Mario Monti, che da quando ha lasciato Bruxelles è diventato a tutti gli effetti una "riserva della Repubblica" in attesa di più sostanziosi assegnamenti, ha lanciato sulla "Stampa" una provocazione utile, e accolta con grande freddezza. Per fare le riforme, secondo l'ex commissario europeo, ci vuole un "grande centro" che metta agli angoli gli estremisti di entrambi i poli.
Mettiamo le carte in tavola: chi scrive non milita nel club degli ammiratori del prof della Bocconi. Tuttavia, "SuperMario" stavolta ha messo il dito nella piaga. Il bipolarismo è stato una grande innovazione della politica italiana, ma si è irrigidito in un referendum permanente sulla persona di Silvio Berlusconi. È vero che oggi il dibattito è assai meno torbido di quanto fosse nella prima repubblica, che opzioni politiche ed ideologiche ieri affogate dal pentapartito hanno trovato finalmente il sospirato posto al sole. Ma è pur vero che dieci anni di bipolarismo hanno prodotto pochissimo, in termini di cambiamenti non retorici ma istituzionali, mentre la schiettezza della discussione si è involuta in un gioco di veti incrociati, in una dialettica che privilegia l'inimizia personale sul confronto di idee. È altrettanto chiaro che non tutti in Italia sono ciechi sull'approssimarsi di quella che Giulio Tremonti, a Rimini, ha efficacemente descritto come "l'età del piombo dell'Europa".
L'urgenza di stimolare la formazione di un consenso su un grappolo di riforme fondamentali (fisco, pensioni, mercato del lavoro, sanità) è tuttavia disomogeneamente distribuita all'interno dei poli. Nel centrodestra come nel centrosinistra l'anima liberale è minoritaria o silenziosa - e non è che a vincere sia tanto un'ideologia di segno opposto e contrario, quanto il peso di clientele e corporazioni, grandi o piccole, legittimamente votate a perpetuare se stesse ed inevitabilmente vincenti, se nessuno osa nemmeno metterle in discussione. Mettendo assieme le (poche) forze di modernizzazione, diluite lungo tutto lo spettro politico, è possibile risolvere lo stallo delle riforme? L'intuizione di Monti mira in questa direzione.
Certo, c'è da chiedersi se sia praticabile, se in un Paese in cui metà del corpo elettorale vota in base a ragioni clientelari un "centro" liberal-riformista possa avere alcuna fortuna. Come si fa ad intercettare i voti dei non-garantiti, delle partite Iva, dopo che il loro entusiasmo in dieci anni senza riforme è scemato in apatia e scetticismo? C'è anche da chiedersi se sia davvero auspicabile riconsegnare il nostro destino a quelli che sono gli evidenti registi di una tale operazione, ovvero i più convinti praticanti della politica come professione. È possibile immaginare che la risurrezione della classe dirigente spazzata via da Manipulite avvenga all'insegna dei valori del mercato? Eppure, non si può non vedere che il problema segnalato da Monti esiste. E se tutto resta come adesso, se lo spirito di appartenenza continua a prevalere sulla politica delle "cose", difendere a spada tratta il sistema bipolare equivale a proteggere proprio quell'immobilismo contro il quale esso era nato.
da Il Tempo, 26 agosto 2005
di Alberto Mingardi


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