Dopo New York, Madrid e Londra, potrebbe essere una città italiana a finire nel mirino del terrorismo. E dinanzi a simili propositi si deve costantemente ribadire che quanti fanno esplodere bombe tra la folla innocente non possono mai e per nessuna ragione essere giustificati, poiché tale violenza è contraria ad ogni codice morale.
Questo non deve però impedirci di riflettere con pacatezza sulla situazione in cui ci troviamo, né deve ostacolare un’analisi razionale.
E certo obbliga a riflettere il fatto che un cittadino di Lugano o Zurigo si trovi oggi più tranquillo di chi vive a Roma o a Milano. Perché? Per il semplice motivo che, da secoli, la Svizzera conduce una politica estera di stampo liberale, basata sulla più stretta adesione ai principi della neutralità. Questa scelta “isolazionista” non esclude affatto intense relazioni commerciali e culturali con il resto del mondo, ma vieta tassativamente che soldati elvetici siano utilizzati per scopi diversi dalla difesa del territorio svizzero.
Qualcuno obietterà che la Svizzera è un piccolo paese, ben poco interessante ai fini della nostra riflessione. Eppure non è così, dato che una simile concezione della politica estera caratterizzò a lungo la storia americana.
Per Thomas Jefferson, l’uomo che più di tutti ha contributo a definire l’americanismo stesso, l’America doveva intrattenere rapporti di “pace, commercio ed onesta amicizia con tutte le nazioni, senza stringere alleanza con nessuna di esse”; e, soprattutto, senza intromettersi negli affari altrui. Ma un’analoga ispirazione si trova in The Proclamation on Neutrality, promulgato da George Washington il 22 aprile 1793 mentre l’Europa stava precipitando in una più che decennale lotta contro l’imperialismo francese. L’America decise di non sacrificare i propri figli per questioni europee che nulla avevano a che fare con la sicurezza della nazione.
Se vogliamo fronteggiare il terrorismo, allora, dobbiamo ripensare la nostra politica estera e soprattutto dobbiamo chiederci se il progetto di “esportare la civiltà” produca risultati effettivi. Al contrario, ogni giorno tocchiamo con mano quanto il terrorismo tragga vantaggio dalle scelte dell’Occidente, sospeso tra un ridicolo pacifismo anticapitalista e un sogno ugualmente folle di “governare” l’umanità. Al Qaeda vuole conquistare l’Arabia Saudita, scalzando l’oligarchia dispotica che domina il paese (dove possedere una Bibbia è un reato). Nella sua propaganda criminale la “rete” di Bin Laden si avvale a piene mani di falsità di ogni genere, ma certo la sua azione di reclutamento sarebbe indebolita se i paesi occidentali non fossero tanto coinvolti nella gestione del Medio Oriente e, più in generale, dei paesi di religione musulmana.
Alla luce di tutto questo, siamo sicuri che per combattere il terrore sia utile restare in Iraq? Jefferson, probabilmente, non la penserebbe così.
da L'Unione Sarda, 10 luglio 2005
di Carlo Lottieri


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