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Discussione: Il Milione

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    Predefinito Il Milione

    Un’Europa cristiana divisa, che si sta dissanguando in crociate di cristiani contro altri cristiani ritenuti eretici ancor più feroci di quelle contro i musulmani, ha da poco scampato, per il rotto della cuffia, un flagello che avrebbe potuto trasformarla in terra bruciata.
    Appena un decennio prima che nella casa dei mercanti veneziani Polo nascesse Marco (nel 1255 o 1254, 750 anni fa), le orde mongole di Batu Khan si accingevano ad invadere tutta l’Europa, avevano devastato le steppe meridionali della Russia, nell’inverno 1241 avevano già attraversato la Vistola e il Danubio ghiacciati, dilagavano verso l’Adriatico, le loro avanguardie erano arrivate ad accamparsi sotto Vienna, alcuni avevano raggiunto la Dalmazia, addentrandosi fino nel Friuli. Nessuno era in grado di fermare una valanga molto più inarrestabile dei saraceni inchiodati da Carlo Martello a Poitiers.
    L’Europa si salvò solo per caso, perché era sopraggiunta la notizia della morte di Gengis Khan, e Batu diede ordine al suo esercito di invertire la marcia, per tornare a vedersela coi problemi della successione.
    Avevano conquistato Cina e Persia, che allora erano più forti, unite e per molti versi più “civili” dell’Europa.
    “Una catastrofe terribile, quale mai i giorni e le notti ne videro l’eguale, e che colpì il mondo intero, ma soprattutto i musulmani… I tartari non risparmiarono nessuno: sterminarono tutti, uomini, donne, bambini, sgozzando persino le donne incinte”, scrisse un cronista arabo, in base alle testimonianze dei pochi superstiti.
    “Dio ci ha mandato contro un popolo spietato, un popolo selvaggio, un popolo che non risparmia né bellezza né gioventù, né i deboli vecchi, né i bambini”, gli fece eco il vescovo russo ortodosso di Vladimir. “Non risparmiano nessuno”, notò inorridito un cronista occidentale.
    Il sultano e i principi musulmani avevano inviato ambasciate a chiedere aiuto contro “questi terribili barbari”, “che tutto distruggono e rendono desolato”.
    Ci fu una discussione accesa in occidente. “Lasciamo che quei cani si divorino fra loro e che muoiano tutti, e quando marceremo contro i nemici del Cristo risorto li uccideremo e netteremo la faccia della terra”, fu la risposta agli ambasciatori ismailiti venuti in Francia e in Inghilterra per chiedere aiuto contro i mongoli.
    Ma il re di Francia, Luigi IX, era un po’ più preoccupato: “Che il Cielo ce la mandi buona. Se quella gente che noi chiamiamo tartari arriverà sin qui, o noi li ricacceremo nelle regioni del Tartaro donde sono usciti, o ci manderanno tutti in cielo”, scrisse alla regina d’Ungheria mentre Pest veniva rasa al suolo. Comunque l’unica crociata organizzata quell’anno non era stata contro i mongoli, e neppure contro i musulmani, ma quella dei cavalieri teutonici contro i cristiani ortodossi, affondata assieme alle loro pesanti armature nei ghiacci del lago Pei pus, dove erano stati attirati da Aleksandr Nevskij.
    E’ in questo contesto che, qualche anno dopo, due mercanti veneziani, riprendono il cammino verso la Cina ormai dominata dai mongoli, portando con sé il figlioletto appena quindicenne, Marco. Svanita la minaccia immediata di un’invasione mongola, veniva avanti l’idea, sia pure tra mille distrazioni, di un’alleanza coi mongoli contro i musulmani.
    Se, qualche anno prima, frate Giovanni dal Pian del Carpine e Guglielmo di Robruck c’erano andati dichiaratamente soprattutto per raccogliere informazioni sul potenziale nemico e il suo potenziale militare, insomma a scopi – diremmo oggi – di spionaggio, ai veneziani, che hanno riportato dal loro primo viaggio la richiesta da parte di Kublai Khan che gli vengano inviati dei missionari, il Papa fornisce accompagnatori con la missione di convertire i mongoli e i loro sudditi.
