Altro segnale interessante: i giapponesi non credono alla versione ufficiale dell'11 settembre.
11 settembre: crisi di panico nelle istituzioni
http://www.effedieffe.com/content/view/360/207/" Maurizio Blondet **
12 marzo 2010
Di punto in bianco. Come un fulmine a ciel sereno, l’8 marzo scorso il Washington Post http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/03/07/AR2010030702354.html?hpid=opinionsbox1" \t "_blank pubblica un minaccioso editoriale non firmato tutto dedicato a impartire una severa reprimenda a Yukihisa Fujita. E chi è costui?
Lo dice lo stesso giornale dell’Establishment: «E’ un membro influente del Partito Democratico Giapponese (DPJ) attualmente al governo», nonchè «capo della Commissione di Ricerca per gli Affari Esteri nella Camera Alta giapponese». Ebbene, questo influente personaggio, questo «bramino della politica estera», fulmina il Washington Post, «sembra credere che la versione americana degli eventi dell’11 settembre 2001 sia una gigantesca bufala».
Ohibò. «Le idee di mr. Fujita sull’attentato al World Trade Center, che ci ha confidato in una recente intervista con noi, sono troppo fantastiche, insensate e intellettualmente fasulle per meritare d’essere discusse sul serio», si aggrotta la Firma anonima. Pensate, dice il giornale, che «egli insinua che forze oscure, che conoscevano in anticipo il complotto, hanno puntato sul mercato azionario per trarne profitto; sostiene l’assurda idea che otto dei 19 dirottatori sono vivi; e fa capire che non il fuoco, ma una demolizione controllata è la più probabile causa del crollo almeno dell’Edificio 7».
No, il WP non si degna di discutere (non si dice di smentire) queste falsità patenti. Si limita a indignarsi, con rabbia contenuta, che un signore «che occupa una notevole posizione nell’apparato di governo di un Paese che vanta la seconda economia del mondo», appartenga a quella «frangia di pazzi» (lunatic fringe) che «hanno dato vita a una vibrante subcultura del complotto» nel mondo. Quelle di mr. Fujita sono opinioni «radicate in una corrente di pensiero anti-americano». Non solo: questo anti-americanismo «corre nel DPJ e nel governo del primo ministro Yukio Hatoyama».
Ed ecco allora che la reprimenda del Washington Post si estende al capo del nuovo governo giapponese, che ha dato segni di autonomia dall’alleato: «Non abbiamo ragione di ritenere», scrive minaccioso l’anonimo editorialista «che le opinioni di mr. Fujita siano diffuse in Giappone; sospettiamo che non lo siano», anche perchè «la proposta [di Fujita] fatta due anni fa, che Tokio intraprenda un’indagine indipendente sull’11 settembre (in cui morirono 24 giapponesi) non ha avuto seguito». Ad ogni buon conto, sappia il premier Hatoyama che «l’alleanza USA-Giappone sarà gravemente messa alla prova se Hatoyama tollera elementi del suo partito così temerari e avversi alla realtà come mr. Fujita».
Insomma un avvertimento in piena regola. Con il ruvido invito a licenziare mr. Fujita a scanso di gravi conseguenze politiche; e con tutto il peso di un editoriale non firmato, che dunque riflette direttamente la linea della proprietà (ebraico-americana) del giornale di quelli che contano. ( HYPERLINK "http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/03/07/AR2010030702354.html?hpid=opinionsbox1" \t "_blank" A leading Japanese politician espouses a 9/11 fantasy)
Ma questo strano e arcigno editoriale rivela anche una certa dose di panico. Qui, a non credere alla versione ufficiale non è un individuo liquidabile col solito argomento che si tratta di «pazzi isolati, che non appartengono a nessun gruppo che conta» (1); qui abbiamo il capo di una Commissione Esteri al Senato nipponico. Occorre dunque ricorrere alla minaccia al governo della seconda economia mondiale.
Ma fosse solo mr. Fujita. Il dramma è che sempre più numerose personalità dotate di autorevolezza* mettono* in dubbio, sempre più apertamente, la versione ufficiale dell’11 settembre.
A cominciare dagli stessi membri della «9/11 Commission», la commissione senatoriale USA che ha condotto l’inchiesta ufficiale in modo da confermare la versione della Casa Bianca. Thomas Keane e Lee Hamilton, che furono rispettivamente il presidente e il vicepresidente di quella Commissione, hanno affermato, il 2 febbraio 2008, che la CIA e le altre agenzie «hanno impedito la nostra inchiesta»; e che gli alti ufficiali militari interrogati dai commissari «hanno dato una rappresentazione falsa dei fatti», al punto tale che la Commissione «valutò se far elevare contro di essi accuse penali per le false dichiarazioni». ( HYPERLINK "http://www.nytimes.com/2008/01/02/opinion/02kean.html?_r=1&ref=opinion" \t "_blank" Stonewalled by the C.I.A.)
