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Discussione: Terrorismo

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    Predefinito Terrorismo

    Milano. Il carismatico imam che si è fatto le ossa contro i sovietici in Afghanistan, suo cognato che recluta aspiranti kamikaze per l’Iraq, l’ex alcolizzato che riscopre la retta via con il jhiad: sono i tre estremisti islamici che per anni hanno vissuto indisturbati nel nostro paese e che, dal primo agosto, sono finiti sulla lista nera degli Stati Uniti. Ahmed el Bouhali, Abdelkader Laagoub e Faycal Boughanemi sono stati bollati dal dipartimento del Tesoro americano come “terroristi per il loro coinvolgimento nelle cellule legate ad al Qaida costituite a Cremona, in Italia” e probabilmente fanno parte della rete fondamentalista che, secondo i nostri servizi, ha fornito denaro e uomini al jihad.
    Nel “Cremonistan” i tre, assieme ad altri estremisti, hanno trovato per anni rifugio sicuro e una base europea per “reclutare volontari, raccogliere fondi per organizzazioni terroristiche e pianificare attacchi in Italia, Marocco e Tunisia”, come denunciano gli americani.
    El Bouhali, riparato in Afghanistan tre mesi prima dell’11 settembre, è stato dato per morto sotto le bombe, ma secondo molte fonti si tratta di un depistaggio. Gli altri due sono sotto processo alla Corte d’assise di Cremona per terrorismo.
    Secondo il dipartimento del Tesoro americano, el Bouhali, classe 1963, “formò la cellula (legata al Gruppo combattente islamico marocchino, ndr) nel 1988 a Cremona e la guidò fino all’estate del 2001”. Imboccò da giovanissimo la strada della guerra santa, verso la fine degli anni 80, quando andò in Afghanistan a combattere contro gli invasori sovietici. Per questo motivo lo chiamavano l’emiro dei “marocchini-afghani”, i volontari islamici provenienti da diversi paesi musulmani, come Osama bin Laden.
    “Gli investigatori italiani hanno sequestrato a el Bouhali manuali di addestramento paramilitare, che comprendevano istruzioni per utilizzare armi, strumenti di intercettazione e costruire bombe”, scrivono gli americani spiegando perché l’hanno inserito nella lista nera.
    Non solo: il marocchino-afghano è in possesso anche di filmati con i messaggi di bin Laden che incitano alla violenza e volantini propagandistici di al Qaida. “Materiale che sarà utilizzato da el Bouhali per reclutare personale per le attività terroristiche in Iraq”, denunciano gli americani.
    Nel 1998 una prima ondata di perquisizioni della Digos trova a casa sua un manuale di addestramento del campo di al Faruk, gestito da al Qaida, in Afghanistan.
    Poche ore dopo el Bouhali e altri fermati sono rilasciati con tante scuse, perché la magistratura non li considera terroristi.
    Nell’agenda del marocchino-afghano viene trovato un indirizzo belga inviato all’antiterrorismo di Bruxelles. Si tratta di un covo di fondamentalisti, che appena vedono i poliziotti cominciano a sparare. L’inchiesta che ne deriva porterà, nel 2000, a sventare il complotto per far saltare in aria la cattedrale di Strasburgo.
    Nel frattempo, il marocchino-afghano può continuare a guidare la preghiera dei musulmani di Cremona, inneggiando alla guerra santa. Soltanto nel 2001, quando s’indaga su un possibile attentato all’ambasciata americana a Roma, collegato alla cellula di Cremona, el Bouhali parte e raggiunge l’Afghanistan dei talebani e di al Qaida.

    Le rivendicazioni di Ansar al Sunna
    Alle spalle lascia un gruppo affiatato di cui fa parte il marocchino Abdelkader Laagoub, che sposa la sorella di el Bouhali. Secondo il Tesoro americano, Laagoub “guida la cellula terrorista di Cremona fino al febbraio del 2004 assieme a Mourad Trabelsi”, un altro fondamentalista già finito nella lista nera degli Stati Uniti.
    A casa del cognato di el Bouhali gli investigatori trovano i filmati inediti delle azioni di Ansar al Sunna, uno dei gruppi del terrorismo iracheno. La cellula di Cremona si è specializzata nel reclutamento di aspiranti kamikaze da inviare in Iraq. Video e rivendicazioni di Ansar al Sunna vengono sequestrati – scrive Roberto Fiorentini, specialista della pista del jihad a Cremona e dintorni – in un appartamento di Paderno Ponchielli, che l’Aler (Azienda lombarda per l’edilizia residenziale, un ente pubblico)
    “gli affitta a prezzo stracciato”.
    Laagoub è sotto processo per terrorismo internazionale, come il terzo personaggio inserito nella lista nera: il tunisino Faycal Boughanemi. Quando arriva nel cremonese è dedito all’alcol e alle amicizie omosessuali, poi si converte e scopre la guerra santa.
    “Boughanemi ha aiutato a reclutare individui per attacchi terroristici in Tunisia – scrivono gli americani – Inoltre ha partecipato a una cospirazione per attentati contro il Duomo di Cremona e la metropolitana milanese, in risposta alla politica estera italiana” fedele agli Usa.
    Nello stesso periodo il Comune di Cremona lo assume come giardiniere.

    Da il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Noi crociati

    A noi crociati, questo al Zawahiri che è numero 2 dei fascisti islamici di al Qaida, ieri ha dato un motivo in più per continuare a sostenere i legittimi, liberi e democratici governi iracheno e afghano (gli unici del mondo musulmano).
    E a sostenerli anche militarmente, fino a quando non saranno in grado di difendersi da soli.
    Con la solita videocassetta inviata agli accoglienti studi di Al Jazeera, l’ideologo dei macellai-stragisti ha rivolto “all’alleanza crociata” un’ennesima richiesta di tregua (segno di debolezza), seguita dall’immancabile minaccia di attentati.
    Vengono in mente subito due cose.
    La prima: chiamandoci “crociati”, i terroristi confermano di considerare la guerra in corso una guerra religiosa e non per il petrolio o per l’ideologia folle dei neocon, come spiegano i teorici nostrani del tutti-a-casa. Continuare a negare questa evidenza, girarsi dall’altra parte e non riconoscere l’esistenza, ma soprattutto la natura, del nemico che ci vuole tagliare, e ci taglia, la testa non è soltanto stupido, è pericoloso.
    Un errore, peraltro, che il mondo civile ha già commesso con Hitler prima e con Stalin poi (e anche in quel caso furono i predecessori di Bush e Blair, cioè Roosevelt e Churchill e poi Reagan e Thatcher, a rimboccarsi le maniche).
    Qualche segnale di risveglio però c’è: la Francia si sta rendendo conto di aver sbagliato tutto e zitta zitta ora caccia gli estremisti, prepara un Patriot Act e denuncia il gioco sporco iraniano sul nucleare.
    Purtroppo da noi non è così: la sinistra politica e giornalistica italiana si è perfino dimenticata delle poche e timide (ma serie) parole di Fassino dopo le elezioni irachene, segno che quelle parole non sono mai state pienamente accettate e che dalle parti dell’Ulivo i diritti delle donne, la democrazia e la libertà interessano meno dell’ultima polemica con Calderoli.
    La seconda cosa è questa: per Zawahiri, i crociati sono tutti, non solo Bush e Blair, ma tutti i cristiani presenti in Afghanistan e in Iraq.
    C’è anche Prodi, per intenderci.
    Tra i crociati c’è anche la lobby politicamente corretta del giornalismo chic, quella che dice di non mangiare vongole se non quando c’è da far partire un fondo comune cheperò-no-non-ci-cambierà. Tra i crociati c’è anche quell’unica coalizione al mondo che non ha ancora capito che Afghanistan e Iraq sono la stessa guerra.
    E non perché lo dice Bush, ma perché lo dice, anzi l’ha sempre detto, al Qaida.
    Zawahiri, infatti, chiede di ritirarci dall’Iraq e dall’Afghanistan, non solo dall’Iraq.
    E a Kabul proprio ieri l’Italia ha assunto la guida della forza multinazionale.
    Sarebbe carino che il crociato Prodi comunicasse se una volta al governo adempierà alle richieste di Zawahiri in pieno o solo a metà.

