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Discussione: Libri di Storia

  1. #61
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    Predefinito NOI

    " Noi " tutte queste cose le dicevamo gia' dal 1945 !

    Adesso e' venuto di moda scriverci ........dovevano scriverle prima ! Sospetto di operazioni di marketing ..........

  2. #62
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    Storia del pensiero Liberale

    Giuseppe Bedeschi


    Laterza




    Perché non possiamo non dirci liberali. L'avventura delle libertà dell'uomo, da Locke a Kelsen, in una storia che analizza le origini culturali ed etico-politiche del liberalismo, le sue concezioni dei rapporti sociali e politici, la continuità delle sue istanze e delle sue proposte, il suo rapporto con la democrazia nel passato e nel presente.

  3. #63
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    Storia dell'Antisemitismo

    Leon Poliakov



    Sansoni



    il primo volume


    Opera in cinque volume che percorre, in modo documentato e avvincente, tutta la strada del pregiudizio antiebraico dall'inizio dell'era cristiana ai nostri giorni.

  4. #64
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    Il nazismo e lo sterminio degli Ebrei


    Léon Poliakov


    Einaudi





    Quest'opera, diventata ormai un classico, affronta le pagine più buie della storia recente: sulla base di una vastissima documentazione Leon Poliakov fu tra i primissimi ad affrontare in modo rigoroso e scientifico, sin dal 1955 con questa fondamentale opera, il tema dei crimini antisemiti della Germania Nazionalsocialista. Il libro percorre l'intera parabola storica del fenomeno in esame, dall'avvento al potere del nazismo al tragico epilogo del 1945.

  5. #65
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    Alessandro Campi

    MUSSOLINI



    Il Mulino - Collana "L'identità italiana





    Nessun uomo politico del Novecento ha inciso più di Mussolini sulla memoria storica e sull'immaginario, privato e pubblico, degli italiani, condizionando negativamente il loro legame con il passato. Il rapporto di Mussolini con l'identità italiana sembra essere, ancora oggi, tutt'altro che pacifico e risolto, sebbene siano trascorsi più di cinquant'anni dalla sua morte e si viva in un clima nel quale le divisioni del dopoguerra sono andate via via smorzandosi. Ma quali rapporti ha realmente intrattenuto il capo del fascismo con l'identità storico-culturale italiana e con il carattere nazionale? Ne è stato una tragica sublimazione o una radicale negazione? Ha rappresentato, come spesso si è sostenuto, la manifestazione di un destino tipicamente italiano? Figlio del fabbro, tiranno sanguinario, piccolo borghese frustrato, capopopolo carismatico, Uomo della Provvidenza, traditore di ogni causa, amante focoso e virile, nuovo Cesare: così tanto diverse sono le espressioni del mito e dell'antimito di Mussolini. Il volume prende le mosse proprio dalle molteplici e contraddittorie immagini, depositate e stratificate nel sottosuolo della nostra memoria collettiva, cercando di valutare l'azione e la figura di Mussolini su un piano rigorosamente storico, allargato al contesto europeo. Mussolini è anche l'erede di culture politiche, di tradizioni ideologiche e di correnti ideali profondamente radicate nella storia politica di questo secolo; una personalità forgiatasi nelle trincee e nello spirito della guerra, un politico rivoluzionario animato da un sogno di potenza nazionale e dall'utopistica ambizione di rifare gli uomini e la storia, il fondatore, con il fascismo, di una vera e propria religione secolare: l'interprete cioè di un'epoca unica e irripetibile la cui ricostruzione va sottratta al ricatto delle opposte memorie.

  6. #66
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    IL SILENZIO DEGLI ALLEATI - La responsabilità morale di inglesi e americani nell'olocausto ebraico


    Richard Breitman


    Mondadori



    Mentre la sconfitta del Terzo Reich si profilava, gli ufficiali nazisti cercarono di distruggere ogni traccia della terribile sorte toccata a milioni di ebrei. La Gran Bretagna possedeva in realtà da tempo prove rivelatrici, ma questo materiale cruciale, catalogato come top secret, è stato reso pubblico solo di recente.
    Alla luce di questi nuovi, inequivocabili documenti, Richard Breitman, dopo aver ricostruito la storia del piano nazista di sterminio, tenta di capire perchè gli alleati, pur sapendo, decisero di tacere. Nella sua appassionante ricerca l'autore delinea così i contrasti tra inglesi e americani sulla linea da seguire e individua numerosi fattori alla base delal decisione che alla fine prevalse: la priorità assegnata ad altri obiettivi di politica estera, le lentezze della burocrazia, nonchè un diffuso senso antisemita. Inoltre si riteneva da parte di molti che l'unico modo concreto di aiutare gli ebrei fosse quello di sconfiggere militarmente e quanto prima la Germania Nazionalsocialista. Obiettivo dal quale non bisognava distrarre energie.
    Al termine della sua indagine, Breitman analizza le tragiche conseguenze di quello che a buon diritto può definirsi un colpevole "silenzio degli Alleati".

