L'inganno dei campioni nazionali
di Alessandro De Nicola

«Aux armes citoyens!»: chi non conosce l’esortazione contenuta nella Marsigliese? Ebbene, il governo francese si prepara a chiamare alle armi non i sanculotti, ma il capitale francese.

Infatti, il ministro dell’industria Francois Loos ha dichiarato che presto verrà emanato un decreto contenente una lista di imprese ritenute strategiche come, ad esempio, quelle del settore degli armamenti, degli esplosivi, dell’informatica (criptologia) e delle case da gioco. Per loro, ogni acquisizione straniera dovrà ottenere il beneplacito del governo. La Francia ha già fatto recentemente saltare l’acquisto della farmaceutica Sanofi da parte della Svizzera Novartis, ha salvato Alstom con copiosi aiuti anche sbarrando la strada a Siemens ed è insorta contro le offerte di acquisto (solo paventate) di Danone da parte di Pepsi Cola e dell’industria mineraria Eramet da parte della brasiliana Vale de Rio Doce. Tutte industrie strategiche, secondo gli esponenti della classe politica transalpina.

Ma non è finita qui: allo studio sono clausole di reciprocità da inserire nella legge di attuazione della direttiva europea sull’OPA (“très libérale” persino per il quotidiano conservatore Le Figaro) e misure di rinforzo della stabilità dell’azionariato nelle società quotate.

A questa notizia si potrebbe reagire alzando gli occhi al cielo e scrollando la testa nei confronti dei patetici per quanto irritanti sciovinismi francesi, ma si commetterebbe un errore di prospettiva. Guardando oltralpe ci si potrebbe dimenticare il dibattito in corso da noi.

Prendiamo la famosa “italianità” delle banche, valore che secondo molti (non solo i leghisti, più interessati alla “padanità”, ma anche noti rappresentanti della politica e del giornalismo) va preservata. Secondo la spiegazione più in voga, solo la proprietà nazionale degli istituti di credito assicurerebbe la giusta attenzione alle piccole e medie imprese italiane in cerca di finanziamenti. Ragionamento, questo, sbagliato tre volte. Primo, perché il mestiere delle banche è prestare denaro: se trovano dei debitori credibili glielo danno ben volentieri. Se invece chi chiede soldi non è tale, si rischia di tornare ai gloriosi tempi della Prima Repubblica in cui banche pubbliche finanziavano a occhi chiusi imprese pubbliche dissestate con i danni che oggi sappiamo.

Secondo, i “campioni nazionali” che contendono le banche agli stranieri, a chi si affidano per consulenza e finanziamenti? A banche giapponesi, tedesche, inglesi, americane, svizzere e francesi. Vedete come ci capiscono bene i forestieri?

Terzo, non esistono banche italiane o barbare, solo efficienti o inefficienti. Chi offre cifre alte per acquistare il controllo di un’impresa è convinto di poterne migliorare l’efficienza e lucrare profitti, soprattutto se lo fa all’estero (in patria potrebbe avere anche ragioni di potere). Chi vende (e nel nostro caso si tratterebbe di italiani), riceve denaro che potrà meglio investire in altri settori.

La mobilità del capitale e del controllo è quindi essenziale. Sotto questo profilo, la retorica della tassazione degli speculatori “mordi e fuggi” è mal posta. Chi scala la General Electric, public company per eccellenza? Nessuno, perché il management dà affidamento e i prezzi riflettono anche il valore potenziale di mercato: l’accanimento dei raider è spesso sintomo di una gestione migliorabile e proteggere la “partecipazione a lungo termine” non è compito del legislatore.

Naturalmente il tutto deve succedere nel rispetto delle regole, senza concerti, quartetti, spifferate e furberie varie: ma qui entriamo nell’ambito dell’applicazione di leggi i cui principi esistono da sempre nel diritto commerciale (non dichiarare il falso, non indurre in errore, ecc.), non c’è alcuna necessità di un nuovo “patriotisme economique”.
da Il Sole 24 Ore, 31 agosto 2005