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Discussione: Ecologia e terrorismo

  1. #1
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    Predefinito Ecologia e terrorismo

    Mentre a Londra venivano attaccati autobus e metropolitane, a Baghdad i terroristi annunciavano di aver assassinato l’ambasciatore egiziano rapito in Iraq.
    La guerra che il terrore islamico conduce contro la democrazia non ha frontiere.
    Loro lo sanno bene. E noi?
    Dopo ogni strage sanguinosa, popoli e governanti si stringono attorno alle vittime innocenti, come accadde dopo l’11 settembre americano e dopo l’attentato di Madrid, come accade oggi per quello di Londra.
    Dopo qualche settimana, com’è umano e comprensibile, ognuno torna a occuparsi dei suoi problemi, nell’illusione che possano essere affrontati e risolti indipendentemente dalla guerra al terrorismo.
    Purtroppo non è così.
    Non si può realizzare una stabilizzazione dell’economia se si è sottoposti periodicamente alle scosse provocate dagli attentati, se non si riesce a garantire una ragionevole sicurezza a paesi come l’Iraq e a mettere in condizioni di non nuocere la teocrazia iraniana, paesi, peraltro, che incidono su una variabile economica rilevante come il prezzo e la disponibilità del petrolio.
    Non si può risolvere il nodo aggrovigliato dell’Asia centrale, dove si confrontano interessi russi e occidentali, senza togliere di mezzo la variante terroristica, che insanguina anche quelle zone.
    Non si può ricostituire una solidarietà occidentale vera, che abbia la forza morale per reggere fino in fondo la sfida del terrorismo islamico, se tutti non si rendono conto che oggi, quali che siano stati i giudizi del passato, battere il terrore e la ribellione in Iraq è la condizione per la sicurezza delle nostre città.
    Non si può pensare a un’evoluzione democratica, o almeno pacifica, delle società islamiche se esse non saranno sottratte al ricatto e alle lusinghe del terrorismo, come dimostra la tragica vicenda dell’ambasciatore egiziano a Baghdad.
    Non si può, infine, tenere una riunione dei paesi più industrializzati del mondo dedicata a problemi globali come la fame e l’ecologia, illudendosi di poter mettere fuori dall’ordine del giorno la guerra al terrorismo, perché questa trova poi un modo terribile per imporsi come priorità assoluta.
    Il giorno dopo l’11 settembre tutti dissero che nulla sarebbe stato più come prima.
    Poi, un po’ alla volta, ci si è illusi che si potesse tornare alla normalità, com’è giustamente nel desiderio di tutti.
    Purtroppo è impossibile. Tutto nella nostra vita resterà incerto, provvisorio, insicuro finché questa guerra non sarà vinta.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Roma. Romano Prodi è stato chiaro: “L’atto di oggi non ha una diretta influenza sull’atteggiamento che verrà tenuto in sede di voto”.
    Nessun rifinanziamento alla missione in Iraq, dunque, gli attentati di Londra non cambiano il voto contrario del centrosinistra. Non se ne è nemmeno parlato, ha spiegato Prodi.
    Anche se, come ha detto Piero Fassino, “siamo tutti londinesi” (il sito dei Ds è a lutto, “Siamo tutti londinesi.
    Contro il terrorismo, per la vita, per la democrazia”) e lo stesso Prodi, nella lettera per Tony Blair che ha consegnato all’ambasciatore britannico, ha scritto: “So che il tuo paese reagirà con quella coesione e determinazione che noi tutti così tanto apprezziamo… è importante mostrare che noi non saremo intimiditi, che la nostra vita non può essere stravolta, che ad ogni atto di terrorismo reagiremo con unità di intenti: puoi essere certo che condivido la tua fermezza, e che sono con te nel momento del dolore”.
    La fermezza di Blair è quella con cui aveva confermato la presenza duratura delle truppe in Iraq, nessuna exit strategy a breve termine, nessun graduale disimpegno.
    E ieri pomeriggio l’ha ripetuto: “Quando tenteranno di intimorirci, non li lasceremo fare. Vorranno cambiarci, ma non lo permetteremo. Non ci faremo dividere, né lasceremo che la nostra determinazione venga indebolita”.
    La determinazione del centrosinistra italiano è invece tutta tesa al ritiro, e anzi Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, dopo la solidarietà al popolo londinese ha espresso la necessità
    “che il popolo pacifista scenda di nuovo in piazza, ripeta ancora una volta il no al terrorismo e alla guerra, e chieda l’immediato ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, interrompendo la complicità dell’Italia con una sporca guerra d’occupazione”.
    Anche Fausto Bertinotti ha parlato di “spirale guerra-terrorismo”, ha invitato alla mobilitazione “il popolo della pace” e Franco Giordano, di Rifondazione comunista, ha detto:
    “La nostra posizione su questa missione non cambia: noi siamo per il ritiro immediato delle truppe e voteremo contro questa missione”.
    Neanche la posizione dei Verdi cambia, Paolo Cento dice al Foglio: “Ritiro, subito”, e invoca l’unità nazionale: “I soldati vanno ritirati ma non per cedere al ricatto dei terroristi. Vanno ritirati perché avevamo ragione noi: la guerra in Iraq non ha distrutto il terrorismo, lo ha alimentato, e i drammatici fatti di Londra ne sono la dimostrazione. Dicevamo ritiro allora, lo diciamo anche adesso”.
    Londra evidentemente non spinge a chiedersi se il disimpegno vada rivisto, e Cesare Salvi, del correntone Ds, spiega che “quando il terrorismo colpisce bisognerebbe evitare che i fatti drammatici incidano sulle scelte politiche, non si cambia idea, né in un senso né nell’altro, bisogna evitare la logica emergenzialistica: oggi come allora, ritiriamo le truppe dall’Iraq”.
    Lapo Pistelli, responsabile esteri della Margherita, rifiuta il collegamento Londra-Iraq: “Non trovo alcuna correlazione con l’impegno militare in Iraq: la verità è che abbiamo prodotto un enorme campo terroristico a cielo aperto, ma l’unico legame rinvenibile è con l’impatto mediatico del G8. Lo jihadismo del resto sfugge a qualunque connotazione nazionale, basta pensare che al Zarkawi è giordano, non iracheno”.
    Umberto Ranieri, deputato diesse, la pensa diversamente, chiede una riflessione in più: “E’ giunto il momento dell’assunzione di responsabilità – ha detto al Foglio –quanto è avvenuto a Londra è troppo grave per ripetere nel confronto tra maggioranza e opposizione le proprie posizioni di sempre: occorre interrogarsi sull’efficacia delle strategie contro il terrorismo adottate dalla comunità internazionale, valutarne i limiti e i cambiamenti necessari; e per quanto riguarda il rifinanziamento della missione in Iraq, se il governo dichiarasse in Parlamento di essere pronto a decidere il ritiro del contingente italiano dopo la tornata elettorale che impegnerà gli iracheni in autunno, allora si potrebbe arrivare a una valutazione congiunta tra maggioranza e opposizione”.

