La congiura da bar
Fini caccia i tre finiani che dicevano di volerlo prendere a schiaffi
La mannaia del presidente di An cala su Gasparri, la Russa e Matteoli. Azzerate tutte le cariche del partito.
Roma. “Amarezza? Certo non per l’incarico. E’ che mi sembra tutto così surreale… In quel bar, noi non stavamo sparlando di Fini”. Mica lo dimenticherà facilmente, Ignazio La Russa, questo suo cinquantottesimo compleanno. Né il suo amico e compagno di corrente, Maurizio Gasparri, dimenticherà il suo quarantanovesimo. Potrà fare finta di niente Altero Matteoli, che però sciaguratamente è nato l’8 settembre, e Fiuggi o non Fiuggi, la data sempre un po’ evocativa appare. Con una mossa a sorpresa, Gianfranco Fini ha praticamente spazzato via l’intero vertice di An, giù giù fino ai coordinatori regionali, innalzando al ruolo che era di Matteoli, quello di capo dell’organizzazione, “il signor Marco Martinelli”, stimato funzionario di via della Scrofa, la cui non notissima biografia rende ancora più pesante la sberla che il leader ha tirato sulla faccia dei suoi ex colonnelli. Erano tre amici al bar – Ignazio e Maurizio e Altero – che neanche si sognavano di cambiare il mondo, ma un poco An, e furono sorpresi da uno stagista del Tempo e la storia della destra italiana prese un altro corso. E adesso La Russa un po’ sorride dell’infelice circostanza che vede il peggior giorno della sua vita politica coincidere con il compleanno, e un po’ si fa serio, e rettifica e corregge e smussa quelle dannate frasi colte dal cronista tra i tavolini della Caffetteria, a due passi da Montecitorio. “Ci sono esagerazioni. Né astio né odio né rancore, semmai una preoccupazione per il partito e il desiderio di aiutare Fini, anche se il luogo forse era sbagliato”, racconta. “Non ci sto a passare per uno che sparla di Fini. Con Matteoli e Gasparri stavano invece discutendo della preparazione della cena che proprio quella sera avevamo con il presidente. Non ho detto malato, ma malandato. Parlavo del partito. Tutti siamo malandati, io per primo. E proponevo: facciamo un incontro dopo le vacanze, dopo che tutti ci siamo riposati, e Fini sta come un fiore”. Ma intanto vi ha fatto fuori dal vertice del partito. Allarga le braccia, il capogruppo di An: “Capisco Fini. In politica prevale più quello che appare che quello che è”. Forse Ignazio vorrebbe dirlo di persona a Gianfranco, ma da giorni non si sentono, “ma non è questa la cosa più importante”.
Trantino la butta in psichiatria
Così si consuma non solo il dramma di un partito, ma il rapporto tra un leader e i suoi uomini di fiducia. Proprio quelli di maggior fiducia, finiani doc in un partito che per oltre un decennio è stato tutto finiano. Quelli come La Russa e Gasparri, capi della corrente finiana per eccellenza, Destra protagonista, prima cacciati dal governo (Gasparri) e poi dimessi dal vertice con due righe sprezzanti titolate “Determinazioni del presidente”. E quel dannato aperitivo alla Caffetteria travolge anche Matteoli, l’antico dirigente missino che godeva della completa fiducia di Fini, l’unico capocorrente che si era salvato, anzi era stato innalzato a più prestigiosi incarichi, dopo l’ultima assemblea nazionale. Il partito è sotto choc, tramortito. La distanza con il leader si fa abissale. “Ora vado a casa”, diceva ieri Fini ai giornalisti che gli domandavano notizie. Fotografa la situazione Enzo Trantino: “Veleni e incomprensioni che si sono intrecciati per dare corso a quella che penalisti e psichiatri chiamano ‘concentrazione della scarica psichica’”. Dopo la pubblicazione dell’articolo sul Tempo, l’ennesima toppa sembrava messa, i colonnelli offrivano il collo sul ceppo a Fini, che a sua volta, pur sdegnato, decretava la grazia. E infatti l’altro giorno il Secolo titolava a tutta pagina: “An non cede alla ‘forza’ del pettegolezzo”. Occhiello: “Un articolo del Tempo cerca di provocare dissidi tra Fini e i vertici del partito. Ma fa un buco nell’acqua”. Sottotitolo: “Gasparri, La Russa e Matteoli raccontano la verità dei fatti. E il vicepremier dichiara chiuso l’incidente”. Invece il vicepremier ieri ha calato la mannaia, decapitando la corrente più finiana di tutte e lasciando a bocca aperta l’intero partito. La direzione del 28 luglio sarà la più drammatica mai svolta nelle stanze di via della Scrofa. Finora in An funzionava così: non possiamo fare a meno di Fini, lui non può fare a meno di noi. Ora fa rabbiosamente capire che intende provarci. Unici a mostrare una controllatissima soddisfazione, quelli di Destra sociale: i più ostili a Fini e i meno sfiorati dalla sua ira. “Era prevedibile l’azzeramento degli incarichi”, il commento di Francesco Storace. Ma pure ieri c’era chi sussurrava: “Andate a sentire se i militanti ancora parlano con entusiasmo di Fini…”.
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(19/07/2005)




Roma. “Amarezza? Certo non per l’incarico. E’ che mi sembra tutto così surreale… In quel bar, noi non stavamo sparlando di Fini”. Mica lo dimenticherà facilmente, Ignazio La Russa, questo suo cinquantottesimo compleanno. Né il suo amico e compagno di corrente, Maurizio Gasparri, dimenticherà il suo quarantanovesimo. Potrà fare finta di niente Altero Matteoli, che però sciaguratamente è nato l’8 settembre, e Fiuggi o non Fiuggi, la data sempre un po’ evocativa appare. Con una mossa a sorpresa, Gianfranco Fini ha praticamente spazzato via l’intero vertice di An, giù giù fino ai coordinatori regionali, innalzando al ruolo che era di Matteoli, quello di capo dell’organizzazione, “il signor Marco Martinelli”, stimato funzionario di via della Scrofa, la cui non notissima biografia rende ancora più pesante la sberla che il leader ha tirato sulla faccia dei suoi ex colonnelli. Erano tre amici al bar – Ignazio e Maurizio e Altero – che neanche si sognavano di cambiare il mondo, ma un poco An, e furono sorpresi da uno stagista del Tempo e la storia della destra italiana prese un altro corso. E adesso La Russa un po’ sorride dell’infelice circostanza che vede il peggior giorno della sua vita politica coincidere con il compleanno, e un po’ si fa serio, e rettifica e corregge e smussa quelle dannate frasi colte dal cronista tra i tavolini della Caffetteria, a due passi da Montecitorio. “Ci sono esagerazioni. Né astio né odio né rancore, semmai una preoccupazione per il partito e il desiderio di aiutare Fini, anche se il luogo forse era sbagliato”, racconta. “Non ci sto a passare per uno che sparla di Fini. Con Matteoli e Gasparri stavano invece discutendo della preparazione della cena che proprio quella sera avevamo con il presidente. Non ho detto malato, ma malandato. Parlavo del partito. Tutti siamo malandati, io per primo. E proponevo: facciamo un incontro dopo le vacanze, dopo che tutti ci siamo riposati, e Fini sta come un fiore”. Ma intanto vi ha fatto fuori dal vertice del partito. Allarga le braccia, il capogruppo di An: “Capisco Fini. In politica prevale più quello che appare che quello che è”. Forse Ignazio vorrebbe dirlo di persona a Gianfranco, ma da giorni non si sentono, “ma non è questa la cosa più importante”.
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