  7. #67
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    Stéphane Curtois ...e ....
    Coautore Nicolas Werth, Jean-Louis Panné, Andrzej Paczkowski, Karel Bartosek, Jean-Louis Margolin


    IL LIBRO NERO DEL COMUNISMO
    Crimini, terrore, repressione



    Mondadori





    Si è potuto scrivere che «la storia è la scienza dell'infelicità degli uomini», e la violenza del Novecento sembra confermare questa formula in modo eloquente. Certo, nei secoli precedenti pochi popoli e pochi paesi sono stati risparmiati dalla violenza di massa. Le principali potenze europee sono state implicate nella tratta dei neri; la Repubblica francese ha messo in atto una colonizzazione che, nonostante alcuni apporti positivi, è stata caratterizzata sino alla fine da episodi raccapriccianti. Negli Stati Uniti persiste una cultura della violenza che affonda le proprie radici in due crimini principali: la schiavitù dei neri e lo sterminio degli indiani.
    Rimane, comunque, il fatto che, sotto questo aspetto, il nostro secolo sembra avere superato i precedenti. Guardandolo retrospettivamente, non ci si può esimere da una conclusione sconcertante: il Novecento è stato il secolo delle grandi catastrofi umane. Due guerre mondiali e il nazismo, senza dimenticare le tragedie più circoscritte dell'Armenia, del Biafra, del Ruanda e di tanti altri paesi. L'impero ottomano ha proceduto, infatti, al genocidio degli armeni e la Germania a quello degli ebrei e degli zingari. L'Italia di Mussolini ha massacrato gli etiopi. I cechi ammettono a fatica che la loro condotta nei confronti dei tedeschi dei Sudeti, nel 1945-1946, non è stata delle più irreprensibili. E la stessa piccola Svizzera deve fare i conti con il proprio passato di depositaria dell'oro rubato dai nazisti agli ebrei sterminati, anche se il grado di atrocità di tale comportamento non è assolutamente paragonabile a quello del genocidio.

    Il comunismo si inserisce nel medesimo lasso di tempo storico fitto di tragedie e ne costituisce, anzi, uno dei momenti più intensi e significativi. Il comunismo, fenomeno fondamentale di questo Novecento, il secolo breve che incomincia nel 1914 e si conclude a Mosca nel 1991, si trova proprio al centro dello scenario storico. Un comunismo che preesisteva al fascismo e al nazismo e che è sopravvissuto a essi, toccando i quattro grandi continenti.

    Che cosa intendiamo esattamente con il termine «comunismo»? È necessario stabilire subito una distinzione fra la dottrina e la pratica. Come filosofia politica, il comunismo esiste da secoli, se non da millenni. Non è stato forse Platone, nella Repubblica, a esporre per primo l'idea di una città ideale in cui gli uomini non fossero corrotti dal denaro e dal potere e in cui comandassero la saggezza, la ragione e la giustizia? Un pensatore e statista del rango di Tommaso Moro, cancelliere d'Inghilterra nel 1529, autore della famosa Utopia e morto per mano del boia di Enrico VIII, non è stato forse un altro precursore di quest'idea di città ideale? L'approccio utopico sembra perfettamente legittimo come strumento critico della società: esso partecipa del dibattito ideologico, ossigeno delle democrazie. Ma il comunismo di cui trattiamo in questa sede non si colloca nel mondo delle idee. È un comunismo reale, che è esistito in una determinata epoca, in determinati paesi, incarnato da leader famosi: Lenin, Stalin, Mao, Ho Chi Minh, Castro ecc. e, più vicino alla storia nazionale francese, Maurice Thorez, Jacques Duclos, Georges Marchais.

    Il comunismo reale, in qualunque misura sia stato influenzato nella sua pratica dalla dottrina comunista anteriore al 1917 - problema su cui ritorneremo -, ha comunque messo in atto una repressione sistematica, al punto da eleggere, nei momenti di parossismo, il terrore a sistema di governo. L'ideologia è, dunque, innocente? I nostalgici e coloro che ragionano con una mentalità scolastica potranno sempre sostenere che questo comunismo reale non aveva niente a che vedere con il comunismo ideale. E sarebbe evidentemente assurdo imputare a teorie elaborate prima di Cristo, durante il Rinascimento o ancora nell'Ottocento, eventi prodottisi nel XX secolo. Ma, come osservò Ignazio Silone, le rivoluzioni come gli alberi si riconoscono dai loro frutti. Non a caso i socialdemocratici russi, meglio noti come «bolscevichi», nel novembre del 1917 hanno deciso di chiamarsi «comunisti». Non a caso, ancora, hanno eretto ai piedi del Cremlino un monumento in onore di coloro che consideravano i loro precursori: Moro e Campanella.

