A Roma trionfa l'old style gitano

L'Antica Sartoria Rom è una scommessa nata nel 1997 grazie all'iniziativa di alcune sarte e stiliste gitane impegnate a recuperare la loro tradizionale attività di cucito per trasformarla in lavoro. Oggi è una realtà imprenditoriale che fa fatturato e tendenza. Con tanto di marchio registrato

LAURA GENGA

ROMA

Due chiacchiere nel fango di un campo nomadi alla periferia di Roma. E' nato così il progetto dell'Antica sartoria rom, nome che un gruppo di stiliste e sarte gitane danno al loro laboratorio artigianale di abiti. Al principio (1997) la sartoria era solo un'idea di alcune donne rom per recuperare la tradizionale attività di cucito, cui erano solite dedicarsi in ambito familiare, e trasformarla in lavoro. Poi matita, forbici, ago e filo hanno contribuito a rendere concreta l'idea, trasformando le stoffe in vestiti di ispirazione orientale-ottocentesca. Una scelta non casuale, dicono, «Visto che nei campi nomadi viviamo tuttora in condizioni ottocentesche: con strade sterrate, senza acqua calda e senza bagno in casa. Abbiamo deciso di adeguare il guardaroba a quello di due secoli fa». Complice l'interesse mostrato da alcuni negozi di abbigliamento etnico, arriva anche l'idea di chiedere un finanziamento per realizzare un laboratorio di sartoria tradizionale e un corso di formazione sull'uso delle macchine da cucire. Il progetto viene finanziato dall'assessorato alle Attività produttive della provincia di Roma e si conclude nel luglio 2004, con una sfilata alla settimana della moda della capitale. A sei mesi di distanza la sartoria gitana torna in passerella, partecipando alla nuova sfilata organizzata dall'agenzia AltaRoma. Poi le sarte decidono di andare avanti da sole, con una cooperativa tutta loro e un marchio registrato. L'etichetta già c'è, la cooperativa è in corso di costituzione e presto dovrebbe essere cosa fatta. «Ciò che desideriamo di più - spiega Angelina, una ragazza della comunità rom serba, di 18 anni - è fondare la nostra cooperativa».

E il progetto piace anche al di fuori della cerchia di donne che ogni giorno si incontrano per cucire insieme. «Oltre al fatto che sarte e stiliste hanno la sartoria come unica fonte di reddito - spiega Marco Brazzoduro, docente di politica sociale de La Sapienza che si è appassionato alle sorti del laboratorio - la cooperativa è importante perché propone un modello di integrazione diverso, basato su un'attività economica e sulla prospettiva di uscire dall'ambiente chiuso delle famiglie, di emanciparsi». Dello stesso parere anche l'assessore alla Promozione delle politiche per l'immigrazione del V municipio, Carmine Farcomeni. «Questo progetto - commenta - è un'occasione per recuperare la cultura gitana, farne un lavoro e arrivare ad una piena integrazione sociale».

L'anima dell'Antica sartoria rom sono dieci ragazze tra i 18 e i 28 anni, che vivono nei campi nomadi di Roma (la Rustica, Tor Pagnotta, Salviati2, Salone, San Basilio) e appartengono alle due comunità dacikhané (rom serbi) e korakhané (rom della Bosnia-Erzegovina e del Montenegro). «La cooperativa - dice Alessandra Carmen Rocco, coordinatrice del progetto - avrà successo: le ragazze sono motivate e i nostri abiti suscitano l'interesse del mercato».

