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Discussione: Federalismo Militare

  1. #1
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    Predefinito Federalismo Militare

    Vi incollo una interessante discussione scaturita sul Forum della Lega Nord Toscana.

    Tema: il Federalismo militare. Tra le cose si propongono corsi di addestramento alle armi volontari per i cittadini!

    http://www.naz-toscana.leganord.org/...p?TOPIC_ID=154

    Parlandovi da inguaribile nostalgico dell'antica Roma (non l'impero romano, ma il villaggio etrusco-latino del V secolo d.c. che trattava gli alleati con pari dignità) vi rammento che la democrazia, ovvero il potere del popolo, si costruisce in ogni tempo su tre basi:

    1) federalismo politico: piccole comunità federate fra loro

    2) federalismo economico: piccola proprietà, piccole e medie imprese

    3) "federalismo" militare: milizia civile accanto ad un più piccolo nucleo di professionisti

    La Lega si è occupata fino ad oggi dei primi due pilastri, mentre il terzo - a parte la sacrosanta battaglia per i battaglioni alpini - è rimasto stritolato dalla propaganda a favore dell'esercito professionale e dell'abolizione della leva.

    La leva militare, per quello che era diventata, è stato giusto abolirla, ma la Storia ci insegna che mai e poi mai bisogna togliere al popolo il diritto di armarsi per difendere la propria comunità: pena la fine - prima o poi - della democrazia.
    Quando nell'antica Roma si passò dal potere dei cittadini/soldati/piccoli proprietari terrieri all'alleanza fra burocrati, mercenari e latifondisti, arrivò l'Impero dispotico.
    Successe lo stesso quando dai liberi Comuni medievali (che si ispiravano alla Roma delle origini) si passò alle Signorie (piccoli imperi dispotici)...e rischia di succedere di nuovo.

    Sarebbe bello, invece, cominciare a chiedere l'istituzione di una milizia civile sul modello svizzero (loro sì che la sanno lunga...), dove tutti i cittadini che lo vogliono possano essere addestrati periodicamente all'uso delle armi a difesa delle loro comunità: quale migliore garanzia per la nostra libertà?

    (occhio che qualcuno ha già proposto gli stranieri nell'esercito...occhio!)


    Saluti,

    TOSCANA LIBERA IN LIBERA PADANIA!
    Lorenzo Proia
    Responsabile Ufficio Stampa Lega Nord Toscana
    Coordinatore Zoonale GnP
    Vice Coordinatore Movimento Giovani Toscani

  2. #2
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    Thumbs up FORZE ARMATE E FEDERALISMO IDENTITARIO


  3. #3
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    Predefinito

    FORZE ARMATE E FEDERALISMO IDENTITARIO
    di Epòptes
    Quest'articolo, definito correttamente dallo stesso autore "appunti su una questione insoluta", è un valido spunto per chi volesse affrontare in modo pragmatico il problema.
    Buona lettura.
    st

    Ogni comunità umana liberamente unificata in "Stato" ha il diritto-dovere di difendersi da ogni aggressione esterna finalizzata a ridurne la sovranità (e con essa l'effettiva libertà dei suoi membri): questa funzione è demandata alle Forze Armate (salvo che l'aggressione non venga effettuata con mezzi militari o fisicamente ma, ad esempio, economici).
    Se questo è un presupposto pacifico, altrettanto non è per le caratteristiche strutturali che deve assumere un Esercito all'interno di uno Stato federale a base (e giustificazione) identitaria, volto cioè non solo a tutelare ma in primo luogo a promuovere le differenze etno-culturali che vi sono spontaneamente associate.

    NOTE:
    1 = Si veda John GOOCH, Soldati e borghesi nell'Europa moderna, Laterza, Bari 1982, pp. 51ss.
    2 = Il motivo di questa scelta nasceva dall'idea che un piccolo gruppo di riservisti posto a contatto con i militari professionisti avrebbe dopo un certo tempo assimilato la mentalità di questi ultimi (infatti, nella società chiusa della Caserma ci si doveva per forza adattare ai costumi della maggioranza). Al contrario, l'inserimento periodico di ampi contingenti "civili" all'interno dell'Esercito avrebbe prodotto il risultato opposto, cioè la de-militarizzazione dei professionisti.
    3 = In realtà due o tre anni...
    4 = Cfr. ROCHAT-MASSOBRIO, Breve storia dell'Esercito italiano dal 1861 al 1943, Einaudi, Torino 1978, p. 16. 5 = Con la riforma «Lamarmora» del 1854, sulla cui base verrà strutturato l'Esercito italiano. 6 = Santi ROMANO, L'ordinamento giuridico, Sansoni, Firenze 1951. Sul punto si veda anche Maurice HAURIOU (Teoria dell'istituzione e della fondazione, Giuffrè, Milano 1967).
    7 = Luigi RUSSO, Via e disciplina militare, Il Saggiatore, Milano 1992, p. 33.
    8 = ARISTOTELE, Etica Nicomachèa, BUR, Milano 1986, vol. I, pp. 145ss. (II, 1, dopo 1103ª).
    Ala base di tutto c'è la nozione di «Nazione etnica», punto di riferimento dell'intera Dottrina dello Stato.

    * * *

    Gli Stati «unitari» plurinazionali (ovverosia buona parte di quelli contemporanei) non possono ammettere l'idea di Nazione etnica, in quanto rappresenta la contraddizione della loro stessa esistenza: ciò spiega l'ideologia della c.d. «globalizzazione», negazione generale delle identità etno-territoriali e culturali, cui fa da "battistrada" l'ignoranza massificata dei grandi mezzi di comunicazione, il cui complesso apparato è in grado di generare un forte potere suggestivo.
    Quest'orientamento culturale, "cavalcato" anche da vasti settori economici per massimizzare gli interessi privati, non si giustifica né per logica né per buona fede: è solo una forma di resistenza di alcune élites (in quanto tali sempre minoritarie), che in base ad uno schema di Dottrina dello Stato sufficientemente ponderato dovrebbe portare a nuove forme di Totalitarismo, ipocritamente mascherate dal termine «tolleranza».
    Il Nazionalismo nasce dalla cultura, e se ad un'aggressione violenta ed ingiustificata deve seguire una legittima autodifesa di pari natura, purché proporzionata (principio sancito da tutti gli ordinamenti giuridici moderni, e pacifico nel diritto internazionale), è altrettanto vero che l'elemento cardine ed inviolabile del Nazionalismo etnico, oltre alla comune appartenenza, è il consenso come fondamento dell'autocoscienza.
    Un ragionamento diverso, e meno rigoroso, porterebbe a credere che l'identità nazionale si possa basare sulla condivisione di qualsiasi identità, genericanente intesa, e quindi anche su un mito: a questo punto si potrebbe giustificare una reazione violenta a tutto ciò che vien concretamente percepito (pur in buona fede) come aggressione a quel particolare fenomeno identitario...
    Ma se quest'ultimo è un mito, necessariamente creato – all'origine – da un ristretto numero di persone, alla fine si legittimerebbe una minoranza numerica come arbitro o interprete della maggioranza, ritornando ad un sistema élitario ed oligarchico, se non peggio.
    Per farla breve, affinché sorga un'identità nazionale (e dunque un diritto alla sua conservazione e difesa) è necessario che vi sia una consapevolezza identitaria in seno alla maggioranza degli interessati, e che l'identità in questione sia originaria ed oggettivamente fondata.
    In caso contrario, poiché esisterà sempre un numero di individui che si oppongono a tal stato di cose, una legittimazione "a scatola chiusa" rischierebbe di sacrificare la libertà di molti esseri umani ai variabili umori dei loro simili.

