....Cav.
Sta prendendo piede, è in marcia lungo l’estate calda. Contagiosa.
E’ la nostalgia di Berlusconi, il nemico dal volto umano che il paese dei grandi adattatori forse non si scopre pronto ad abbandonare.
Per un’estate Silvio Berlusconi è tornato a fare quello che gli dovrebbe venire più naturale – il miliardario tout court – e nelle teste degli italiani è scattata la scintilla, s’è rivista l’origine della liason che ipnotizzò un paese.
E c’è già un’Italia che riprova la voglia di farsi governare da un bonario Frank Sinatra. Lui d’estate se ne sta nascosto in villa, a ricaricare le batterie e a trovare gli argomenti per affrontare decentemente lo scontro finale.
Ma il vespaio che occupa lo spazio vuoto e il reticolato di litigi e distinguo non hanno fatto altro che sottolineare l’assenza, il silenzio proveniente dalla Certosa.
Un ronzio tacitatosi solo quando il Cavaliere ha tuonato che non l’importunassero più e che per quanto lo riguarda è business as usual, il capo è lui e chi vuole lo segua, tanto alla resa dei conti sarà bene avere un ombrello sotto cui ripararsi.
Per il resto Berlusconi ha lasciato che gli italiani ruminassero il da farsi, lo status quo e i guai incombenti.
Quest’anno sono mancate perfino le ospitate del vippaio internazionale.
Niente bandane, solo un paio di sortite vecchio stile, ossia da presidenteombra del Milan, entrambe piaciute al pubblico dei calciofili – qualche decina di milioni di militanti. Prima il figurone col cavalleresco prestito di Christian Abbiati all’acerrima rivale Juventus, dopo che nel disputare il trofeo intitolato a papà Berlusconi l’attacco del Milan aveva messo kappaò per tre mesi il povero Gianluigi Buffon.
Chi rompe paga, noi siamo per la leale competizione all’inglese e, visto che ci crescono, eccovi un bel portiere in omaggio.
Tutti felici e contenti, coi lettori dei quotidiani sportivi a sospirare di consenso.
E’ andata allo stesso modo quando sull’elicottero per la Sardegna sono saliti Carlo Ancelotti e Andriy Shevchenko, mente e braccio del disastro che è stata l’ultima stagione agonistica dei rossoneri, culminata nella disfatta di Istanbul. Ancora una volta, Berlusconi ha esposto il volto del buon patron, quello che mica processa, incoraggia. Ha confermato la fiducia, ha detto che certo, fosse per lui, in campo manderebbe una squadra meno burocratica, ma che nei suoi ragazzi e in quel timidone del suo tecnico ha massima fiducia, perciò buon lavoro a tutti e nessuno s’azzardi a dire che lui taglia le teste.
Anzi, per il prediletto Sheva, un regalo in più: il padrino del suo bambino appena nato sarà proprio lui, il datore di lavoro, come si faceva ai vecchi tempi.
Ancora una volta, il Cavaliere la porca figura l’ha fatta.
E mentre il campionato parte, l’operazionesimpatia del Milan dà risultati e perfino la questione del conflitto d’interessi di Adriano Galliani langue da una parte. I guai del calcio sono altri.
Ma il cambio di vento attorno alla silhouette di Berlusconi tira anche lontano dai lidi sportivi, in luoghi insospettabili come l’accampamento dei suoi avversari, se si ascoltano i discorsi nella distesa sterminata dei non-allineati a sinistra, quelli con Romano Prodi ma senza entusiasmo, quelli che sbiancano a sentire slogan tipo “Voto Prima Voto Prodi” a miserrimo sostegno di una candidatura alle primarie, quelli stufi di pensare che l’unità della sinistra dovrebbe andare oltre la rocciosa antipatia per Silvio. Nel diffuso “come eravamo” all’aroma di Balena Bianca e decisionismo dalemiano, monta l’ostilità verso lo spontaneismo della prima insofferenza a Berlusconi. Intellettuali capalbiesi tentennanti, ma “comunque” di sinistra, si lasciano sfuggire che non se ne può più di negazionismo isterico alla Nanni Moretti.
Perfino una Francesca Archibugi, patrona dell’individualismo fricchetone postborghese, sussurra che mostrificare Berlusconi, farne il nemico senza se e senza ma, è stata una mossa troppo schematica, priva della riflessione che una volta la sinistra esprimeva anche nel selezionare i suoi avversari.
Adesso ci si mette Dino Risi, altro patrono e martire del nostro cinema, dal momento che non lavora più per condanna anagrafica. Anche lui dice che il copione che ha pronto da anni – una trasparente biografia satirica dell’italiano che si fa da sé fino a salire in vetta, meglio del Tigre di una volta – se c’è una speranza che qualcuno lo produca è proprio il Cavaliere, perché gli altri, i concorrenti di minoranza, hanno paura di mettere nudo il re, che poi magari s’incazza.
Berlusconi esce da un’estate di basso profilo circondato da un alone meno terreo di quello di primavera, nel solco della provvidenziale apparizione a Ballarò, quando ruppe gli indugi e andò a dire a braccio le sue ragioni, coi fogli sulle ginocchia e l’ostinazione che gli è propria.
Gli italiani da allora l’ascoltano con una predisposizione un po’ diversa, con un barlume di memoria per il colpo di fulmine di 12 anni fa, con un’avversità che si va smorzando e un’attesa per la forza delle motivazioni.
A sinistra lo devono capire in fretta: continuare a sparare sul bersaglio grosso può diventare controproducente.
Il Cavaliere ha già intuito come agghindarsi per l’ultima rappresentazione: è l’italiano col pedigree, quello che si rimbocca le maniche e viene allo scoperto a far fronte alle sue responsabilità.
Proprio come i protagonisti delle commedie di Risi. Barzellettieri, donnaioli, malandrini a giorni alterni.
Ma con una dignità e una faccia da salvare a tutti i costi.
Stefano Pistolini su il Foglio
saluti




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