    Su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Sentite l'autore di "The Boy".

    Roma. “Mi ha fatto impressione vedere la prima reazione di Blair, a caldo. Ha detto: siamo determinati a difendere i nostri valori e il
    nostro modello di vita. Ha confermato di essere un leader
    ‘valoriale’, che legge l’occidente dal punto di vista dei suoi valori.
    E quindi non solo orrore e sdegno, nella reazione, ma le ragioni stesse del nostro essere occidente”.
    Andrea Romano ha molto studiato e molto seguito la parabola politica del leader inglese. Prima a Italianieuropei, adesso è il coordinatore per la saggistica di Einaudi.
    Ma soprattutto appena poche settimane fa ha pubblicato, con Mondadori, un libro: “The boy. Tony Blair e i destini della sinistra”. Oggi aggiunge, le immagini della tragedia di Londra ancora sotto gli occhi: “Come si reagisce in questi momenti è importante per capire.
    Essere anche in certe occasioni il leader morale del paese colpito, richiamandosi proprio ai valori di quel paese. Con il suo moralismo a sfondo religioso. Come quando, sull’Iraq disse: ‘Sono pronto a rispondere al mio creatore’, facendosi carico delle vittime”.
    Leader della sinistra, ma dalla sinistra italiana non molto amato.
    “Blair è un leader della sinistra antifascista – spiega Romano –
    Nel senso che legge il terrorismo, a differenza di Bush, non solo come attacco alla democrazia, ma anche da sinistra, come nuovo fascismo. Lo ha sempre fatto e ancor di più lo farà in questa occasione: tornerà a fare appello agli elementi del suo internazionalismo democratico. Che sono gli stessi del tempo del Kosovo e di tutte le altre vicende internazionali che lo hanno visto protagonista. Ha sempre argomentato gli interventi militari facendo appello a questo internazionalismo democratico.
    E quindi la sua leadership ha un tratto molto di sinistra”.
    Ha un timore, Romano, che esprime così: “Temo che ora ci saranno alcuni irresponsabili che penseranno, magari senza avere il coraggio di dirlo, che in fondo Blair se l’è andata a cercare. Naturalmente si tratta di una minoranza”.
    Ma nonostante internazionalismo democratico e antifascismo,
    perché Blair scalda così poco il cuore della sinistra?
    “Intanto avere Bush come alleato, invece di Clinton, ha complicato le cose. Ma soprattutto, c’è scarsa consapevolezza
    di quanto sia forte e pervasiva la minaccia che incombe. Ci consideriamo un po’ al sicuro, e sotto sotto pensiamo che Blair, non assecondando i fondamentalisti, li abbia un po’ provocati”.
    La sinistra riformista italiana, racconta Romano, con Blair “ha sempre avuto un rapporto schizofrenico. Da una parte c’è
    chi lo considera un traditore, dall’altra chi vorrebbe essere considerato il Blair italiano”.
    Loda, Romano, “il leader che si assume le sue responsabilità, anche quell’elemento donchisciottesco di chi non ha paura di chiamare le cose con il loro nome, come di evocare i valori della civiltà occidentale. Utilizzerà la posizione di forza politica in cui si trova in questo momento per costruire in Europa un consenso un po’ più ampio intorno alla necessità di lottare contro il terrorismo”.
    Secondo Romano, quello che Blair ha fatto in questi anni, è quello che la sinistra riformista europea, compresa quella italiana, provò a fare alla fine degli anni Novanta. Soltanto che il leader inglese
    “lo ha fatto con più fortuna, più coerenza e con più successo di altri, non è mica un profeta che si è inventato un Vangelo tutto suo”.
    E adesso, dopo il 7 luglio?