    * * *

    Siccome lo Stato federale identitario è tale in quanto unisce delle comunità etno-culturali site su un determinato territorio, la sola struttura di difesa compatibile con la realtà che legittima l'esistenza stessa dello Stato è una Forza Armata a base territoriale: reclutamento, addestramento ed operatività delle varie Unità militari devono cioè esser indissolubilmente legate al territorio di appartenenza del milite.
    Unica eccezione, ovviamente, le c.d. «Forze Speciali», la cui alta professionalità operativa (e selettiva) richiede una struttura direttiva fondata – almeno da principio – su una realtà più ampia di una sfera politico-territoriale ristretta (con connessi limiti anche di bilancio).
    Se un Esercito ha come unico scopo la difesa della libertà nazionale, sia dal punto di vista istituzionale, sia – soprattutto – per quel che riguarda le posizioni soggettive dei suoi singoli membri, è logico che il legame tra l'Armata e questi ultimi sia il più stretto possibile, onde evitare interferenze da parte di terzi (soprattutto di carattere politico, o ideologiche).
    L'onore militare non è un mero orpello formale, né una dote da superuomini: pertanto deve rappresentare anche un preciso contrappeso al cieco rispetto di ordini impartiti burocraticamente, o ideologicamente orientati.
    Il motivo che ci spinge ad insistere sul reclutamento territoriale e sulla necessità di un Esercito di leva (ovverosia a coscrizione obbligatoria) non è la strampalata visione della c.d. «Nazione in armi», ma la considerazione che nell'attuale realtà geopolitica solo questi due criteri organizzativi, combinati insieme, sembrano idonei a garantire una milizia efficiente e consapevolmente rispettosa della libertà dei cittadini, proprio perché i suoi stessi membri la condividono con i connazionali "civili".
    Diversamente si finirebbe per considerare le FF.AA. come un'entità (e non un gruppo di uomini) separata dallo Stato, o peggio ancora un'appendice burocratico-istituzionale degli apparati di Governo, quasi un "doppione" della Polizia (con fondati rischi di deriva totalitaria, evidenziati nel corso della Storia).
    Perché si possa avere, con buona probabilità statistica, un Soldato rispettoso della libertà dei suoi simili (ovviamente a titolo di reciprocità), è necessario che questa libertà sia la sua stessa libertà: non si può pretendere nulla di tutto ciò da un miliziano "di professione", poiché – salvo rari casi di profonda convinzione personale – si finirà prima o poi per generare una nuova burocrazia pubblica, il cui organico svolgerà un lavoro retribuito (probabilmente male) a vantaggio di terzi.
    Infatti, chi può onestamente smentire che un militare "medio" di professione, probabilmente spinto ad accettare l'incarico per racimolare una busta paga, o indotto da pulsioni puramente guerrafondaie, non considererà i "civili" qualcosa di diverso da sé, proprio come categoria umana, dal momento che il suo servizio vien pagato anche per affrontare la morte?
    Certamente ne nascerà uno "Spirito di Corpo" decisamente autonomo e peculiare, ma con dei contenuti non necessariamente civici...

    * * *

    Poste queste premesse, si possono individuare a grandi linee le scelte di politica militare che tendono a distruggere – pur in sordina – ogni forma di legame tra le FF.AA. e un'identità nazionale territoriale, e di converso le più elementari misure atte a scongiurarne (o rimuoverne) gli effetti morbosi.
    L'opzione di politica militare «distruttiva» normalmente fa perno sulle seguenti opzioni, più o meno accentuate a seconda dei casi (ma pur sempre congiunte, se si vuol effettivamente rimuovere il predetto legame in modo scientifico):

    1. distruggere la leva non solo come istituzione, ma come concetto di «Nazione in armi» a difesa del proprio Territorio e del proprio Popolo. Il fenomeno appare connesso anche alla fantasmagoria sub-culturale della c.d. «globalizzazione» acritica e coatta.
    2. Dimostrare la non idoneità del militare di leva alle operazioni di "peace keeping" (internazionali), non tanto per scarse capacità militari, quanto per difficoltà gestionali. Ciò ovviamente presuppone degli accordi che vincolino lo Stato nazionale a collaborare in tal senso con le Istituzioni Internazionali, dal momento che il fine primario di una Forza Armata è la difesa della propria Nazione di riferimento, e nulla più. La naturale "neutralità politico-militare" dello Stato federale identitario (sul modello svizzero, austriaco, irlandese, etc.), peraltro, dovrebbe eliminare questa possibilità alla radice, e con essa le argomentazioni subdole che ne stanno alla base.
    3. Stante la premessa di cui sopra, affermare che è invece idoneo allo scopo un Soldato di professione, da intendersi non tanto quale esperto combattente, ma quale «dipendente statale da arruolarsi fra i ceti meno abbienti della società». Tale estrazione sociale renderebbe questa categoria di militari meno incline a creare problematiche di principio, e perciò più prona all'obbedienza, in quanto stipendio e carriera dipendono da essa, nonché «più spendibile».
    4. Creare il convincimento che la Nazione non ha nemici e che sarà sempre in pace eterna grazie al suo buonismo innato. Compito delle FF.AA., di conseguenza, non sarebbe più la sua difesa, bensì aiutare altri Stati (ovviamente mai le Nazioni!) a raggiungere la pace.
    5. Distruggere il morale e lo Spirito di Corpo di quegli eventuali Reparti (soprattutto specializzati, o comunque legati al territorio) in cui il valore della difesa nazionale e dei suoi confini geografici è considerato supremo, e nei quali la leva esprime tutte le migliori caratteristiche di esercito di Popolo. 6. Distruggere la disciplina di anzianità confondendola con le gratuite vessazioni del c.d. «nonnismo», e per tal via paralizzare qualsiasi autonomia addestrativa ed operativa dei migliori Reparti, omologandola ai peggiori attraverso pratiche burocratiche asfissianti.
    7. Minare l'identità tradizionale e la coesione dei Reparti dell'Esercito mediante arruolamenti ideologizzati (le recenti modalità – non necessariamente la scelta in sé – di inserimento "coatto" di personale femminile, o le recenti proposte di istituzionalizzare forme di «mercenariato straniero» o di inclusione di soggetti con condanne penali, nell'ottica di un servizio militare inteso come sanzione alternativa alle pene detentive minori).
    8. Distruggere la disciplina militare omologandola al diritto civile ed amministrativo, e sindacalizzando ogni rapporto gerarchico con la Truppa.
    9. Neutralizzare a qualsiasi livello i «Quadri» ostili a questo progetto, con buona pace di ogni dialettica democratica in seno alle FF.AA.
    10. Affidare a meccanismi informali ed atecnici la selezione dei «Quadri», riservando le qualifiche e gli incarichi di Stato Maggiore in un'ottica clientelare e di affidabilità politica, piuttosto che far esclusivo riferimento alle effettive capacità professionali ed umane. Analogamente dicasi per l'ammissione agli Istituti di formazione tecnico-operativa del personale militare (Scuole di Guerra, missioni presso Centri convenzionati esteri, etc.).

    In opposizione a questa prassi minimale (ma essenziale nella riuscita dell'operazione di "sradicamento") si possono indicare alcune scelte generali volte a consolidare uno status giuridico-istituzionale con esse incompatibile, nel presupposto di una difesa nazionale all'interno dei principî liberali del c.d. «Stato di diritto». Preliminarmente, la Federazione deve dotarsi di FFAA credibili ed efficienti, che siano in grado di difenderne gli interessi tanto all'interno che all'estero (nei limiti delle risorse disponibili), e di proteggere il territorio e la popolazione in collaborazione organica con la società civile, in maniera tale da essere un vero strumento di difesa del Popolo e non un mezzo al servizio del potere, qualunque esso sia.
    A tal fine appare necessario:

    1. accettare culturalmente il (pur triste) principio storico che le popolazioni e le civiltà sono in perenne conflitto, intervallato solo da brevi periodi di pace, e che i Popoli e le civiltà non in grado di proteggersi e combattere sono destinati a soccombere.
    2. Nel caso di vincoli di cooperazione internazionale (che escludono uno stato di neutralità bellica, da noi però avversati), istituire una Forza di Spedizione capace di intervenire in modo rapido e versatile, formata esclusivamente da professionisti selezionati in base alle capacità militari di combattenti (e di fedeltà alla Nazione d'origine, onde evitar metamorfosi mercenarie). Alla base di qualsiasi intervento, comunque, al di là del "buonismo" da salotto che imperversa da più parti, dovrà esserci sempre e soltanto, alla fine dei conti, la tutela degli interessi nazionali. Le osannate motivazioni umanitarie o pacifiste, del tutto teoriche ed irreali, hanno pur sempre un senso pragmatico (quello che muove realmente la politica) solo nei limiti in cui le operazioni sul campo concordino con gli interessi nazionali;
    3. Nell'ottica strutturale di un Esercito a reclutamento territoriale, istituire comunque una Guardia Nazionale (sul modello dell'esercito elvetico, lettone o danese) a coscrizione infra-regionale (verosimilmente "provinciale") basata su una leva breve (4 o 5 mesi) maschile e femminile, e su riservisti richiamati per un breve periodo ad anni alterni. Tale istituzione dovrebbe includere anche gli organici della c.d. "Protezione/Difesa Civile", inquadrando tutte le organizzazioni del volontariato (Croce Rossa etc.) e gli obbiettori di coscienza. In tal modo questi ultimi avrebbero un inquadramento ed una disciplina oggettivamente uniforme, tecnica e funzionale agli scopi perseguiti, prescindendo dell'addestramento all'uso delle armi. Ciò darebbe l'opportunità ai giovani di servire nella maniera corretta il proprio Popolo secondo le loro aspirazioni, ed al contempo sottrarrebbe la greppia del volontariato alle organizzazioni clericali, sindacali, anti-nazionali e politicizzate.
    4. Con riguardo ai Corpi altamente professionali, prevedere degli adeguati incentivi professionali ed economici per incrementare la "Riserva" nei relativi Reparti. I riservisti di tali Unità dovrebbero esser parificati, durante il periodo di servizio prestato, al personale professionista (in tal modo potrebbero confluire nella "Riserva" i militari professionisti congedati o i militari della Guardia Nazionale disposti a dedicare più impegno e tempo al servizio militare, con gli stessi obblighi e diritti degli effettivi).
    5. Impiegare l'eventuale personale femminile in ruoli amministrativi e logistici con personale d'inquadramento esclusivamente femminile, escludendo – sulla base delle unanimi esperienze di FF.AA. estere (salvo Stati belligeranti o a vocazione mercenaria) – qualsiasi impiego in reparti operativi o in incarichi di combattimento.
    6. Proibire per legge (preferibilmente a livello costituzionale) l'accesso nelle FF.AA. regolari o della "Riserva" l'accesso, a qualunque titolo, di stranieri o cittadini con precedenti penali.
    7. Dotare la difesa di mezzi finanziari tali da adempiere al suo compito d'istituto, previa una definizione geopolitica degli interessi nazionali e federali fondata sulla razionalità del rapporto «costi/benefici» e sulle dotazioni consolidate di bilancio.
    8. Individuare ed epurare tutti gli Ufficiali superiori, inferiori ed i «Quadri intermedi» coinvolti in scelte di politica militare chiaramente antitetiche alla centralità nazionale, e più in generale portati a burocratizzare le funzioni istituzionali delle FF.AA. Tutto ciò, ovviamente, concerne esclusivamente un processo di ristrutturazione tecnico-funzionale delle Forze Armate nel loro complesso, e prescinde da eventuali, specifiche e personali responsabilità penali di qualsivoglia natura.

    Nell'alveo di un Esercito territoriale, non si può comunque dimenticare la peculiarità operativa dei vari Corpi Speciali, che nelle varie «Dottrine Militari» sono pur sempre essenziali per assicurare una difesa nazionale efficace in condizioni critiche e nevralgiche, data l'(auspicata) alta professionalità e la potenziale fungibilità operativa.
    In particolare, è necessario fornire una chiara ed inequivoca "copertura" normativa (ed istituzionale) perlomeno ai seguenti principî di base, troppo spesso banalizzati o trascurati:

    1. i Reparti dei Corpi Speciali devono esser formati completamente ed esclusivamente da personale qui formatosi, pur mantenendo dei rigidi parametri selettivi atti a consentir l'ingresso di Soldati che, avendone i requisiti, desiderino esservi assegnati.
    2. Istituzione di Reparti a ferma annuale che, integrati con riservisti, formino perlomeno un Reggimento da inquadrare come forza territoriale, eventualmente (se non vi è l'auspicato stato di neutralità) con possibilità di impiego in missioni militari all'estero.
    3. Far definitivamente piazza pulita di ogni miraggio "globalista", ed incentrare l'intera struttura delle Forze Speciali (né più né meno come deve accadere per le FF.AA. nel loro complesso) sulle caratteristiche della specifica realtà nazionale e territoriale che son chiamate a difendere.
    4. Conservazione storica dei miti e delle tradizioni (premesso lo stretto contatto territoriale, onde scongiurare "derive" élitarie), anche attraverso adeguate celebrazioni solenni, unitamente alla creazione di organismi territoriali d'Arma a scopo promozionale ed informativo (diversi da un Distretto militare o da un ufficio di collocamento, ed ancor più da un depresso Circolo di reduci o congedati), costantemente accessibili alla generalità dei cittadini. Dal punto di vista finanziario, nel basilare parametro «costi/benefici» ciò dovrebbe quantomeno tradursi in un adeguato ritorno d'immagine, e sicuramente in un meccanismo di trasparenza delle FF.AA. stesse, complementare alla loro collocazione amministrativa nei termini di «Istituzione».
    5. Parallelamente, e conseguente alla predetta natura di «Istituzione» infrastatale delle FF.AA., il ripristino e/o la salvaguardia culturale dei luoghi di aggregazione sociale, quali circoli e spacci, con l'utilizzo di personale militare in sevizio o congedato, affinché i relativi frequentatori possano avere la possibilità di parlare e svolgere attività aggreganti in un ambiente non estraneo, ma pur sempre non alieno dalla società civile.
    Più in generale, poiché la questione investe tutte le FF.AA. di una Nazione, abolizione del c.d. catering (approvvigionamento mediante appalti a terzi fornitori) e ripristino del vettovagliamento militare, sia per aumentare il benessere fisico di cui ogni Soldato necessita (in quanto uomo e cittadino), sia per ovvi motivi di sicurezza.
    Del resto, senza voler cadere nella fantastoria, chi può realisticamente escludere che in un'epoca di disordini internazionali (in cui il delirio fondamentalista gioca un ruolo di primo piano) non si pensi ad attentati di massa realizzati con l'avvelenamento dei cibi prodotti da aziende e cooperative di ristorazione appaltatrici?

