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  1. #1
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    Predefinito Il Santo Padre in Sinagoga e............

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    " GMG, OGGI STORICA VISITA DEL PAPA ALLA SINAGOGA DI COLONIA

    IL PAPA ALLA SINAGOGA: SHOAH, CRIMINE CHE ESPRIME FORZA DEL MALE

    COLONIA - Il Papa ha riaffermato, nella sinagoga di Colonia, la sua volontà di "continuare il cammino verso il miglioramento dei rapporti e dell'amicizia con il popolo ebraico, in cui Papa Giovanni Paolo II ha fatto passi decisivi". Ricordando poi che quest'anno c'é la quarantesima ricorrenza della Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Ecumenico Vaticano II, "che ha aperto nuove prospettive nei rapporti ebreo-cristiani all'insegna del dialogo e della solidarietà", Benedetto XVI ha ricordato che quel documento fa riferimento alle "nostre radici comuni" e al "ricchissimo patrimonio spirituale che gli ebrei e i cristiani condividono. Sia gli ebrei che i cristiani riconoscono in Abramo il loro padre nella fede, e fanno riferimento agli insegnamenti di Mosé e dei profeti".

    La Shoah è stato un crimine "inaudito e fino a quel momento inimmaginabilé", espressione di una "folle ideologia razzista, di matrice neopagana", manifestazione del "mysterium iniquitatis', il mistero dell'iniquità, cioé del Male. In questi termini Benedetto XVI ha parlato dello sterminio degli ebrei, portato avanti "nel periodo più buio della storia tedesca ed europea".

    La Chiesa cattolica è preoccupata per i "segni" di risorgente antisemitismo e si sente impegnata "per la tolleranza, il rispetto, l'amicizia e la pace tra tutti i popoli, le culture e le religioni".

    La Chiesa cattolica è preoccupata per i "segni" di risorgente antisemitismo e si sente impegnata "per la tolleranza, il rispetto, l'amicizia e la pace tra tutti i popoli, le culture e le religioni", ha detto ancora il Pontefice a Colonia.

    Benedetto XVI è arrivato alla sinagoga di Colonia, dove è stato ricevuto dal rabbino Netanel Teitelbaum e dai presidenti della Comunità. Incendiata nel 1938 durante la 'Notte dei cristalli', la sinagoga della città renana esiste da tempi antichissimi, se ne hanno tracce già nel 1040.

    La stessa comunità ebraica di Colonia è la più antica dell'Europa centrosettentrionale: esisteva in epoca romana e se ne parla dal 321. Da allora la comunità ha vissuto alterni rapporti con i cristiani: perseguitati ai tempi delle crociate e durate l'epidemia di peste del 1349, gli ebrei furono espulsi dal Comune nel 1424. Nel 1789,con l'occupazione di Colonia da parte delle truppe francesi fu fondata una nuova comunità che fu distrutta o dispersa sotto la persecuzione.

    Nel 1945 una nuova comunità si è insediata a Colonia ed ora conta circa 4.000 persone. La sinagoga è stata ricostruita nel 1959, anche con l'aiuto della comunità cristiana.

    Benedetto XVI, subito dopo il primo saluto all'ingresso della sinagoga di Colonia, è salito al primo piano, nella Sala della Memoria, che ricorda le vittime della Shoah ed in particolare quelle cittadine.

    Benedetto XVI è stato accolto nella singaga di Colonia dal canti di Shalom lechem (pace a voi) e dall'applauso dei presenti. Subito dopo è stato intonato un salmo dela Genesi ed è stato suonato il corno, che nella tradizione, chiama all'adunanza.