    Kublai Khan ne aveva chiesti “molti”. Ne vennero mandati un paio, dopo che “i due fratelli (Polo) istettero a Vinegia due anni, aspettando” che si facesse un nuovo Papa. E per giunta questi frati si persero d’animo e per strada, e non giunsero mai a destinazione. Dell’“alleanza” e della conversione non se ne fece nulla (poi cercheremo di spiegare perché non se ne sarebbe fatto molto anche se i missionari fossero stati mille anziché due). La straordinaria “finestra” di opportunità si sarebbe chiusa poco dopo.
    Morto Kublai, i suoi successori avrebbero richiuso ermeticamente la Cina nel modo in cui lo è sostanzialmente rimasta quasi fino ai giorni nostri.
    I mercanti (europei, ma ancor più arabi, ebrei) riuscivano a passare dove era impossibile agli eserciti. I Polo non erano i soli, c’è chi ha osservato che era “un momento unico in cui si potevano trovare colonie di mercanti italiani a Tabriz (ora Iran), Astrakan, Karakorum e Pechino, giunche cinesi nei porti del Golfo Persico, mercanti di Novgorod ad Alessandria e a Shiraz, armeni in tutte le città carovaniere, dal Danubio al Pacifico”.
    Quel che ci è rimasto di più prezioso di quell’avventura è il libro sulle “Divisioni del mondo”, della “Descrizione del mondo” o sulle “Meraviglie del mondo”, più noto come “Il Milione” (non si sa se perché enfatizzava le grandi cifre, i “milioni”, o se perché questo era uno dei nomi ricorrenti nella famiglia dell’autore) che messer Marco Polo, molto grosso modo un contemporaneo di Dante, dettò a Rustichello da Pisa mentre era incarcerato dai genovesi.
    Non ne esiste una versione originale, i manoscritti differiscono anche parecchio tra loro, il testo in genere più accreditato è una prima traduzione in francese. C’è chi lo ritiene un’opera molto, se non soprattutto, di fantasia. Ogni tanto qualcuno ritorna con la scoperta che forse in Cina Marco potrebbe non esserci mai stato. L’avrebbe dettato “a memoria”. Passa da un luogo all’altro così alla rinfusa che ha fatto impazzire tutti coloro che hanno cercato di dedurne un itinerario. Nel prologo c’è l’avvertenza che benché le cose le conti “in questo libro siccome egli medesimo le vide”, “ancora v’ha di quelle cose le quali egli non vide, ma udille da persone degne di fede”.
    Si può dare per scontato che quello che non si era inventato lui l’ha aggiunto, per abbellimento, per sensazionalismo, o, al contrario, per farsi comprendere meglio dal pubblico, andare incontro ai gusti dell’epoca, non affaticare troppo il lettore dicendogli cose troppo diverse da quelle che poteva avere in mente, il suo “editor”.
    Generazione dopo generazione di lettori vi ha trovato, come succede ai grandi “classici” non solo quel che c’era scritto ma quel che cercava in quel momento, una sponda alle proprie fantasie e alle proprie preoccupazioni, più che quel che poteva o voleva essere il “messaggio” originario. Cristoforo Colombo se l’era portato con sé, in versione latina, sulle caravelle, chiosando la sua copia con centinaia di annotazioni in latino e spagnolo. Gli interessavano molto le “mercaçciones innumeras”, il commercio infinito che pensava di trovare nelle Indie mentre stava invece scoprendo l’America.
    Italo Calvino l’ha trasformato, in uno dei suoi libri più belli, “Le città invisibili”, in un colloquio immaginario tra Marco e il Gran Khan che trascende con straordinario garbo in molte, se non tutte, le inquietitudini del presente.
    Si è detto che l’intenzione di Marco Polo sarebbe stata far capire quanto la Cina, sia pure quella caduta in mano agli eredi di Gengis Khan fosse molto più “grande”, complessa, persino più “avanzata”, solida e “moralmente” superiore all’occidente dei suoi tempi.