    * * *

    Il principio di «territorialità» delle Forze Armate si riferisce alle modalità di reclutamento, e presuppone l'esigenza che su un determinato territorio vengano arruolati ed operino come Soldati solo i membri delle popolazioni autoctone.
    Si tratta di un criterio tecnicamente evolutissimo, com'è dimostrato da secoli nel caso svizzero (in grado di coniugare, efficienza, efficacia, contenimento dei costi pubblici e privati – tra cui il gravoso periodo di ferma della leva "ordinaria", lì inesistente – nonché uno stretto rapporto operativo ed umano col territorio e la popolazione) ed in alcuni Stati degli U.S.A., nonché in Croazia, Slovenia, Lettonia, Estonia, Danimarca, Austria, Regno Unito, Scozia, etc.
    È l'esatto opposto del caso italiano, e costituisce l'unico antidoto strutturalmente efficace alla deriva élitaria di una Forza Armata, alla sua burocratizzazione, alle false lusinghe della "professionalizzazione" mercenaria, e soprattutto allo sradicamento etno-culturale perseguito da tutti i dispotismi, più o meno marcati.
    La "territorialità" di un Esercito implica che i militari stanziati in una certa area (ed ivi operativi) sono esclusivamente indigeni, che il reclutamento non ammette forme di assunzione esterna, e che alla fine vi è la più stretta corrispondenza tra il territorio da difendere (e la relativa popolazione) e gli uomini che sono chiamati a farlo.
    Il principio della tutela nazionale identitaria raggiunge il massimo compimento, poiché da un lato ogni Soldato difende quella che è – in un contesto generale – effettivamente «casa propria», senza dover ricorrere alle imposture etiche del sangue per la Patria versato o ad estensioni ideali del territorio d'origine; dall'altro – essendo la milizia una diretta espressione del Popolo che deve difendere – non è possibile una contrapposizione tra l'«istituzione» militare e la società in cui si trova incardinata.
    Nel caso di conflitto potenziale tra l'azione delle FF.AA. (i cui membri sono tutti indigeni locali) ed il Governo centrale, sarà ovviamente quest'ultimo a dover cedere, poiché la sua autorità si esaurisce nel momento in cui entra in urto con l'interesse popolare, unico titolare della sovranità.
    L'Esercito territoriale è emanazione diretta di una comunità popolare, con cui vive in simbiosi: se esercita anche funzioni di polizia, lo fa esclusivamente nell'interesse di quest'ultima, poiché non vi sono poteri politici intermedi tra le due realtà, cui la milizia debba eventualmente render conto.
    Con la creazione dello stato dinastico italiano nel 1861, estremamente disorganico quanto a realtà etniche, economiche, culturali e linguistiche, sorse anche il dubbio di quale fosse la miglior struttura del nuovo Esercito "unificato": ovviamente si optò per l'accentramento più rigido possibile (ogni forma di decentramento avrebbe comportato la disgregazione di parte del nuovo Stato, dato che la perdita di libertà di molte sue componenti era troppo recente, e con essa le ferite subite), ma si continuò a discutere dell'efficienza militare, e delle esigenze "specialistiche" imposte dall'orografìa delle frontiere.
    Il dibattito sulla bontà o meno di un Esercito territoriale (ovvero nazionale) risale all'epoca delle vittorie prussiane sull'Austria (1866) e sulla Francia (1870-1871), vicende che impegnarono gli strateghi della difesa nella ricerca di nuovi modelli di organizzazione militare.
    Nell'Ottocento gli Eserciti erano chiamati ad assolvere un duplice compito: dovevano garantire il mantenimento dell'ordine costituito svolgendo funzioni di polizia, e preparare una guerra difensiva od offensiva contro gli Stati nemici, mobilitando tutte le risorse disponibili.
    Questa doppia funzione poneva però dei problemi: l'efficienza militare richiedeva eserciti numerosi che solo l'arruolamento obbligatorio poteva garantire, mentre le esigenze di "polizia" presupponevano Reparti ristretti e scelti, per garantire l'affidabilità politica degli organici.
    A tal pro si reclutavano i Soldati tra le fasce più povere (e de-politicizzate) della popolazione, e li si sottoponeva ad un rigido addestramento di Caserma, finalizzato a staccarli (con l'isolamento fisico) dal loro ambiente di provenienza e ad inculcar loro un'obbedienza assoluta ai superiori.
    La necessità di garantire l'ordine interno rendeva preferibile un Esercito di professionisti, generalmente poco permeabile ai fermenti sociali e strettamente controllato dall'Esecutivo; i «Quadri» di comando provenivano quasi sempre dalla classe politica tradizionale (l'assetto statale era di tipo oligarchico), e la Truppa era soggetta ad una ferma lunghissima, priva di contatti con la società civile.
    Le esigenze della guerra moderna, che richiedeva Eserciti numerosi, avevano spinto la Francia rivoluzionaria ad istituire nel 1793 la leva di massa (1 ), e le sue vittorie sul campo portarono gli strateghi militari – che dovevano conciliare le predette esigenze – ad elaborare due modelli contrapposti: il «modello francese» (della "restaurazione" post-rivoluzionaria) e quello «prussiano», il primo fondato sulla qualità e sulla leva lunga, il secondo sulla quantità e sulla ferma "breve".
    La Francia post-rivoluzionaria che adottò lo schema "qualitativo" era scossa da fermenti sociali e manifestazioni – anche violente – di aperto dissenso con l'autorità costituita, "restaurata" dalle monarchie europee dopo il Congresso di Vienna del 1815: il suo Esercito permanente era relativamente piccolo, ben armato ed addestrato, composto da professionisti che in caso di guerra avrebbero dovuto essere affiancati da contingenti di reclute prive di preparazione, di fatto trascurabili.
    La «ferma lunga», da cinque ad otto anni, era richiesta sia ai volontari, sia alle reclute che provenivano dalla coscrizione obbligatoria, e mirava sì all'addestramento tecnico, ma soprattutto alla «formazione del vero Soldato», isolato dal resto della popolazione e ciecamente obbediente.
    I tempi lunghi non consentivano, per ragioni pratiche e finanziarie, di addestrare tutti i giovani fisicamente idonei, e quindi il contingente non volontario veniva sorteggiato annualmente nelle liste degli iscritti alla leva. I non arruolati venivano esonerati da ogni prestazione militare, salvo richiami parziali in caso di emergenza (2 ), ma i sorteggiati potevano ancora sottrarsi all'obbligo – se dotati di sufficienti mezzi finanziari – sia versando all'Esercito una somma cospicua con cui si otteneva la rafferma di un Soldato anziano, sia procurandosi un sostituto a pagamento.

    * * *

    L'Esercito prussiano era completamente diverso: "ideato" dal generale Scharnhorst dopo le sconfitte inflitte da Napoleone nel 1805-1806 e consolidato dopo la vittoria di Waterloo, si fondava sulla ferma "breve" (3 ) e sull'incorporazione della maggior parte dei cittadini fisicamente idonei, senza possibilità di sostituzioni o pagamenti per esenzione.
    Veniva cioè istituzionalizzato il principio della doverosità del servizio militare da parte di ogni cittadino, che anche se faceva parte della «riserva» (composta dai militari in congedo illimitato provvisorio, una volta adempiuti gli obblighi di leva) poteva esser richiamato alle armi: in caso di guerra, infatti, l'Esercito si completava con i riservisti più giovani, mentre i coscritti che avevano fatto poche settimane di addestramento (per esigenze di bilancio statale) andavano a confluire nei Reparti del Landwehr, milizia territoriale destinata alla difesa della propria regione, ma se del caso impiegata anche in operazioni al fronte.
    I contingenti del Landwehr potevano risultare improvvisati, ma erano suscettibili di rapido utilizzo nella zona di operazioni per la forte coesione interna (un po' come nel caso elvetico), che ai fini bellici risultava più seria ed efficace del «lavaggio del cervello» para-monastico della ferma lunga "modello Ancien Régime".
    La superiorità del modello prussiano non era solo quantitativa, poiché il vero nocciolo della «rivoluzione» stava nel «reclutamento regionale»: i Reparti dell'Esercito traevano i loro Soldati dalla regione in cui erano permanentemente stanziati, e ciò consentiva «la creazione di forti legami tra i Soldati, il Reggimento e la popolazione, e la semplificazione di tutte le operazioni di reclutamento, amministrazione e soprattutto mobilitazione, perché ogni Reggimento poteva in poche ore o pochi giorni completare i suoi organici con riservisti che già conoscevano bene l'ambiente, i commilitoni ed i superiori, con intuibili vantaggi per la coesione dei Reparti» (4 ).
    Questo tipo di reclutamento presupponeva un ordine pubblico stabile, ed un forte prestigio della classe politico-militare, in quanto gli stretti legami tra la popolazione e l'Esercito rendevano estremamente problematico, se non impossibile, l'impiego di quest'ultimo per reprimere eventuali disordini interni.
    In ambito italico, l'Esercito sabaudo era modellato (5 ) secondo le linee guida del modello francese, con la ferma quinquennale di una minima parte del contingente di leva (scelto per sorteggio), e con le "classiche" possibilità di sostituzione a pagamento.
    La creazione dell'Esercito unitario comportò un meccanismo di assegnazione "mobile" delle reclute: in pratica, i Soldati di leva italiani effettuavano il proprio servizio in Padania e quelli Padani nel centro o nel mezzogiorno.
    Questa soluzione – alla luce dei più recenti studi sulla colonizzazione sabauda – era perfettamente funzionale allo sradicamento territoriale, sia ai "classici" fini di polizia, sia per consolidare uno Stato nato senza una base comune: in assenza di quest'ultima, niente di meglio che cancellare progressivamente quelle preesistenti...
    Del resto la giustificazione ufficiale fu proprio quella dei "problemi della giovane età del nuovo Stato", la cui breve esistenza non aveva ancora potuto radicare nei sudditi una coscienza nazionale unitaria.
    Secondo l'Alto Comando dell'Esercito un reclutamento territoriale avrebbe fornito un appoggio armato all'allora "forte regionalismo", e quindi spinte secessioniste (soprattutto al sud) in cerca della perduta indipendenza.
    Il vero motivo dell'ostilità era però legato al mantenimento dell'ordine costituito, soprattutto in presenza di una polizia non ancora organizzata a livello statale e numericamente limitata (i Carabinieri contavano allora ventimila unità), che imponeva l'uso delle truppe di leva per garantire l'ordine pubblico.