Il vicepresidente Hamilton ha persino dichiarato che «la Commissione è stata creata per fallire». Così come un altro membro della Commissione, Bob Kerrey: «Ci sono ampie ragioni per ritenere che sia possibile una versione alternativa a quella che abbiamo delineato noi... Non avevamo accesso» a tutti i dati. Anche Timothy Roemer, un altro commissario, ha dichiarato: «Eravamo estremamente irritati per le false dichiarazioni che ci venivano dette». (2)
Non si vuol contare il coraggioso senatore Max Cleland, mutilato di guerra, che lasciò la «9/11 Commission» fin dai primi giorni sbattendo la porta e gridando: «E’ uno scandalo nazionale. Un giorno o l’altro dovremo ottenere la verità... E’ la Casa Bianca che vuole coprirla». Ma possiamo invece aggiungere John Farmer, il «senior counsel» della Commissione (quello che guidava gli investigatori tecnici agli ordini della Commissione) che nell’agosto 2006 confidò proprio al Washington Post: «Ero impressionato di quanto fosse diversa la verità da come ci veniva descritta... Le registrazioni* (delle torri di controllo) raccontavano una storia radicalmente diversa da quella che veniva raccontata al pubblico da due anni». ( HYPERLINK "http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/08/01/AR2006080101300.html" \t "_blank" 9/11 Panel Suspected Deception by Pentagon)
Il senatore Patrick Leahy ha dichiarato che «George Bush ha lasciato accadere» l’attentato. Una quantità di deputatii dei due partiti, Ron Paul, Dennis Kuchinic, l’ex senatore democratico Mike Gravel, e l’ex repubblicamo Lincoln Chaffee chiedono una nuova inchiesta sul mega-attentato. Dan Hamburg, già deputato democratico, ha sostenuto che gli attentatori, secondo lui, «hanno avuto molto aiuto dall’interno». Curt Weldon, che per sei anni ha presieduto la sotto-commissione sulla ricerca e sviluppo militare ritiene che sia provato che le agenzie USA seguivano e tenevano sotto controllo gli attentatori prima dell’11 settembre, e non esclude che l’attentato sia stato «an inside job», un lavoro interno.
Persino Luis Free, che è stato il capo supremo dell’FBI, nel 2005 ha dichiarato pubblicamente che l’inchiesta della Commissione è stata «un insabbiamento». ( HYPERLINK "http://archive.newsmax.com/archives/articles/2005/11/17/122900.shtml" \t "_blank" Louis Freeh Charges 9/11 Commission Cover-Up)
Veniamo ai militari che condividono le opinioni di mr. Fujita. Il colonnello Ronald D. Ray, già vice-assistente segretario alla Difesa sotto Ronald Reagan: «La storia ufficiale è un cane che non riporta la selvaggina». Colonnello Robert Bowman,* direttore delle «Guerre Stellari» (il programma di difesa spaziale di Reagan), pilota con 101 missioni di combattimento: «Se il nostro governo si fosse limitato a non fare niente, e a lasciare che avvenissero le normali procedure di intercettazione quella mattina, le Twin Towers sarebbero ancora in piedi e migliaia di americani ancora vivi. C’è stato tradimento, e lo dico da vecchio pilota intercettore, che conosce le procedure». ( HYPERLINK "http://www.prisonplanet.com/articles/april2006/040406mainsuspect.htm" \t "_blank" Former Head Of Star Wars Program Says Cheney Main 9/11 Suspect) HYPERLINK "http://www.prisonplanet.com/articles/april2006/040406mainsuspect.htm" \t "_blank"
Il tenente colonnello Jeff Latas, presidente dell’US Air Force Accident Investigation Board, uno degli estensori della «Revisione Quadriennale della Difesa» emessa dal Pentagono, superdecorato, s’è unito ad un gruppo di oltre 40 ufficiali superiori che dubitano apertamente della versione ufficiale ( HYPERLINK "http://www.effedieffe.com/content/view/9754/164/" \l "Latas" \t "_blank" Patriots Question 9/11 - Responsible Criticism of the 9/11 Commission Report).