    Non che ci fosse allora la “democrazia” in Europa, ma le sue pagine effettivamente trasudano di fascinazione per una tirannia illuminata, ricca di commercio, inventiva e intraprendenza commerciale e tolleranza, se non proprio “benevola” certamente molto organizzata ed efficiente. Racconta di un mondo di cui l’Europa, l’occidente, in quel momento non sa quasi niente.
    E non è detto che, tre quarti di millennio dopo, ne sappia davvero moltissimo di più.
    Per quanto possa sembrare paradossale, per un figlio di mercanti, la principale preoccupazione di Marco non è passare in rassegna i prodotti locali, quel che si può comprare e vendere. Sì, è il primo a parlare in occidente di petrolio, carbone (“pietre nere che si cavano dalle montagne come vena… e tengono più lo fuoco che non fanno le legna”), amianto (“la salamandra non è bestia, come si dice, che viva nel fuoco”, è un minerale che “si cava in vena, e istringesi insieme, e fa fila come di lama”).
    Ma il prontuario commerciale l’hanno fatto meglio altri, a cominciare dal “Libro di divisamenti di paesi e misure di mercatantie” del fiorentino Francesco Balducci Pegolotti, di non molto posteriore. La differenza, ha notato Leonardo Olschki, è che mentre per il fiorentino il mondo è un solo grande mercato, per il veneziano “il mondo è invece spettacolo, che lui ritrae al suo meglio, nella sua grande varietà e molteplicità di manifestazioni”.
    I fili conduttori del suo racconto “spettacolare” si intrecciano all’infinito. A tratti può annoiare, ma è straordinario come ogni “rilettura” possa far emergere percorsi e intrecci che erano passati inosservati o in ombra in quelle precedenti. Prima ancora del tema dello “scontro”, o meglio confronto di civiltà, tra i fili dominanti emerge certamente una preoccupazione di religione.
    Marco non è “neutro”, è un occidentale cristiano, che prende costantemente parte per le sue “radici”, tenendo a distanza la principale religione rivale, l’islam, e le altre, che propende a mettere nello stesso cesto (confuciani, taoisti, buddisti, induisti, pagani) come “idoli”.
    L’insistenza sulla “missione” di cui si dice investito da parte della cristianità (così come la probabile esagerazione delle missioni diplomatiche che gli sarebbero state affidate da Kublai Khan)
    potrebbe essere auto-promozione. Gli aneddoti sulla superiorità dei cristiani - di tutti i cristiani, compresi i nestoriani, che i frati viaggiatori che lo avevano preceduto consideravano più perniciosi e infidi dei pagani e dei maomettani - possono fare sorridere per la loro ingenuità.
    Ma il sogno di convivenza, pacifica competizione tra fedi diverse, che traspare dal suo racconto non ha precedenti nella sua epoca.
    Il Gran Khan di Marco Polo, il “signore di tutti i tartari”, “che Cublai aveva nome”, è uno che soprattutto vuole sapere e conoscere degli altri. Ricevuti i viaggiatori d’occidente “domandògli dell’imperatore, e di che signore era, e di sua vita e di sua giustizia, e di molte altre cose di qua”.
    Li sorprende per il rispetto che mostra alla loro religione. Una Pasqua, “sapendo che questa era una delle nostre feste principali, fece venire a sé tutti i cristiani, e volle che gli portassero il libro dove sono i quattro Evangeli… e devotamente lo baciò”. Gli chiedono perché lo faccia. Anche se già sanno che non è un trattamento che riserva ai soli cristiani, ché “il simil fa nelle feste principali di saraceni, giudei e idolatri”. “Ed essendo domandato della causa” quello gli dice:
    “Sono quattro i profeti che vengono adorati, e a’ quali fa riverenza tutto il mondo. Li cristiani dicono il loro Dio essere stato Gesù Cristo, i saraceni Maometto, i giudei Moyse, gli idoli Sakyamuni, e io faccio onor e riverenza a tutti e quattro…, cioè a quello che è maggiore in Cielo, e più vero, e quello prego che m’aiuti…”.