    * * *

    Dopo questi sommari accenni, non resta che concludere sulla funzione ultima di un Esercito di cittadini, o meglio di uomini liberi.
    L'ordinamento politico non è un fine cui l'uomo deve portar la propria opera, ma un semplice meccanismo burocratico, il Leviathan hobbesiano, un mezzo raffinato al servizio dell'individuo ma pur sempre e solo un mezzo, che in tanto dev'esser salvaguardato in quanto non degeneri, elevando se stesso ai livelli della dignità etica.
    L'onore di un Soldato – tema su cui necessita un'ampia monografia scientifica, sinora mai tentata – non sorge con l'ingresso in una Forza Armata, o con l'indossare per la prima volta un'uniforme: l'«istituzione» militare deve farlo emergere, e raffinarlo, ma non può certo crearlo. L'onore del Soldato, infatti, è l'onore del connazionale-Soldato, di colui che accetta di combattere non perché spinto da un fato soverchiante o dalla prospettiva di una busta paga, ma per se stesso, oltre che per la Storia di cui fa consapevolmente parte.
    L'Assolutismo creò l'oscenità liberticida della "patria" per dare una nuova patina all'antica oppressione feudale, e con la stessa disinvoltura iniziò a straparlare di onore militare come di un peso per chi avesse la disgrazia di servire in un'Armata.
    Del resto, all'epoca, «servire» era il verbo che meglio riassumeva l'ideale politico del rapporto tra sudditi e governo.
    Il Positivismo, e con esso l'Illuminismo, non portò gradi novità in materia: a parole condannava l'Egemonia di Governo, ma i suoi membri provenivano tutti dalle fila dell'élite al potere, e di fatto ragionavano con le stesse categorie morali dei loro padri.
    Se un'opposizione ci fu, si risolse in uno scontro generazionale, poiché né Voltaire, né Diderot, né Marat, né D'Alambert, la De Staël o quant'altri usarono mai il linguaggio del Popolo, quello stesso Popolo di cui si erano eretti portavoce, usurpandolo né più né meno come più tardi farà il socialismo, o i totalitarismi moderni.
    Solo una realtà connaturata all'individuo può renderlo partecipe, se lo vuole, di una collettività storica. Ma cosa significa essere cittadino di una comunità di simili, o meglio ancora membro di una Nazione?
    Significa perlomeno non essere una nullità nichilista, grande sogno perverso di un razionalismo onnivoro e distruttore, ma un membro del famoso «Noi collettivo» che, epurato della fuorviante matrice ideologica, altro non è che il nucleo minimo di sopravvivenza dell'essere umano, un po' sull'onda di quel che Santi Romano ( ) diceva essere il fondamento di un'«istituzione».
    Ma a questo punto l'onore militare non vien più considerato come un principio morale che ognuno può decidere o meno di seguire, poiché si identifica con un requisito elementare di sopravvivenza della società e del singolo, un elemento la cui essenza già si trova nel patrimonio spirituale di ognuno di noi, quale portato di secoli della nostra Civiltà, requisito che la vita porterà a sviluppare o a degradare, ma nella sua embrionale natura indelebile.
    Questa conclusione non ha nulla a che fare con le idiozie romanzesche delle burrasche di sangue e di polvere che avrebbero scritto la Storia dei Popoli, ma è l'epilogo del fatto che l'onore marziale altro non è che la forma più progredita e raffinata dello spirito di autoconservazione e dei sentimenti di pietà ed affetto, pulsioni morali di cui nessuno può risultare totalmente privo, se definibile un essere umano.
    Solo così si spiega, senza riserve di sorta, l'idea secondo cui la difesa della Nazione – che anima tutto il nostro percorso logico – è compito di tutti i cittadini, e non solo di quelli in armi, solo così si può ripudiare senza eccezioni l'odierna paccottiglia di un Esercito mercenario spacciato per "professionale", magari con scolte di rinforzo...
    In questi termini, la conclusione più onesta sembra quella che scaturisce dalle parole del Russo (7 ), per cui «la milizia, nel suo significato ideale, non è la professione di chi indossa una divisa per qualche anno, ma è semplicemente la divisa morale di tutti quelli che si fanno un vanto di essere uomini».

    * * *

    La fedeltà, per Aristotele (8 ), era una virtù da acquisire tramite l'emulazione e la ripetizione, ai limiti del sacrificio coatto, per giungere a quello che molti auspicano essere un mondo migliore. Lo Stoicismo riprese questo discorso, e con esso legittimò il martirio della Democrazia antica ed i massacri degli Imperi universali.
    Sulla base di quanto detto sinora, è chiaro che quest'impostazione non ci convince, anzi ci fa decisamente paura, poiché non ammette la relatività umana e la sua imperfezione individuale, ma con essa pure le piccole gioie del quotidiano, i sogni e la speranza in un futuro migliore, che presuppone un avvenire sì incerto, ma libero.
    Pensare di delegare tutto ciò ad uno Stato – o alla politica – non è altro che un'ingenuità mostruosa, o una frode altrettanto infame: non è infatti nei doveri, né nei diritti e soprattutto nelle possibilità di un legislatore affacciarsi alle riviere dello spirito, in quanto vi è un limite a cui deve ineluttabilmente arrestarsi.
    Ogni tentativo storico in tal senso è sempre fallito, affogato dall'orgia di potere che l'universalismo ha tentato di soddisfare con il mezzo più abietto – l'annientamento della libera coscienza mediante il carcere o l'ostracismo – così da coprire la sua impotenza congenita.
    Ciò è proprio di ogni pensiero che tende all'assoluto, soprattutto di quelli che si presentano sotto l'ègida dei più bei presupposti quali l'eguaglianza, la solidarietà, l'amore, l'unione tra i Popoli, la prosperità e così via, poiché ogni credo umano, per quanto evoluto, reca i germi della propria finitezza e transitorietà.
    L'epilogo è sempre lo stesso, una corsa spasmodica verso l'ignoto con cui si cerca di sublimare un'origine imperfetta in un'apoteosi impossibile, una fuga dalla realtà – ormai insostenibile – che violenta le sue stesse radici e si esaurisce in una convulsione antiumana ed omicida.
    Ai limiti dell'Assoluto e della Natura infatti, trascendente la stessa logica dell'uomo, non vi è che l'Eterno.

  4. #4
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    Predefinito Mille grazie per lo spunto...

    L'ho inoltrato ai Toscani.

    Presto passeremo dalla teoria all'azione: ci sono già consensi da dirigenti leghisti di Firenze, di Siena e di un'altra provincia. Tra l'altro nel periodo secessionista vi erano già stati progetti di questo tipo tra i militanti della nostra Nazione.

    Accettiamo consigli e suggerimenti per l'istituzione di corsi di "educazione all'autodifesa" nel pieno rispetto della legge, si capisce...
    Lorenzo Proia
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  5. #5
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    Ah bhè volendo possiamo ispirarci alle Tsafirin o qualcosa del genere ,

    micidiali nuclei
    d'autodifesa Ebrei.


    E per fare una padania di Sangue e di Suolo

    potremmo ispirarci ai KIBBUZ,

    che non è quello che, come fantozzianamente
    si potrebbe pensare ,
    ti rispondono in Israele se bussi alla loro porta,
    ma le loro unità agricole autogestite.
    Pensa un po' quelle merde in un certo senso sanno che una civiltà
    si deve gestire secondo criteri di sangue e di suolo
    e deridono e eliminano gli altri
    quando vorrebbero farlo a casa loro.

  6. #6
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    Condivido l'idea kibbuz...

    Certo nessuno vuole arrivare allo scontro armato e sicuramente possono fare poco anche in termini d'autodifesa due, tre sezioni provinciali della piccola (in termini di iscritti e Lega) Toscana (dovrebbero pensarci i Veneti semmai, a Treviso), noi si vuole giusto prevenire dato che il futuro appare poco roseo.

    Sperando che l'idea non muoia a Firenze e a Siena.

