Un’Europa cristiana divisa, che si sta dissanguando in crociate di cristiani contro altri cristiani ritenuti eretici ancor più feroci di quelle contro i musulmani, ha da poco scampato, per il rotto della cuffia, un flagello che avrebbe potuto trasformarla in terra bruciata.
Appena un decennio prima che nella casa dei mercanti veneziani Polo nascesse Marco (nel 1255 o 1254, 750 anni fa), le orde mongole di Batu Khan si accingevano ad invadere tutta l’Europa, avevano devastato le steppe meridionali della Russia, nell’inverno 1241 avevano già attraversato la Vistola e il Danubio ghiacciati, dilagavano verso l’Adriatico, le loro avanguardie erano arrivate ad accamparsi sotto Vienna, alcuni avevano raggiunto la Dalmazia, addentrandosi fino nel Friuli. Nessuno era in grado di fermare una valanga molto più inarrestabile dei saraceni inchiodati da Carlo Martello a Poitiers.
L’Europa si salvò solo per caso, perché era sopraggiunta la notizia della morte di Gengis Khan, e Batu diede ordine al suo esercito di invertire la marcia, per tornare a vedersela coi problemi della successione.
Avevano conquistato Cina e Persia, che allora erano più forti, unite e per molti versi più “civili” dell’Europa.
“Una catastrofe terribile, quale mai i giorni e le notti ne videro l’eguale, e che colpì il mondo intero, ma soprattutto i musulmani… I tartari non risparmiarono nessuno: sterminarono tutti, uomini, donne, bambini, sgozzando persino le donne incinte”, scrisse un cronista arabo, in base alle testimonianze dei pochi superstiti.
“Dio ci ha mandato contro un popolo spietato, un popolo selvaggio, un popolo che non risparmia né bellezza né gioventù, né i deboli vecchi, né i bambini”, gli fece eco il vescovo russo ortodosso di Vladimir. “Non risparmiano nessuno”, notò inorridito un cronista occidentale.
Il sultano e i principi musulmani avevano inviato ambasciate a chiedere aiuto contro “questi terribili barbari”, “che tutto distruggono e rendono desolato”.
Ci fu una discussione accesa in occidente. “Lasciamo che quei cani si divorino fra loro e che muoiano tutti, e quando marceremo contro i nemici del Cristo risorto li uccideremo e netteremo la faccia della terra”, fu la risposta agli ambasciatori ismailiti venuti in Francia e in Inghilterra per chiedere aiuto contro i mongoli.
Ma il re di Francia, Luigi IX, era un po’ più preoccupato: “Che il Cielo ce la mandi buona. Se quella gente che noi chiamiamo tartari arriverà sin qui, o noi li ricacceremo nelle regioni del Tartaro donde sono usciti, o ci manderanno tutti in cielo”, scrisse alla regina d’Ungheria mentre Pest veniva rasa al suolo. Comunque l’unica crociata organizzata quell’anno non era stata contro i mongoli, e neppure contro i musulmani, ma quella dei cavalieri teutonici contro i cristiani ortodossi, affondata assieme alle loro pesanti armature nei ghiacci del lago Pei pus, dove erano stati attirati da Aleksandr Nevskij.
E’ in questo contesto che, qualche anno dopo, due mercanti veneziani, riprendono il cammino verso la Cina ormai dominata dai mongoli, portando con sé il figlioletto appena quindicenne, Marco. Svanita la minaccia immediata di un’invasione mongola, veniva avanti l’idea, sia pure tra mille distrazioni, di un’alleanza coi mongoli contro i musulmani.
Se, qualche anno prima, frate Giovanni dal Pian del Carpine e Guglielmo di Robruck c’erano andati dichiaratamente soprattutto per raccogliere informazioni sul potenziale nemico e il suo potenziale militare, insomma a scopi – diremmo oggi – di spionaggio, ai veneziani, che hanno riportato dal loro primo viaggio la richiesta da parte di Kublai Khan che gli vengano inviati dei missionari, il Papa fornisce accompagnatori con la missione di convertire i mongoli e i loro sudditi.