    Il rabbino Netanel Teitelbaum ha recitato una preghiera tradizionale alla presenza del papa: è poi seguito un momento di silenzio e di meditazione. All'inizio della persecuzione nazista la comunità ebraica contava quasi 20.000 componenti. Di 7000 trucidati si hanno i nomi, ma il numero delle vittime è stato sicuramente maggiore. Qualche migliaio riuscì comunque ad emigrare.Il papa è ora nell'aula della Sinagoga dove al suo arrivo è stato accolto da un applauso.
    .
    "


    Shalom

  2. #2
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    " IL PAPA IN SINAGOGA


    «Incoraggio un dialogo sincero e fiducioso tra ebrei e cristiani: solo così sarà possibile giungere ad un'interpretazione condivisa di questioni storiche ancora discusse e. soprattutto, fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista teologico, del rapporto tra ebraismo e cristianesimo». Così papa Benedetto XVI si è espresso nel discorso tenuto nella sinagoga di Colonia, dove è giunto intorno a mezzogiorno. Il dialogo, ha detto il Papa, deve volgersi soprattutto «verso i compiti di oggi e di domani», che ruotano attorno alla «difesa e promozione dei diritti dell'uomo e della sacralità della vita umana, per i valori della famiglia, per la giustizia sociale e per la pace nel mondo». Dopo l'incontro in sinagoga, il Papa è tornato all'arcivescovado di Colonia per incontrare i giovani in occasione del pranzo. "


    Shalom

  3. #3
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    Discorso del Santo Padre BENEDETTO XVI alla Sinagoga di Colonia

    Gentili signore, illustri signori,

    cari fratelli e sorelle!

    Schalom lêchém! Era mio profondo desiderio, in occasione della mia prima visita in Germania dopo l’elezione a successore dell’apostolo Pietro, di incontrare la comunità ebraica di Colonia e i rappresentanti del giudaismo tedesco. Con questa visita vorrei riallacciarmi all’evento del 17 novembre 1980, quando il mio venerato predecessore Papa Giovanni Paolo II nel suo primo viaggio in Germania, incontrò a Magonza il Comitato Centrale Ebraico in Germania e la Conferenza Rabbinica. Voglio confermare anche in questa circostanza che intendo continuare il cammino verso il miglioramento dei rapporti e dell’amicizia con il popolo ebraico, in cui Papa Giovanni Paolo II ha fatto passi decisivi (cfr Discorso alla Delegazione dell’International Jewish Committee on Interreligious Consultations del 9 giugno 2005: L’Oss. Rom. 10 giugno 2005, p.5).

    La comunità ebraica di Colonia può sentirsi veramente "a casa" in questa città. È questa, infatti, la sede più antica di una comunità ebraica sul territorio tedesco: risale alla Colonia dell’epoca romana. La storia dei rapporti tra comunità ebraica e comunità cristiana è complessa e spesso dolorosa. Ci sono stati periodi di buona convivenza, ma c’è stata anche la cacciata degli ebrei da Colonia nell’anno 1424. Nel XX secolo, poi, nel tempo più buio della storia tedesca ed europea, una folle ideologia razzista, di matrice neopagana, fu all’origine del tentativo, progettato e sistematicamente messo in atto dal regime, di sterminare l’ebraismo europeo: si ebbe allora quella che è passata alla storia come la Shoà. Le vittime di questo crimine inaudito, e fino a quel momento anche inimmaginabile, ammontano nella sola Colonia a 7.000 conosciute per nome; in realtà, sono state sicuramente molte di più. Non si riconosceva più la santità di Dio, e per questo si calpestava anche la sacralità della vita umana.

    Quest’anno si celebra il 60o anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti, nei quali milioni di ebrei – uomini, donne e bambini – sono stati fatti morire nelle camere a gas e bruciati nei forni crematori. Faccio mie le parole scritte dal mio venerato Predecessore in occasione del 60o anniversario della liberazione di Auschwitz e dico anch’io: "Chino il capo davanti a tutti coloro che hanno sperimentato questa manifestazione del mysterium iniquitatis". Gli avvenimenti terribili di allora devono "incessantemente destare le coscienze, eliminare conflitti, esortare alla pace" (Messaggio per la liberazione di Auschwitz: 15 gennaio 2005). Dobbiamo ricordarci insieme di Dio e del suo sapiente progetto sul mondo da Lui creato: Egli, ammonisce il Libro della Sapienza, è "amante della vita" (11,26).