    Come ci consigli di organizzarci per "l'addestramento"? Tenendo conto che vi sono:

    a) elementi che hanno compiuto il servizio militare
    b) elementi (come me) che lo Stato Itagliano ha escluso

    - Intanto nessuno può impedirci di imparare l'uso delle armi in campi di tiro al piattello et similia no? Si può cominciare, una volta fatte le liste di sostenitori, militanti, dirigenti e simpatizzanti ad addestrarci in questo modo.

    - Va tenuto conto di utilizzare bene i più esperti, ovvero coloro che sono in possesso di regolare porto d'arme come "istruttori".

    - Dopo questo. Quali difficoltà incontreremo nel richiedere il porto d'armi per la difesa in casa, a quanti potrebbero concederlo, a quanti no?

    - Che noie in termini legali possono darci e quale deve essere il ruolo della Lega Nord Toscana per evitare grane?

    Ovviamente prima di partire converrà mettere tra i dirigenti del progetto un avvocato con i controcoglioni o comunque qualcuno che sappia non farsi fregare dalle mille assurde leggi itagliane, massima trasparenza e legalità...

    Il federalismo militare è un diritto, quanto quello fiscale e politico.
    Lorenzo Proia
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  7. #7
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    Imapriamo dai Freikorps e dai Wehrwolf...
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  8. #8
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    Una generazione in lotta contro il proprio tempo



    Esistono autori in cui azione, autobiografia e narrazione si confondono fino a divenire indistinguibili: dalle loro pagine spesso emerge, carico di vitalità, un fascino simile a quello degli antichi poemi epici. Ernst von Salomon appartiene fuori di dubbio a questa composita schiera, in cui si potrebbero a buon diritto annoverare anche Pierre Drieu La Rochelle e Robert Brasillach, Ernst e Friedrich Georg Jünger, Yukio Mishima e persino Gabriele D'Annunzio. È immediatamente consequenziale e comprensibile, quindi, che questo autore tanto abbia appassionato intere generazioni di giovani. "La biografia stessa di von Salomon - scrive Marco Revelli nella sua ampia postfazione all'ultima edizione italiana de I proscritti, il romanzo più famoso di von Salomon - ne fa un rappresentante emblematico di quell'"esistenzialismo guerriero" che animò in entrambi i dopoguerra ogni esperienza nazional-rivoluzionaria".

    Quest'edizione, pubblicata per i tipi della casa editrice Baldini & Castoldi, ha visto la luce in questi giorni, ed è corredata anche da una cronologia del periodo 1918-1923 in Germania (il luogo temporale e spaziale in cui si svolge la maggior parte dell'azione narrata nel romanzo). La vicenda si apre nella Germania guglielmina ancora impegnata nella Grande Guerra: la rivolta interna dei marinai e l'inefficacia strategica della grande avanzata sul fronte dell'Ovest preludono al definitivo tracollo militare, morale e materiale della nazione. Si assiste all'improvvisa, epidemica diffusione del bolscevismo e alla parallela nascita dei Freikorps (i corpi franchi): corpi militari volontari in rapporto di indiretta dipendenza dallo Stato e assai simili alle compagnia di ventura rinascimentali.

    Nel corpo di uno Stato morente, infezione e anticorpi si accingono a combattersi in quella che si profila come l'ultima e decisiva battaglia. Ben presto però, tra gli uomini dei Freikorps (tanto quelli impegnati in patria quanto quelli che combattono sul fronte del Baltico) subentra la convinzione di non appartenere sotto alcun aspetto al nuovo Stato sorto dallo sfacelo: la Repubblica di Weimar. Con ogni evidenza, essa appare come un governo-fantoccio asservito in tutto e per tutto ai voleri stranieri degli ex-nemici. Insurrezioni e pronunciamenti si moltiplicano, fino a culminare, nel 1920, nel fallito colpo di stato del generale von Lüttwitz. Il clima generale si arroventa e la lotta politica assomiglia sempre più alla guerra civile.

    È in questa temperie che operano i proscritti del romanzo: giovani tedeschi, per lo più reduci del fronte e dei Freikorps, che agiscono per difendere quella Germania, o meglio quell'idea di Germania, che non ha alcuna rappresentanza nello stato-fantoccio di Weimar. Difendono la Ruhr e l'Alta Slesia, prendono Monaco, colpiscono gli avversari politici. Il culmine delle vicende di quegli anni si ha il 24 giugno 1922, quando un commando di cui fa parte lo stesso von Salomon uccide il ministro degli esteri Walther Rathenau, simbolo vivente di quella Germania "cooperante" con i nemici di un tempo. La terza e ultima parte de I proscritti si intitola "I delinquenti" (e segue a "I dispersi" e "I congiurati"): è il racconto di cinque lunghi anni di carcerazione del protagonista.

    Per la sua carica emotiva, oltre che per l'indubbio valore letterario, questo straordinario affresco di un periodo storico che è I proscritti è divenuto il romanzo emblematico della Destra europea, poiché, per usare ancora le parole di Revelli, "in von Salomon e nei suoi "proscritti" questa destra, più che un progetto ideale o un sistema di valori, vedeva un nuovo "tipo umano": un modello di personalità capace di resistere allo sradicamento, di contrapporsi attraverso l'azione estrema, assoluta, fine a se stessa, al corso avverso della storia, e per questa via di sopravvivere in quel "panorama di rovine" che per i "vinti del '45" [...] era divenuta l'Europa".


    Alberto Lombardo


    Tratto da La Padania del 30.XII.2001.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  9. #9
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    Il termine "Werwolf" significa “uomo lupo”, “lupo mannaro” o “licantropo”. Il termine "Wehrwolf", che è pronunciato nello stesso modo, significa “armata del lupo” o “difesa del lupo”. Il termine "Wehrwolf" richiama una vecchia tradizione di lotta non convenzionale in Germania. Un famoso racconto scritto da Hermann Löns ( 1866 - 1914 ) e pubblicato nel 1910 descrive la guerriglia dei contadini del nord della Germania durante la Guerra dei trent’anni (edizione italiana Ed. Herrenhaus, Seregno, 1999 richiedere herrehnh@tin.it ). Il movimento di resistenza tedesco fu chiamato "Werwolf" sia per il particolare suono evocativo del nome sia perchè un "Wehrwolf Bund” era già esistito intorno agli anni ’20 nell’area nazionalista.

    Nell’autunno del 1944 durante un incontro tra il capo della Gioventù hitleriana Artur Axmann, SS-Obergruppenführer Hans Adolf Prützmann, il capo RSHA Ernst Kaltenbrunner e il Waffen-SS Obstrurmbannführer Otto Skorzeny, Himmler espose il suo piano per il Werwolf. Prützmann, capo SS nel 1943 per il settore sud orientale e l’Ucraina e dal 1944 generale SS della polizia, assunse la direzione dell’organizzazione ed il compito di reclutare volontari e di organizzare il loro addestramento che sarebbe stato poi messo in pratica dagli SS-Jagdverband (squadre di caccia) di Skorzeny. Una volta addestrate, le unità Werwolf sarebbero passate dalla guida d’inesperti ragazzi della Hitlerjugend (HJ) a quelle d’ufficiali veterani dell’esercito e della Waffen SS.

    Castello di Hülchrath Manuale di combattimento del Werwolf

    Il Quartier Generale del Werwolf fu organizzato nel castello (Schloss) di Hülchrath, vicino alla città renana di Erkelenz. I primi duecento volontari reclutati arrivarono lì alla fine di novembre e gli uomini di Skorzeny gli impartirono lezioni intensive sulle tecniche di sabotaggio, demolizione, armi leggere, sopravvivenza e radio comunicazioni. Prützmann cercò anche di organizzare altri centri d’addestramento nei sobborghi di Berlino ed in Baviera. Contemporaneamente furono approntati bunker speciali vicino al fronte da usare come depositi d’armi e materiali del Werwolf prima di essere fatti occupare dagli alleati. I membri del Werwolf furono muniti di documenti falsi forniti dalla Gestapo per essere in grado di mescolarsi anonimamente con la popolazione e di assumere la loro identità di combattenti clandestini solo durante le operazioni.

