MIRKO MOLTENI
--------------------------------------------------------------------------------
La Seconda Guerra Mondiale non cessa di far discutere. D’altra parte è l’avvenimento principe del XX secolo, quello che ha forgiato il mondo di oggi. E’ soprattutto l’armistizio italiano dell’8 settembre 1943 (in realtà firmato 5 giorni prima a Cassibile) a porci sempre domande fondamentali. Come hanno potuto gli Italiani cambiare fronte dopo tre anni di sofferenze accanto ai Tedeschi? Siamo veramente un popolo di “vili e traditori”? E perchè invece Germania e Giappone, pur condannati alla resa, sono riusciti a combattere fino allo stremo delle forze? Rispondere può sempre essere troppo facile, se ci si lascia andare ai pregiudizi, oppure troppo difficile, se si pretende di voler illuminare ogni più piccolo andito della mentalità di interi popoli.
Ci ha tentato Gilberto Salmoni, un ebreo ligure, col suo libro Coerenza e coraggio. Italiani in guerra, pubblicato dalla Fratelli Frilli Editori.

DEPORTATO NEI LAGER

Nato a Genova nel 1928, dovette subire all’età di 10 anni le leggi anti-ebraiche varate da Mussolini per allinearsi alla Germania nazista. Fu poi deportato a Buchenwald, ma sopravvisse e intraprese la professione di ingegnere. Oggi è presidente della sezione genovese dell’ANED, l’Associazione Nazionale Ex-Deportati politici e razziali, e si dedica a una campagna di sensibilizzazione nelle scuole.
Salmoni è un personaggio che, anche solo per la sua biografia, non può che essere contrario alla semplice mitizzazione negativa della viltà italiana. Non può anzi che individuare il coraggio nella disobbedienza o nella lotta partigiana, vedendo la Seconda Guerra Mondiale come una guerra sbagliata fin dal suo inizio, col nostro Paese alleato a Hitler, quasi che gli Italiani gli avessero venduto l’anima come novelli Faust. Il suo volumetto, agile pamphlet, scomoda perfino grandi filosofi per stimolare la discussione sul coraggio: «Per Platone il coraggio irragionevole è follia; per Aristotele, vive secondo ragione chi è coerente con sè stesso. Kant esorta ad avere il coraggio di servirsi della propria intelligenza». Così scrive l’autore, ma è anche vero che “coraggio” riguarda più il “cuore”, dal latino cor, attraverso (così pare) il latino medievale coraticu. La propensione ad affrontare un rischio ha quindi più a che fare con qualcosa di spontaneo che rimanda al “pre-civile”, al “naturale”. Anche perchè, in guerra, il coraggio riguarda la linea di confine fra vita e morte e tocca le corde più profonde, e più importanti del nostro io, cioè quelle preposte alla sopravvivenza. Forse, il segreto della Germania e del Giappone nel loro essere irriducibili, è stato il sentirsi “branco”, nel senso positivo del termine, cioè qualcosa di spontaneo, di parentale, di famigliare, in netta contrapposizione alla freddezza di Stati multirazziali che stanno in piedi solo con le leggi o con una “religione laica” imparata meccanicamente sui banchi di scuola. È l’eterno contrasto fra il genuino concetto di “Kultur” e quello alquanto sospetto di “Civilisation”.
La questione non va posta, come fa Salmoni, in funzione di un “progressivo incivilimento dell’umanità” (l’utopia dei massoni mondialisti e omologatori), bensì constatando che i popoli dalla propensione gregaria più spiccata, nel senso del saper correre rischi per la dimensione collettiva e tribale, affrontano le calamità con maggiore coesione.

LE RAGIONI DEL VOLTAFACCIA

I fatti del 1943 significano semplicemente che il nostro popolo ha avuto (e probabilmente ha ancora) un grado di identificazione nello Stato unitario molto minore rispetto ai Tedeschi o ai Giapponesi, per motivi su cui non ci dilunghiamo.
Non ci piace poi assolutamente quel passaggio in cui l’autore, pur non facendo nomi, sembra proprio attaccare la Lega Nord (cosa c’entra con la guerra di 60 anni fa?): «Purtroppo c’è ancora chi tenta di radunare le masse, di far balenare un pericolo di inquinamento del nostro sangue, delle nostre tradizioni, tutte cose che eccitano, a volte purtroppo con successo, la parte più barbara di noi, quella dell’intolleranza e dell’aggressività».
Capiamo la prospettiva di Salmoni, che da bambino ha sofferto sulla sua pelle discriminazioni e prigionia. Tuttavia non può permettersi di accostare alle tragedie del 1940 chi oggi, senza violenza, manifesta uno spontaneo e primigenio senso di territorialità e identità etnica.


[Data pubblicazione: 23/08/2005]