Un generale a due stelle, Albert Stubbelbine, apertamente non crede alla versione ufficiale dell’attentato sul Pentagono. Il colonnello Guy S. Razer, vent’anni come pilota da caccia, già istruttore alla USAF Fighter Weapon School e al Tactical Leadership Program della NATO ha fatto la seguente dichiarazione: «Sono sicuro al cento per cento che l’attentato dell’11 settembre è stato programmato, organizzato e commesso da traditori che hanno infiltrato i più alti livelli di comando. Come militari abbiamo giurato di “sostenere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti contro tutti i nemici, interni ed esterni”. Il fatto che siamo a riposo non rende invalido il giuramento: sicchè è nostro dovere accusare i veri perpetratori dell’11 settembre e portarli davanti ai giudici, senza riguardo se ciò è difficile, quanto tempo occorra, o quanto dobbiamo soffrire». ( HYPERLINK "http://www.effedieffe.com/content/view/9754/164/" \l "Razer" \t "_blank" Patriots Question 9/11 - Responsible Criticism of the 9/11 Commission Report)
Anche una nutrita schiera di scienziati e tecnologi invoca una nuova inchiesta veramente indipendente. HYPERLINK "http://patriotsquestion911.com/professors.html" \l "Griscom" \t "_blank" Eccone una lista non esaustiva:
David Griscom, fisico al Naval Research Laboratory di Washington, ha dichiarato che secondo lui gli edifici sono stati abbattuti con una demolizione controllata; Lynn Margulis, decorata con la National Medal of Science (la più alta onorificenza per scoperte scientifiche), James Quintere, superlaurea in ingegneria meccanica, già capo dell’agenzia statale Fire Science Division; Richard F. Humenn, l’ingegnere che presiedeva agli impianti elettrici del World Trade Center; Dwain A. Deets, già direttore dei progetti aeronautici del Dryden Flight Research Center della NASA; Joel D. Hirschhorn, docente universitario di ingegneria dei materiali con specializzazione in metallurgia; Bruce R. Henry, matematico che ha concepito i sistemi elettrinici di guida dei missili intercontinentali Trident e Polaris; Edward S. Munyak, uno specialista di incendi, Fire protection Engineer dal Dipartimento americano dell’Energia; Enver Masud, ingegnere meccanico, altro tecnico del Dipartimento dell’Energia, in cui ha ricoperto la carica di capo della Strategic and Emergency Planning Branch, tutti costoro hanno fatto dichiarazioni pubbliche, o firmato petizioni, per richiedere una vera indagine sugli eventi dell’11 settembre.
Il febbraio scorso, un’organizzazione chiamata «Architects and Engineers for 9/11 Truth», che conta oltre mille membri, ha tenuto una affollata conferenza-stampa a Washington in cui hanno dimostrato punto per punto che la versione ufficiale non spiega il doppio crollo in perfetta verticale, lo sbriciolarsi dei due grattacieli in povere finissima, e il crollo verticale dell’edificio 7. Il loro portavoce, Richard Gage, ha definito «insufficienti, contradditorie e fraudolente» le spiegazioni offerte dalla FEMA e dal NIST (National Institute of Standard and Technology).
Ha aggiunto che «ci sono prove che un composto di nano-termite è stato trovato nella polvere del World Trade Center» ed ha avvertito i funzionari del governo implicati che esiste un articolo del Codice (US Code 18, sec. 2382, «Misprision of Treason») che obbliga chiunque abbia notizia di un* atto di tradimento a denunciarlo, a scanso di gravi sanzioni penali.
Infine, ha detto che certe risultanze saranno portate davanti ai giudici del processo a Khalid Shaikh Mohammed, l’uomo che si auto-accusa di essere il cervello del mega attentato – e che doveva essere processato da un tribunale ordinario di New York, ma adesso sarà processato da un tribunale militare...
Fatto notevole, il Washington Times, il secondo giornale della capitale e concorrente del Washington Post, HYPERLINK "http://www.washingtontimes.com/news/2010/feb/22/inside-the-beltway-70128635/print/" \t "_blank" ha riportato con molta serietà questa conferenza-stampa degli Architetti e Ingegneri per la Verità sull’11 Settembre, senza la solita derisione per la «lunatic fringe» dei «cospirazionisti».
Note:
1) Edward Luttwak, nel suo libretto «Coup d’Etat - a practical handbook» (Colpo di stato - manuale pratico), pubblicato nel 1968, teorizzò il metodo per sopprimere le informazioni su un futuro* putsch «grazie al nostro monopolio sui media». «Se qualche resistenza compare - scriveva Luttwak - dobbiamo sottolineare con forza che essa viene da ‘isolati’ ostinati individui, male informati o disonesti, che non sono affiliati a nessun gruppo o partito importante. Il lavoro costante sul tema dell’isolamento, e l’enfasi posta sul fatto che la legge è stata ristabilita, faranno apparire la resistenza inutile e pericolosa». Questa è esattamente la strategia seguita dai media mainstream.
2) Ci si può chiedere come mai questi membri della Commissione abbiano espresso i loro dubbi e la loro «frustrazione» con tanto ritardo, e non in quei giorni in cui facevano parte del gruppo senatoriale d’inchiesta. Va ricordato che il mondo politico di Washington, in quei giorni, fu terrorizzato dalle lettere all’antrace, spedite da un presunto terrorista islamico a senatori democratici. Il vostro cronista, che era in America in quei giorni come inviato speciale, ricorda bene che i senatori e deputati interpretavano queste lettere come una minaccia diretta alla loro vita.




Rispondi Citando
)