    Ricorre quest’anno anche il 40° anniversario della promulgazione della Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Ecumenico Vaticano II, che ha aperto nuove prospettive nei rapporti ebreo-cristiani all’insegna del dialogo e della solidarietà. Questa Dichiarazione, nel quarto capitolo, ricorda le nostre radici comuni e il ricchissimo patrimonio spirituale che gli ebrei e i cristiani condividono. Sia gli ebrei che i cristiani riconoscono in Abramo il loro padre nella fede (cfr Gal 3,7; Rm 4,11s), e fanno riferimento agli insegnamenti di Mosè e dei profeti. La spiritualità degli ebrei come quella dei cristiani si nutre dei Salmi. Con l’apostolo Paolo, i cristiani sono convinti che "i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili" (Rm 11,29; cfr 9,6.11; 11,1s). In considerazione della radice ebraica del cristianesimo (cfr Rm 11,16–24), il mio venerato Predecessore, confermando un giudizio dei Vescovi tedeschi, affermò: "Chi incontra Gesù Cristo incontra l’ebraismo" (Insegnamenti, vol. III/2, 1980, p. 1272).

    La Dichiarazione conciliare Nostra aetate, pertanto, "deplora gli odii, le persecuzioni e tutte le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque" (n. 4). Dio ci ha creati tutti "a sua immagine" (cfr Gn 1,27), onorandoci con questo di una dignità trascendente. Davanti a Dio tutti gli uomini hanno la stessa dignità, a qualunque popolo, cultura o religione appartengano. Per questa ragione la Dichiarazione Nostra aetate parla con grande stima anche dei musulmani (cfr n. 3) e degli appartenenti alle altre religioni (cfr n. 2). Sulla base della dignità umana comune a tutti, la Chiesa cattolica "esecra come contraria alla volontà di Cristo qualsiasi discriminazione tra gli uomini o persecuzione perpetrata per motivi di razza o di colore, di condizione sociale o di religione" (Ibid., n. 5). La Chiesa è consapevole del suo dovere di trasmettere, nella catechesi come in ogni aspetto della sua vita, questa dottrina alle nuove generazioni che non sono state testimoni degli avvenimenti terribili accaduti prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. E’ un compito di speciale importanza in quanto oggi purtroppo emergono nuovamente segni di antisemitismo e si manifestano varie forme di ostilità generalizzata verso gli stranieri. Come non vedere in ciò un motivo di preoccupazione e di vigilanza? La Chiesa cattolica si impegna - lo riaffermo anche in questa circostanza - per la tolleranza, il rispetto, l’amicizia e la pace tra tutti i popoli, le culture e le religioni.

    Nei quarant’anni trascorsi dalla Dichiarazione conciliare Nostra aetate, in Germania e a livello internazionale è stato fatto molto per il miglioramento e l’approfondimento dei rapporti tra ebrei e cristiani. Accanto alle relazioni ufficiali, grazie soprattutto alla collaborazione tra gli specialisti in scienze bibliche, sono nate molte amicizie. Ricordo, a questo proposito, le varie dichiarazioni della Conferenza Episcopale Tedesca e l’attività benefica della "Società per la collaborazione cristiano-ebraica di Colonia", che ha contribuito a far sì che la comunità ebraica, a partire dall’anno 1945, potesse di nuovo sentirsi "a casa" qui a Colonia e instaurasse una buona convivenza con le comunità cristiane. Resta però ancora molto da fare. Dobbiamo conoscerci a vicenda molto di più e molto meglio. Perciò incoraggio un dialogo sincero e fiducioso tra ebrei e cristiani: solo così sarà possibile giungere ad un’interpretazione condivisa di questioni storiche ancora discusse e, soprattutto, fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista teologico, del rapporto tra ebraismo e cristianesimo. Questo dialogo, se vuole essere sincero, non deve passare sotto silenzio le differenze esistenti o minimizzarle: anche nelle cose che, a causa della nostra intima convinzione di fede, ci distinguono gli uni dagli altri, anzi proprio in esse, dobbiamo rispettarci a vicenda.