    Ferrara su il Foglio

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  3. #3
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    Predefinito Tolleranza zero alla francese

    Parigi. Agosto è mese di riforme per Nicolas Sarkozy, ministro dell’Interno francese.
    Espulsioni, nuovi crimini legati al terrorismo, leggi ad hoc per fermare i fiancheggiatori del terrore: Sarkozy, dopo aver decretato “l’urgenza nella lotta contro il terrorismo” all’indomani degli attentati di Londra, è passato all’azione. Per sradicare “i reclutatori di kamikaze” e introdurre la “tolleranza zero” nei confronti degli imam integralisti, ha firmato, alla fine di luglio, le prime espulsioni di predicatori che “non rispettano i nostri valori”, imbarcando verso Algeri Abdelhamid Aissaoui, imam occasionale a Lione, già condannato a quattro anni per la partecipazione a un attentato contro un Tgv nel 1985, e Reda Ameuroud, membro di un gruppo salafista che opera nell’undicesimo arrondissement, cuore mondano di Parigi.
    Ed è solo l’inizio. Sarko ha promesso di espellere, entro la fine di agosto, “una decina di altre persone segnalate per aver promosso un discorso islamista radicale”. In maggioranza magrebini, gli imam che saranno accompagnati alla frontiera sono stati individuati nelle regioni di Lione, Marsiglia e Parigi, nell’ambito di un’operazione dei servizi d’intelligence che ha coinvolto una quarantina di moschee sotto l’influenza salafita.
    Sarko intende muoversi anche contro i predicatori di cittadinanza francese – il 20 per cento circa – rilanciando “le procedure di decadenza di nazionalità nei confronti di chi tiene discorsi violenti”.
    Oltre alla sorveglianza sugli ambienti islamisti, Sarko vuole rafforzare la prevenzione.
    Il piano “Vigipirate” è a livello di massima allerta, le misure di sicurezza sono state rafforzate, esercito e polizia sorvegliano luoghi pubblici e trasporti. Il ministro dell’Interno ha comunicato l’intenzione di presentare entro la fine di agosto il progetto di legge antiterrorista.
    Sarko propone di generalizzare la video-sorveglianza, di conservare per almeno un anno i dati telefonici e Internet e di istituire carte di identità biometriche.
    Poi vuole aumentare i controlli sui treni internazionali e, più in particolare, sugli aerei diretti in Pakistan, Siria e Afghanistan. Infine, per dare “una nuova dimensione all’antiterrorismo francese” – ed evitare disguidi tra i servizi di sicurezza – Sarko ha deciso di raggruppare in un unico immobile la Direzione di sorveglianza del territorio (Dst), i Renseignements généreaux (Rg) e la divisione antiterrorista della polizia giudiziaria.
    La strategia antiterrorista di Sarkozy va, però, oltre l’ambito di stretta competenza del ministero dell’Interno. Pascal Clement, ministro della Giustizia sarkosiano dai tempi del governo Balladur, ha appena presentato al governo una proposta per rafforzare i dispositivi repressivi. Le misure eccezionali in vigore prevedono il fermo di polizia di 96 ore, perquisizioni facilitate e carcerazione preventiva più lunga. I processi si fanno in Corti d’assise formate da giudici professionisti e le pene per reati di terrorismo sono più severe.
    Resta, però, un vuoto giuridico per i complici dei terroristi cui vengono concesse pene ridotte: i membri della rete di sostegno degli autori degli attentati del 1995 in Francia sono stati condannati in media a 5-6 anni. Clement, con il sostegno dei magistrati antiterrorismo, propone di aumentare a 15 anni la pena per i responsabili di “associazione a delinquere al fine di preparare un crimine terrorista”, che saranno giudicati da una Corte d’assise invece che da un tribunale correzionale.
    Il guardasigilli vuole poi centralizzare a Parigi la sorveglianza e la gestione delle pene per i colpevoli di reati di terrorismo, al fine di evitare scarcerazioni troppo facili in provincia.
    Il primo ministro, Dominique de Villepin – che sta plasmando il suo governo in chiave anti Sarkozy – non ha osato ostacolare il piano antiterrorismo e ha anticipato le critiche rassicurando che “in nessun caso rimetterà in discussione i principi fondamentali del nostro diritto”.
    Intanto Sarko, zitto zitto, sta imponendo un Patrioct Act alla francese.

    Su il Foglio

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Cristo, Maometto....

