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Discussione: Libri di Storia

  1. #41
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    BREVE STORIA DEL FASCISMO – Renzo De Felice – Mondadori

    Scritta originariamente per le dispense della Storia d’Italia dell’Istituto Luce, questa Breve storia del fascismo costituisce una sintesi completa e aggiornata della storia del Ventennio. Dalla fondazione dei Fasci di combattimento alla marcia su Roma, fino alla caduta del regime e alla Repubblica di Salò, Renzo De Felice, con il suo stile rigoroso e al tempo stesso cordiale, rende accessibile una materia complessa e controversa, spesso distorta da interpretazioni di parte e da passioni ancora non spente.
    “Ultimo aggiornamento sintetico della sua visione del fascismo”, questo libro, frutto di un lavoro decennale di studio e ricerca, restituisce al lettore la lucidità interpretativa di un grande studioso della pagina più nera del Novecento italiano.

  2. #42
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    L’ARMATA NEL DESERTO – Arrigo Petacco – Mondadori

    In questo volume Arrigo Petacco rivisita, senza risparmiare critiche o nascondere verità imbarazzanti, l’intera campagna dell’Africa settentrionale, dal giugno 1940 al maggio 1943. rivivono in queste pagine atti di eroismo sublime e di sacrificio, ma anche momenti meno gloriosi: le occasioni perdute, le deficienze dei Comandi italiani, le irresponsabili ambizioni di Mussolini, l’ambiguo comportamento di Rommel e alcuni immeritati onori del generale Montgomery che lo sconfisse a El Alamein. Scopriamo infatti che gli Alleati erano puntualmente informati delle mosse dell’Asse grazie a Ultra, il prezioso decodificatore in grado di leggere i messaggi di Enigma, il criptatore che i tedeschi ritenevano a torto impenetrabile. Appare quindi chiaro che molte nostre sconfitte, da Matapan a El Alamein, furono anche conseguenza della testarda convinzione nazista che il loro sistema d’informazione fosse inaccessibile e che a passare informazioni al nemico fossero i “traditori” italiani.

  3. #43
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    Christopher R. Browning

    PROCEDURE FINALI
    Politica nazista, lavoratori ebrei, assassini tedeschi


    Einaudi






    Il 1941 fu un anno cruciale nei processi decisionali che portarono il nazismo alla Soluzione Finale. Per affermarne appieno l'importanza, Christopher R. Browning - in un ciclo di sei lezioni tenute nel 1999 all'Università di Cambridge - ricostruisce il particolare contesto storico-politico connesso alla teoria e alla pratica della "pulizia etnica" che ne furono un importante preludio. Fra il settembre 1939 e il luglio 1941 infatti la politica antiebraica nazista si sviluppò fino a uno stadio di transizione di genocidio implicito, in stretto legame con i preparativi della guerra di distruzione contro l'Unione Sovietica.
    Le prime tre lezioni analizzano le decisioni e le scelte politiche dei dirigenti nazisti, anche se non trascurano le iniziative e le attività delle autorità locali che influirono sulle autorità centrali e interagirono con esse. La distruzione degli ebrei "attraverso il lavoro" costituisce uno spartiacque nella storia dell'umanità, il caso piú estremo di genocidio che mai sia avvenuto. Sono la totalità e l'ampiezza del disegno omicida, e i mezzi impiegati, ciò che distingue la Soluzione Finale dalle misure precedenti: la decimazione e le deportazioni della popolazione, e persino il sistematico e totale sterminio degli ebrei sovietici (da inquadrare innanzitutto nel contesto dell'aggressione all'Unione Sovietica). Non è, dunque, una domanda storica banale chiedersi - come fa Browning - quando e perche Rider e il regime nazista oltrepassarono il punto di non ritorno e decisero di assassinare tutti gli ebrei d'Europa attraverso piú moderni ed efficaci metodi di cui il regime poteva disporre.
    Nel secondo gruppo di lezioni Browning analizza la questione del "lavoro ebraico" che, per un breve periodo, concesse una tregua alla distruzione di massa. Qui l'attenzione dello studioso americano si concentra sulle attività, le esperienze e i ricordi delle vittime e dei carnefici a livello locale isolando alcuni casi esemplari dell'interazione fra iniziativa locale e ordini dall'alto come quello dei campi di lavoro di Starachowice nel distretto di Radom, dove erano in attività acciaierie e fabbriche di munizioni; campi atipici sotto vari aspetti che Browning ha potuto studiare attraverso testimonianze di sopravvissuti. O ancora della città di Brest-Litovsk - al di là della linea di demarcazione che nel 1939 separava il territorio polacco occupato dai tedeschi da quello incorporato nell'Unione Sovietica, al crocevia fra popolazioni polacche, bielorusse e ucraine - nella quale era presente un gran numero di ebrei.
    Da ultimo, lo storico indaga - attraverso i registri di una stazione di Polizia dell'Alta Slesia orientale, le lettere di un riservista di polizia e gli atti di una inchiesta sul massacro di Marcinkance perpetrato da poliziotti di carriera e riservisti - gli atteggiamenti, le motivazioni e le forme di adattamento dimostrate dai tedeschi "comuni", arruolati nei battaglioni di Polizia, di fronte all'orrore dell'Olocausto, e che di fatto furono realizzazione locale e concreta delle politiche di sterminio.