    “In fondo, Blair ha sempre contato molto sulla leadership dei momenti di difficoltà – conclude Romano – Alla fine, quel leader di sinistra, tanto bistrattato in patria quanto a volte demonizzato qui da noi, che emana una forza anche un po’ shakespeariana, rimane senza nessun dubbio il modello migliore per ogni moderno leader della sinistra europea”.

    su il Foglio.

    Uno con le palle, questo A.Romano, per dare del fascista a Prodi, ai diessini, ai rifondatori e alla gran parte della "chioma dell'ulivo".

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Sono feroci combattenti della....

    …guerra islamica

    Quella parola, islam, nessuno vuole pronunciarla, nemmeno Tony Blair che attaccando il “terrorismo” assicura: “La maggioranza dei musulmani è gente per bene”.
    Il che è un’ovvietà, ma anche una rimozione, forse comprensibile in bocca a un primo ministro che ospita una immensa e pesante comunità islamica, capace di eleggergli contro il deputato George Galloway e di turbare la City.
    Tuttavia le rimozioni non funzionano nemmeno per curare la psiche, figuriamoci per difendere il corpaccio nuovamente sfigurato dell’occidente colpito in una delle sue grandi capitali politiche e culturali.
    Il G8 aveva cancellato la guerra islamista contro ebrei e crociati dall’agenda dei lavori, i combattenti islamisti hanno cancellato il G8 con le stragi di King’s Cross e con la nuova, spaventosa modalità operativa del tuffo suicida tra i civili che viaggiano in metropolitana o nel bus. Non è l’Ira, non sono i baschi dell’Eta, non è nazionalismo, separatismo o unionismo né la coda di cometa della lotta di classe comunista come per la Raf tedesca o le Bierre italiane.
    E’ l’islam politico e radicale che ha di nuovo battuto il suo tamburo, e il suo retroterra va dai salafiti d’oriente al Waziristan di bin Laden, dall’Iran di Mahmoud Ahmadinejad, neopresidente della Repubblica pre-nucleare dei mullah fino ai segreti e alle ambigue sottigliezze del regno saudita.
    Ma la sua avanguardia è tra noi, è un islam guerriero che conosce la nostra democrazia e la abita sapendo usarla e abusarla senza complessi, e che lavora alacremente per conquistare il suo spazio politico, culturale e militare.
    Nominare le cose con il loro nome è quel segno di forza mentale che vale quanto i concerti per l’Africa, la campagna contro la povertà, le trame diplomatiche e perfino l’intelligence e la mobilitazione di guerra messe insieme.
    Sembra che ora ci provi il Vaticano, che con Benedetto XVI ha usato ieri per la prima volta una parola desueta ma significativa (“attentati antiumani e anticristiani”) e con il suo Segretario di Stato ha invocato “la fine dello scontro tra civiltà”, il che significa riconoscere che quello scontro è cominciato.
    Un’efficiente operazione bellica ha riportato la sua logica mortale in un’Europa presa da Kyoto, dalle nozze gay, dal benessere tedesco, dalle Olimpiadi, dalle chiacchiere italiane sulla liceità delle extraordinary renditions e di altre attività dell’intelligence.
    Conosciamo a memoria la cantilena multiculturale, che ha perfino le sue ragioni perché del nostro modo di vita fanno parte l’accoglienza, la mescolanza.
    Ma se vogliamo salvarlo non è con la musica afro style che ce la faremo, dobbiamo cominciare a battere il nostro tamburo, a considerarci una umma, la comunità occidentale.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  5. #5
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    Predefinito La strategia del rametto