    Le azioni del Werwolf furono quelle tipiche della guerriglia: cecchinaggio, guerriglia, sabotaggio di strade e materiali. Nella zona d’occupazione britannica le attività del Werwolf furono circoscritte ad imboscate ed attentati tra cui quella che uccise Maggiore John Poston, che era stato Maresciallo in campo di Montgomery nel deserto, in Sicilia e nel nord dell’Europa. Come Maresciallo di collegamento tra gli ufficiali Poston spesso viaggiava per raccogliere informazioni dello spionaggio per fornirle ai responsabili della pianificazione delle battaglie. Nell’ultima settimana della guerra, Poston fu attaccato da una squadra di giovani del Werwolf, mentre guidava il suo mezzo in una tranquilla strada di campagna dirigendosi verso il quartier generale di Montgomery. Colpito una prima volta cercò di difendersi, ma fu finito da una scarica di mitragliatore. Ci furono molti altri scontri tra i giovani partigiani e le divisioni armate britanniche. Sul versante americano la resistenza Werwolf fu molto più intensa. Nel settembre del 1944, allorché Montgomery si disse sicuro di potersi spingere fino nel cuore della Germania, dopo sei settimane d’assedio il 21 ottobre 1944 Aquisgrana, completamente distrutta, cadde in mano americana. Il 30 ottobre del 1944 gli occupanti nominarono sindaco l’avvocato Franz Oppenhof. La prima autorità tedesca imposta dal nemico. Il Werwolf lo considerò un traditore e lo perciò lo condannò a morte. Per giustiziarlo l’organizzazione pianificò la Unternehmen Karneval (Operazione Carnevale) alla quale parteciparono Ilse Hirsch di 22 anni, il tenente delle SS Wenzel, il suo operatore radio Sepp Leitgeb, Karl Heinz Hennemann, Eric Morgenschweiss di 16 anni e Heidorn. Per preparare l’operazione s’incontrarono nel castello di Hülchrath. Il 24 marzo del 1945 il commando Werwolf fu lanciato col paracadute nei sobborghi di Aquisgrana città che Ilse conosceva perfettamente. Oppenhoff di 41 anni, sua moglie ed i tre figli vivevano nella Eupener Strasse al n. 251. Una volta davanti alla casa, bussarono alla porta e Wenzel e Leitgeb lo freddarono. Mentre scappavano dalla città Ilse Hirsch fu ferita dall’esplosione di una mina e una scheggia uccise Sepp Leitgeb. Curata in ospedale la ragazza tornò nella sua casa di Euskirchen. Tutti i membri del commando ad accezione del tenente Wenzel furono catturati e processati dopo la guerra. Il “Processo Werwolf” tenuto ad Aquisgrana nell’ottobre del 1949 riconobbe colpevoli Henneman e Heidorn che ebbero da uno a quattro anni di carcere. Ilse ed Eric Morgenschweiss furono assolti per la loro età. Qualche tempo dopo Ilse si sposò e visse ad un silometro di distanza dal luogo dell’episodio più famoso della sua vita. Del tenente Wenzel si persero le tracce e s’ignora la sua sorte.

    Oppenhof fu una delle molte persone accusate di collaborazionismo con il nemico che caddero per mano dei “Lupi mannari”. Il 1 aprile il Ministro del Reich Minister Goebbels annunciando alla radio la sua uccisione disse che il braccio del partito era lungo e che i suoi Werwolf erano vigilanti. Era l’annuncio ufficiale dell’esistenza del movimento clandestino di resistenza contro l’invasore. Altre radio diedero l’annuncio, il grido di battaglia della vecchia guardia tornava a risuonare. Un intero programma di propaganda del Werwolf fu trasmesso. Dalla radio si sentì la dichiarazione che chiariva il carattere del movimento clandestino di resistenza:

    “I raids terroristici hanno distrutto le nostre città dell’ovest. Le donne ed i bambini che muoiono lungo il Reno ci hanno insegnato ad odiare. Il sangue e le lacrime dei nostri uomini massacrati, delle spose oltraggiate, dei bambini uccisi nelle aree occupate dai rossi gridano vendetta. Coloro che sono nel Werwolf dichiarano in questo proclama la loro ferma e risoluta decisione di restare fedeli al loro giuramento, di non arrendersi mai al nemico anche se stiamo soffrendo in condizioni spaventose e possediamo solo risorse limitate. Disprezziamo i confort borghesi, resistiamo, lottiamo, facciamo fronte con onore alla possibile morte torneremo a vincere uccidendo chi avrà attentato alla nostra stirpe. Ogni mezzo è giustificato se apporta danni al nemico. Il Werwolf ha le sue corti di giustizia che decidono la vita o la morte del nemico come quella dei traditori del nostro popolo. Il nostro movimento scaturisce dal desiderio di libertà del popolo ed è votato all’onore della Nazione tedesca di cui ci consideriamo i guardiani. Se il nemico ci ritiene deboli crederà di poter ridurre in schiavitù il popolo tedesco come ha fatto con i popoli rumeni, bulgari, finlandesi deportati ai lavori forzati nelle tundre russe o nelle miniere inglesi o francesi fategli allora sapere che nelle zone della Germania da cui si è ritirato l’esercito è sorto un nemico che non aveva previsto e che sarà per lui più pericoloso, che combatterà senza tener conto del vecchio concetto borghese di Guerra adottato dai nostri nemici solo quando gli fa comodo ma che è cinicamente rifiutato se non gli apporta vantaggi. Odio è la nostra preghiera. Rivincita è il nostro grido di battaglia."

    La paura del Werwolf si diffuse insieme con quella della creazione del ridotto alpino: l’idea di Goebbels di creare una sacca di resistenza permanente tra l’Austria e la Germania arroccandosi sulle montagne per continuare la lotta. L’ordine di reazione degli alleati fu spietato: ogni combattente Werwolf catturato doveva essere fucilato sul posto. Molti innocenti pagarono con la vita la durezza della battaglia finale. Le azioni del Werwolf, o supposte tali, furono represse con selvagge atrocità. Un esempio di rappresaglia di massa compiuto dagli Alleati è citato da Heinrich Wendig (1):



    “All'esercito tedesco viene rinfacciato di avere utilizzato nella sua guerra contro le spietate uccisioni perpetrate dei partigiani, contrarie al diritto internazionale, quote di rappresaglia da uno a 10 (e raramente maggiori) quale misura dissuasiva. Gli Alleati hanno tuttavia ricambiato con quote assai più elevate, anche in casi manifestamente immotivati. Un episodio esemplare avvenne nel marzo 1945 presso il castello di Hamborn, vicino Paderborn in Westfalia. In quel luogo il generale americano Maurice Rose era stato ucciso da un regolare soldato tedesco. La radio nemica addossò l'azione a del tutto inesistenti "Partigiani -Lupo mannaro" che avevano "ucciso alle spalle" il generale. Come risposta gli Americani liquidarono 110 prigionieri tedeschi che assolutamente nulla avevano a che fare con la morte del generale. La "Paderborner Zeitung" (4 aprile 1992 ), dopo decenni, scrisse sullo svolgersi di quel fatto: "Il Panzerkommandant tedesco sporse la testa dalla torretta, fece cenno con la sua Maschinenpistole e ordinò agli Americani di deporre le armi, cosa che fecero. Rose, che era generale, portava la sua pistola in una tasca, che egli voleva sbottonare. In quell'istante la Maschinenpistole del Panzerkommandant sparò. Il tedesco aveva palesemente frainteso il movimento del generale americano. Maurice Rose stramazzò sulla strada, morì sul colpo. Coloro che lo accompagnavano riuscirono a fuggire.”. Sulla misura della vendetta dice il menzionato giornale: "Con violenza cieca gli Americani uccisero nel complesso 110 soldati tedeschi prigionieri, che nulla avevano a che fare con l'episodio, tra cui giovani della Hitlerjugend e uomini di mezz'età del Volkssturm. Dietro al cimitero a Etteln morirono in 27. Testimoni ricordano che 18 altri cadaveri con un colpo alla nuca furono trovati a Doerenhagen dietro una siepe, tutti assassinati! Si lasciarono lì i cadaveri dei tedeschi per giorni. Gli Americani non permisero a civili tedeschi di seppellire i morti. Al Patton-Museum a Fort Knox (USA) i fatti inerenti alla morte di Rose sono riportati correttamente, non si fa però alcuna menzione dell'azione di rappresaglia fatta dalle truppe americane. Questo palese crimine di guerra degli Americani non è stato minimamente espiato o criticato nella stampa internazionale o addirittura stigmatizzato come altri. (2)"



    (1) Heinrich Wendig, Richtigstellungen zur Zeitgeschichte, Heft 8, Grabert, Tübingen 1995, S. 46.