    Questa professione di fede, divenuta famosa, non è un’invenzione di Marco Polo, è confermata anche in trattati buddisti (che aggiungono Lao-tse e Mani). Ma compare solo in una delle molte versioni del Milione, quella del Ramusio. Molto probabilmente è stata soppressa in tutte le altre perché imbarazzava un’Europa non pronta a vedere messi sullo stesso piano Cristo, Maometto, Mosè e Budda.
    Messa così, il successore del grande massacratore Gengis Khan appare un precursore dell’armonia di tutte le grandi religioni, e non solo quelle monoteiste.
    I Polo sembrano addirittura convinti che privilegi quella cristiana, e sia a un passo dal convertirsi. Arrivano a chiedergli perché non si faccia cristiano. E quello gli risponde con un’argomentazione che sembra mischiare un rimprovero ai cristiani con i quali ha a che fare (“Voi vedete che li cristiani che sono in queste parti sono totalmente ignoranti, che non sanno cosa alcuna e niente possono…”) e una motivazione di opportunità politica (“Ma se io mi faccio cristiano, allora i miei baroni e le altre genti mi direbbero: qual causa ti ha mosso?… e non saprei cosa rispondergli, talché sarebbe gravissimo errore tra loro… e questi idolatri… mi potrebbero facilmente far morire”).
    In realtà le cose sono molto più complesse di come ce le presenta Marco. La preoccupazione principale del signore assoluto di tutto l’oriente non è mettersi in pace con la propria coscienza religiosa, è consolidare il proprio potere.
    Ha appena demolito con le sue orde un impero, un sistema amministrativo millenario, una dinastia fondata sulle tradizioni confuciane e sull’alta burocrazia. Non sono gli sciamani mongoli, le credenze primitive e tribali della sua terra natale a preoccuparlo. E Marco Polo non manca di cogliere perché: “A questi Tartari non importa quale Dio sia adorato nelle loro terre. Se solo tutti sono fedeli al loro signore, il Khan, e obbediscono, e versano il tributo dovuto, uno può fare quel che crede con la sua anima… che sia ebreo, o pagano, o saraceno o cristiano”.
    Col suo ecumenismo Kublai Khan apre sostanzialmente una competizione tra le grandi religioni, in base a quanto meglio gli possano servire a consolidare la stabilità, rafforzare la sua nuova dinastia. Nel corso del suo regno non avrebbe esitato a reprimere in modo spietato coloro che, agitando argomenti religiosi, mettevano in discussione il suo potere o creavano turbolenze, a cominciare dai taoisti e confuciani nostalgici dell’impero cinese d’un tempo. Ha generali e consiglieri militari e diplomatici musulmani, cristiani, ebrei, nestoriani, cattolici come lo stesso Marco Polo. Purché lo servano bene e gli siano fedeli.
    Gli ambasciatori che manda in Europa, Rabban Sauma, che i napoletani avevano visto sbarcare nel loro porto nel giugno 1287 – il primo cinese in occidente di cui si abbia notizia, dimenticato per mezzo millennio finché un manoscritto della sua relazione non fu fortunosamente ritrovato nell’Ottocento – e il suo compagno di viaggio Markos, erano monaci cristiani, nestoriani.
    Non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello di demandare la sovranità religiosa a una potenza esterna e al di fuori del suo controllo, fosse pure il Papa.
    In questo senso si potrebbe considerarlo un predecessore di Mao Tse-tung, che negli anni Sessanta, ai comunisti italiani in visita che peroravano un’apertura della Cina di fronte alla novità di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II, aveva risposto perentorio, con le mani a palmi aperti che si muovevano parallelamente verso l’alto: “Noi abbiamo questo principio: a ciascun paese piena sovranità sul suo territorio, e sulla parte di cielo sovrastante”.
    Incoraggiava il dibattito e le discussioni teologiche, persino la competizione a chi faceva più miracoli e prodigi, insomma aveva aperto una sorta di concorso a chi poteva meglio servire al suo progetto politico. Malgrado le illusioni dei Polo, alla fine privilegiò il buddismo tibetano. Ma senza per questo perseguitare, far passare a fil di spada o bruciare gli altri.