    Ogni sei mesi, la stessa pena: il Parlamento che deve votare il rifinanziamento della missione in Iraq, e il centrosinistra o Ulivo o Unione – semestralmente la risoluzione è la stessa, ma cambia il nome dell’opposizione – che inizia una sorta di ballo di san Vito. Da un lato ci sono quelli del “ritiro subito”: Bertinotti, Pecoraro Scanio, “il ritiro resta prioritario”, Diliberto, che ha annunciato la presentazione di un ordine del giorno per “il ritiro immediato”. Dall’altra l’Udeur di Clemente Mastella, che si asterrà, e forse proporrà un altro ordine del giorno per “il graduale ritiro delle truppe”.
    Poi, ci sono Margherita e Ds.
    L’altro giorno è stata trovata un’intesa tra Rutelli, Fassino e Prodi.
    I due partiti voteranno no al rifinanziamento, ma marcheranno la differenza dalle forze radicali del centrosinistra. Racconta Paolo Gentiloni, che l’ipotesi è la stessa che Rutelli presentò all’unica assemblea che si sia svolta tra i parlamentari della Fed:
    “Un documento dove viene spiegato che il nostro no non coincide con la richiesta di ritiro immediato e incondizionato”.
    Una posizione che fu bocciata durante quella tempestosa assemblea, e che lo stesso Prodi, un po’ sprezzantemente, definì “un rametto”. Adesso il rametto viene ritirato fuori, e stavolta con la benedizione del candidato premier.
    Il documento, raccontano i Ds, oltre a confermare il no al rifinanziamento, “cercherà di indicare una exit strategy credibile, ricorderà che in Iraq ci sono state le elezioni ed è stato eletto un presidente della Repubblica, rammenterà che c’è una risoluzione dell’Onu”.
    Documento che, ovviamente, verrà bocciato.
    “Ma non è questo il problema, lo sappiamo già”, viene spiegato. Altra è la questione:
    “Se tra un anno siamo al governo, che facciamo? La prossima votazione è in piena campagna elettorale, come ci comportiamo? Vogliamo un ritiro unilaterale alla Zapatero o una strategia d’uscita credibile?”.
    Ds e Margherita dicono di essere per la seconda ipotesi, perché
    “l’ambiguità non può rimanere tale o rinforzarsi a ogni votazione”.

    .....e si dicono "tutti londinesi".

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Dice D'Alema

    Roma. “Non abbiamo preparato nulla, nessuna domanda, io ho scritto fino a un minuto fa, lui è arrivato ora da Strasburgo”.
    Ezio Mauro, direttore della Repubblica, intervista Massimo D’Alema alla festa dell’Unità, seduti sul palco davanti alla scritta rossa “2006: una sfida capitale”, incontro programmato ma stravolto dalle bombe di Londra, dai treni bruciati nei tunnel, dalla strage invisibile che ha interrotto il sogno di una città proprio mentre “era al settimo cielo, e noi ci muovevamo sicuri… la guerra al terrore non convinceva più”, ha scritto Ian McEwan sul Guardian.
    Ezio Mauro l’ha scritto sul giornale di ieri, come dopo l’11 settembre e come dopo Madrid: è sotto attacco la nostra identità, la democrazia, il nostro modo di vivere, è sotto attacco la nostra normalità.
    “E l’11 settembre – ha detto l’altra sera tra le bandiere arcobaleno e le scritte “pace” –viene prima di tutto, prima degli errori di Bush, prima di qualunque guerra, l’11 settembre dura ancora e noi abbiamo fatto l’errore di credere che potesse riguardare solo gli Stati Uniti, che fosse finito”.
    D’Alema è d’accordo: “L’Europa è stata colpita al cuore, e nel momento della massima sorveglianza: significa non il riemergere di una rete sommersa, significa coscienza e dimostrazione della propria forza, significa un nemico dell’umanità col quale avremo a che fare per un periodo non breve, ed è un nemico tanto più pericoloso perché considera nemici le persone, gli uomini del mondo occidentale; abbiamo la colpa di averlo sottovalutato, di avere lasciato che conquistasse consenso significativo: l’occidente per un periodo l’ha persino vezzeggiato, l’ha considerato un alleato utile contro il comunismo, mentre la sinistra l’ha confuso con l’espressione di una disperazione, con la rivolta dei poveri, non è così”.
    Che cos’è questo nemico che ci colpisce mentre accompagnamo i bambini a scuola, mentre andiamo a lavorare?
    “E’ l’odio verso i nostri valori, è l’odio verso la democrazia, è una forza reazionaria, antimoderna, e la sinistra non deve credere che sia il nemico soltanto dell’occidente di Bush, è il nemico del nostro occidente, e anche in ciò che ci divide dalla destra è un nostro nemico: ricordiamoci, si ricordi il popolo della pace, che Bush è il leader di un grande paese democratico, e che dall’altra parte ci sono i terroristi”.