Dietro al laboratorio c'è una filiera produttiva tutta in rosa e sono le stesse sarte che si occupano della distribuzione. Il lavoro inizia con il reperimento delle stoffe: la fornitrice ufficiale di tessuti è Dragiza, rom originaria di Sarajevo. Scappata dalla guerra nel 1992, da allora vive a Roma nel campo nomadi di via di Salone, ma sogna di tornare in Bosnia e rimettere a posto la casa di famiglia. La sua merce è tutta appesa nel prefabbricato di due stanze e cucina in cui vive insieme al marito e ai sei figli. Alle pareti, oltre ad alcune vecchie foto in bianco e nero scattate in quella che per Dragiza rimane la «Jugoslavia», sono appese gonne e gilet di diversa foggia e fantasia, tutti vestiti cuciti a mano da Dragiza nel corso degli anni. L'ospitalità impone alla padrona di casa di preparare un caffè: solo dopo arriva il momento di mostrare le stoffe. I tessuti, dai più pesanti fino a quelli leggeri come un velo, sono tutti rigorosamente composti da fibre naturali, ma la cosa che salta subito agli occhi sono i colori: azzurro, arancio, turchese, rosa, oro, verde e fiori variopinti. «Le stoffe - dice fiera Dragiza - le compro in Jugoslavia, Francia, o Romania e mi bastano pochi giorni per andare a prenderle e tornare a Roma». Avendo un regolare permesso di soggiorno, infatti, può muoversi liberamente attraverso le frontiere. Una condizione privilegiata per gli immigrati, specialmente rom: lavorando spesso in attività autonome hanno mille difficoltà in più per mettersi in regola, anche quando ci sono le sanatorie. Trovate le stoffe, la Sartoria si mette in azione per preparare modelli di gonne, top e vestiti. Ogni capo è originale, disegnato pensando ai vestiti tradizionali della cultura gitana, magari riprendendo fattezze o particolari degli abiti indossati dalle nonne, ma strizza anche l'occhio al prêt-à-porter italiano. I corpetti sono aderenti, mettono in evidenza il punto vita e il seno, le gonne invece sono larghe e lunghe, composte da più strati di tessuti diversi, poi ci sono borse che non si mettono a tracolla, ma si legano in vita. Tutto è arricchito da merletti, ricami, perline e finte monete. Fatti i modelli, il passo successivo è tagliare e cucire. Un'attività che le ragazze hanno sempre svolto in casa per fare tende o vestiti, ma a cui ora si dedicano con tutt'altra prospettiva. Anche famiglie e fidanzati, tranquillizzati dal fatto che nel laboratorio lavorino solo donne, appoggiano il progetto della cooperativa. L'unico problema - cui si sta interessando il V municipio - è trovare un posto dove lavorare che sia facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici e gratuito, almeno per un primo periodo. In diversi anni di vita, infatti, l'Antica sartoria rom non ha mai avuto una sede, ma è sempre stata nomade, passando per campi rom, parchi, piazze, scuole e associazioni. Ovunque si trovino, però, le sarte lavorano alle loro ordinazioni: gonne, top, foulard e borse per negozi e mercatini di Roma e non solo, vestiti per privati che fanno le loro richieste via internet (info: alessandracarmenrocco@yahoo.it), e persino abiti da sposa. Stanno sedute lungo l'immaginaria circonferenza di un cerchio, il cui centro è cosparso di fili e perline, ognuna ha in mano un capo da cucire o rifinire. Per completare un borsa ci vogliono due giorni di lavoro, mentre per un corpetto serve una settimana intera, ma sono soprattutto fiori e motivi ricamati con le perline a richiedere tempo e concentrazione.

La mattina presto, quando arrivano a lavoro, le ragazze chiacchierano allegre. Pian piano, però, nel laboratorio cala un silenzio interrotto solo a tratti. Quando i morsi della fame si fanno sentire è ora di pranzo: un panino, caffè, sigaretta, telefonate e ancora chiacchiere. Per poi riprendere a cucire fino a sera. Parlano un misto di romano e gitano, hanno i capelli lunghi, tifano per la Roma e ridono di gusto ascoltando da una radio le battute più famose di Alberto Sordi. Ma si sentono rom o italiane? Alla domanda arriva un coro di risposte. «Quando siamo al campo nomadi - concordano tutte - parliamo gitano, ma fuori parliamo italiano, ci sentiamo entrambe le cose». Anche dal vestiario passa la doppia identità. «Qui porto i pantaloni ma quando torno a casa mi rimetto la gonna». Ad eccezione di Raima, una rom montenegrina arrivata a Roma quando aveva 5 anni e che ora è mamma di una bambina, le ragazze del laboratorio sono tutte nate in Italia. «Siamo nate e cresciute qui, siamo andate anche a scuola, ma - spiega Regina, rom Korakhané - non abbiamo la cittadinanza italiana e siamo considerate immigrate della ex-Jugoslavia, proprio come i nostri genitori».