    Infine, il nostro sguardo non dovrebbe volgersi solo indietro, verso il passato, ma dovrebbe spingersi anche in avanti, verso i compiti di oggi e di domani. Il nostro ricco patrimonio comune e il nostro rapporto fraterno ispirato a crescente fiducia ci obbligano a dare insieme una testimonianza ancora più concorde, collaborando sul piano pratico per la difesa e la promozione dei diritti dell’uomo e della sacralità della vita umana, per i valori della famiglia, per la giustizia sociale e per la pace nel mondo. Il Decalogo (cfr Es 20; Dt 5) è per noi patrimonio e impegno comune. I dieci comandamenti non sono un peso, ma l’indicazione del cammino verso una vita riuscita. Lo sono, in particolare, per i giovani che incontro in questi giorni e che mi stanno tanto a cuore. Il mio augurio è che essi sappiano riconoscere nel Decalogo la lampada per i loro passi, la luce per il loro cammino (cfr Sal 119,105). Ai giovani gli adulti hanno la responsabilità di passare la fiaccola della speranza che da Dio è stata data agli ebrei come ai cristiani, perché "mai più" le forze del male arrivino al dominio e le generazioni future, con l’aiuto di Dio, possano costruire un mondo più giusto e pacifico in cui tutti gli uomini abbiano uguale diritto di cittadinanza.

    Concludo con le parole del Salmo 29, che sono un augurio ed anche una preghiera: "Il Signore darà forza al suo popolo, il Signore benedirà il suo popolo con la pace".

    Voglia Egli esaudirci!
    "


    Shalom

  4. #4
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    Le parole del Papa (20 agosto 2005)

    Discorso ai rappresentanti di alcune Comunità musulmane



    Cari amici musulmani,

    è motivo di grande gioia per me accogliervi e porgervi il mio cordiale saluto. Sono qui per incontrare i giovani venuti da ogni parte d’Europa e del mondo. I giovani sono il futuro dell’umanità e la speranza delle nazioni. Il mio amato predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, disse un giorno ai giovani musulmani riuniti nello stadio di Casablanca (Marocco): "I giovani possono costruire un futuro migliore, se pongono innanzitutto la loro fede in Dio e si impegnano poi a costruire questo mondo nuovo secondo il disegno di Dio, con saggezza e fiducia" (Insegnamenti, VIII/2, 1985, p. 500). E’ in questa prospettiva che mi rivolgo a voi, cari amici musulmani, per condividere con voi le mie speranze e mettervi a parte anche delle mie preoccupazioni in questi momenti particolarmente difficili della storia del nostro tempo.

    Sono certo di interpretare anche il vostro pensiero nel porre in evidenza, tra le preoccupazioni, quella che nasce dalla constatazione del dilagante fenomeno del terrorismo. Continuano a ripetersi in varie parti del mondo azioni terroristiche, che seminano morte e distruzione, gettando molti nostri fratelli e sorelle nel pianto e nella disperazione. Gli ideatori e programmatori di questi attentati mostrano di voler avvelenare i nostri rapporti, servendosi di tutti i mezzi, anche della religione, per opporsi ad ogni sforzo di convivenza pacifica, leale e serena. Il terrorismo, di qualunque matrice esso sia, è una scelta perversa e crudele, che calpesta il diritto sacrosanto alla vita e scalza le fondamenta stesse di ogni civile convivenza. Se insieme riusciremo ad estirpare dai cuori il sentimento di rancore, a contrastare ogni forma di intolleranza e ad opporci ad ogni manifestazione di violenza, freneremo l’ondata di fanatismo crudele che mette a repentaglio la vita di tante persone, ostacolando il progresso della pace nel mondo. Il compito è arduo, ma non impossibile. Il credente infatti sa di poter contare, nonostante la propria fragilità, sulla forza spirituale della preghiera.