    Una grande sfida culturale e politica
    Nelle stesse ore in cui Romano Prodi dichiarava: “L’attentato non avrà nessuna diretta influenza sull’atteggiamento che l’Unione terrà sul voto alla missione militare italiana in Iraq”, cioè nessun cambio di linea, nessuna riflessione in più, Massimo D’Alema ha raccontato quel che accade:
    “Sono sotto attacco i valori universali, non solo la democrazia, ma le libertà individuali, l’uguaglianza dei diritti fra donne e uomini, è in atto una grande sfida culturale e politica, e l’11 settembre, dopo una lunga incubazione, l’ha rivelata al mondo:
    ‘l’occidentalite’ dei fondamentalisti religiosi islamici, intellettuali di formazione europea che, a partire dagli anni Venti, hanno reagito al timore di un’omologazione culturale del mondo islamico, volendo difendere l’identità minacciata dalla pervasività del mondo occidentale. Siamo di fronte a un grande fenomeno, e la sinistra, accecata da quell’antimperialismo che poteva anche starle simpatico, non ha visto il pericolo che sorgeva”.
    Ezio Mauro, che ha scritto ieri “non basta ripetere il no alla guerra”, ha chiesto a D’Alema come le democrazie potranno difendersi restando se stesse, D’Alema ha risposto:
    “Innanzitutto con l’etica: dobbiamo dare risposte convincenti, dobbiamo conquistare il consenso del mondo, avere la forza morale di vincere la sfida contro il terrorismo: quando il mondo occidentale viola il diritto internazionale, quando rapisce e tortura, allora perde parte della sua legittimazione”.
    Etica, allora, però “i terroristi vanno catturati, distrutti, colpiti”.
    D’Alema ha sempre considerato l’intervento in Iraq un errore grave, soprattutto perché “ha moltiplicato le ragioni folli di un fondamentalismo religioso che predica lo scontro di civiltà: immaginate che un esercito musulmano occupi la Francia, per un anno, due anni, tre anni, l’Iraq è il cuore del mondo musulmano e si è sottovalutata la reazione di civiltà che si sarebbe scatenata”. Racconta di un ragazzo diciottenne, figlio di amici della classe dirigente di un paese del Mediterraneo: “Era scomparso, non si avevano sue notizie, è diventato un combattente islamico: non avete idea di quanta gente ci sia cascata, di quanta follia si sia scatenata”.
    “Dopo l’11 settembre – ha detto D’Alema - gli StatiUniti avevano reagito benissimo, chiedendo la solidarietà di tutto il mondo per intervenire in Afghanistan. Noi votammo a favore, perché era giusto. Poi però c’è stato il salto di strategia, c’è stato l’unilateralismo, c’è stata l’idea neoconservative della grande missione, e l’errore americano ha fatto emergere tutta la debolezza dell’Europa, incapace di avere un peso sulla scena mondiale”.
    E’ convinto che “la guerra in Iraq non ha per nulla indebolito il terrorismo, ma anzi l’ha rafforzato”. E questo feroce nemico così pieno di forza, così cosciente della propria energia, di nuovo
    “impone a tutto il mondo occidentale la riflessione su come combatterlo”.
    Ezio Mauro ha scritto sulla Repubblica, e ha chiesto di nuovo l’altra sera a D’Alema: “Come superiamo il ritardo dell’Europa e della sinistra nel fornire una risposta adeguata all’attacco alle nostre democrazie?”.
    Quella parola così applaudita, “l’etica”, probabilmente non è sufficiente, e D’Alema in mezzo alle bandiere arcobaleno non ha fatto cenno alla missione italiana in Iraq, non ha parlato di rifinanziamento né di ritiro, non ha chiesto assunzioni di responsabilità, non ha invocato Zapatero, ma ha parlato di “forza morale”, e di “quel grande paese democratico” che è l’America di Bush (“e i terroristi dall’altra parte”).
    “Bisogna dimostrare a tutti che la democrazia è un valore universale – ha detto – ed esportarla con l’esempio, non con la noncuranza della miseria e della morte: l’occidente vince se sa mostrare al mondo che si occupa del mondo, non solo della difesa egoistica dei propri privilegi”.

