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Discussione: Terrorismo

  1. #11
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    Predefinito Appunto per....

    ....Pisanu

    Milano. Doppio linguaggio, doppie intenzioni. Secondo alcuni osservatori appartenenti alle correnti più laiche e moderate della comunità islamica italiana, al campeggio estivo dell’Ucoii, l’Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche italiane, (tenutosi durante il ponte di ferragosto ad Arcevia, in provincia di Ancona), l’incontro estivo di famiglie, educatori e leader religiosi sarebbe stato ancora una volta impostato alla maniera dei Fratelli musulmani: su un doppio binario.
    Un discorso ambiguo, apparentemente tollerante e ispirato al dialogo che però nasconde un messaggio plasmato dai principi fondamentalisti.
    Il titolo dell’incontro era infatti rassicurante: “Le civiltà fra l’incontro e lo scontro”.
    Così come lo sono state le tavole rotonde annunciate sul sito dell’Ucoii: “Il volontariato: ponte di conoscenza e dialogo”, “Lo sport: ponte di dialogo e convivenza”., “Il commercio: ponte di incontro e conoscenza” .
    Peccato che fra una conferenza e una gita nei boschi, dopo la preghiera, fra la visita delle grotte e le nuotate in piscina, pare che ci sia stato tempo come l’anno scorso per slogan meno pacifici.
    Un esempio? “Khaibar Khaibar, l’esercito di Maometto tornerà”.
    Si tratta di slogan – per fortuna non condivisi da tutti i presenti ci hanno detto alcuni dei partecipanti – che appartengono al retaggio militante dei salafiti che evocano la battaglia di Khaibar, l’enclave in cui si erano rifugiati gli ebrei che vennero fatti prigionieri dall’esercito di Maometto e costretti a lasciare la penisola arabica nel settimo secolo.
    Si tratta di slogan che evocano i primi anni della storia dei Fratelli musulmani, quando Hassan al Banna faceva parte del battaglione palestinese che combatteva gli ebrei.
    Ma ciò che più inquieta è la biografia dei conferenzieri invitati al XXXVI campeggio dell’Ucooi: a fianco di un professore marocchino, Mhammad Talabi, esperto di dialogo religioso, c’era anche un autorevole integralista.
    Si chiama Wagdy Ghoneim ed è stato arrestato nel dicembre del 2004 negli Stati Uniti (ed espulso dopo due mesi) dove viveva dal 2001, e dove era imam di una moschea della California.
    Dopo essere stato intercettato mentre incitava al jihad contro gli ebrei, accusandoli di essere imbroglioni, subdoli e ovviamente infedeli e raccoglieva soldi per sostenere la causa di Hamas.
    Il suo pensiero? Semplice: “Il problema della Palestina non è un dissidio per la terra – ha dichiarato durante un sermone –ma di fede. Supponiamo che gli ebrei dicessero ai musulmani di riprendersi la Palestina. Ci andrebbe bene? No, perché la nostra lotta non è per la terra, ma per la fede”.
    La sua biografia? Lineare. Leader dei Fratelli musulmani e sostenitore di Hamas è stato arrestato sei volte in Egitto. In Internet il suo nome appare in siti integralisti, a fianco di Rachid al Ghanouci, leader del movimento fondamentalista tunisino Nahada, esiliato a Londra, e a Omar Bakri, fuggito dall’Inghilterra dopo la strage del 7 luglio. Oggi Wagdy Ghoneim è un popolare telepredicatore del canale televisivo saudita Iqra, un pulpito per le sue prediche moralizzatrici contro i giovani e le donne che vorrebbero aggirare i tabù sociali imposti dalla sharia. Wagdy Ghoneim non è riuscito ad arrivare in tempo per partecipare al campeggio perché non è riuscito a ottenere il visto ma arriverà in Italia la prossima settimana dove, su invito dell’Ucoii farà un ciclo di conferenze.