  4. #44
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    Gian Enrico RUSCONI e Heinrich August WINKLER

    L'eredità di Weimar

    Donzelli

    Quello della Repubblica di Weimar rappresenta uno dei più discussi e problematici capitoli della vicenda storico-politica del Novecento europeo: un avvenimento sul quale sempre di nuovo si riflette e si polemizza. Pionieristico tentativo di risposta antitotalitaria alla crisi dell'età liberale, ma anche clamoroso esempio di autodissoluzione di una democrazia. Luogo di sperimentazione del Moderno ma, al tempo stesso, manifestazione della sua più brutale e irrazionale negazione. Per questo, come giustamente osserva Gian Enrico Rusconi, «le lezioni di Weimar» non finiscono mai. E la vicenda di quella che è stata la prima repubblica tedesca continua ad accendere e a dividere gli animi. Tanto più oggi, quando la Germania, tornata nuovamente ad essere con la riunificazione uno Stato pienamente sovrano con Berlino capitale, si appresta ad affrontare il futuro del prossimo millennio, riannodando i fili spezzati della sua memoria storica. A causa del terribile shock del nazismo la storia della Repubblica di Weimar, la cui Costituzione venne promulgata ottant'anni or sono, nell'agosto del 1919, è stata troppo a lungo semplicisticamente ridotta a prologo, a preludio di una catastrofe: l'avvento al potere di Hitler. Oggi sappiamo che le cose stanno in modo assai differente: che quella di Weimar non fu una repubblica senza qualità. I due testi qui raccolti, introdotti e commentati da Angelo Bolaffi, costituiscono un autorevole tentativo di dare voce a questa nuova consapevolezza storiografica, nel contesto della mutata condizione geopolitica dell'Europa alla fine del «secolo breve».

    Gian Enrico RUSCONI è ordinario di Filosofia politica all'Università di Torino. Tra i suoi scritti, La crisi di Weimar, Torino 1977, Intellettuali e società contemporanea, Torino 1979, e Capire la Germania, Bologna 1990.

    Heinrich August WINKLER é professore di storia contemporanea alla Humboldt-Universität di Berlino. La sua opera più importante, La Repubblica di Weimar, è stata pubblicata da Donzelli nel 1998

    RECENSIONI

    Il Secolo d'Italia, 6/10/1999
    Cultura
    Il suicidio democratico
    Nuovi studi sul modello storico di Weimar
    di Giancristiano Desiderio

