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DIBATTITO
Perché tra i musulmani non c'è una figura che, come il Mahatma, richiami alla nonviolenza?
Un Gandhi per l'islam
Gli interventi di Magdi Allam, Franco Cardini e Stefano Allievi: «Ma nel mondo islamico ci sono importanti maestri del dialogo e della pace»
Di Nicoletta Martinelli
«Non scorgo né eroismo né sacrificio nel distruggere vite o proprietà, per offesa o per difesa». Il pensiero di Gandhi non potrebbe essere più estraneo alla filosofia del terrorismo, tanto più di quello islamico: quando un figlio muore uccidendo, sacrificando se stesso per distruggere altre vite i genitori se ne vantano, piangono di gioia, aprono la porta ad amici e parenti, si compiacciono di saperlo in paradiso, insieme con gli altri martiri della jihad, la guerra santa. Loro sì sono in grado di vedere il sacrificio eroico che invece Gandhi si rifiutava di riconoscere, convinto com'era che «la non-violenza sia mille volte superiore alla violenza, il perdono più virile del castigo».
È pensabile che l'islam stia allevando e produca per il futuro un personaggio che come il Mahatma diffonda un pensiero non-violento, una filosofia che sostenga che la moderazione non è codardia, che la mitezza non coincide con la sottomissione?
«Ma queste persone esistono già. L'immagine del musulmano appiattito nel ruolo del carnefice fa torto a quelle migliaia e migliaia di musulmani che riconoscono il valore della vita»: si arrabbia Magdi Allam, vicedirettore del Corriere della Sera, che non gradisce - giustamente - le generalizzazioni. «Non esiste l'homo islamicus - continua - e l'idea del musulmano come un blocco monolitico non ha corrispettivo nella realtà. Vorrei ricordare che le principali vittime del terrorismo islamico sono proprio i musulmani, che a decine di migliaia sono stati e continuano a venir uccisi in diverse zone del mondo». Ma come la mettiamo con la non-violenza? «Ci arriviamo. Ci sono stati nomi di musulmani associati a quello del Mahatma. Li trova anche su Internet: se cerca "Gandhi sudanese" troverà la storia di Mahmoud Mohamed Taha che venne giustiziato il 18 gennaio 1985 per ordine dell'allora presidente sudanese. Se, poi, al nome di Gandhi aggiunge "palestinese" scoprirà le vicende di Mubarak Awad».
Detto e fatto: in Rete ci sono decine di siti dedicati ai due uomini. Il primo si impegnò - e gli costò la vita - nel recuperare "il secondo messaggio dell'islam", battendosi per l'uguaglianza tra uomini e donne, ricordando che chi governa "con la spada e lo scudiscio" distorce il messaggio dell'islam. In Palestina, invece, Mubarak Awad sosteneva che «per ottenere la fine dell'occupazione israeliana i palestinesi devono adottare una strategia non violenta. Non è solo più umana ma anche più efficace della lotta armata». Una sfida chiarissima al fondamentalismo islamista.
«Resta il fatto che solo l'induismo poteva produrre un pensiero come quello di Gandhi. Non l'islam né il cristianesimo né l'ebraismo»: lo storico Franco Cardini spiega come - a parer suo - da nessuna delle religioni abramitiche avrebbe potuto nascere un profeta della non-violenza. «Induismo e buddismo partono da una visione dell'uomo legato alle altre componenti dell'universo, in perfetta armonia. Nel mondo indù l'accettazione della pace è obbligatoria. Il mondo abramitico, al contrario, è un mondo di culture che combattono contro la realtà fisica e storica. Popoli convinti che Dio li abbia creati a propria immagine e somiglianza. Padroni del mondo, che dominano. Ebraismo, cristianesimo e islamismo hanno alla base un principio molto forte: il concetto di giustizia. E se la giustizia viene violata - spiega Cardini - la vendetta è legittima. Questo principio è talmente radicato che il concetto di non-violenza, intesa come non-reazione è quasi ripugnante».
Coerente e logico, quindi, che non sia nato in queste culture un predicatore della non-violenza? «Sì, certo. Questo però non vuol dire che non ci si ponga il problema - sottolinea Cardini - e oggi Gandhi e le sue idee appartengono a noi tutti».
Stefano Allievi, sociologo e grande conoscitore del mondo musulmano, puntualizza con insistenza come nell'islam non sia affatto intrinseca l'idea della violenza. Anzi: «È una religione della via moderata, senza eccessi. Maometto era un profeta ma anche un cap o politico, un legislatore e un condottiero: aveva ben chiaro quanto fosse importante il governo delle conseguenze».
E sebbene l'idea di porgere l'altra guancia non sarebbe concepibile nell'islam, sempre si persegue un uso moderato della violenza: «Per affrontare il problema - spiega Allievi - bisognerebbe rinunciare alla categoria religiosa e provare a ragionare secondo una categoria giuridica. Ovvero ciò che è giusto e ingiusto, lecito e illecito, permesso e vietato. Colpire un innocente è una cosa che sconvolge il musulmano». Risulta oscuro, allora, come si concilino i kamikaze, che sempre giustificano le loro azioni con i precetti del Corano, con questa idea di moderazione e giustizia. «Ai testi sacri si può far dire tutto e il contrario di tutto. Ma bisognerebbe piuttosto farsi una domanda: l'islam ha sempre prodotto questo tipo di emozionalità intorno ai martiri? La risposta è no. Basta tornare indietro di vent'anni per accorgersene. E salta agli occhi anche un altro aspetto del terrorismo odierno: la sua gratuità. Non c'è nessun motivo spiegabile, seppur deprecabile: i terroristi non chiedono l'indipendenza di uno Stato né il rilascio di prigionieri e i soldi non sembrano interessarli. Tanto più la violenza è gratis tanto più è agghiacciante».
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