Kublai Khan ne aveva chiesti “molti”. Ne vennero mandati un paio, dopo che “i due fratelli (Polo) istettero a Vinegia due anni, aspettando” che si facesse un nuovo Papa. E per giunta questi frati si persero d’animo e per strada, e non giunsero mai a destinazione. Dell’“alleanza” e della conversione non se ne fece nulla (poi cercheremo di spiegare perché non se ne sarebbe fatto molto anche se i missionari fossero stati mille anziché due). La straordinaria “finestra” di opportunità si sarebbe chiusa poco dopo.
Morto Kublai, i suoi successori avrebbero richiuso ermeticamente la Cina nel modo in cui lo è sostanzialmente rimasta quasi fino ai giorni nostri.
I mercanti (europei, ma ancor più arabi, ebrei) riuscivano a passare dove era impossibile agli eserciti. I Polo non erano i soli, c’è chi ha osservato che era “un momento unico in cui si potevano trovare colonie di mercanti italiani a Tabriz (ora Iran), Astrakan, Karakorum e Pechino, giunche cinesi nei porti del Golfo Persico, mercanti di Novgorod ad Alessandria e a Shiraz, armeni in tutte le città carovaniere, dal Danubio al Pacifico”.
Quel che ci è rimasto di più prezioso di quell’avventura è il libro sulle “Divisioni del mondo”, della “Descrizione del mondo” o sulle “Meraviglie del mondo”, più noto come “Il Milione” (non si sa se perché enfatizzava le grandi cifre, i “milioni”, o se perché questo era uno dei nomi ricorrenti nella famiglia dell’autore) che messer Marco Polo, molto grosso modo un contemporaneo di Dante, dettò a Rustichello da Pisa mentre era incarcerato dai genovesi.
Non ne esiste una versione originale, i manoscritti differiscono anche parecchio tra loro, il testo in genere più accreditato è una prima traduzione in francese. C’è chi lo ritiene un’opera molto, se non soprattutto, di fantasia. Ogni tanto qualcuno ritorna con la scoperta che forse in Cina Marco potrebbe non esserci mai stato. L’avrebbe dettato “a memoria”. Passa da un luogo all’altro così alla rinfusa che ha fatto impazzire tutti coloro che hanno cercato di dedurne un itinerario. Nel prologo c’è l’avvertenza che benché le cose le conti “in questo libro siccome egli medesimo le vide”, “ancora v’ha di quelle cose le quali egli non vide, ma udille da persone degne di fede”.
Si può dare per scontato che quello che non si era inventato lui l’ha aggiunto, per abbellimento, per sensazionalismo, o, al contrario, per farsi comprendere meglio dal pubblico, andare incontro ai gusti dell’epoca, non affaticare troppo il lettore dicendogli cose troppo diverse da quelle che poteva avere in mente, il suo “editor”.
Generazione dopo generazione di lettori vi ha trovato, come succede ai grandi “classici” non solo quel che c’era scritto ma quel che cercava in quel momento, una sponda alle proprie fantasie e alle proprie preoccupazioni, più che quel che poteva o voleva essere il “messaggio” originario. Cristoforo Colombo se l’era portato con sé, in versione latina, sulle caravelle, chiosando la sua copia con centinaia di annotazioni in latino e spagnolo. Gli interessavano molto le “mercaçciones innumeras”, il commercio infinito che pensava di trovare nelle Indie mentre stava invece scoprendo l’America.
Italo Calvino l’ha trasformato, in uno dei suoi libri più belli, “Le città invisibili”, in un colloquio immaginario tra Marco e il Gran Khan che trascende con straordinario garbo in molte, se non tutte, le inquietitudini del presente.
Si è detto che l’intenzione di Marco Polo sarebbe stata far capire quanto la Cina, sia pure quella caduta in mano agli eredi di Gengis Khan fosse molto più “grande”, complessa, persino più “avanzata”, solida e “moralmente” superiore all’occidente dei suoi tempi.
