http://www.volontariperlosviluppo.it/2004_1/04_1_11.htm
Un pasto al sole
Sfruttare l'energia del sole per cuocere i cibi e bollire l'acqua. Succede nel Mali, in India, a Cuba, e in molti altri paesi. Forni e cucine solari offrono alle popolazioni del Sud una nuova chance di sviluppo. E a guadagnarci sono l'ambiente, le tasche e la salute della gente...
di Stefania Garini
Fare un risotto nel deserto senza legna né fuoco, e nemmeno kerosene o gas propano: non è una buffonata da Isola dei Famosi, ma una necessità impellente per le popolazioni del Sud alle prese con una "nuova" emergenza: la crisi del legname. Ogni giorno, infatti, vanno letteralmente "in fumo" un milione di tonnellate di legno, per permettere a circa due miliardi di persone di cucinare o bollire l'acqua. La legna si fa sempre più rara, al punto che spesso è più costoso quello che brucia sotto la pentola del cibo che c'è dentro. Nelle zone tropicali, l'uso del legno a uso domestico varia da 0,9 a 2,5 kg a persona; e gas ed elettricità, anche quando sono presenti, sono troppo costosi.
In Africa, il 90% della popolazione usa la legna per cucinare. Risultato? Mentre 40 anni fa i villaggi erano ai bordi della foresta, oggi si devono percorrere a piedi dai 20 ai 40 km per poter raggiungere qualche albero. Diventa sempre più difficile fare scorte per lunghi periodi, scegliere gli alberi con maggior potere calorico, e persino rispettare le zone sacre.
Insomma, pur essendo una fonte di energia rinnovabile, la legna non è usata in modo sostenibile. Ma allora? La gente deve pur cucinare, e possibilmente in modo economico...
Un aiuto dal cielo
Ecco allora l'idea: perché non sfruttare l'energia del sole, di cui i paesi del Sud dispongono in abbondanza? Un'energia rinnovabile, che non inquina, praticamente a costo zero. Un'idea a dire il vero vecchiotta. «Già nel Settecento - racconta Angela Calvo, ricercatrice nella sezione di Meccanica all'Università di Torino, e specialista nel "trasferimento di tecnologie appropriate" - lo svizzero Horace De Saussure aveva pensato di sfruttare l'effetto serra per riscaldare contenitori di alimenti».
Ci sono voluti però un paio di secoli per applicare il principio nei paesi del Sud, con l'introduzione di forni e cucine solari. Ad esempio in Sahel, dove le precipitazioni annue sono inferiori ai 350 ml e la popolazione ha il minore accesso al mondo di acqua potabile. Questa situazione di aridità è aggravata dal fatto che si usa la legna come principale combustibile (91%), integrandola solo in piccola parte con escrementi animali e paglia, mentre restano di fatto inutilizzate altre forme di energia (idroelettrica, petrolio, kerosene) per i costi elevati. Una bombola di gas, ad esempio, costa 10.000 franchi cfa: circa un terzo del guadagno mensile di una colf in città; e molto più di un terzo delle entrate dei contadini nei villaggi.
Proprio in Sahel, e precisamente nel Mali, la Facoltà di Agricoltura dell'Università di Torino ha avviato dal '97 un progetto di ricerca, culminato nel 2000 con l'introduzione di alcune decine di forni solari nella regione di Sikasso, a sud del paese.
Qui, come in molte zone rurali, l'approvvigionamento di combustibile è compito delle donne e dei giovani che, dovendo cercare sempre più lontano la legna, sottraggono tempo ed energie allo studio o a piccole attività produttive. Per loro, l'introduzione dei forni è stata una benedizione.
Acqua pastorizzata
Ma cos'è un forno solare? Si tratta di una semplice scatola in legno, metallo o policarbonato, chiusa da un coperchio in vetro, e con una superficie riflettente (ad esempio un foglio d'alluminio) per concentrare i raggi del sole. All'interno si mettono le pentole, dipinte in nero per assorbire una maggior quantità di raggi ed evitare la dispersione del calore. Naturalmente, occorre una buona radiazione, costante nel tempo: nei paesi tropicali, con un forno a bassa efficienza si può cucinare tutto l'anno. La temperatura ambientale è d'aiuto: se a Berlino, ad esempio, si parte da una temperatura ambiente di -5°C, per poter cucinare con un forno solare occorre un incremento di 105°C, mentre nella fascia tropicale, con una temperatura di 40°C, basta un incremento di 60°C.
Con questo sistema di cottura si possono raggiungere temperature fino a 130°C.
«Grazie ai forni solari», spiega Angela Calvo, «si può cucinare di tutto, pasta e riso e ogni tipo di cibo cotto a vapore o stufato. Uno dei vantaggi è che i cibi non si attaccano alle pentole, e le donne possono pulire le casseruole con facilità. Il problema della pulizia non è cosa da poco, nei villaggi dove né acqua né detersivi sono facilmente reperibili».
Ma c'è di più: oltre a cucinare, i forni possono servire a pastorizzare l'acqua. Nei paesi del Sud, infatti, la poca acqua disponibile è spesso contaminata da batteri, a causa dei quali, secondo l'Unicef, 5 milioni di bambini ogni anno sono colpiti da gastroenteriti e diarree. Per questo si raccomanda spesso di bollire l'acqua prima di berla. In realtà, per renderla potabile liberandola da virus e parassiti, basta pastorizzarla, cioè scaldarla alla temperatura di 65°C per circa 10 minuti (o a temperature più alte per periodi più brevi).