    Cari amici, sono profondamente convinto che dobbiamo affermare, senza cedimenti alle pressioni negative dell’ambiente, i valori del rispetto reciproco, della solidarietà e della pace. La vita di ogni essere umano è sacra sia per i cristiani che per i musulmani. Abbiamo un grande spazio di azione in cui sentirci uniti al servizio dei fondamentali valori morali. La dignità della persona e la difesa dei diritti che da tale dignità scaturiscono devono costituire lo scopo di ogni progetto sociale e di ogni sforzo posto in essere per attuarlo. E’ questo un messaggio scandito in modo inconfondibile dalla voce sommessa ma chiara della coscienza. E’ un messaggio che occorre ascoltare e far ascoltare: se se ne spegnesse l’eco nei cuori, il mondo sarebbe esposto alle tenebre di una nuova barbarie. Solo sul riconoscimento della centralità della persona si può trovare una comune base di intesa, superando eventuali contrapposizioni culturali e neutralizzando la forza dirompente delle ideologie.

    Nell’incontro che ho avuto in aprile con i Delegati delle Chiese e Comunità ecclesiali e con i rappresentanti di varie Tradizioni religiose dissi: "Vi assicuro che la Chiesa vuole continuare a costruire ponti di amicizia con i seguaci di tutte le religioni, al fine di ricercare il bene autentico di ogni persona e della società nel suo insieme" (in: L’Osservatore Romano, 25 aprile 2005, p. 4). L’esperienza del passato ci insegna che il rispetto mutuo e la comprensione non hanno sempre contraddistinto i rapporti tra cristiani e musulmani. Quante pagine di storia registrano le battaglie e le guerre affrontate invocando, da una parte e dall’altra, il nome di Dio, quasi che combattere il nemico e uccidere l’avversario potesse essere cosa a Lui gradita. Il ricordo di questi tristi eventi dovrebbe riempirci di vergogna, ben sapendo quali atrocità siano state commesse nel nome della religione. Le lezioni del passato devono servirci ad evitare di ripetere gli stessi errori. Noi vogliamo ricercare le vie della riconciliazione e imparare a vivere rispettando ciascuno l’identità dell’altro. La difesa della libertà religiosa, in questo senso, è un imperativo costante e il rispetto delle minoranze un segno indiscutibile di vera civiltà.

    A questo proposito, è sempre opportuno richiamare quanto i Padri del Concilio Vaticano II hanno detto circa i rapporti con i musulmani. "La Chiesa guarda con stima anche i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come si è sottomesso Abramo, al quale la fede islamica volentieri si riferisce... Se nel corso dei secoli non pochi dissensi e inimicizie sono sorti tra cristiani e musulmani, il sacrosanto Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e ad esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà" (Dichiarazione Nostra Aetate, n. 3).

    Voi, stimati amici, rappresentate alcune Comunità musulmane esistenti in questo Paese nel quale sono nato, ho studiato e ho vissuto una buona parte della mia vita. Proprio per questo era mio desiderio incontrarvi. Voi guidate i credenti dell’Islam e li educate nella fede musulmana. L’insegnamento è il veicolo attraverso cui si comunicano idee e convincimenti. La parola è la strada maestra nell’educazione della mente. Voi avete, pertanto, una grande responsabilità nella formazione delle nuove generazioni. Insieme, cristiani e musulmani, dobbiamo far fronte alle numerose sfide che il nostro tempo ci propone. Non c’è spazio per l’apatia e il disimpegno ed ancor meno per la parzialità e il settarismo. Non possiamo cedere alla paura né al pessimismo. Dobbiamo piuttosto coltivare l’ottimismo e la speranza. Il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro. I giovani, provenienti da tante parti del mondo, sono qui a Colonia come testimoni viventi di solidarietà, di fratellanza e di amore. Vi auguro con tutto il cuore, cari amici musulmani, che il Dio misericordioso e compassionevole vi protegga, vi benedica e vi illumini sempre. Il Dio della pace sollevi i nostri cuori, alimenti la nostra speranza e guidi i nostri passi sulle strade del mondo.
    "

    Shalom

  5. #5
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    Discorso ai leader delle Chiese protestanti

    Cari fratelli e sorelle in Cristo nostro comune Signore!