    ...e l'Occidente

    Al direttore - La divergenza tra Islam e occidente è sicuramente una divergenza sul lessico: essi usano le medesime parole, che non indicano però le medesime cose.
    Il paragone va stabilito non tra Islam e occidente, ma tra Islam e Cristianesimo, perché i concetti che dividono i due lessici sono teologici, ed è col Cristianesimo che l’Islam si è sempre pensato in conflitto.
    Il Cristianesimo può distinguere tra la propria fede e le culture in cui questa si inserisce perché in principio accetta di inculturarsi, di adattarsi cioè a culture diverse. Ciò è la conseguenza della distinzione cristiana tra persona e società, tra natura e grazia.
    Per l’Islam la rivelazione coranica è il principio di una civiltà perché ordina, in nome di Dio e come immediata conseguenza della sua parola, tutti i rapporti sociali. Per l’Islam la religione islamica è una civiltà universale, quella della comunità musulmana mondiale. L’Islam è regolato sul modello dell’Uno, mentre il Cristianesimo si fonda su quello dell’Essere, che consente la pluralità.
    Il Cristianesimo possiede il concetto della distinzione tra Dio e creazione in modo tale da lasciare un’autonomia alla creazione e da pensarla quindi come relazione. La creazione è dunque un concetto fondamentale del Cristianesimo proprio come realtà altra da Dio, anche se in Dio ha la sua origine ed il suo fondamento.
    Per l’Islam la creazione esiste solo come produzione costante della volontà divina: Dio è l’unica causa di tutti gli eventi. Il concetto di natura non ha quindi alcuna parte nel pensiero islamico, che non riconosce –differentemente dal Cristianesimo – alcuna autonomia alle causalità create.
    Il Cristianesimo, come già l’Ebraismo, ha potuto su questa base fondare il concetto di una relazione bilaterale con Dio, di una “alleanza”, e perfino di una partecipazione che l’uomo, pur rimanendo tale, può avere con la natura divina.
    L’Islam non può concepire altro che una soggezione totale che non fonda alcuna bilateralità nei rapporti tra uomo e Dio.
    La Scrittura cristiana è a un tempo parola di Dio e dell’uomo, il Corano è solo atto di Dio di cui Maometto non è in alcun modo causa. Anche qui, il monismo dell’Islam è totale.
    Perciò accade che le medesime parole abbiano diversi significati.
    La creazione, nell’Islam, è segnata dal niente, nel Cristianesimo essa è invece una realtà in cui è posto l’essere da Dio distinto.
    L’Islam consiste nel riconoscere la nullità della creazione innanzi a Dio; il Corano è infine la sola realtà in cui Dio si esprime e non è un atto di rivelazione di Dio circa se stesso, ma sulla sua volontà di obbedienza, da parte degli uomini, alla sua parola. Il Corano è più della creazione e non crea una comunione con Dio, ma soltanto una soggezione dell’uomo all’unica causa del mondo, il riconoscimento che Dio è l’unica realtà.
    L’Islam mantiene del panteismo la totalità del divino, ma esclude interamente Dio da ogni sua immagine nella natura.
    Il Corano cita i testi biblici, ma esclude la Bibbia.
    Le memorie bibliche sono interamente incluse nell’unico atto rivelatore di Dio che è il Corano.
    Gli infedeli sono quindi una meontologia, una falsa esistenza che non riconosce la natura e la sua radicale dipendenza dall’unica causalità divina.
    Gli infedeli contraddicono l’ontologia dell’unico Dio e dell’unica causa, che è l’essenza della rivelazione coranica. L’islamismo ha potuto assorbire due religioni dualistiche, come il manicheismo e lo zoroastrismo, perché ha introdotto il dualismo nella distinzione tra esistenza del musulmano, conforme all’unico Dio, e la cattiva esistenza del non musulmano, che è nulla pur non riconoscendo di esserlo.
    Il concetto di “infedele” include ciò che nel manicheismo e nello zoroastrismo era il dualismo ontologico.
    Non esistendo nell’Islam un’ontologia del creato, non esiste neppure l’idea di male.
    Il segno del nulla include tutta la realtà nel suo non esistere. Ma il dualismo vive nella definizione del non credente come cattiva esistenza che deve essere negata per affermare l’unica realtà, l’unica causalità divina.
    Tutte le parole coraniche sono parole che hanno una storia cristiana, ma sono separate da essa da una potente intuizione religiosa in cui il Dio unico è diventato l’unica causa e la realtà un’esistenza che non ha più spessore di essere.
    Vi è, nascosta nel monismo coranico, una meontologia, una definizione della negatività che non ha figura di male reale, ma solo di negazione dell’unicità della causa divina: un nulla che si ribella contro l’unica causa del suo esistere.
    E’ questa la sottile forma di nichilismo che pervade il pensiero islamico e che, non a caso, ha trovato nelle azioni annichilenti, cioè nelle azioni di guerra, la sua forma propria di azione civile e sociale. Al tempo stesso, l’annullamento, la morte in battaglia, è il modo con cui il musulmano entra nello spazio secondo della creazione che non è, come per il cristianesimo, la vita di Dio, ma solo un’esistenza premiata.
    Tutte le differenze tra Islam e Cristianesimo divengono differenze tra Islam e occidente perché quest’ultimo ha portato alla massima espansione l’autonomia della realtà umana dalla realtà divina.

    Gianni Baget Bozzo su il Foglio

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    Predefinito Gli opposti fondamentalismi

    Un ebreo può uccidere, come un islamico: ma Israele sa condannarlo

    Chi si rifiuta di comprendere la natura religiosa del terrorismo palestinese e islamico, guardi alla strage di Shfaram. Guardi al cittadino israeliano che uccide innocenti non perché è un nazionalista né perché è povero, ma perché è altro: un fondamentalista.
    E’ convinto che gli ebrei abbiano ricevuto da Dio, dal patto abramitico che lega la storia terrena degli ebrei a Dio, il diritto alla terra di Israele, alla Grande Israele che comprende Gaza e la Cisgiordania.
    Solo per questo ha ucciso arabi (israeliani) innocenti.
    Solo per questo rifiuta ogni mediazione politica, ogni considerazione strategica.
    La sua mano è armata esattamente dalla stessa logica che arma i kamikaze palestinesi.
    “La Palestina è un lascito eterno di Allah al popolo dell’Islam, sino al giudizio universale”, in questa frase dello Statuto di Hamas è riassunto il vero senso del “rifiuto arabo di Israele”.
    Per questa natura divina del diritto alla terra, la leadership palestinese filonazista del Gran Muftì e quella laico-islamica di Yasser Arafat hanno sempre rifiutato la mediazione e la trattativa, pur fingendo di accettarle.
    Per questo Yasser Arafat ha lanciato l’Intifada.
    Per questo ancora oggi 19 Stati musulmani su 23 non riconoscono il diritto di Israele ad esistere. Per questo lo slogan “pace in cambio di terra” non ha mai funzionato. Perché la terra dell’islam, il dar al Islam, e la Palestina soprattutto, per gli arabi è nella esclusiva disponibilità di Allah.
    C’è, però, anche un fondamentalismo israeliano, speculare a quello palestinese. La differenza tra l’uno e l’altro non è soltanto nei numeri. L’abisso che separa i due fondamentalismi è la forza della democrazia nella società israeliana a cui corrisponde l’egemonia del fondamentalismo in quella araba e palestinese.
    Menahem Begin e lo stesso Ariel Sharon hanno spesso agito nel nome di un fondamentalismo ebraico (come in Libano nel 1982), ma la forza di Israele è di essere nato non in nome di Dio, ma in nome del suo popolo, come ricordano le limpide e laiche tesi di Theodor Herzl riprese da David Ben Gurion nel 1948.
    La forza di Israele è la sua democrazia, così pervasiva da riuscire a modificare idee e azioni anche dei suoi leader fondamentalisti, a spingerli alla trattativa, alla politica, addirittura alla ritirata.
    Come oggi Ariel Sharon da Gaza.
    La debolezza della società palestinese e di quelle arabe è ben più grave della mancanza di democrazia: è quella di avere un orizzonte di vita in cui il fondamentalismo è egemone e, inoltre, una religiosità che pervade il senso del possesso della terra, come della donna.