    IL 6 febbraio del 1919 a Weimar si riunì un'Assemblea a cui gli elettori tedeschi avevano affidato il compito di stendere la nuova costituzione dello Stato: parlamento eletto con il suffragio proporzionale, governo responsabile di fronte al parlamento, capo dello Stato privo di poteri esecutivi, ma scelto dal popolo ed autorizzato a sospendere le garanzie costituzionali, se necessario. E' la nascita della Repubblica di Weimar, dal nome della città di Goethe, nella Turingia. E' una data storica non solo per la Germania, ma per l'Europa intera. La nazione tedesca usciva dalla catastrofe della Grande Guerra e si avviava a vivere i quattordici anni della sua prima repubblica, prima dell'avvento ''democratico'' di Hitler al potere. Si tratta di quattordici anni fondamentali nella vita tedesca ed europea, anni che hanno segnato non solo la storia d'Europa, ma il concetto e la natura stessa della democrazia. La Germania Federale ha saputo trarre dell'esperienza di Weimar la giusta lezione; non si può dire la stessa cosa di altre democrazie occidentali, ed è questo il caso dell'Italia. E stato Sergio Romano a scrivere: ''A differenza della Repubblica democratica tedesca, la Repubblica federale non ebbe verità ufficiali. Ma dal fallimento della prima repubblica nazionale tedesca trasse pragmaticamente la convinzione che occorresse, per quanto possibile, evitare con una migliore costituzione gli errori di Weimar. Quando si riunirono nel 1948, i costituenti tedeschi abolirono l'elezione popolare del presidente e rafforzarono il parlamento, ma corressero il parlamentarismo con due regole fondamentali: una soglia elettorale (il 5 per cento) che scoraggia la proliferazione dei partiti, e la ''Sfiducia costruttiva'' (per abbattere un governo occorre proporre contemporaneamente il suo successore) che più di. qualsiasi altro articolo della Costituzione ha contribuito a fare della Repubblica federale una ''democrazia del cancelliere''. Da noi, come è noto, è accaduto il contrario. Anche l'Italia ebbe la sua ''Weimar'': l'imbelle democrazia parlamentare che occupò la scena fra il 1919 e il 1922. Ma anziché studiarne le debolezze, correggerne gli errori e creare le condizioni per una maggiore stabilità dell'esecutivo, i costituenti italiani furono dominati soprattutto dal desiderio di evitare una improbabile restaurazione fascista. Dopo mezzo secolo esiste in Germania una costituzione che resiste bene al logorio del tempo e abbiamo in Italia una costituzione malata intorno alla quale si agitano inutilmente, senza riuscire ad accordarsi sulle terapie necessarie, tutti i medici della Repubblica. La storia della Repubblica di Weimar è il classico esempio della democrazia che muore uccisa dalla stessa democrazia. Nel volume L'eredità di Weimar di Gian Enrico Rusconi e Heinrch August Winkier, pubblicato da Donzelli con un'introduzione di Angelo Bolaffi, lo storico tedesco ricorda l'atteggiamento tenuto da Carl Schmitt nell'estate del 1932 quando scrisse il saggio Legalità e legittimità: ''La debolezza decisiva della Costituzione weimariana - dice Winkler - venne indicata da Schmitt nel relativismo dei valori che consentiva di abolire questa Costituzione per via legale. Schmitt attaccò il crescente "svuotamento formalistico e funzionale dello Stato legislativo parlamentare" che aveva portato ad un concetto di legalità indifferente rispetto ai contenuti, neutrale persino nei riguardi della sua validità, che prescindeva da qualsiasi giustizia materiale. La mancanza di contenuti della mera statistica della maggioranza avrebbe privato la legalità di qualsiasi forza di convincimento''. Quello che Schmitt vedeva lucidamente era la possibilità concreta del suicidio della Costituzione. ''I padri della Costituzione di Weimar - rileva Winkler - avrebbero giudicato le prescrizioni normative postulate da Schmitt come un ritorno allo Stato autoritario. Coerentemente alla logica della fondazione democratica del 1919 si era voluto valorizzare il principio della sovranità popolare. Di conseguenza, il potere costituente non volle possibilmente mettere alcun limite al principio maggioritario''. Quando si trattò di rifare una nuova costituzione, il minimo che si poteva fare era trarre una lezione dal fallimento di Weimar, mentre nella Germania dell'Est si edificava un nuovo regime totalitario. ''Anche se venne raramente citato durante i lavori della commissione costituente tedesco- occidentale, Carl Schmitt fu costantemente presente''. Le posizioni weimariane di Schmitt furono capovolte ma per quando riguardò ''l'ostilità nei confronti del relativismo di valore del 1919, i padri costituenti della legge fondamentale del 1949 furono decisamente schmittiani''.