    E’ una gioia per me, in occasione della mia visita in Germania, poter incontrare Voi, rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali. Vi saluto tutti molto cordialmente! Provenendo io stesso da questo Paese, conosco bene la situazione penosa che la rottura dell’unità nella professione della fede ha comportato per tante persone e tante famiglie. Anche per questo motivo, subito dopo la mia elezione a Vescovo di Roma, quale Successore dell’apostolo Pietro ho manifestato il fermo proposito di assumere il ricupero della piena e visibile unità dei cristiani come una priorità del mio Pontificato. Con ciò ho consapevolmente voluto ricalcare le orme di due miei grandi Predecessori: di Paolo VI che, ormai più di quarant’anni fa, firmò il Decreto conciliare sull’ecumenismo Unitatis redintegratio, e di Giovanni Paolo II, che fece poi di questo documento il criterio ispiratore del suo agire. La Germania nel dialogo ecumenico riveste un posto di particolare importanza. Essa infatti non è solo il Paese d’origine della Riforma; è anche uno dei Paesi da cui è partito il movimento ecumenico del XX secolo. A seguito dei flussi migratori del secolo scorso, anche cristiani delle Chiese ortodosse e delle antiche Chiese dell’Oriente hanno trovato in questo Paese una nuova patria. Ciò ha indubbiamente favorito il confronto e lo scambio. Insieme ci rallegriamo nel constatare che il dialogo, col passare del tempo, ha suscitato una riscoperta della fratellanza e creato tra i cristiani delle varie Chiese e Comunità ecclesiali un clima più aperto e fiducioso. Il mio venerato Predecessore nella sua Enciclica Ut unum sint (1995) ha indicato proprio in questo un frutto particolarmente significativo del dialogo (cfr nn. 41s.; 64).

    La fratellanza tra i cristiani non è semplicemente un vago sentimento e nemmeno nasce da una forma di indifferenza verso la verità. Essa è fondata sulla realtà soprannaturale dell’unico Battesimo, che ci inserisce nell’unico Corpo di Cristo (cfr 1 Cor 12,13; Gal 3,28; Col 2,12). Insieme confessiamo Gesù Cristo come Dio e Signore; insieme lo riconosciamo come unico mediatore tra Dio e gli uomini (cfr 1 Tm 2,5), sottolineando la nostra comune appartenenza a Lui (cfr Unitatis redintegratio, 22; Ut unum sint, 42). Su questo fondamento il dialogo ha portato i suoi frutti. Vorrei menzionare il riesame, auspicato da Giovanni Paolo II durante la sua prima visita in Germania nell’anno 1980, delle reciproche condanne e soprattutto la "Dichiarazione comune sulla dottrina della giustificazione" (1999), che fu un risultato di tale riesame e portò ad un accordo su questioni fondamentali che fin dal XVI secolo erano oggetto di controversie. Bisogna inoltre riconoscere con gratitudine i risultati costituiti dalle varie comuni prese di posizione su importanti argomenti quali le fondamentali questioni sulla difesa della vita e sulla promozione della giustizia e della pace. Sono ben consapevole che molti cristiani in questo Paese, e non in questo soltanto, si aspettano ulteriori passi concreti di avvicinamento. Me li aspetto anch’io. Infatti è il comandamento del Signore, ma anche l’imperativo dell’ora presente, di continuare in modo convinto il dialogo a tutti i livelli della vita della Chiesa. Ciò deve ovviamente avvenire con sincerità e realismo, con pazienza e perseveranza nella fedeltà al dettato della coscienza. Non può esserci un dialogo a prezzo della verità; il dialogo deve svolgersi nella carità e nella verità.

    Non intendo sviluppare qui un programma per i temi immediati del dialogo - questo è compito dei teologi in collaborazione con i Vescovi. Mi sia concessa soltanto un’annotazione: le questioni ecclesiologiche, e specialmente quella del ministero consacrato, ossia del sacerdozio, sono connesse inscindibilmente con la questione sul rapporto tra Scrittura e Chiesa, sull’istanza cioè della giusta interpretazione della Parola di Dio e dello sviluppo di essa nella vita della Chiesa.