Tecnologia e tradizioni locali
«Il forno solare», spiega ancora Angela Calvo, «non elimina del tutto l'uso della legna, ma permette un risparmio di circa il 70%. Nelle ore d'insolazione è infatti possibile cuocere i pasti sia per il pranzo che per la cena, perché il pasto serale può essere conservato al caldo nel forno. Ma visto che questo sfrutta l'energia solare diretta, per la colazione del mattino presto si deve per forza usare la legna». Inoltre, fa parte della tradizione cuocere alcuni alimenti con il legname. Nella cultura saheliana, ad esempio, il riso è sempre "scottato", cioè buttato nell'acqua bollente scaldata con legna, anche se dopo viene scolato e cucinato nel forno. «Ho domandato alla gente dei villaggi se c'era qualche motivo particolare, magari religioso, per questa pratica. E mi hanno risposto, semplicemente, che "loro fanno sempre così"».
Per introdurre con successo una nuova tecnologia, la collaborazione di un "mediatore" locale può essere fondamentale. A Sikasso, ad esempio, è stato il caso di Gnibouwa Diassana, un artigiano maliano che ha cominciato a interessarsi ai forni per curiosità personale, costruendone lui stesso vari modelli, in cerca delle soluzioni migliori. Diassana e la sua famiglia, che abitano nella zona tra Bamako e Segou, usano i forni quotidianamente, e nei villaggi vicini hanno iniziato a imitarli. Un forno serve in media un'intera famiglia allargata (12-15 persone) e permette di cucinare tutti i piatti tradizionali. Secondo Diassana, «è persino più semplice cucinare il tô (piatto saheliano a base di farina di cereali con salse, ndr) nel forno solare che con i metodi tradizionali». Del resto, un forno costa pochissimo (usando i materiali disponibili in loco si arriva al massimo a 100 euro) dura per sempre, e la manutenzione è quasi nulla, basta pulirlo con una spugna e un po' d'acqua.
Un risotto tra i monsoni
Ma qualche limite c'è. Ad esempio, nei forni solari il cibo cuoce lentamente (occorrono in media 1-2 ore per il riso, le uova e il pesce; e 3-4 ore per le patate, i legumi e la carne), e non è possibile friggere. Questi inconvenienti sono superati dalle cucine solari, che seguono lo stesso principio di funzionamento dei forni, ma utilizzano una parabola (larga 1-1,50 metri) per concentrare i raggi del sole direttamente sulla pentola, posta sopra una griglia. Anche qui, i costi vanno dai 100 ai 150 euro.
Questo sistema è stato ideato una ventina d'anni fa dal Gruppo di aiuto allo sviluppo della Scuola di Altötting, in Germania, come alternativa al petrolio, e poi si è iniziato a diffonderlo in Africa e America Latina. Due associazioni italiane, Salvambiente e Oltreilconfine, entrambe con sede a Trezzano sul Naviglio (Mi), hanno inviato queste cucine in India, Brasile, Nicaragua, Cuba, Benin e Guinea Bissau, o ne hanno finanziato la costruzione in loco. «Anche per noi - racconta Mercedes Mas, socia delle due associazioni - all'inizio si è trattato di una risposta alla deforestazione». Ma presto si è visto che le cucine solari hanno altri vantaggi. «Ad esempio per la salute. In India, cucinando nelle capanne, le donne sono soggette a frequenti malattie respiratorie per inalazione di fumo». L'Oms stima in 1,6 milioni le donne e i bambini piccoli che ogni anno nel mondo muoiono per patologie dovute a inquinamento da fornelli inadatti. Di questi, circa 500 mila nella sola India. Evidente il vantaggio di cucinare con le parabole, all'aperto.
Un altro caso positivo è stato nel Bangladesh allagato dai monsoni, dove le donne potevano continuare a far da mangiare collocando parabole e pentole sul tetto, cosa che non sarebbe stata possibile con la legna marcia.
Anche le cucine solari però hanno i loro inconvenienti. Ci possono essere, ad esempio, ostacoli culturali: «La cucina parabolica - spiega Mercedes - non è fatta con i materiali tradizionali, il legno o il coccio, ed essendo lucida e brillante le donne tendono a usarla solo nei giorni di festa, per evitare di romperla o sporcarla».
Inoltre, spiega Giorgio Molinari, fotografo, che a giugno è andato volontario in India per installare cinque parabole nel Kerala, «queste cucine non si possono usare sempre, quando è buio o nuvoloso si deve ricorrere ai vecchi sistemi». Se poi non si sta attenti, possono provocare ustioni agli occhi (perciò Giorgio distribuiva nei villaggi occhiali da sole e spiegava che ci si può bruciare anche senza fuoco). Inoltre, la parabola deve essere sempre perfettamente orientata, per cui è necessario che qualcuno la sposti ogni quarto d'ora circa, in base alla diversa posizione del sole. «Ma i tempi di cottura sono molto rapidi, 5 chili di riso cuociono in 10 minuti, e in questo caso non c'è bisogno di spostare niente». Giorgio ha anche provato a fare le uova fritte con la cucina solare nella sua casa di Milano: «C'è voluta mezz'ora, ma alla fine sono venute buonissime».




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