Non che ci fosse allora la “democrazia” in Europa, ma le sue pagine effettivamente trasudano di fascinazione per una tirannia illuminata, ricca di commercio, inventiva e intraprendenza commerciale e tolleranza, se non proprio “benevola” certamente molto organizzata ed efficiente. Racconta di un mondo di cui l’Europa, l’occidente, in quel momento non sa quasi niente.
E non è detto che, tre quarti di millennio dopo, ne sappia davvero moltissimo di più.
Per quanto possa sembrare paradossale, per un figlio di mercanti, la principale preoccupazione di Marco non è passare in rassegna i prodotti locali, quel che si può comprare e vendere. Sì, è il primo a parlare in occidente di petrolio, carbone (“pietre nere che si cavano dalle montagne come vena… e tengono più lo fuoco che non fanno le legna”), amianto (“la salamandra non è bestia, come si dice, che viva nel fuoco”, è un minerale che “si cava in vena, e istringesi insieme, e fa fila come di lama”).
Ma il prontuario commerciale l’hanno fatto meglio altri, a cominciare dal “Libro di divisamenti di paesi e misure di mercatantie” del fiorentino Francesco Balducci Pegolotti, di non molto posteriore. La differenza, ha notato Leonardo Olschki, è che mentre per il fiorentino il mondo è un solo grande mercato, per il veneziano “il mondo è invece spettacolo, che lui ritrae al suo meglio, nella sua grande varietà e molteplicità di manifestazioni”.
I fili conduttori del suo racconto “spettacolare” si intrecciano all’infinito. A tratti può annoiare, ma è straordinario come ogni “rilettura” possa far emergere percorsi e intrecci che erano passati inosservati o in ombra in quelle precedenti. Prima ancora del tema dello “scontro”, o meglio confronto di civiltà, tra i fili dominanti emerge certamente una preoccupazione di religione.
Marco non è “neutro”, è un occidentale cristiano, che prende costantemente parte per le sue “radici”, tenendo a distanza la principale religione rivale, l’islam, e le altre, che propende a mettere nello stesso cesto (confuciani, taoisti, buddisti, induisti, pagani) come “idoli”.
L’insistenza sulla “missione” di cui si dice investito da parte della cristianità (così come la probabile esagerazione delle missioni diplomatiche che gli sarebbero state affidate da Kublai Khan)
potrebbe essere auto-promozione. Gli aneddoti sulla superiorità dei cristiani - di tutti i cristiani, compresi i nestoriani, che i frati viaggiatori che lo avevano preceduto consideravano più perniciosi e infidi dei pagani e dei maomettani - possono fare sorridere per la loro ingenuità.
Ma il sogno di convivenza, pacifica competizione tra fedi diverse, che traspare dal suo racconto non ha precedenti nella sua epoca.
Il Gran Khan di Marco Polo, il “signore di tutti i tartari”, “che Cublai aveva nome”, è uno che soprattutto vuole sapere e conoscere degli altri. Ricevuti i viaggiatori d’occidente “domandògli dell’imperatore, e di che signore era, e di sua vita e di sua giustizia, e di molte altre cose di qua”.
Li sorprende per il rispetto che mostra alla loro religione. Una Pasqua, “sapendo che questa era una delle nostre feste principali, fece venire a sé tutti i cristiani, e volle che gli portassero il libro dove sono i quattro Evangeli… e devotamente lo baciò”. Gli chiedono perché lo faccia. Anche se già sanno che non è un trattamento che riserva ai soli cristiani, ché “il simil fa nelle feste principali di saraceni, giudei e idolatri”. “Ed essendo domandato della causa” quello gli dice:
“Sono quattro i profeti che vengono adorati, e a’ quali fa riverenza tutto il mondo. Li cristiani dicono il loro Dio essere stato Gesù Cristo, i saraceni Maometto, i giudei Moyse, gli idoli Sakyamuni, e io faccio onor e riverenza a tutti e quattro…, cioè a quello che è maggiore in Cielo, e più vero, e quello prego che m’aiuti…”.