    Una priorità urgente nel dialogo ecumenico è costituita poi dalle grandi questioni etiche poste dal nostro tempo; in questo campo gli uomini di oggi in ricerca si aspettano con buona ragione una risposta comune da parte dei cristiani, che, grazie a Dio, in molti casi si è trovata. Ma purtroppo non sempre. A causa di contraddizioni in questo campo la testimonianza evangelica e l’orientamento etico che dobbiamo ai fedeli e alla società perdono di forza, assumendo non di rado caratteristiche vaghe, e così veniamo meno al nostro dovere di dare al nostro tempo la testimonianza necessaria. Le nostre divisioni sono in contrasto con la volontà di Gesù e ci rendono inattendibili davanti agli uomini.

    Che cosa significa ristabilire l’unità di tutti i cristiani? La Chiesa cattolica ha di mira il raggiungimento della piena unità visibile dei discepoli di Cristo secondo la definizione che ne ha dato il Concilio Ecumenico Vaticano II in vari suoi documenti (cfr Lumen gentium, nn. 8;13; Unitatis redintegratio, nn. 2;4 ecc.). Tale unità sussiste, secondo la nostra convinzione, nella Chiesa cattolica senza possibilità di essere perduta (cfr Unitatis redintegratio, n. 4). Essa non significa, tuttavia, uniformità in tutte le espressioni della teologia e della spiritualità, nelle forme liturgiche e nella disciplina. Unità nella molteplicità e molteplicità nell’unità: nell’Omelia per la solennità dei santi Pietro e Paolo, lo scorso 29 giugno, ho rilevato che piena unità e vera cattolicità vanno insieme. Condizione necessaria perché questa coesistenza si realizzi è che l’impegno per l’unità si purifichi e si rinnovi continuamente, cresca e maturi. A questo scopo può recare un suo contributo il dialogo. Esso è più di uno scambio di pensieri: è uno scambio di doni (cfr Ut unum sint, n. 28), nel quale le Chiese e le Comunità ecclesiali possono mettere a disposizione i loro tesori (cfr Lumen gentium, nn. 8;15; Unitatis redintegratio, nn. 3;14s; Ut unum sint, nn. 10-14). E’ proprio grazie a questo impegno che il cammino può proseguire passo passo fino a giungere all’unità piena, quando finalmente arriveremo "tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo" (Ef 4,13). E’ ovvio che un tale dialogo in fondo può svilupparsi solo in un contesto di sincera e coerente spiritualità. Non possiamo "fare" l’unità con le sole nostre forze. La possiamo soltanto ottenere come dono dello Spirito Santo. Perciò l’ecumenismo spirituale, e cioè la preghiera, la conversione e la santificazione della vita costituiscono il cuore del movimento ecumenico (cfr Unitatis redintegratio, n. 8; Ut unum sint, nn. 15s; 21 ecc.). Si potrebbe anche dire: la forma migliore di ecumenismo consiste nel vivere secondo il Vangelo.

    Vedo un confortante motivo di ottimismo nel fatto che oggi si sta sviluppando una sorta di "rete" di collegamento spirituale tra cattolici e cristiani delle varie Chiese e Comunità ecclesiali: ciascuno si impegna nella preghiera, nella revisione della propria vita, nella purificazione della memoria, nell’apertura della carità. Il padre dell’ecumenismo spirituale, Paul Couturier, ha parlato a questo riguardo di un "chiostro invisibile", che raccoglie tra le sue mura queste anime appassionate di Cristo e della sua Chiesa. Io sono convinto che, se un numero crescente di persone si unirà alla preghiera del Signore "perché tutti siano una sola cosa" (Gv 17,21), una tale preghiera nel nome di Gesù non cadrà nel vuoto (cfr Gv 14,13; 15,7.16 ecc.). Con l’aiuto che viene dall’Alto, troveremo, nelle varie questioni tuttora aperte, soluzioni praticabili, e il desiderio di unità alla fine, quando e come Egli vorrà, sarà appagato. Invito tutti voi a percorrere, insieme con me, questa strada.
    "


    Shalom

  6. #6
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    " Dopo Colonia, a Rimini la storia continua