    Ferrara su il Foglio

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    Arrow Re: Cristo, Maometto....

    In origine postato da mustang
    ...e l'Occidente

    Al direttore - La divergenza tra Islam e occidente è sicuramente una divergenza sul lessico: essi usano le medesime parole, che non indicano però le medesime cose.
    Il paragone va stabilito non tra Islam e occidente, ma tra Islam e Cristianesimo, perché i concetti che dividono i due lessici sono teologici, ed è col Cristianesimo che l’Islam si è sempre pensato in conflitto.
    Il Cristianesimo può distinguere tra la propria fede e le culture in cui questa si inserisce perché in principio accetta di inculturarsi, di adattarsi cioè a culture diverse. Ciò è la conseguenza della distinzione cristiana tra persona e società, tra natura e grazia.
    Per l’Islam la rivelazione coranica è il principio di una civiltà perché ordina, in nome di Dio e come immediata conseguenza della sua parola, tutti i rapporti sociali. Per l’Islam la religione islamica è una civiltà universale, quella della comunità musulmana mondiale. L’Islam è regolato sul modello dell’Uno, mentre il Cristianesimo si fonda su quello dell’Essere, che consente la pluralità.
    Il Cristianesimo possiede il concetto della distinzione tra Dio e creazione in modo tale da lasciare un’autonomia alla creazione e da pensarla quindi come relazione. La creazione è dunque un concetto fondamentale del Cristianesimo proprio come realtà altra da Dio, anche se in Dio ha la sua origine ed il suo fondamento.
    Per l’Islam la creazione esiste solo come produzione costante della volontà divina: Dio è l’unica causa di tutti gli eventi. Il concetto di natura non ha quindi alcuna parte nel pensiero islamico, che non riconosce –differentemente dal Cristianesimo – alcuna autonomia alle causalità create.
    Il Cristianesimo, come già l’Ebraismo, ha potuto su questa base fondare il concetto di una relazione bilaterale con Dio, di una “alleanza”, e perfino di una partecipazione che l’uomo, pur rimanendo tale, può avere con la natura divina.
    L’Islam non può concepire altro che una soggezione totale che non fonda alcuna bilateralità nei rapporti tra uomo e Dio.
    La Scrittura cristiana è a un tempo parola di Dio e dell’uomo, il Corano è solo atto di Dio di cui Maometto non è in alcun modo causa. Anche qui, il monismo dell’Islam è totale.
    Perciò accade che le medesime parole abbiano diversi significati.
    La creazione, nell’Islam, è segnata dal niente, nel Cristianesimo essa è invece una realtà in cui è posto l’essere da Dio distinto.
    L’Islam consiste nel riconoscere la nullità della creazione innanzi a Dio; il Corano è infine la sola realtà in cui Dio si esprime e non è un atto di rivelazione di Dio circa se stesso, ma sulla sua volontà di obbedienza, da parte degli uomini, alla sua parola. Il Corano è più della creazione e non crea una comunione con Dio, ma soltanto una soggezione dell’uomo all’unica causa del mondo, il riconoscimento che Dio è l’unica realtà.
    L’Islam mantiene del panteismo la totalità del divino, ma esclude interamente Dio da ogni sua immagine nella natura.
    Il Corano cita i testi biblici, ma esclude la Bibbia.
    Le memorie bibliche sono interamente incluse nell’unico atto rivelatore di Dio che è il Corano.
    Gli infedeli sono quindi una meontologia, una falsa esistenza che non riconosce la natura e la sua radicale dipendenza dall’unica causalità divina.
    Gli infedeli contraddicono l’ontologia dell’unico Dio e dell’unica causa, che è l’essenza della rivelazione coranica. L’islamismo ha potuto assorbire due religioni dualistiche, come il manicheismo e lo zoroastrismo, perché ha introdotto il dualismo nella distinzione tra esistenza del musulmano, conforme all’unico Dio, e la cattiva esistenza del non musulmano, che è nulla pur non riconoscendo di esserlo.
    Il concetto di “infedele” include ciò che nel manicheismo e nello zoroastrismo era il dualismo ontologico.
    Non esistendo nell’Islam un’ontologia del creato, non esiste neppure l’idea di male.
    Il segno del nulla include tutta la realtà nel suo non esistere. Ma il dualismo vive nella definizione del non credente come cattiva esistenza che deve essere negata per affermare l’unica realtà, l’unica causalità divina.
    Tutte le parole coraniche sono parole che hanno una storia cristiana, ma sono separate da essa da una potente intuizione religiosa in cui il Dio unico è diventato l’unica causa e la realtà un’esistenza che non ha più spessore di essere.
    Vi è, nascosta nel monismo coranico, una meontologia, una definizione della negatività che non ha figura di male reale, ma solo di negazione dell’unicità della causa divina: un nulla che si ribella contro l’unica causa del suo esistere.
    E’ questa la sottile forma di nichilismo che pervade il pensiero islamico e che, non a caso, ha trovato nelle azioni annichilenti, cioè nelle azioni di guerra, la sua forma propria di azione civile e sociale. Al tempo stesso, l’annullamento, la morte in battaglia, è il modo con cui il musulmano entra nello spazio secondo della creazione che non è, come per il cristianesimo, la vita di Dio, ma solo un’esistenza premiata.
    Tutte le differenze tra Islam e Cristianesimo divengono differenze tra Islam e occidente perché quest’ultimo ha portato alla massima espansione l’autonomia della realtà umana dalla realtà divina.

    Gianni Baget Bozzo su il Foglio

    saluti
    ____________________________________

    Ricordo bene una conferenza tenutasi nella mia facoltà,sul diritto islamico,cui parteciparono tre professori sauditi (conservo il documento finale):in estrema sintesi,costoro spiegarono la mancata adesione della quasi totalità dei Paesi islamici ai vari trattati internazionali - a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell' uomo,sino alle Convenzioni contro il rapimento di minori,ecc... - ,argomentando che il dettato coranico abbracciasse tutti i campi della vita umana,rendendo perciò inutile e superata ogni altra fonte legislativa che non si ispirasse in via esclusiva al Corano.

    Evidentemente,siamo ben oltre la stessa nozione occidentale di "teocrazia",quale ad esempio si è potuta esplicitare nella vicenda storica dello Stato della Chiesa...

    Si capisce allora come ogni forma di governo (arbitrariamente ritenuta) non allineata all' insieme delle norme e dei valori del Corano,possa scatenare la violenta azione destabilizzatrice dei partigiani (=terroristi) del "vero Islam",dello Stato coranico,ossia del nuovo califfato mondiale che finalmente riunisca e guidi la Ummah islamica.