  5. #45
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    LA DISTRUZIONE DEGLI EBREI D'EUROPA

    Autore: Hilberg Raul

    Einaudi

    Pagine: 1358




    La ricerca di Raul Hilberg, cominciata nel lontano 1948 e tuttora in corso, é basata su un'enorme mole di documentazione degli apparati nazisti, e ciò conduce a esplorare il meccanismo della distruzione nei più minuti dettagli. Pagina dopo pagina, il volume ci consegna la storia fedele di un'epoca senza precedenti, e ricostruisce gli intrecci complessi che hanno reso possibile ciò che ancor oggi ci sembra lontano da ogni immaginazione.
    L'opera, costituita da 2 Volumi, include una parte dedicata alle persecuzioni antiebraiche in Bulgaria.

  6. #46
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    Dimitrov, Giorgi

    Diario - Gli anni di Mosca (1934-1945)

    Einaudi





    IL documento che contiene alcune delle prove più evidenti del fatto che la "svolta di Salerno" del 1944 fu conseguente a precise disposizioni date da Stalin a Togliatti.

    Una testimonianza cruciale e inedita della storia del comunismo nell'età staliniana

    Georgi Dimitrov iniziò a scrivere il proprio Diario nel marzo 1933, subito dopo il suo arresto in Germania, dove era rappresentante del Comintern, con l'accusa di aver organizzato l'incendio del Reichstag. Da allora, per sedici anni egli continuò a scrivere il Diario fino alla morte avvenuta nel febbraio 1949, quando era il leader della Bulgaria comunista. Tra queste due date si colloca il cruciale periodo trascorso in URSS, dove egli si recò nel febbraio 1934 dopo essere stato prosciolto dalle accuse mossegli dal regime nazista. Dimitrov visse per oltre dieci anni a Mosca, dove ricoprì l'incarico di segretario generale del Comintern (dall'agosto 1935 al maggio 1943) e di responsabile della sezione di Politica estera del Partito comunista dell'URSS (dal dicembre 1943 al novembre 1945). E questa la parte centrale e sostanziale del Diario, che viene presentata al lettore italiano. Rinvenuto negli archivi bulgari dopo la caduta del regime comunista nel 1989, il Diario di Dimitrov costituisce un documento unico per la storia del comunismo nell'età staliniana. È la sola fonte di tale natura in nostro possesso, scritta da uno dei massimi esponenti del gruppo dirigente comunista e sovietico degli anni Trenta e Quaranta del secolo trascorso. Trovano riflesso nel Diario i principali avvenimenti internazionali dell'epoca: la stagione dei fronti popolari e dell'antifascismo, il Grande Terrore in Unione Sovietica, la Guerra civile in Spagna, la Guerra civile in Cina, la crisi cecoslovacca, le conseguenze del patto tra Hitler e Stalin, lo scoppio della guerra in Europa, l'invasione tedesca dell'URSS, la coalizione tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, gli esiti strategici e politici della seconda Guerra mondiale. Il Diario ci offre una visione "dall'interno" della realtà del comunismo staliniano e del sistema di rapporti tra lo Stato staliniano e l'organizzazione del comunismo internazionale.

    Il Diario di Georgi Dimitrov è una testimonianza cruciale e inedita della storia del comunismo nell'età staliniana. Scrittura privata, ma soprattutto cronaca e agenda di lavoro, la pagina del dirigente del Comintern riflette in presa diretta la trama degli incontri personali e i retroscena della politica mondiale: dalla stagione dei fronti popolari e dell'antifascismo al Grande Terrore in Unione Sovietica, dalle guerre civili in Spagna e in Cina alle conseguenze del patto fra Hitler e Stalin, dall'invasione tedesca dell'Unione Sovietica agli esiti strategici e politici della seconda Guerra mondiale.

    Dall'anticipazione:
    Una testimonianza cruciale e da poco nota

    Rinvenuto negli archivi bulgari dopo la caduta del regime comunista nel 1989, il Diario di Dimitrov costituisce un documento unico per la storia del comunismo nell'età staliniana. E la sola fonte di tale natura in nostro possesso, scritta da uno dei massimi esponenti del gruppo dirigente comunista e sovietico degli anni Trenta e Quaranta: più che una scrittura privata, è una cronaca e un'agenda di lavoro, un documento informale che riflette in modo diretto lo svolgersi degli eventi e della politica.