    Slogan contro gli ebrei
    Insomma secondo i moderati, i campeggi dell’Ucoii, a dispetto delle dichiarazioni di intenti, sono più simili a dei campi di indottrinamento fondamentalista. Ma si deve registrare una buona notizia: l’anno scorso vi hanno partecipato centinaia di fedeli mentre quest’anno i presenti non erano più di settanta persone.
    Abbastanza comunque per scatenare l’indignazione dei musulmani più laici che sul numero di settembre di Al Maghrebya dedicheranno un articolo ai campeggi dell’Ucoii.
    “Dobbiamo credere che in questo campeggio siamo già in Europistan?”, ha scritto Yassine Belkassem. “L’Ucoii continua a giurare di essere un’organizzazione moderata, i suoi imam continuano a giurare di rifiutare l’integralismo, eppure chi in questi anni ha partecipato ai loro campeggi ci ha raccontato che ogni giorno gli organizzatori svegliavano i partecipanti all’alba per la preghiera. Poi si facevano esercizi fisici, corse e gare ripetendo slogan contro gli ebrei.
    Come se si trovassero in una caserma militare a Tora Bora…”.

    Su il Foglio

    saluti

  2. #12
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    Predefinito Islam di...

    ….Londra

    Il 7 agosto, a un mese esatto dalle stragi islamiste di Londra che hanno fatto 56 vittime, era arrivato l’avviso secco del primo ministro britannico Tony Blair: “Le regole del gioco sono cambiate”. Ieri il ministro dell’Interno, Charles Clarke, ha spiegato anche in che modo sono cambiate, annunciando la pubblicazione di una lista dettagliata di comportamenti che l’Home Office da oggi in poi riterrà “inaccettabili”. Londra non è più disposta a tollerare la presenza sul suo territorio di “cattivi maestri” che predicano il jihad in seno alle comunità musulmane britanniche, e non mostrerà più alcuna indulgenza.
    I comportamenti ritenuti inaccettabili – come la difesa, la promozione o la giustificazione della violenza e dell’odio religioso, anche se di per sé non costituiscono reato per la legge inglese – saranno ragione sufficiente per spedire con la forza gli estremisti nei paesi d’origine, o per tenerli fuori dai confini nazionali.
    Le nuove regole sono retroattive, cadranno quindi sotto di esse anche le dichiarazioni fatte in passato.
    Ma non si tratta che di una parte dei provvedimenti illustrati da Clarke. Il giustificare o glorificare atti terroristici, dovunque essi avvengano, è stato trasformato in reato. Le leggi sui diritti umani, come lo Human Rights Act del 1998, da oggi potranno essere emendate per prevenire ostacoli legali al trasferimento forzato all’estero degli indesiderati.
    L’asilo politico sarà rifiutato automaticamente a chiunque abbia a che fare con attività terroristiche compiute in qualsiasi parte del mondo.
    Il numero dei giudici speciali che si occuperanno di questi casi sarà aumentato.
    Sarà posto anche un tempo limite massimo per considerare l’estradizione chiesta da altri paesi.
    “E’ inaccettabile - ha detto Blair – che Rashid Ramda, ricercato per le esplosioni nella metropolitana di Parigi di dieci anni fa, fosse ancora nel Regno Unito”.
    Inoltre, la procedura per acquisire la cittadinanza britannica sarà resa più difficile, e una commissione studierà, d’accordo con le comunità islamiche, come meglio integrare nella società le parti che “al momento sono inserite inadeguatamente”.
    “La lista – dice Clarke – non è esaustiva, ma soltanto indicativa.
    I primi trasferimenti avverranno già nei prossimi giorni”.

    Da il Foglio

    saluti

  3. #13
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    Predefinito Islam in....