    (ab) su il Foglio

    due brevi commenti: dimentica, D'Alema, che anche i soldati americani sbarcati in Normandia erano frutto dell'"unilateralismo" statunitense, eppure furono loro a portarci la democrazia, non D'Alema e i suoi "compagni".
    Dimostri, D'Alema, che la "debolezza" dell'Europa è colpa degli USA e non dell'"unilateralismo"europeo proprio verso l'America.

    saluti

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    Predefinito Dice, Rutelli.

    Roma. Francesco Rutelli ci dice che l’Europa sfidata dall’estremismo islamista e terrorista si è “sfarinata” e deve svegliarsi, che la “guerra irachena è stata un colossale errore strategico e resterà una trappola mortale se la transizione non sarà internazionalizzata”, che “il centrosinistra chiede il rientro graduale della missione italiana a Nassiriyah ma deve farlo con una mozione motivata nella quale sia delineato un piano di sostegno concreto degli europei al legittimo governo di Baghdad”, vuole che “le posizioni di oggi dell’opposizione siano le stesse che un centrosinistra di governo si impegnerebbe a realizzare, e dunque una via realistica, non quella di Zapatero, non l’abbandono puro e semplice dell’Iraq alle cure di al Zarqawi”.
    La rabbia per le stragi islamiste e il cordoglio per morti e feriti “non cancellano”, dice il leader della Margherita, “il vero conforto che viene da Londra: l’asciuttezza della risposta popolare e delle autorità, quello stile composto che sigilla i fatti dentro un’interpretazione capace di padroneggiarli”.
    Un “towering Blair” che agisce con parole e atti severi, rigorosi, non può però nascondere “la grave crisi dell’Europa, cui certe debolezze di Blair nelle politiche di integrazione non sono estranee, che contribuisce a rimarcare l’assenza di un disegno dell’occidente nella sfida terroristica internazionale”.
    Il disegno non può essere quello americano, dice Rutelli, “perché la strategia della Casa Bianca è una risposta solo nazionale proiettata sul piano mondiale, e ad essa risale la divisione dell’occidente tra unilateralismo e multipolarismo, tra chi si accoda alla guerra preventiva, i willing, e chi immagina un’Europa anti-atlantica o extra-atlantica, cioè una creatura che nessuno dei grandi europeisti del passato ha mai immaginato, e per la quale non esiste alcuno spazio realistico e convincente”.
    Rutelli nel suo recente viaggio americano ha sentito molte voci: non solo la Albright, i clintoniani new democrats di John Podesta, i leader del Congresso Nancy Pelosi e Jo Biden, ma anche i capi della Homeland Security varata dalla Casa Bianca dopo l’11 settembre, i think tank istituzionali come la Brookings Institution, i Kissinger e i Soros, il gruppo Cohen con l’ex vice di Colin Powell Marc Grossman.
    “Il giudizio prevalente sull’Iraq, sullo stadio della transizione in questo campo di battaglia epico per i destini dell’occidente, è terrificante, l’elenco degli errori compiuti sterminato: nessuno per la verità consiglia il ritiro, ma tutti sono alla ricerca di un altro piano strategico. E’ nostra responsabilità concorrere a delinearlo. L’Italia del centrosinistra deve lavorare da subito per ricostruire condizioni transatlantiche decenti. Deve cercarre di impegnare l’Europa, mentre sono in atto rilevanti cambiamenti politici a partire dalle prossime elezioni in Germania, in un disegno di internazionalizzazione della crisi irachena in grado di superare le secche in cui ci ha portato l’amministrazione Bush”. Richiesto di dire qualcosa di specifico, Rutelli cita “fatti che la mozione parlamentare