane. E inoltre, in ottica internazionale, non possiamo permettere che il nostro Paese sia tenuto sotto la spada di Damocle rappresentata dalla dipendenza petrolifera. Forse al prossimo blackout nazionale si tornerà al nucleare? Abbiamo bisogno di un nuovo 28 Settembre 2003 per capire che abbiamo bisogno di essere autosufficienti o, quantomeno, di incrementare sensibilmente la nostra produzione energetica? Non dobbiamo pensare di aver ormai perso il treno poiché bisogna tenere in considerazione il fatto che il prezzo del petrolio è destinato a salire inesorabilmente. Man mano che ci si avvicina all’esaurimento delle scorte, il nucleare converrà sempre di più. Sorgerebbe spontanea un’altra domanda a questo punto: perché il nucleare quando esistono anche altre fonti di energia tipo quelle rinnovabili? Il nucleare conviene anche in termini di rapporto costo – beneficio in quanto il costo relativo all’energia solare e a quella eolica, ad esempio, è altissimo. Oggi l’Italia è un’isola circondata da ben 12 centrali nucleari vicinissime ai confini nazionali che lavorano per lei. Se accadesse un grave incidente in una di quelle centrali, tutta l’Italia ne sarebbe direttamente coinvolta. Oggi ci troviamo nella situazione paradossale in cui, pur avendo rinunciato al nucleare tramite il referendum ipocrita del 1987, siamo esposti allo stesso rischio e, contemporaneamente, paghiamo le bollette più alte d’Europa. Domani il nucleare potrebbe regalarci un futuro in cui l’Italia sarà finalmente capace di produrre energia pulita a basso costo in grado di riportare l’economia del nostro Paese ad alti livelli competitivi.
Massimiliano Michele Mellone
http://mellone.blogspot.com/




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