«Nella speranza che qualcuno mi ascolti»
Edward W. Said
Gli americani - responsabili politici, esperti regionali, dirigenti dell'amministrazione, giornalisti - ripetono, contro l'islam e gli arabi, sempre le stesse accuse, come un ritornello. A questo coro ormai quasi unanime si è aggiunta l'autorità del rapporto del Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo, secondo il quale gli arabi sono il fanalino di coda del mondo in materia di democrazia, istruzione e diritti delle donne. Tutti affermano (evidentemente non senza qualche giustificazione) che l'islam deve essere riformato e che il sistema d'insegnamento arabo è un disastro.
I soli «arabi buoni», sono quelli che usano i media per denigrare senza riserve la cultura e la società arabe moderne. Manchiamo di democrazia, dicono, non abbiamo sufficientemente sfidato l'islam, dobbiamo fare di più per allontanare lo spettro del nazionalismo e il credo dell'unità araba: tutto questo, ci spiegano, è solo paccottiglia ideologica senza valore. La verità è unicamente ciò che noi e i nostri istruttori americani diciamo degli arabi e dell'islam. «Noi» dobbiamo unirci alla modernità, in breve diventare occidentali, globalizzati, liberoscambisti, democratici.
In questo panorama così desolante, ciò che colpisce è l'assoluta passività e impotenza del mondo arabo. Il governo americano e i suoi servi moltiplicano le dichiarazioni d'intenti, spostano truppe e materiali, trasportano carri armati e cacciatorpediniere. Ma gli arabi, individualmente o collettivamente, riescono appena a trovare il coraggio necessario per opporre un timido rifiuto (nel migliore dei casi, dicono: «Non potete utilizzare basi militari sul nostro territorio»), per poi fare marcia indietro pochi giorni dopo.
Ma chi fa le domande di carattere esistenziale sul nostro futuro in quanto popolo? Non possiamo continuare ad affidare questo compito a una cacofonia di fanatici religiosi e a pecore sottomesse e fataliste.
La maggior parte dei paesi arabi resta, dall'alto in basso, abbarbicata alle sue poltrone e aspetta, mentre l'America si organizza, minaccia e manda sempre più navi, soldati e F16 per sferrare i suoi attacchi.
Il loro silenzio è assordante.
Anni di sacrifici e di lotta, ossa spezzate in centinaia di carceri e camere di tortura dall'Atlantico al Golfo, famiglie distrutte dalla povertà e da sofferenze senza fine. Eserciti enormi e costosi. Per cosa?
Non è una questione di partiti, ideologie o fazioni: si tratta di ciò che il grande teologo Paul Tillich chiamava «il fondamento ultimo».
Tecnologia, modernizzazione e globalizzazione non sono una riposta a quanto ci minaccia come popolo. Nella nostra tradizione esiste tutto un corpus di riflessioni laiche e religiose che parlano di inizio e di fine, di vita e di morte, di amore e di collera, di società e di storia. È lì la nostra risposta, ma nessuna voce dotata di un'ampia visione o di autorità morale mette tutto ciò al centro dell'attenzione o vi fa ricorso.
Non è forse arrivato per noi, collettivamente, il tempo di formulare un'alternativa autenticamente araba a fronte del naufragio che sta per inghiottire il nostro mondo? Ciò che serve, non è solo un banale cambiamento di regime, e Dio sa se ce ne intendiamo. Non può certamente essere un ritorno a Oslo. Uscirà qualcuno allo scoperto, a proporre una visione del nostro futuro non basata sullo scenario voluto da Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz, questi due simboli di vuoto potere, di arroganza e di tracotanza? Spero che qualcuno mi ascolti.
note:
(Pubblicato su Al-Ahram weekly, Il Cairo, 16 gennaio 2003) (Traduzione di G. P.)




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