    Dal crogiolo dell'esperienza il segreto distillato della vita


    Davide Rondoni

    Mi aggiro tra i padiglioni affollati del Meeting di Rimini, e scorgendo le immagini di Colonia rimandate dalle tv mi tornano in mente le varie etichette che in questi giorni si vorrebbero incollare loro addosso: i papa-boys, i neo-con, i teo-con… Altri si chiedono se sono questi "movimenti" cresciuti a ridosso della figura papale la vera eredità del '68. Evidentemente non si tratta di appuntamenti sorti attorno a mega-eventi musicali, e nemmeno a eventi "neutri", impassibili. Intanto c'è da dire che sono ritrovi scomodi, in molti sensi. Quei ragazzi sanno - non sono scemi - che pagheranno, e spesso già pagano, l'ironia di molti compagni, l'incomprensione di certi adulti dentro e fuori casa, e lo sprezzo più o meno celato di taluni intellettuali attualmente assai ascoltati nelle accademie e nei media. Anche oggi che le allergie paiono attenuate, questi pagano con l'essere etichettati. Magari sotto le parole dolciastre con cui a volte vengono descritti, si sente il dente velenoso della commiserazione o dell'ironia. In realtà, qui si vede proprio la crisi delle etichette. Appena vengono usate appaiono già vecchie. A Colonia, come qui, c'è invece la rivalutazione di una cosa che si chiama: esperienza. Era una parola un tempo usata molto tra i giovani e per parlare di loro. Si diceva ad esempio: occorre fare esperienza di tutto. E specialmente, si voleva dimostrare ai padri che alla prova della concretezza il castello di valori, di consuetudini e di opinioni comuni mostravano la loro inconsistenza. Non reggevano di fronte alla vita e ai desideri più profondi e grandi. A quei giovani di allora, certe utopie, certi ideali per quanto confusi, e certi usi (e abusi) parvero le migliori proposte per l'esperienza che stavano facendo. La vita si è incaricata di smentirli. E proprio loro, padri e nonni, hanno iniziato a diffidare dell'esperienza come legge per capire l a vita. E si sono affidati a santoni, esperti, medici, e maghi di ogni genere per provare a comprendere l'esistenza. A credere agli oroscopi o alla tv. Al maestro di moda o a ogni sorta di test. E anche la parola esperienza è caduta in disuso. Ridotta a indicare un superficiale sentire sulla propria pelle varie cose, più o meno forti. Negli inviti rivolti da Benedetto XVI ai giovani ritorna la legge dell'esperienza. Intendiamoci: non che il Papa rinunci alla funzione della parola, lui che a Colonia è apparso come il grande catechista. È che va oltre, e chiede ai ragazzi di non accontentare da un bel discorso. Né di lasciarsi portare da un'onda sentimentale. Invita a fare esperienza, a giudicare quel che viene proposto sulla base delle esigenze del cuore e della più attenta riflessione. A vedere se è vero quel che si propone, senza aver paura di nulla e aprendosi a tutto. Dicono: amate Gesù nella compagnia della Chiesa. Verificate se nella vostra esperienza questo vi darà più gioia e fecondità. Tutta la forza dell'istituzione e del carisma della Chiesa attende l'assenso dell'esperienza di una ragazzetto. Che Dio, l'immenso, accetti di farsi giudicare dall'apparentemente piccolo che è l'esperienza personale di un ragazzo, è affermazione rivoluzionaria. E rende gloria a ciò che nella giovinezza si ha di più caro e dirompente: essere irripetibili, unici. Proprio quel che nella società e nella cultura di oggi è preso in giro o negato. E tale invito vale tra europei e "barbari", tra favelados e meticci, tra cristiani per tradizione e gente senza battesimo. Non cercate etichette per questi ragazzi. Qui non si offre una formula con cui identificarsi. Un tempo c'era uno slogan: «Vogliamo tutto». Qui c'è una notizia: il Tutto ti vuole. E ti vuole bene. Per chi offre questa notizia, l'esperienz a di ogni ragazzo è un'avventura, un dramma e uno spettacolo. Grigia è la teoria, diceva Goethe, verde l'albero della vita.
    "

    Shalom

 

 

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