    (continua)

    Da il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Gli fosse stato necessario, l’avrebbe fatto senza pensarci due volte. Anche se si trattava di cristiani. Suo fratello Mongku Khan aveva prontamente espulso frate William di Robruck, che pure aveva le credenziali di re Luigi di Francia, solo perché si era lasciato trasportare eccessivamente nel corso di una disputa teologica, appositamente convocata, con i rappresentanti di tutte le religioni asiatiche. L’accusa era che il francescano aveva “turbato la pace religiosa” dell’impero. Gli fece una ramanzina:
    “Noi mongoli crediamo che ci sia un solo Dio… Ma come Dio ci ha dato le diverse dita delle mani, ha dato agli uomini vie diverse per arrivare a lui… Dio vi ha dato le Scritture, e voi non le seguite; a noi ha dato sciamani ed indovini, e noi facciamo quello che ci dicono di fare, e viviamo tutti i pace…”.
    Duro? Non comunque quanto il suo omologo Luigi, il re santo di Francia, del quale il biografo Joinville riferisce il seguente episodio. Assisteva a una disputa teologica tra i monaci dell’abbazia di Cluny e il “gran maestro” degli ebrei francesi. L’ebreo contestava la verginità di Maria e uno dei cavalieri presenti mise fine alla discussione tagliandogli la testa. L’abate protestò per il metodo. San Luigi invece giustificò il suo cavaliere, dichiarando che, per un laico, il miglior modo di difendere la propria fede contro gente di quella risma era “affondargli una lama di spada nelle viscere”.
    La politica internazionale di Kublai, ci rassicura Marco Polo, è meno aggressiva di quella dei suoi predecessori, che “avendo per la gran potentia loro sottoposto al suo dominio il Cattayo e altri paesi circostanti, non contenti di questi, ma desiderando molto di più, si proposero di soggiogare tutto l’universo mondo”. Ma non è pacifista. Il Milione è percorso dalla descrizione di un’infinità di guerre, e dettagliati resoconti di battaglie (come era probabilmente il gusto del suo pubblico), almeno quanto da un susseguirsi alla rinfusa di descrizioni di città, regioni e costumi i più disparati. Guerre contro altri signori della guerra mongoli e guerre per soggiogare e “pacificare” popolazioni riottose e sudditi che non pagano i tributi. Messer Marco non ci trova nulla di male, le spiega, le giustifica, le approva (come necessarie, portatrici di ordine e civiltà, di libertà religiosa se non proprio di “democrazia”, strumento di apertura dei commerci e dei mercati, di consolidamento e sicurizzazione delle vie di comunicazione, spedizioni contro banditismo e brigantaggio, spedizioni punitive e spesso “preventive” degli attentati alla pax mongola).
    Talvolta vi si entusiasma.
    Come quando ricorda la conquista di Baudac (Baghdad) ricordata dagli annalisti dell’epoca, e non solo da quelli musulmani, come la singola impresa più truculenta del secolo, con forse due milioni di morti, soprattutto tra i civili. Aveva commosso persino le anime più tenere dell’occidente in crociata contro gli infedeli. Ma non Marco, che non dimentica che “adorano Maometto, sono male gente, e rubano volentieri i mercatanti”, insomma per lui sono i “cattivi”.
    O come quando racconta di come il signore dei tartari del levante Alau (Hulagu) aveva sterminato i “cattivi dei cattivi”, i terroristi che avevano prodotto nell’immaginazione dell’occidente l’impressione più profonda e duratura, forse ancora maggiore di quella che producono oggi Osama bin Laden e Al Qaida, la setta degli “assassini” del Vecchio della montagna.
    La loro leggenda si era ingigantita per un paio di secoli. Non c’era, ai quattro angoli del mondo, complotto, macchinazione oscura, atto di terrorismo in cui non si vedesse la mano dei fanatici del “Grande vecchio”. Alla setta de “lo perfido assassin”, come li bolla Dante nell’Inferno (XIX, 50) furono attribuiti attentati contro ben tre califfi, oltre che un gran numero di dignitari di tutti i paesi islamici, contro Raimondo, conte di Tripoli, e Corrado del Monferrato, re crociato di Gerusalemme, contro lo stesso Saladino e contro il principe Edoardo d’Inghilterra, crociato ad Acri, persino un tentativo di assassinio del Gran Khan nella sua capitale.
