Mentre a Londra venivano attaccati autobus e metropolitane, a Baghdad i terroristi annunciavano di aver assassinato l’ambasciatore egiziano rapito in Iraq.
La guerra che il terrore islamico conduce contro la democrazia non ha frontiere.
Loro lo sanno bene. E noi?
Dopo ogni strage sanguinosa, popoli e governanti si stringono attorno alle vittime innocenti, come accadde dopo l’11 settembre americano e dopo l’attentato di Madrid, come accade oggi per quello di Londra.
Dopo qualche settimana, com’è umano e comprensibile, ognuno torna a occuparsi dei suoi problemi, nell’illusione che possano essere affrontati e risolti indipendentemente dalla guerra al terrorismo.
Purtroppo non è così.
Non si può realizzare una stabilizzazione dell’economia se si è sottoposti periodicamente alle scosse provocate dagli attentati, se non si riesce a garantire una ragionevole sicurezza a paesi come l’Iraq e a mettere in condizioni di non nuocere la teocrazia iraniana, paesi, peraltro, che incidono su una variabile economica rilevante come il prezzo e la disponibilità del petrolio.
Non si può risolvere il nodo aggrovigliato dell’Asia centrale, dove si confrontano interessi russi e occidentali, senza togliere di mezzo la variante terroristica, che insanguina anche quelle zone.
Non si può ricostituire una solidarietà occidentale vera, che abbia la forza morale per reggere fino in fondo la sfida del terrorismo islamico, se tutti non si rendono conto che oggi, quali che siano stati i giudizi del passato, battere il terrore e la ribellione in Iraq è la condizione per la sicurezza delle nostre città.
Non si può pensare a un’evoluzione democratica, o almeno pacifica, delle società islamiche se esse non saranno sottratte al ricatto e alle lusinghe del terrorismo, come dimostra la tragica vicenda dell’ambasciatore egiziano a Baghdad.
Non si può, infine, tenere una riunione dei paesi più industrializzati del mondo dedicata a problemi globali come la fame e l’ecologia, illudendosi di poter mettere fuori dall’ordine del giorno la guerra al terrorismo, perché questa trova poi un modo terribile per imporsi come priorità assoluta.
Il giorno dopo l’11 settembre tutti dissero che nulla sarebbe stato più come prima.
Poi, un po’ alla volta, ci si è illusi che si potesse tornare alla normalità, com’è giustamente nel desiderio di tutti.
Purtroppo è impossibile. Tutto nella nostra vita resterà incerto, provvisorio, insicuro finché questa guerra non sarà vinta.
Ferrara su il Foglio
saluti




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