    Cordiali saluti




    Claudio C.

  7. #7
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    Predefinito Il "Papa" dei terroristi

    “Per i musulmani l’America incarna il male. E quando parlo di musulmani intendo tutti i musulmani del mondo.”

    Da un’intervista dell’Associated Press nel 1997 a Hassan al Turabi, alleato e un tempo benefattore di Osama bin Laden.
    Quando Condoleezza Rice, segretario di Stato americano, ha visitato il Sudan il 20 luglio scorso, la stampa ha dedicato molto spazio al trattamento scortese inflitto ad Andrea Mitchell, sua consulente e giornalista della Nbc. Mitchell ha chiesto spiegazioni a Omar el Bashir, presidente sudanese, sul coinvolgimento del suo governo nei disordini in Darfur e in risposta ha ricevuto un assaggio dell’ospitalità sudanese: è stata maltrattata dagli scagnozzi di Bashir. In compenso la stampa ha evitato qualsiasi accenno a Hassan al Turabi, cosa piuttoso insolita, visto che alla fine del mese scorso il governo di Bashir ha messo fine alla detenzione di questo arciterrorista. I suoi sostenitori sono stati accusati di essere direttamente coinvolti nella crisi del Darfur, generando sospetti sulle reali intenzioni di Bashir di porre fine ai massacri.
    Turabi in libertà è un fatto sconcertante per molti altri motivi, non ultimo per il fatto che è ritenuto uno dei padri fondatori dell’attuale rete terroristica islamica: è stata la visione apocalittica di Turabi su come combattere l’occidente a contribuire all’unione di Saddam Hussein e Osama bin Laden contro il nemico comune: gli Stati Uniti.
    A prima vista potrebbe sembrare che il ruolo di Turabi come leader del terrorismo internazionale sia in contrasto con il suo passato: nato nel 1932, ha studiato legge all’Università di Khartoum, poi all’University of London e infine alla Sorbona di Parigi. Poliglotta, carismatico ed educato all’occidentale, all’inizio Turabi ha abbracciato una versione moderata dell’islam.
    Secondo lui, allora, nel mondo musulmano le donne meritavano più uguaglianza e la democrazia non era in contrasto con gli insegnamenti fondamentali del Corano. Ma queste opinioni erano soltanto una vernice superficiale che nascondeva convinzioni più profonde e assai più radicali.
    Lasciata Parigi per ritornare in Sudan, alla metà degli anni 60, Turabi entrò in un’organizzazione collegata ai Fratelli musulmani, diventandone rapidamente uno dei più importanti leader (…).
    Per i due decenni successivi Turabi è sopravvissuto a vari stravolgimenti politici. A causa della tensione tra il governo sudanese e i Fratelli musulmani, alla fine degli anni 60, Turabi fu arrestato e passò buona parte del decennio successivo prima in prigione e poi in esilio.
    Nel 1979, riconciliatosi con il governo, ritornò in patria diventando ministro della Giustizia. All’inizio degli anni 80 ha contribuito in maniera decisiva a introdurre una versione rigida della sharia, con norme punitive molto severe anche per crimini minori.
    Durante tutti gli anni 80 il Sudan è stato in preda alla guerra civile, con continui cambi di potere, e alla fine, nel 1989, Turabi, assieme all’attuale presidente Bashir, è stato tra i protagonisti principali del colpo di Stato del Fronte nazionale islamico.
    Arrivato al potere, Turabi è stato finalmente libero di istaurare uno Stato islamico radicale, come aveva sempre sperato.

    Il collegamento con la causa palestinese
    Quando, nell’agosto del 1990, l’Iraq di Saddam Hussein invase e occupò il Kuwait, la comunità islamica discusse animatamente su quali azioni intraprendere. I sauditi dovevano permettere agli stranieri di calcare il loro suolo per proteggere il regno e strappare il minuscolo Stato musulmano dalle grinfie di Saddam? O Saddam doveva essere respinto da una forza militare formata soltanto da musulmani? Osama bin Laden, appena tornato dall’Afghanistan con l’aureola del grande eroe musulmano, propose alla famiglia reale saudita di ammassare migliaia dei suoi reduci arabi alla frontiera del paese.
    Molti sostengono che questa offerta provi l’esistenza di un’ostilità tra Saddam e bin Laden, ma se il primo istinto del capo di al Qaida fu di opporsi al tiranno laico, i suoi futuri ospiti sudanesi non si trovarono per nulla d’accordo con lui. Secondo quanto dichiarato allora, in un’intervista, da Mudawi Turabi, cugino di Turabi, il leader sudanese s’incontrò due volte con Saddam prima della guerra del Golfo e “stava già pensando al suo futuro impero islamico”.
    Mentre i venti di guerra si avvicinavano, Turabi assunse la posizione del mediatore tra il governo di Saddam e i sauditi: nell’ottobre 1990 andò in Giordania, a capo di una delegazione di islamici, per incontrare esponenti del governo iracheno. Anche bin Laden mandò alcuni suoi emissari: Turabi dette tutto il suo appoggio a Saddam. Il resoconto del New York Times di questo incontro offre una visione unica sulle intenzioni di Turabi: “E’ a causa delle divisioni e della mancanza di un ordinamento islamico che si creano questi conflitti”, disse all’epoca. Secondo lui, i sauditi “erano contrari a uno scenario di guerra, pronti a un accordo e molto ben disposti verso Saddam, se questi si fosse ritirato dal Kuwait, restituendolo alla famiglia reale”. Saddam promise a Turabi che avrebbe rilasciato i militanti islamici ostili al suo regime detenuti in Iraq. Turabi raccontò che lui e i suoi accompagnatori avevano riscontrato “una certa elasticità nella posizione irachena, ma al contempo una determinazione a non concedere un ritiro unilaterale e una fredda, calcolata determinazione ad accettare le conseguenze della loro decisione e, se necessario, di andare in guerra”.
    Secondo Turabi, l’elasticità di Saddam consisteva nel “collegare la crisi del Golfo al problema palestinese” (…). Quando, durante la guerra del Golfo, Saddam attaccò Israele, riuscì a legare la guerra santa contro l’occidente al destino dei palestinesi, creandosi così una credibilità istantanea tra molti islamici. In una conferenza stampa dopo l’incontro, Turabi disse: “Ci sarà ogni forma di jihad nel mondo perché si tratta in ogni caso di truppe straniere che calpestano un suolo sacro”. Simili appelli al jihad furono fatti anche a Baghdad dagli oltre 1.400 terroristi in città.
    Quando fu chiaro che tutti gli sforzi fatti per evitare la guerra erano stati vani, Turabi non sconfessò l’Iraq. Invece, come altri importanti leader islamici algerini e tunisini, andò a Baghdad per esprimere la sua solidarietà a Saddam.
    La controffensiva terroristica non ebbe luogo per varie ragioni. Ma il jihad privato di Turabi era soltanto all’inizio. Anche dopo la rapida sconfitta delle forze irachene, continuò la sua opposizione alla presenza di forze armate statunitensi nella regione. Nell’aprile del 1991, poche settimane dopo la conclusione della guerra, Turabi organizzò una Conferenza popolare arabo-islamica, che si tenne poi regolarmente fino alla fine degli anni 90. L’obiettivo era unificare tutti i musulmani – sciiti e sunniti, laici e islamici – sotto la bandiera antioccidentale: soltanto così la comunità islamica avrebbe cacciato i “crociati” stranieri dal suolo musulmano (…).