    San Luigi era convinto di essere nel loro mirino, e così Federico II. Erano ritenuti imbattibili e imprendibili, perché la loro organizzazione non era concentrata in un luogo fisico, bensì organizzata come in una “rete” di cellule legate dalla fede assoluta nel capo. Con le loro spettacolari operazioni di assassinio suicida avevano seminato il terrore soprattutto nella nomenklatura islamica. Tanto che le ricerche storiografiche più recenti tendono a presentarli come “insorti” contro l’ordine costituito, anzi come un “ordine di assassini” diretto a sconvolgere il mondo islamico, prima che a molestare gli occupanti occidentali.
    E’ forse anche la ragione per cui i crociati a più riprese avevano pensato di poterli utilizzare contro il nemico, anziché combatterli. L’ordine dei Cavalieri templari, fondato nel 1108 in Terrasanta, e spiritualmente ispirato da Bernardo di Chiaravalle (il santo fondamentalista che diede tanto filo da torcere ad Abelardo ed Eloisa), ne aveva copiato l’organizzazione e il modo di esercitare e accrescere la propria influenza. La descrizione che fa Marco della loro “base” è tra le più suggestive che ci siano state tramandate.
    Il gran “veglio” “avea fatto fare tra due montagne in una valle lo più bello giardino del mondo…; quivi era donzelli e donzelle, gli più belli del mondo e che meglio sapevano cantare e sonare e ballare; e faceva lo veglio credere a costoro che quello era lo paradiso. E per ciò il fece, perché Malcometto disse che chi andasse in paradiso avrebbe di belle femmine tante quante volesse…; e perciò lo fece simile a quello che aveva detto Malcometto…; e in questo giardino non entrava se non colui che egli voleva fare assassino…”. Finché a sistemarli una volta per tutte, fare quello che non era riuscito né al Saladino né ai crociati, non ci pensò il Khan dei mongoli. “Che sapeva tutte queste malvagità”.
    Non c’è una guerra del suo amato e saggio Khan su cui Marco abbia qualcosa da ridire.
    Riferisce con compartecipazione anche i disastri, come la fallita spedizione contro l’isola di Zipagu (o Cipangu, il Giappone, che gli europei del suo tempo non avevano idea di che fosse e sentivano nominare per la prima volta in assoluto). Andò malissimo, la grande armada coreano-cinese-mongola fu sgominata da una tempesta (dal Kamikaze, il vento divino, sostennero i giapponesi), la maggior parte dei superstiti furono fatti a pezzi dopo essere sbarcati, i pochi che riuscirono a rifare vela verso la Cina furono giustiziati su ordine del Gran Khan, per poco l’avventura gli costò il trono.
    I mongoli all’epoca di Kublai erano decisamente molto superiori a qualunque altra potenza sul piano delle tecnologie, oltre che dei numeri militari. Avevano già persino le armi da fuoco, oltre alla superiorità nell’uso dell’arco. Gli antichi dipinti li mostrano far piovere gragnole di razzi contro i giapponesi armati delle loro spade, sia pure di leggendaria fattura. Le loro macchine d’assedio, costruite importando il fior fiore dei “cervelli” da tutto il mondo, le loro fortezze mobili su elefanti e carri (più temibili agli occhi degli avversari di allora dei tank di oggi) superavano qualunque cosa gli si potesse contrapporre. La loro logistica, la mobilità delle loro orde rendeva inutilizzabile la ferraglia della cavalleria pesante medievale europea. Le loro navi, benché essi fossero stati originariamente un popolo di pastori, superavano per dimensione, armamento, capacità di governo e portata qualunque cosa si fosse sino ad allora visto nei porti d’Europa, dei Mari d’Arabia e del Golfo Persico. Non c’è nulla di strano che siano stati i cinesi a scoprire l’America molto prima delle caravelle di Colombo, anche se, forse perché distratti da altro, non ne trassero le conseguenze, e dell’impresa si sono perse anche le tracce.
