Dopo Castelli
ANDREA FABOZZI
Per approvare la riforma dell'ordinamento giudiziario sono serviti al governo tre anni, due maxi-emendamenti inaccessibili alle opposizioni, il contingentamento dei tempi elevato a regola di (non) confronto parlamentare e due voti di fiducia. Ieri pomeriggio l'ultimo, preceduto dalle raccomandazioni di Ciampi a Berlusconi. Il presidente della Repubblica firmerà questa legge anche se ne farebbe volentieri a meno perché vuole attenersi alla lettera e alla prassi costituzionale. Teme lo scontro istituzionale e per le vie brevi ha chiesto al presidente del consiglio di tenere a freno quel suo scatenato tifoso che temporaneamente presiede il senato. Berlusconi per dimostrare di aver colto l'invito alla moderazione se n'è uscito con un grande classico del suo pensiero politico: l'attacco ai magistrati. «I pubblici ministeri italiani - ha detto - sono troppo vicini all'opposizione». Intanto la camera sbrigava le sue formalità ed è un peccato che l'aula sia rimasta vuota durante tutto il dibattito (eccezion fatta per l'oratore di turno e due volenterosi colleghi a mo' di sfondo televisivo) perché non si è potuto cogliere in tutto il suo splendore il luminoso gesto di coraggio dell'Udc. Il partito di Follini non gradisce molto questa riforma perciò i suo deputati non si sono fatti vedere nell'emiciclo, anche se poi sono silenziosamente corsi a votare la fiducia. Con uguale sprezzo del pericolo gli inquieti onorevoli avevano presentato un bel numero di emendamenti. Ritirandoli però mezz'ora dopo perché l'inquietudine, si sa, è passeggera. Il presidente del Consiglio riesce persino a lamentarsi di alleati così.
E' incontentabile. Ma bisogna capirlo. E' effettivamente incomprensibile nella sua visione delle cose che ci siano dei magistrati «vicini alle opposizioni». Più giusto sarebbe che fossero «vicini alla maggioranza» e la riforma Castelli è fatta per questo. Burocratizzare i mestieri di giudici e pm, costruire gli uffici giudiziari in maniera verticistica, moltiplicare i poteri di intervento del ministro guardasigilli nella composizione e nel lavoro delle procure e dei tribunali e diminuire quelli del Csm non serve ad altro che a mettere i giudici in una posizione scomoda. Soggetti, fino a che la Costituzione non cambia, «solo alla legge». Ma costretti a guardare dalla parte del potere politico per le loro carriere. Come ha detto un'altra volta Berlusconi, l'ordine giudiziario non deve più essere «autoreferenziale». Sarà un problema per tutti i magistrati? No, solo per quelli che mettono indipendenza e autonomia al primo posto. Sarà un problema però per tutti i cittadini che in quell'indipendenza trovano l'unica garanzia - condizione necessaria anche se non sufficiente - di un trattamento equo. A traballare è direttamente l'articolo 3 della Costituzione, l'uguaglianza davanti alla legge.
Dibattito ridotto al minimo, regolamento forzato, maxi-emendamenti, fiducie: la legge però adesso c'è. A dimostrazione del fatto che il centrodestra le sue riforme le fa, pessime ma le fa. Non è tutto quello che Berlusconi voleva ma «solo il primo passo». Il prossimo è prevedibile: separazione totale delle carriere per avere un pubblico ministero totalmente dipendente dal potere politico e abolizione dell'obbligo dell'azione penale perché ancora troppo poco si perseguono - per dire - tossicodipendenti e anarchici e troppo si processano - per dire - corruttori e falsificatori di bilanci. Per cui auguriamoci che questo passo il centrodestra non possa più farlo e che un'altra maggioranza faccia quello inverso di cancellare la legge Castelli. Per fare un'altra, necessaria, riforma. Prima che questa faccia troppo danno.




Rispondi Citando