    (2) Nota 1 rimanda al Hefte 2 (1991, S. 47ff.) e 3 (1992, S. 39ff.) dello stesso Hefte (Anm. 6); vedi anche Heft 10 (1997), S. 44f.

    Dall’interessante saggio “Sulla legalità della rappresaglia in guerra” di Germar Rudolf apparso sul n. 1, 1997 della rivista trimestrale Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung Bottom of Form 1 (http://www.vho.org/VffG/1997/1/RudGei1.html)

    Lo scrittore tedesco Hans Zöberlein (1895-1964) (figlio di un ciabattino, laurato in architettura, eroe di guerra, membro del Corpo franco di Franz Epp aderisce alla NSDAP dal 1921, vedi anche http://www.polunbi.de/pers/zoeberlein-01.html#lit ) pubblica, per la casa editrice ufficiale del partito Eher di Monaco, due romanzi di guerra monumentali: nel 1933 “Der Glaube an Deutschland. Ein Kriegserleben von Verdun bis zum Umsturz” “La fede nella Germania. Un’esperienza di guerra da Verdun fino alla difatta” e nel 1937 “Der Befehl des Gewissens. Ein Roman von den Wirren der Nachkriegszeit und der ersten Erhebung” “L’imperativo della coscienza. Un romanzo sulle turbolenza del dopoguerra e della prima sollevazione”). A capo di un gruppo Werwolf nella notte tra il 28 e il 29 aprile 1945, alla vigilia del suicidio di Hitler e a pochi giorni della capitolazione, guida l’esecuzione di otto cittadini di Penzberg che avevano deposto il sindaco nazionalsocialista. Sul luogo vengono lasciati volantini con questo scritto

    "Warnung an alle Verräter und Liebesdiener des Feinde!

    Der Oberbayerische Werwolf warnt vorsorglich alle die jenigen, die dem Feinde Vorschub leisten wollen oder Deutsche und deren Angehörige bedrohen oder schikanieren, die Adolf Hitler die Treue hielten. Wir warnen! Verräter und Verbrecher am Volke büßen mit dem Leben und ihrer ganzen Sippe. Dorfgemeinschaften die sich versündigen am Leben der Unseren oder die weiße Fahne zeigen, werden ein vernichtendes Haberfeldtreiben erleben, früher oder später. Unsere Rache ist tödlich!

    Der Werwolf"

    “Monito a tutti i traditori ed amorevoli servitori del nemico!

    Il Werwolf dell’alta Baviera ammonisce ad ogni buon conto tutti coloro favoreggiano il nemico tra i tedeschi e i loro parenti o che minacciano o vessano chi mantiene la sua fedeltà a Adolf Hitler. Noi ammoniamo! Traditori e criminali del popolo che pagheranno con la loro vita e con quella della loro intera genia. Le comunità dei villaggi che attenteranno alla vita dei nostri od esporranno la bandiera bianca, saranno annientati prima o dopo. La nostra vendetta è la morte!

    Il Werwolf”

    Nel primo dopoguerra, per quest’episodio si fece un processo (per una descrizione dei fatti http://www.mordnacht.de/derprozess.shtml ). I principali protagonisti furono condannati a forti pene detentive o a morte. Hans Bauernfeind, capo di uno dei “tribunali volanti” come “Incaricato speciale del Führer", responsabile per la sentenza eseguita “in nome del popolo” dichiarò: “Sono consapevole di non avere nessuna colpa” ed aggiunse “Come venni a conoscenza dei disordini contro la Wehrmacht a Penzberg, sono andato là dove era mio dovere per non piantare in asso migliaglia di soldati e ufficiali del fronte che si mantenevano fedeli.”. Lo scrittore ed eroe di guerra Hans Zöberlein, capo di una delle unità Werwolf che andarono a Penzberg per eseguire l’ordine di “Impiccare funzionari e caporioni comunisti del KPD della città”. Dopo l’azione disse: “A Penzberg c’era un porcile che adesso è stato ripulito.”. Condannato a morte e poi all’ergastolo fu liberato nel 1958 per gravi motivi di salute. Ragazzi di 12 anni subirono processi e condanne all’ergastolo da parte delle corti marziali americane. Due membri della gioventù hitleriana di 16 e 17 anni furono condannati a morte alla fine del marzo del 1945 ed assassinati il 5 di giugno. Il gionale delle truppe americane Stars and Stripes, disse che erano accusati d’essere cecchini ad Aquisgrana. A Budeburg vicino al Wesel l’8 aprile del 1945 uomini della 116 Divisione Corazzata furono assassinati senza processo dai soldati dell’esercito Americano a seguito della scoperta di volantini del Werwolf che invitavano alla resistenza.

    Volantino del Werwolf: “La lotta continua! Il nemico non ha vinto. Con la menzogna e la sobillazione vuole confonderti. Non prestare orecchio al nemico! Sorgi e combatti! La svolta viene!

    Solo il traditore ed il voltagabbana perdono il coraggio. Sii deciso fino all’estremo! Essere tedesco significa essere combattente. Meglio morto che schiavo.”





    L’opuscolo del Werwolf (ristampato in inglese "SS Werwolf Combat Instruction Manual" a cura di Michael Fagnon, Paladin Press, 1999) che conteneva le istruzioni per condurre la guerra di guerriglia con sabotaggi, attentati sintetizzava le ragioni di queste operazioni con queste parole:



    Il nemico dovrà sottrarre truppe dalla linea del fronte per difendere le altre strade. La capacità offensive el nemico sarà indebolita. Ogni cosa che riusciamo a distruggere dovrà essere sostituita. Ogni danno apportato al nemico aiuta le nostre truppe.



    Cellule del Werwolf furono scoperte tra i soldati convalescenti. Ufficiali gravemente ferrite ed anche infermiere furono sorpresi ad incitare I commilitoni ad atti di sabotaggio e resistenza. Non ci fu pietà per nessuno. Atti di resistenza continuarono isolati, ma il castello di Hülchrath cadde nelle mani degli alleati nell’aprile del 1945 e a questo punto l’organizzazione ufficiale del Werwolf cessò d’esitere. Nonostante la mancanza di una direzione centrale per la perdita del quartier generale atti isolati di resistenza continuarono anche dopo la cessazione delle ostilità. Il capo di zona della Hitler Jugend di Mansfeld divenuto Strumbannführer SS e ferito gravemente nella battaglia di Kharkov organizzò 600 ragazzi della HJ nel Kampfgruppe Harz. Raccolse dagli ospedali veterani SS, studenti della NAPOLA, membri della Luftwaffe e ragazzi membri delle unità anticarro. Con questi effettivi incominciarono le azioni contro le truppe americane il 1 aprile 1945. dopo venti giorni oltre settanta combattenti erano caduti. In un tentativo d’imboscata ad un convoglio delle truppe americane molti caddero falciati dagli aerei giunti in soccorso dei soldati. Heinz Petry di sedici anni e Josef Schomer di diciassette furono processati come spie e fucilati il 5 giugno 1945.
    A nord di Amburgo verso la fine di aprile un gruppo trincerato di Werwolf ed i loro comandanti SS rifiutarono di arrendersi alla 11° Divisione corazzata Britannica. La loro resistenza continuò anche dopo l’appello alla resa dell’ammiraglio Karl Donitz del 1 maggio. Alla fine del 5 maggio Donitz fece la seguente proclamazione da Radio Copenhagen, Praga e Flensburg:

    “Il fatto che al momento sia in atto un armistizio significa che devo chiedere ad ogni tedesco, uomo o donna, di cessare ogni attività illegale nell’organizzazione Werwolf o altre dello stesso tipo nei territori occupati perché queste causerebbero solo danni al nostro popolo.”.

    Il Generale SS Hans Adolf Prützmann nato il 31 agosto del 1901 a Tollkemit in Preuss, ispettore del Werwolf Bandenkampfverbände fino al maggio del 1945, catturato dai britannici si suicidò a Lüneburg il 21 maggio 1945
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  10. #10
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Se questo thread lo legge Papalia siamo fritti...

 

 
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