    Erano i soli in grado di varare in poco tempo anche decine di migliaia di navi gigantesche. Di recente qualche studioso ha osservato che, dal punto di vista logistico e tecnico, avrebbero potuto anche lanciare un’invasione via mare dell’Europa e del Mediterraneo senza che nessuno avesse la forza di fermarli.
    Eppure, a Marco non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che possano essere una minaccia per la sua Europa. Lui non ha dubbi che le guerre del Gran Khan siano tutte solo giuste e benefiche, che quella superpotenza abbia “sempre ragione”, la sua “spinta propulsiva” non possa che essere positiva. E’ assolutamente affascinato dalla potenza economica della Cina (“E sì vi dico che tra tutti gli signori del mondo non hanno ricchezza quanto hae il gran Cane solo”, è il modo in cui conclude il capitolo in cui racconta della meraviglia dell’invenzione della carta moneta). Dalle sue tradizioni, e dalla convivenza delle diverse religioni e popoli, dal suo “welfare”, certamente dall’autoritarismo del suo modo di governo (non era il solo nell’Europa dei suoi tempi, anche Dante sognava la monarchia universale, il veltro, nato “tra feltro e feltro”, qualcuno – Olschki, nel gioiellino sul “Mito del feltro” – è arrivato a suggerire che potesse sognare una sorta di tirannia alla mongola, come quella nata tra i feltri delle yurte).
    Le meraviglie architettoniche delle capitali del Khan lo sorprendono come i grattacieli di New York. La Cina di Kublai è insomma la sua America. Navigando su Internet in cerca di illustrazioni per questo articolo siamo incorsi in un’immagine curiosa: un poster ritoccato dello storico manifesto di reclutamento nelle forze armate Usa in cui lo Zio Sam ha le fattezze di Kublai Khan.
    Per Marco Polo forse era un po’ come se si fosse trovato alla corte di George W. Bush.
    A questo punto mi viene il dubbio di essermi lasciato prendere forse troppo la mano in questa rilettura.
    Marco Polo non è un notista di politica internazionale.
    E’ innanzitutto un grande affabulatore, i cui racconti danno il piacere che dà la lettura delle favole, anche se, come tutte le favole che si rispettino, contengono grani di verità profonda.
    Le pagine più belle sono quelle in cui rende conto della diversità dell’umanità con cui entra in contatto. Se dovessi sceglierne una, segnalerei quella in cui descrive l’usanza di unire in matrimonio i fanciulli morti.
    L’hanno accusato di essersi “dimenticato” di cose macroscopiche: non menziona mai la Grande Muraglia, né le bacchette per mangiare, né l’abitudine di fasciare i piedi delle donne (però c’è un cenno al loro strano modo di camminare, “le fanciulle procedono adagio, allorché camminano, da non porre innanzi un piede più dell’altro che d’un sol dito”, anche se bizzarramente l’attribuisce all’ossessione “per la conservazione della propria verginità”).
    C’è chi dubita che in Cina abbia mai messo piede.
    No, racconta certe cose e ne tralascia altre, ribattono i difensori.
    Si potrebbe aggiungere che in effetti non stava in Cina, ma alla corte del capo militare che l’aveva conquistata, la vecchia Cina e le sue tradizioni millenarie restano per lui terra incognita.
    E comunque, allora come oggi, il continente Cina è qualcosa su cui si possono scrivere libri di gran successo dopo esserci stati qualche settimana, e accorgersi di non averne capito quasi nulla se ci si vive per 27 anni come fece Marco.
    Certo, ci sarebbe un altro modo di leggerlo.
    Come fa Calvino nelle “Città invisibili”.
    Libro stupendo, che si conclude con la seguente riposta di Marco al Gran Khan, che teme tutto sia inutile “se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale”, dove “ci risucchia la corrente”. No, “l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme”, lo corregge il veneziano.
    “Due modi ci sono per non soffrirne – continua. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio”.
    (fine)

    Siegmund Ginzberg su il Foglio

    saluti

 

 

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