    Oltre le divisioni ideologiche
    La conferenza spalancò le porte della politica di Turabi ad arabi e musulmani e il Sudan si trasformò in una fucina di terroristi. Adepti di tutti i gruppi radicali presenti in medio oriente vi misero radici: terroristi palestinesi, Hezbollah, l’organizzazione di Abu Nidal, gruppi terroristici egiziani.
    Vari membri di ciò che poi sarebbe diventata al Qaida, compreso bin Laden, vi installarono le loro sedi e arrivarono anche gli esperti iracheni (e iraniani) di spionaggio. L’ospitalità di Turabi gli fece guadagnare, presso la stampa europea, l’appellativo di “Papa del terrorismo” e, in breve tempo, la sua coalizione del terrore cominciò a darsi da fare. Egitto, Uganda, Eritrea, Etiopia e altri Stati africani cominciarono ad accusare Turabi di appoggiare i fanatici islamici presenti nei loro paesi: numerosi attentati furono fatti risalire ai gruppi facinorosi ospitati da Khartoum. Sotto l’occhio vigile di Turabi, al Qaida iniziò a espandersi e ad arruolare alleati. Nel 1993 bin Laden arrivò a un’“intesa” con Hussein e promise che lui e i suoi seguaci si sarebbero astenuti da attività anti Saddam. Più tardi, nel 1998, l’Amministrazione Clinton incluse questa dichiarazione nel documento secretato di imputazione contro bin Laden: “Al Qaida avrebbe raggiunto un accordo con il governo iracheno, assicurando che non avrebbe agito contro di esso e che, nel caso di progetti specifici, come lo sviluppo di nuovi armamenti, al Qaida avrebbe collaborato con il governo iracheno”.
    Il ruolo del Papa del terrorismo attirò l’attenzione dell’Amministrazione americana quando, nell’agosto del 1993, il Sudan fu incluso nella lista americana degli Stati sponsor del terrorismo. Il rapporto “Global patterns of terrorism”, pubblicato in quell’anno dal dipartimento di Stato, riconosceva il ruolo attivo giocato dal regime sudanese nell’esportare il terrorismo in Africa e medio oriente, evocando lo spettro di un coinvolgimento sudanese in atti terroristici su territorio americano. Il rapporto notava che, anche se “non c’è alcuna evidenza definitiva che colleghi il governo del Sudan a un qualunque atto terroristico avvenuto l’anno scorso, cinque dei 15 individui sospetti arrestati questa estate, dopo l’attentato dinamitardo di New York, sono cittadini sudanesi”.
    L’attentato era il primo attacco contro il World Trade Center, nel febbraio 1993. Uno dei sospetti non sudanese era un cittadino iracheno di nome Abdul Rahman Yasin.
    Riuscì, con l’aiuto del regime di Saddam, a fuggire in Iraq dopo essere stato rilasciato senza spiegazioni dall’Fbi. Secondo documenti scoperti dopo l’inizio della guerra in Iraq, ritornato in patria, Yasin riceveva regolare stipendio dal governo iracheno, che gli aveva anche dato un’abitazione.
    I buoni rapporti di Turabi con Saddam continuarono per tutti gli anni 90. Il 6 dicembre 1994, Turabi descrisse al NYT il suo rapporto d’amicizia con il dittatore iracheno “molto intimo”, sottolineando anche la natura islamica del regime iracheno:
    “Saddam sta gradualmente reintroducendo l’islam. Ha limitato la vendita di alcolici e reso obbligatorio per studenti, insegnanti e membri del partito Baath lo studio del Corano. Lui sa che la società sta tornando all’islam. I governi arabi sono ormai al collasso. Lo hanno capito: gli arabi stanno cambiando partendo dal basso. Il nazionalismo arabo ha fatto il suo tempo e lo spirito islamico rinasce anche in posti come l’Arabia Saudita. E’ una delle conseguenze della guerra del Golfo”.
    Dal 1994, bin Laden e al Qaida si erano definitivamente radicati in Sudan. Gli investimenti fatti da bin Laden erano collegati ai servizi offerti dal governo sudanese: i membri di al Qaida lavoravano a stretto contatto con funzionari ed esperti di intelligence governativi; le società di bin Laden continuavano a migliorare le infrastrutture del paese, costruendo strade, imprese e società d’affari. Alcuni funzionari dell’Amministrazione Clinton spiegarono più tardi che questi investimenti erano parte vitale del “sistema industriale e militare” del Sudan. Lo scisma della guerra del Golfo che aveva spaccato la comunità islamica è stata l’occasione d’oro per spazzare via le vecchie diatribe sull’onda dell’odio per un nemico comune: gli Stati Uniti e i loro alleati. Gli sforzi tempestivi di Turabi nel forgiare un’alleanza terroristica contro il nemico comune all’alba della guerra avrebbero dato i loro frutti: il suo regime ha esportato il terrorismo in tutto il mondo, creando al contempo un terreno fertile per la nascita di numerose nuove alleanze. I terroristi di disparate provenienze avrebbero infatti continuato a utilizzare il Sudan come centro di transito ma anche come porto sicuro, complottando contro i regimi “illegittimi” di Uganda, Etiopia, Egitto e di parecchi altri paesi africani e mediorientali.
    Verso la fine degli anni 90, l’Amministrazione Clinton dispensava aiuti diretti ai governi che si opponevano alla rivoluzione sudanese, mentre l’impronta del governo del Sudan diventava inconfondibile negli attacchi in tutto il mondo. Innumerevoli trame, incluso il tentato assassinio del presidente egiziano, Hosni Mubarak, nel 1995, sono state ricondotte alla pista sudanese. E le prove aumentano. Nell’aprile 1996, secondo il report “Patterns of Global Terrorism” del dipartimento di Stato, un diplomatico della missione sudanese dell’Onu fu espulso per presunti legami con un progetto di esplosione di ordigni al Palazzo di Vetro e ad altri bersagli nella città di New York, nel 1993. Due diplomatici sudanesi avrebbero addirittura progettato di utilizzare la sede dell’Onu per coordinare attacchi contro la città.
    Che dire dell’Iraq di Saddam? Ha funzionato la tecnica di Turabi di creare alleanze tra il suo nuovo “stretto” alleato e i terroristi che ha accolto, compresa al Qaida? Si direbbe di sì.
    Un’informazione contenuta in una nota segreta dell’allora sottosegretario alla Difesa americano, Douglas Feith, rivolta al Comitato per i servizi di sicurezza del Senato, nel 2003, comprendeva il riassunto dell’interrogatorio di un “ufficiale di alto grado dei servizi segreti iracheni”, che aveva rivelato che Turabi aveva organizzato parecchi incontri tra i servizi segreti iracheni e al Qaida, a partire dal 1992. Al Zawahiri, numero due di al Qaida, e Faruq Hijazi, uno degli agenti più fidati di Saddam, erano presenti al primo di questi incontri.
    Nel rapporto della Commissione per l’11 settembre si afferma che il governo di Turabi aveva organizzato “contatti tra l’Iraq e al Qaida”, e continua: “Pare che un ufficiale iracheno di alto grado dei servizi segreti abbia effettuato tre viaggi in Sudan per poi incontrare bin Laden nel 1994. Sembra che bin Laden abbia richiesto spazi per creare campi di addestramento nonché assistenza per procurarsi armi, e che l’Iraq non abbia risposto”. La richiesta dimostra che il capo di al Qaida non aveva riserve ideologiche a lavorare con Saddam, come molti hanno affermato.
    Secondo i rapporti di varie fonti, l’importante “ufficiale dei servizi segreti iracheni” che aveva incontrato bin Laden nel 1994 era Faruq Hijazi. L’ospitalità che Turabi ebbe nei confronti di Hijazi avrebbe preparato il terreno affinché quest’ultimo si incontrasse con bin Laden e con i membri del suo ristretto circolo in Sudan e in Afghanistan, negli anni 90, e soprattutto nei momenti chiave delle ostilità tra gli Stati Uniti e Saddam.
    Agli inizi del 1995, ci fu un altro incontro al vertice a opera del governo Turabi. Secondo un documento dei servizi segreti interni iracheni (Iis), ottenuto dal NYT, il governo Turabi avrebbe organizzato un incontro tra il regime iracheno e bin Laden nel febbraio del 1995. Durante tale incontro, bin Laden avrebbe richiesto che la rete di Stato irachena trasmettesse una propaganda antisaudita e che le loro due forze si alleassero per “operazioni congiunte contro le forze straniere” in Arabia Saudita. Saddam accettò la prima richiesta, ma dal documento non si evince quale fosse la sua risposta alla seconda, ma risulta che l’Iraq stava cercando altre vie per mantenere i legami con bin Laden , dopo la sua partenza dal Sudan, nel 1996. Secondo il documento dell’Iis trovato da Mitch Potter del Toronto Star e da Inigo Gilmore del Sunday Telegraph, dopo l’inizio della guerra in Iraq l’ufficio dei servizi segreti iracheni di Khartoum facilitò le relazioni con al Qaida nel 1998. Pare che nel marzo 1998 un “collaboratore fidato” di bin Laden sia passato, con l’aiuto dei servizi segreti iracheni, dal Sudan a Baghdad, dove è rimasto per più di due settimane (…).