  7. #47
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    IL MITO ARIANO. Saggio sulle origini del nazismo e dei nazionalismi

    Leon Poliakov


    Editori Riuniti



    In questo ampio saggio, uno dei più autorevoli storici dell'antisemitismo affronta il tema della formazione e dell'evoluzione del mito ariano, una delle fonti principali del razzismo. Nata all'inizio dell'Ottocento, in reazione all'emancipazione degli ebrei nell'Europa occidentale, l'idea di una "razza ariana" ha continuato nel XX secolo a giustificare le più violente persecuzioni razziste, culminate nella "soluzione finale" propugnata dai nazisti. Partendo dalle ricerche cinque-seicentesche sui "preadamiti" e dall'antropologia illuminista, l'autore ricostruisce le speculazioni genealogiche e biologiche alla base del mito ariano, illustrandone gli sviluppi e le implicazioni nelle diverse aree culturali.

  8. #48
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    L' OLOCAUSTO

    Wolfgang Benz




    Dalla ricostruzione della cosiddetta "conferenza di Wannsee" del 20 gennaio 1942, dove viene sistematizzata la "soluzione finale", alla descrizione analitica della macchina genocida organizzata dal Terzo Reich con metodi prettamente "scientifici" e industriali che conclude il libro, le vicende del passaggio dall'antisemitismo come ideologia alla pratica dello sterminio vengono ricostruite in modo esauriente ed accessibile

  9. #49
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    Hans MOMMSEN

    La Soluzione Finale





    Collana "Biblioteca storica - IL MULINO





    Dall'antisemitismo alle persecuzioni, dai pogrom alle fucilazioni di massa durante la guerra all'est, all'inferno di Auschwitz: tutti i gradini nella discesa verso il maggior crimine nella storia dell'umanità.

    Come giunse la Germania nazista alla "soluzione finale" della questione ebraica, a ciò che appare essere il maggior crimine nella storia dell'umanità? In questo volume uno tra i più accreditati studiosi del Terzo Reich mostra come l'antisemitismo, che prese forza tra la fine dell'Ottocento e la Grande Guerra, costituisse un tratto comune dei movimenti di estrema destra negli anni della Repubblica di Weimar, per poi tradursi in persecuzione sempre più violenta con il nazismo al potere. E tuttavia, nonostante le discriminazioni e le violenze, la distruzione del popolo ebraico, pur auspicata nella retorica millenaristica del Führer, non era veramente inscritta nell'agenda del nazismo. Fu la guerra all'Est a far precipitare la situazione: da un lato la conquista di territori, come la Polonia, con una cospicua popolazione ebraica, dall'altro il fallimento dell'attacco all'Urss, che mandò in fumo il progetto di deportare gli ebrei al di là degli Urali. In una micidiale miscela di arbitrio, efficienza tecnologica e burocratica, ottundimento morale, lo sterminio - secondo Mommsen - si nutrì di se stesso, come scivolando su un piano inclinato, e infine, con le deportazioni avviate in modo sistematico a partire dall'estate del 1942, si rivelò per quello che era: il programma di un genocidio.

  10. #50
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    La Destra e gli Ebrei

    Gianni Scipione Rossi





    La destra italiana e la "questione ebraica" al di là dei luoghi comuni. Dal dopoguerra dei clandestini antisemiti alla condanna del razzismo: la storia inedita di una evoluzione politica e culturale tra imbarazzi, rimozioni, pentimenti. Le leggi razziali nelle memorie dei fascisti e dei "voltagabbana". Julius Evola cattivo maestro di una generazione di nostalgici dell'hitleriano "nuovo ordine europeo". Le radici culturali della destra filo-palestinese. Il neofascismo di fronte al processo Eichmann e alle verità sull'Olocausto. Gli italiani "brava gente" e il dramma degli ebrei fascisti. La conversione di Almirante e l'entusiasmo per Israele impegnato nelle guerre dei "sei giorni" e del Kippur: il MSI contestato dalla destra extraparlamentare. Dalla scoperta di Perlasca alla nascita di Alleanza Nazionale.

    http://www.scriptamanent.net/scripta...jsp?ID=1000585

 

 
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