    ….America

    Chi sono, come vivono e in cosa si differenziano dai loro correligionari europei gli Islamici d’America

    Fin da quando è risultato chiaro che tre dei quattro jihadisti che hanno compiuto gli attentati a Londra il 7 luglio erano nati e cresciuti in Inghilterra, gli inglesi hanno cominciato a osservare più attentamente i propri vicini musulmani.Hanno gli stessi valori? Qual è la loro situazione economica? Per chi tifano quando l’Inghilterra gioca a cricket contro il Pakistan? E quanti altri aspiranti attentatori ci sono tra loro? Come spesso avviene, l’Inghilterra disponeva già di buone informazioni per rispondere a queste domande ben prima di subire gli attentati: uno studio del ministero dell’Interno pubblicato nel 2004 mostrava, per esempio, che i musulmani inglesi hanno un tasso di disoccupazione tre volte superiore a quello del resto della popolazione, che il loro livello di partecipazione civica è molto basso e che almeno il 26 per cento non prova sentimenti di fedeltà nei confronti dell’Inghilterra.
    Negli Stati Uniti, invece, la legge proibisce all’ufficio censimenti di mantenere statistiche sull’identità religiosa, e quindi non si dispone di dati sicuri sulle dimensioni e la natura della popolazione musulmana d’America. Tuttavia, se l’America dovesse essere attaccata da jihadisti americani, gli americani si porranno senza dubbio le stesse domande che ora si stanno ponendo gli inglesi.