    Al di là dei crimini individuali, dei singoli massacri legati a circostanze particolari, i regimi comunisti, per consolidare il loro potere, hanno fatto del crimine di massa un autentico sistema di governo.

  8. #68
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    IL PASSATO DI UN'ILLUSIONE
    L'idea comunista nel XX secolo


    François Furet


    Mondadori

    Il bilancio ideale di un secolo in cui il sogno dell'uguaglianza si è trasformato nell'incubo del totalitarismo.
    Al centro dei questo libro di Furet sta la fascinazione ideologica esercitata sull'uomo del XX secolo dall'ideologia comunista, la cui influenza si è fatta sentire ben oltre i regimi di tipo sovietico, e anzi, ha avuto vita più lunga in occidente. La sua diffusione e la sua durata hanno un segreto: l'idea si innesta sul tronco della tradizione rivoluzionaria occidentale sviluppandola ulterirmente: non appena ottenuta la vittoria il bolscevismo ha fatto propria l'eredità giacobina, assumendone il compito di rigenerare l'umanità grazie agli effetti sommati dell'azione e della scienza.....

  9. #69
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    L'estrema destra in Europa

    Piero Ignazi



    Il Mulino



    Quali sono oggi, nei vari paesi europei, i partiti che possiamo definire di estrema destra, e che parentela hanno con l'estrema destra "tradizionale", cioè quella legata all'ideologia fascista o nazionalsocialista? Quando sono nati, che peso hanno, chi li vota e perché? Il volume offre un panorama completo che fornisce al lettore i dati e le chiavi di lettura per capire il fenomeno, nonché le differenze fra i vari casi nazionali. Dalla rassegna emergono i tratti unificanti che caratterizzano le nuove formazioni. Non più risposta di una borghesia spaventata di fronte alla "marea rossa", come negli anni '20 e '30, i nuovi partiti di estrema destra sono qualcosa di diverso dai partiti fascisti e neofascisti. Figli della società contemporanea e dei suoi problemi - ma non di meno antidemocratici - esprimono insofferenza e ostilità verso taluni aspetti della modernità (come il pluralismo culturale, la diffusione di una morale libertaria, la presenza degli stranieri, il declino delle figure di autorità), ma ne enfatizzano altri (come il mercato, la concorrenza, l'individualismo). Raccolgono consensi trasversali, anche tra le classi lavoratrici, perché danno risposte in termini di valori e di identità più che di interessi, denunciando un forte spaesamento culturale di fronte ai mutamenti e ai disagi derivanti da società più insicure, complesse e diversificate

  10. #70
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    Destra e sinistra nella storia d'Italia


    Carocci Giampiero



    Laterza





    In altri paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania il bipolarismo, da molti considerato il miglior sistema partitico nella democrazia perché risponde perfettamente alla logica dell’alternanza ed a criteri di efficienza, si è realizzato da tempo.
    Il saggio carocciano offre una duplice risposta al perché in Italia ciò non sia avvenuto. Una prima causa è rappresentata da una sorta di anomalia genetica del sistema politico italiano, già notata tra gli altri da Piero Gobetti ed Emilio Treves: la mancanza di un solido partito conservatore. In Italia, infatti, non vi è mai stata una forza conservatrice pura, e quando si è tentata una virata verso destra essa ha assunto connotati reazionari e di autoritarismo, immediatamente respinti dall’opinione pubblica ed intellettuale.
    Carocci conta tre momenti del genere nella storia politica italiana: il primo è ravvisabile negli ultimi anni dell’Ottocento (governi Pelloux, Di Rudinì, opposizione sonniniana), mentre il secondo nel periodo maggio 1947-1953 e corrisponde all’affermazione del carattere di destra del partito democristiano attraverso “l’allontanamento” dei socialcomunisti dal governo e la “legge truffa”. Il terzo momento si colloca nell’anno 1960: con il governo Tambroni, infatti, si registra il tentativo di ripudiare la democrazia dei partiti – un “valore sacro” della Resistenza – e di restaurare il regime liberale prefascista mediante l’alleanza Dc-Msi.

 

 
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