Questa professione di fede, divenuta famosa, non è un’invenzione di Marco Polo, è confermata anche in trattati buddisti (che aggiungono Lao-tse e Mani). Ma compare solo in una delle molte versioni del Milione, quella del Ramusio. Molto probabilmente è stata soppressa in tutte le altre perché imbarazzava un’Europa non pronta a vedere messi sullo stesso piano Cristo, Maometto, Mosè e Budda.
Messa così, il successore del grande massacratore Gengis Khan appare un precursore dell’armonia di tutte le grandi religioni, e non solo quelle monoteiste.
I Polo sembrano addirittura convinti che privilegi quella cristiana, e sia a un passo dal convertirsi. Arrivano a chiedergli perché non si faccia cristiano. E quello gli risponde con un’argomentazione che sembra mischiare un rimprovero ai cristiani con i quali ha a che fare (“Voi vedete che li cristiani che sono in queste parti sono totalmente ignoranti, che non sanno cosa alcuna e niente possono…”) e una motivazione di opportunità politica (“Ma se io mi faccio cristiano, allora i miei baroni e le altre genti mi direbbero: qual causa ti ha mosso?… e non saprei cosa rispondergli, talché sarebbe gravissimo errore tra loro… e questi idolatri… mi potrebbero facilmente far morire”).
In realtà le cose sono molto più complesse di come ce le presenta Marco. La preoccupazione principale del signore assoluto di tutto l’oriente non è mettersi in pace con la propria coscienza religiosa, è consolidare il proprio potere.
Ha appena demolito con le sue orde un impero, un sistema amministrativo millenario, una dinastia fondata sulle tradizioni confuciane e sull’alta burocrazia. Non sono gli sciamani mongoli, le credenze primitive e tribali della sua terra natale a preoccuparlo. E Marco Polo non manca di cogliere perché: “A questi Tartari non importa quale Dio sia adorato nelle loro terre. Se solo tutti sono fedeli al loro signore, il Khan, e obbediscono, e versano il tributo dovuto, uno può fare quel che crede con la sua anima… che sia ebreo, o pagano, o saraceno o cristiano”.
Col suo ecumenismo Kublai Khan apre sostanzialmente una competizione tra le grandi religioni, in base a quanto meglio gli possano servire a consolidare la stabilità, rafforzare la sua nuova dinastia. Nel corso del suo regno non avrebbe esitato a reprimere in modo spietato coloro che, agitando argomenti religiosi, mettevano in discussione il suo potere o creavano turbolenze, a cominciare dai taoisti e confuciani nostalgici dell’impero cinese d’un tempo. Ha generali e consiglieri militari e diplomatici musulmani, cristiani, ebrei, nestoriani, cattolici come lo stesso Marco Polo. Purché lo servano bene e gli siano fedeli.
Gli ambasciatori che manda in Europa, Rabban Sauma, che i napoletani avevano visto sbarcare nel loro porto nel giugno 1287 – il primo cinese in occidente di cui si abbia notizia, dimenticato per mezzo millennio finché un manoscritto della sua relazione non fu fortunosamente ritrovato nell’Ottocento – e il suo compagno di viaggio Markos, erano monaci cristiani, nestoriani.
Non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello di demandare la sovranità religiosa a una potenza esterna e al di fuori del suo controllo, fosse pure il Papa.
In questo senso si potrebbe considerarlo un predecessore di Mao Tse-tung, che negli anni Sessanta, ai comunisti italiani in visita che peroravano un’apertura della Cina di fronte alla novità di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II, aveva risposto perentorio, con le mani a palmi aperti che si muovevano parallelamente verso l’alto: “Noi abbiamo questo principio: a ciascun paese piena sovranità sul suo territorio, e sulla parte di cielo sovrastante”.
Incoraggiava il dibattito e le discussioni teologiche, persino la competizione a chi faceva più miracoli e prodigi, insomma aveva aperto una sorta di concorso a chi poteva meglio servire al suo progetto politico. Malgrado le illusioni dei Polo, alla fine privilegiò il buddismo tibetano. Ma senza per questo perseguitare, far passare a fil di spada o bruciare gli altri.
(continua)
Da il Foglio
saluti




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