    Ecco che cosa sappiamo
    Innanzitutto, bisogna sbarazzarsi della diffusa ma erronea idea che gli arabi americani e i musulmani americani siano la stessa cosa. In realtà, quasi tutti gli arabi americani non sono musulmani, e quasi tutti i musulmani americani non sono arabi. Secondo il censimento del 2001, ci sono un milione e duecentomila americani di origine araba, dei quali solo il 24 per cento (in base a un sondaggio condotto dall’Arab American Institute) sono musulmani. Gli altri sono per lo più cattolici, cristiani ortodossi o protestanti. Sono anche benestanti, con un reddito familiare medio di 52.000 dollari e un elevatissimo tasso di matrimoni misti (oltre il 75 per cento), che dimostra come siano profondamente confluiti nel grande melting pot americano. Le informazioni sui musulmani americani sono molto meno dettagliate. Un sondaggio condotto nel 2004 dalla Zogby International indica che circa un terzo dei musulmani americani è di origine sudasiatica; il 26 per cento sono arabi e il 20 per cento americani di colore.
    Ma fino al 2001 non abbiamo avuto la minima idea di quanti musulmani vivessero in America, e anche ora la cifra è molto discussa. Tutte le principali organizzazioni musulmane ritengono che sia superiore ai 6 milioni, che, come ha osservato Daniel Pipes, ha la convenienza di essere più alta di quella degli ebrei americani. Tutte le ricerche indipendenti, invece, ritengono che la cifra non sia superiore ai 3 milioni, mentre secondo lo studio finora più accurato e attendibile, condotto dal professore Tom Smith del National Opinion Research Center della University of Chicago, in America vivono 1.886.000 musulmani.
    Quale che sia la cifra esatta, appare chiaro che i musulmani americani, al pari degli arabi americani, hanno vissuto piuttosto bene negli Stati Uniti. Il sondaggio della Zogby indica che il 59 per cento dei musulmani americani ha perlomeno un diploma di scuola superiore, il che li rende il gruppo più istruito in America. Sono anche la più ricca comunità musulmana del mondo: 4 musulmani americani su 5 hanno un reddito annuale di 25.000 dollari e uno su tre di oltre 75.000 dollari. Tendono a fare lavori da libero professionista, e la maggior parte di loro possiede un capitale azionario. In termini di partecipazione civica, l’82 per cento è registrato al voto, con il 50 per cento di democratici. E’ tuttavia un fatto interessante che, secondo i dati del sondaggio, il 65 per cento dei musulmani americani è a favore di una riduzione delle tasse sul reddito. Se si tiene conto di questi dati, risulta che i musulmani americani sono piuttosto diversi da quelli dell’Inghilterra e dell’Europa, che tendono a essere poveri e socialmente emarginati.
    Ci sono altri quattro elementi che differenziano i musulmani americani.
    Primo, a differenza di quanto accade in
    Europa, la stragrande maggioranza dei musulmani è entrata legalmente negli Stati Uniti e buona parte di coloro che non lo avevano fatto sono stati estradati dopo l’11 settembre 2001. Secondo Ali al-Ahmed, del Saudi Institute di Washington, negli Stati Uniti ci sono probabilmente non più di poche migliaia di immigrati musulmani clandestini.
    Secondo, il 26 per cento dei musulmani americani fa matrimoni misti (dati di un sondaggio effettuato nel 2001 dalla City University of New York). Siamo molto lontani dalla percentuale degli arabi americani, ma abbastanza vicini alla media nazionale del 25 per cento. E poiché il 64 per cento dei musulmani americani non è nato in America, c’è motivo di attendersi che la percentuale cresca con la seconda e la terza generazione.
    Terzo, secondo Ishan Baghy, un professore della University of Kentucky che recentemente ha condotto una ricerca sulla frequentazione delle moschee a Detroit, il tipico frequentatore di moschea è un uomo di 34 anni, sposato e con figli, in possesso almeno di una laurea di primo livello, con un reddito di circa 74.000 dollari all’anno. Se questo quadro è rappresentativo della popolazione musulmano americana nel suo complesso, ne risulta che i religiosi osservanti non hanno nulla a che fare con la figura del giovane musulmano emarginato e infuriato ampiamente diffusa in Europa.
    Infine, i musulmani americani hanno il vantaggio di avere, a parte qualche notevole eccezione, leader generalmente più responsabili di quelli inglesi o europei. Basta confrontare la netta condanna del terrorismo espressa dal Muslim Public Affaire Council di Los Angeles con le astutamente ambigue dichiarazioni di Tariq Ramadan in Francia, per non dire nulla delle posizioni dichiaratamente jihadiste sostenute da alcuni dei più notori imam dell’Inghilterra.
    Dunque, gli Stati Uniti hanno un “problema musulmano”?
    Se i dati che abbiamo riportato sono accurati, la risposta dovrebbe essere: no.
    Al contrario, i musulmani americani tendono a essere dei veri modelli sia come americani sia come musulmani. Ma questo non significa che non ci siano problemi. Uno di questi è rappresentato dalle moschee sovvenzionate dall’Arabia Saudita, che possono servire come canale di trasmissione per la versione wahabita estremista dell’islam sostenuta dal regno saudita […].
    Al di sopra di tutto questo sta la questione della traiettoria di lungo termine della popolazione musulmana americana. In Inghilterra, come anche in Germania e in Francia, una caratteristica specifica del movimento islamista sta nel fatto che ha messo radici nei musulmani della seconda generazione, la cui disillusione nei confronti dello stile di vita occidentale si accompagna al fascino romantico della purezza etnica e religiosa. I musulmani americani, la maggior parte dei quali non sono nati in America, sono probabilmente meno esposti a questo rischio.
    Ma questo non garantisce che non vi siano esposti i loro figli. Inoltre, né un’istruzione di prima qualità di tipo occidentale né il benessere economico rappresentano una sicura vaccinazione contro l’estremismo: basta pensare alla carriera di Mohammed Atta, il capo del gruppo autore degli attentati dell’11 settembre, che aveva studiato all’Università di Amburgo, o all’assassino di Daniel Pearl, Ahmed Omar Saeed Sheikh, che aveva studiato alla London School of Economics.
    Sono sufficienti pochi uomini (o donne) per compiere un atroce attentato terroristico, e gli Stati Uniti non hanno alcuna garanzia per ritenersi immuni dal terrore islamista interno.
    Ma se è vero che “ci vuole un villaggio per fare un terrorista”, allora gli Stati Uniti sono molto più al sicuro degli europei.
    E’ una benedizione che gli americani continueranno ad avere finché resteranno una società mobile, assimilatrice e vigile.

    Bret Stephens e Joseph Rago – WSJ per concessione di Milano Finanza (trad. A. Piccato)

    da il Foglio

    saluti

 

 
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