    Uno scambio a base di armi chimiche
    Il 7 agosto 1998, al Qaida lanciò attacchi simultanei presso le ambasciate americane di Kenya e Tanzania, che causarono la morte di centinaia di persone e il ferimento di alcune altre migliaia. Circa due settimane dopo, il 20 agosto, l’Amministrazione Clinton rispose distruggendo sia il campo di addestramento di al Qaeda in Afghanistan sia l’impianto di produzione di prodotti farmaceutici ad al Shifa, in Sudan. L’attacco all’Afghanistan, considerato poco efficace, causò qualche controversia, ma il secondo bersaglio, in Sudan, che faceva parte del programma dell’Onu “Oil for food” fu fonte di immediate polemiche. L’Amministrazione americana sostenne che l’impianto era una facciata per coprire gli sforzi congiunti nella creazione di armi chimiche da parte irachena-sudanese insieme con al Qaida. La prova offerta dall’Amministrazione indicava una presenza irachena più ingente di un semplice impianto: risultò infatti che al Shifa fosse soltanto uno dei molti impianti in cui gli agenti iracheni appoggiavano le azioni dei sudanesi e di al Qaida. Il supporto di Turabi durante la guerra del Golfo fu ripagato dall’aiuto di Saddam alle infrastrutture che alimentavano le armi chimiche.
    Secondo informazioni riportate dall’Associated Press, il viceportavoce del dipartimento di Stato, James Foley, affermò: “Centinaia di esperti iracheni hanno lavorato in Sudan dopo la guerra anche nel settore della produzione di munizioni”. In seguito chiarì che l’Iraq e il Sudan collaborarono su progetti relativi alla produzione di armi chimiche. Esiste un gran numero di comunicati stampa, affermazioni di funzionari americani e altre prove (comprese le indagini della Cia) che indicano un ampio sostegno dell’Iraq nei confronti del Sudan, anche per lo sviluppo delle armi chimiche di al Qaida. Mentre l’Amministrazione americana difendeva presso la stampa l’attacco ad al Shifa, la dirigenza sudanese si rivolse all’Iraq per ottenere un aiuto e inviò minacce di ritorsione terroristica tramite bin Laden, in modo non troppo velato. Il ministro degli Esteri sudanese andò a Baghdad per incontrare Saddam, che non deluse il suo ospite:
    Baghdad infatti sostenne il Sudan e ribadì il proprio impegno. Il premier iracheno, Tariq Aziz, sottolineò “la necessità della solidarietà araba contro l’America” e Mohammed Said al Sahhaf, ministro degli Esteri, disse:
    “Le risorse del Sudan sono disponibili contro l’aggressione americana”. Babel, il quotidiano di Uday Hussein, pubblicò un sorprendente editoriale in cui si affermava che bin Laden era “un eroe islamico arabo”. Poi Saddam invitò il vicepresidente, Taha Yasin Ramadan, in Sudan per ispezionare il luogo dell’attacco. La tv sudanese riprese la visita e Ramadan colse l’occasione per accusare l’America di avere “scopi sionisti” (…).