del centrosinistra dovrebbe contenere, per essere all’altezza della candidatura a governare questo paese e a rilanciarne il ruolo europeo e atlantico: un ritiro graduale delle truppe di controllo territoriale, costrette come l’esercito anglo-americano principalmente a difendere se stesse e ormai parte del problema più che aiuto alla sua soluzione; ma non dei carabinieri impegnati nell’addestramento di polizia ed esercito iracheni, attività politico-militare decisiva che invece l’Europa dovrebbe rafforzare in loco e altrove con un mandato più robusto, anche attraverso la Nato. Poi ci sono altre grandi linee di intervento come l’integrazione dei sunniti e il coinvolgimento delle potenze arabe della regione nel controllo delle frontiere. Il centrosinistra deve cercare di scuotere l’Europa e di proporle, come suggeriva ieri Paolo Mieli nel commento del Corriere alla strage di Londra, una strategia alternativa che sia occidentale, che unisca ciò che la guerra ha diviso”. pagina) Rutelli cita un dato: su 17 mila insorgenti iracheni catturati, solo 600 sono combattenti stranieri. “Dunque la crisi a Baghdad è profonda e nazionale, bisogna unire hard power e soft power, armi e politica, deterrenza e integrazione etnica. Ora voteremo un decreto, poi a gennaio un altro, infine nel luglio del 2006 potremmo essere il governo del paese, e ci vuole coerenza tra le posizioni di oggi e quelle del futuro. Nel frattempo ci saranno stati fatti giganteschi come lo sperato accordo costituzionale e il referendum, con la questione immensa della divisione delle risorse petrolifere e del ruolo dei sunniti i cui territori sono privi di petrolio”. Rutelli dice che “la lotta al totalitarismo islamista non può permettersi altri errori, e che la divisione e lo sfarinamento della politica estera ed economiche dell’Europa hanno un peso negativo grande quanto le scelte sbagliate dell’amministrazione americana”. Cita il capo di Hamas Mahmoud al Zahar, quando dice al Corriere che “l’islam trionferà”, che “la nostra religione e la nostra cultura sono destinate ad avere il sopravvento in pochi decenni sulla decadenza dell’occidente”, e che “tra al massimo mezzo secolo degli Stati Uniti resterà soltanto un vago ricordo” e “nel lungo periodo Israele sparirà dalla faccia della terra”.
    Il terrorismo fondamentalista per Rutelli “è il coinquilino o, per dirla con Conrad, il compagno segreto della nostra vita in occidente: il suo è un totalitarismo senza patria, con la tremenda complicazione dell’uso politico della religione. Bisogna essere inflessibili, ma nella giusta direzione, e bisogna sapere che è una lotta in cui sono rilevanti il ruolo della cultura e la sicurezza dell’identità, ma senza rinnegare il modo di vita sotto attacco, cioè il sistema delle libertà, delle garanzie, e dei diritti umani”.
    L’Italia del centrosinistra che piace a Rutelli deve stare in guardia, se vuole svolgere il suo ruolo europeo, e da subito l’opposizione deve chiedere al governo di parare i colpi:
    “E’ stata depositata la risoluzione per inserire Germania e Giappone nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’impazienza nazionale tedesca ha messo in questione l’europeismo da Adenauer a Khoeler. Se passa, e servono 128 voti, l’Italia è ko, e chiude bottega. I nostri nipoti non ce lo perdoneranno”.

    su il Foglio

    totalitarismo senza patria, uso politico della religione, bisogna essere inflessibili ma nella giusta direzioe (quale?), bisogna sapere che è una lotta.....identità, libertà, diritti umani. Parole senza idee.
    Una delusione, "questo" Rutelli.

