....Mascalzone.
Prove di "pedate nel sedere".
Ho visto cose. Ho visto cose che voi umani.
Ho visto cose che per fortuna fa caldo e la notte una non riesce a dormire e accende la televisione.
Ho visto cose che per fortuna la tivvù di stagione è quella che è e una arriva a spingere fino al settimo pulsante.
Ho visto La7. Ho visto la vela. Ho visto D’Alema. Io ho visto, and I live to tell.
Un paese normale. In cui un uomo politico nel fine settimana possa andarsene a vedere uno sport che gli piace, e magari
sfangarci pure un gettone di presenza, fare il diciottesimo uomo su Mascalzone Latino, ovvero la barca il cui nome più gli assomiglia, e tutto questo senza che annoiate corsiviste politiche interpellino Klaus Davi su quanto sia sbagliata l’immagine della sinistra in barca a vela (si può prendere sul serio il punto di vista di una che a sostegno chiama Klaus Davi?).
Un paese normale. In cui, se c’è un sex symbol in studio (se avete visto Massimo D’Alema in camicia azzurra, pantaloni di tela bianca e abbronzatura biscottata – se l’avete visto, sapete di che cosa sto parlando; se non l’avete visto, attenzione a immaginarlo, la temperatura corporea potrebbe salire oltre i livelli di guardia e non basterebbero più i buoni consigli dei telegiornali, mangiare frutta e bere molto), se si ha una tal fortuna, dicevo, non si ostenta familiarità: dandogli del tu, chiamandolo “Massimo”,
facendo quelli che dopo la diretta si va a cena insieme e magari la domenica allo stadio.
Dev’essere iniziata la campagna elettorale, o forse stare all’aria aperta gli ha fatto bene (pure troppo) all’umore, perché D’Alema non ha mai pronunciato le parole che ognuno di noi si sarebbe lasciato scappare: “Ma a lei, giovanotto, tanta confidenza chi gliel’ha data?”.
Era tutto meraviglioso. Lui che fa il diciottesimo uomo su Mascalzone Latino e le spettatrici che cercano di farsi spiegare
dai mariti cosa diamine sia un diciottesimo uomo (e quelli, in perfetto stile dalemiano: “Non parlo di queste cose con le
femmine”). Lui che fa il diciottesimo uomo su Mascalzone Latino e come sempre ha perfettamente calcolato le convenienze politiche e l’exit strategy e infatti quella regata lì la vince Luna rossa, così nessuno può dire che il diciottesimo uomo, ovvero l’ospite a bordo, ha con le sue competenze di perfetto velista dato un vantaggio scorretto alla concorrenza di Prada (vedere D’Alema entrare in polemica con Prada e coi suoi marinai sarebbe stato, per le fan sia di D’Alema sia di Prada, un colpo al cuore durissimo: come vedere mamma e papà che litigano.
Anzi, anticipiamo eventuali sviluppi: se serve una polemica, prima
della fine delle qualificazioni per l’America’s cup, sia pure una polemica pretestuosa e a solo scopo di share, D’Alema sia così generoso da innescarla con Mascalzone Latino, che qui non ne possediamo borsette e insomma non ci tangerebbe e non saremmo dilaniate nel decidere con chi schierarci).
Quello di “Ballarò”
C’è stato un solo momento, in cui qualcosa è mancato. Non nei commenti alla regata perduta d’un soffio. Non nelle immagini di D’Alema che sorseggiava prosecco con un Biscardi che di luce riflessa sembrava anch’egli carne da calendario. Non negli argutissimi e competentissimi e avvincentissimi commenti tecnici alle strambate mancate.
L’unico momento di nostalgia è stato quando un giornalista ha iniziato a fare il fenomeno dicendo che gli spinnaker bianchi parevano lenzuola, e gli equipaggi dovevano colorarli, arrendersi
all’era della comunicazione televisiva, e non importava che quelli obiettassero che il colore mina la tenuta della stoffa e chi tinge lo spinnaker poi se lo ritrova strappato al secondo minuto di regata: quello insisteva.
E mentre D’Alema moderava la faccia “ma guarda che idiota”, ci è mancato il D’Alema meno sereno. Meno conciliante. Quello di “Ballarò”.
Quello che, di fronte a una polemica così berlusconiana, avrebbe iniziato a battersi incredulo i pugni in testa.
Un D’Alema normale.
su il Foglio
saluti




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