    Una lettera scritta a mano
    La richiesta di Turabi di trovare un rifugio iracheno per Bin Laden arrivò insieme con l’aperta minaccia terroristica contro gli Stati Uniti. L’attacco ad al Shifa mandò Turabi su tutte le furie. Secondo il Christian Science Monitor, Turabi descrisse l’attacco come un’aggressione all’islam, chiamando a raccolta il mondo islamico per difendere la causa comune. Pronunciò questa minaccia:
    “Questo è un atto terroristico contro il Sudan, ora l’islam è stato provocato e nessuno potrà più modificare questa situazione con la forza. Se usate la forza possiamo difenderci. Se venite in pace, siamo disposti ad accogliervi. Se venite per aggredirci siamo pronti a rispondere. Siamo potenti”. Turabi sottolineò l’importanza di bin Laden come punto di riferimento per il mondo islamico che cominciò a considerarlo il “simbolo di tutte le forze antioccidentali del mondo”. Secondo una nota del NYT avrebbe affermato: “Quando si cominciano a fortificare le ambasciate, la faccenda diventa interessante. Gli americani hanno fatto di tutto per diventare un bersaglio molto allettante. Probabilmente bin Laden cercherà di mobilitare gli amici dei paesi arabi, ex combattenti in Afghanistan per lanciare l’offensiva contro gli americani. E questo, ovunque”. Affermò anche che i missili non avrebbero distrutto bin Laden ma ne avrebbero creati “diecimila”. In un rapporto dell’Upi del 2001 risulta che “un ufficiale americano attendibile” rivelò alla stampa che Turabi aveva inviato emissari a Saddam e a bin Laden nell’ottobre 1998: “Portavano una lettera scritta da Turabi di suo pugno, in cui si analizzava la situazione del medio oriente e le debolezze degli Stati Uniti”. Turabi affermò che “gli Stati Uniti erano talmente presi dalla crisi interna da essere esposti alla sorpresa di una serie di attacchi spettacolari di stampo terroristico” (…).
    Due mesi dopo Saddam inviò di nuovo Hijazi a incontrare bin Laden, il 21 dicembre 1998. Questo incontro alimentò una serie di documenti sul ruolo di Turabi nella creazione del legame tra i due, come quello su al Watan al Arabi: “Le informazioni disponibili presso tali fonti confermano che bin Laden ha cominciato a tessere stretti legami con l’Iraq almeno cinque anni fa, in particolare quando il leader degli estremisti musulmani ha deciso di stabilire la residenza in Sudan, sotto l’egida di al Turabi, leader del Movimento nazionale musulmano.
    Queste fonti asseriscono che, negli ultimi anni, hanno ricevuto informazioni dettagliate sul fatto che la collaborazione tra bin Laden e l’Iraq sarebbe entrata ‘in una fase strategica’ nell’ambito della cooperazione per la produzione di armi chimiche e batteriologiche” (…).
    Nel frattempo Turabi è uscito dalle grazie dei suoi passati alleati del governo sudanese e, all’inizio del 2001, è stato messo in carcere. Anche da lì il suo ruolo di contatto tra Saddam e bin Laden è stato confermato dai servizi segreti degli Stati Uniti. Con l’avvicinarsi della guerra in Iraq, nel febbraio del 2003, la National security agency rilasciò un rapporto in cui si affermava che “il precedente leader del Fronte islamico nazionale, al Turabi, aveva lavorato come intermediario tra Saddam e bin Laden”. L’ex leader del Fronte islamico nazionale ora è uscito di galera:
    è probabile che abbia ancora intenzione di riunire i nemici dell’America per combatterla insieme.

    Thomas Joscelyn
    Copyright Weekly Standard
    (traduzione di Giovanna Bellasio e Studio Brindani)

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  8. #8
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    Predefinito Noi "cazzeggiamo" e loro ci invadono

    Nel Regno Unito e in altri paesi europei si riflette su “che cosa abbiamo sbagliato” in relazione alle politiche di immigrazione. Nella società aperta europea ci sono comunità fatte di musulmani che, invece di integrarsi, mantengono la loro identità originaria e sono disposti a entrare in conflitto con il sistema che li ospita.
    I benpensanti soprattutto della sinistra provano ed esprimono sconcerto: li accogliamo generosamente, questi ci ammazzano, dove abbiamo sbagliato? E molti vanno a cercare l’errore in qualche manchevolezza della società ospitante, arrovellandosi e praticando punte analisi astratte raffinatissime.
    Per esempio, l’inglese invidia l’America che induce un effetto di autoassimilazione nell’emigrante simile a un vero e proprio cambio di identità e si chiede come mai ciò non avvenga nella liberalissima Albione.
    Questa rubrica consiglia a chi si interessa di tale materia un più forte ancoraggio al realismo analitico e strategico. Infatti la ricerca del “dove abbiamo sbagliato”, secondo il metodo realistico, è perfino banale.
    Si è sbagliato nel non capire che da almeno 30 anni è in atto una silenziosa invasione dell’area europea da parte di gruppi wahabiti e simili che predicano l’espansionismo del codice islamico più duro e puro, sostenendolo concretamente con denari, per lo più sauditi, distribuiti da innumerevoli organizzazioni di carità e assistenza. Che finanziano individui e famiglie in cambio della loro assoluta fedeltà.
    In sintesi, non è un problema di difetti nostri. Ci troviamo, invece, di fronte a una strategia di penetrazione da parte di fanatici così carichi di petrodollari da poter creare (finanziandoli) tanti altri fanatici.
    Tra questi, poi, al Qaida inserisce o seleziona i propri militanti. In numeri tali da far crescere la probabilità che si realizzi lo scenario che ipotizza, nell’arco di una decina di anni, la formazione di un espansionismo islamico in Europa molto meglio organizzato, in due bracci, politico e militare. Cioè la fusione tra wahabiti, salafiti, ecc. e il successore di al Qaida.
    Una sorta – per intenderci – di grande Hamas europea.
    Per evitarlo, invece di cazzeggiare su società aperte o meno, bisognerebbe eliminare, vincolare o controllare le migliaia di istituzioni islamiste che forniscono aiuti diretti e indiretti agli immigrati.
    Cioè definanziare l’invasione.
    Gli intellettuali di sinistra, se vogliono dibattere in modo serio e utile, dovrebbero considerare la loro disponibilità a fornire una giustificazione altamente morale e “kulturny” alla repressione per dotarla del consenso di cui ora manca.

    Carlo Pelando su il Foglio

    saluti

  9. #9
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    Predefinito

    C'era proprio bisogno delgli attentati di Londra per giungere a queste riflessioni ?

    Improvvisamente i mussulmani sono diventati tutti terroristi o fiancheggiatori del terrorismo.

    Ma in realtà il pericolo mussulmano è , era e sarà indipendente dalle azioni del cosidetto "terrorismo internazionale" la cui vera origine è assolutamente sconosciuta e i cui obiettivi sono incomprensibili.

  10. #10
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    Predefinito Re: Cristo, Maometto....

    In origine postato da mustang
    ...e l'Occidente

    Al direttore - La divergenza tra Islam e occidente è sicuramente una divergenza sul lessico: essi usano le medesime parole, che non indicano però le medesime cose. ...Gianni Baget Bozzo su il Foglio

    saluti
    Sostanzialmente ci sta spiegando che l'Islam è la religione definitiva, la più evoluta, l'unica compiutamente monoteista senza santi madonne padri e figli. E' il completamento di un processo che va dal panteismo antico, al politeismo classico, al dualismo, al monoteismo più o meno mediato e temperato.. fino ad arrivare al vero monoteismo, ovvero l'Islam.

    Ancora più evoluto c'è solo l'ateismo.

 

 
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