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Giornali occidentali

    Londra ha poteri magici e d’altra parte Samuel Johnson diceva che chi è stanco di Londra è stanco della vita.
    Corriere, Repubblica e Stampa ieri sembravano ordinari giornali occidentali per niente stanchi di Londra.
    La guerriglia islamista a King’s Cross ha rinfrancato cronisti e commentatori, direttori e analisti. Bel colpo, dopo qualche segno di stanchezza e qualche furbizia di troppo nel tempo recente. Paolo Mieli ha posto la questione del mutismo e dell’insocievolezza dell’Europa continentale, con parole forti e chiare (come nota Francesco Rutelli nell’intervista che pubblichiamo in prima).
    Ezio Mauro ha rispolverato la sua migliore riflessione sull’occidente sotto attacco (deposito di “valori e diritti che crediamo universali”), e ha aggiunto che l’occidente deve unirsi e per unirsi deve capire almeno quel che davvero sta succedendo. Marcello Sorgi e Boris Biancheri hanno fatto la loro parte, ed è notevole la presa d’atto del carattere decisivo che ha la vittoria occidentale nella battaglia per la transizione in Iraq, qualunque cosa si pensi di quella guerra.
    Erano in sintonia con l’Economist di Londra che così concludeva il suo commento, citando gli obiettivi di una stabile democrazia in Iraq, della pace tra Israele e Palestinesi, della riforma democratica nel mondo islamico: “Se questi obiettivi sembrano piuttosto vicini alla politica di Bush è perché in effetti lo sono. Nessun terrorista può cambiare questo dato di fatto”.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  9. #9
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    Predefinito Il disertore da salotto

    A Gabriele Polo, uno dei direttori del Manifesto, l’epoca storica in cui stiamo vivendo non piace, e su questo non gli si può dar torto. Non gli piace la guerra dell’occidente per la libertà e la democrazia e neppure, bontà sua, chi “assassina in nome di religione e emancipazione”. Dove abbia visto l’emancipazione fra gli obiettivi dei talebani e di al Qaida, forse avrà la cortesia di spiegarlo un’altra volta.
    Ha invece nostalgia del bel tempo andato, della
    “contemporaneità in cui siamo nati e vissuti”, che forse vede con un po’ di ottimismo.
    Questa contemporaneità felice, in fondo, era quella dei lager e dei gulag, dell’equilibrio del terrore che si reggeva su immani arsenali di bombe nucleari puntate su tutte le città del mondo, del Vietnam, dei milioni di morti nelle faide africane e nella guerra tra gli eroi “antimperialisti” che seguivano Komeini o Saddam Hussein.
    Ora invece, c’è la guerra dei terroristi e ai terroristi.
    In questa guerra Polo non vuole prendere partito, perché pensa che la legittimità di George W. Bush esista solo in quanto speculare a quella di Osama bin Laden.
    Tutto si risolve in una serie di frasi costruite sulla falsa simmetria dei giochi di specchi intellettuali, come la “produzione di morte per mezzo di morte”.
    In questo eterno gioco da salotto, di luoghi comuni sempre più lontani dalla realtà, Polo fa, come dice lui “il più coraggioso dei gesti, la diserzione di fronte al nemico”.
    Così, con un ultimo gioco di parole, si mette in pace la coscienza.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  10. #10
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    Predefinito "Af-gha-ni-stan"

    L’intellettuale liberal Paul Berman è stato facile profeta. Sul Foglio di ieri aveva previsto che la sinistra avrebbe letto soltanto metà del comunicato di rivendicazione della strage di Londra. E così è successo. I commentatori dei giornali hanno infatti scritto che al Qaida ha giustificato la strage londinese con la guerra in Iraq.
    E hanno aggiunto che ora la minaccia è rivolta a Italia e Danimarca a meno che non ritirino le truppe dall’Iraq.
    Ovvia la conclusione: la guerra a Saddam è stata un errore, ha creato più terrorismo, non c’era l’Onu a legittimarla al contrario dell’azione armata contro i talebani, bla-bla-bla.
    Solo che gli islamisti non hanno parlato solo di Iraq. Hanno aggiunto una parolina che non sarebbe dovuta sfuggire ai commentatori.
    La parolina era: “Af-gha-ni-stan”.
    Ovvero Londra sarebbe stata punita per la guerra in Iraq e in Afghanistan. E per evitare ritorsioni, l’Italia e la Danimarca dovranno ritirarsi dall’Iraq e dall’Afghanistan.
    Per i fondamentalisti si tratta di un’unica guerra. E non dovrebbe essere una novità, visto che nel 1998, tre anni prima dell’11 settembre e sei dalla guerra in Iraq, bin Laden lanciò il Jihad contro l’America motivandolo esplicitamente con la “continua aggressione contro il popolo iracheno” da parte dei “crociati e dei sionisti”. Bush e Blair hanno riconosciuto il nemico e da anni spiegano che in Iraq e in Afghanistan e in Siria e in Iran e in Arabia Saudita e in Palestina e in Libano si combatte la stessa sporca guerra.
    Gli unici a non averlo capito, tanto da ignorare le parole scritte dagli stessi islamisti, sono i leader della sinistra italiana che a giorni in Parlamento ripeteranno la pantomima del sì alla missione in Afghanistan e del no a quella in Iraq.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

 

 
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