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    Thumbs down Bioetica: il Terzo mondo sta diventando un grande laboratorio

    PROVOCAZIONE
    Clonazione, provetta, genetica... Grazie a leggi più permissive, il Terzo mondo sta diventando un grande laboratorio

    Bioetica, passa a Sud la nuova frontiera

    In Sudafrica la super-clinica per fecondazioni in vitro, il Brasile apre alle staminali, la Cina è avanzatissima sugli embrioni. Ma chi si occupa dei problemi morali? Una sfida
    per no global e missionari


    Di Gerolamo Fazzini

    Che le rapide e sorprendenti innovazioni tecnologiche ci pongano ogni giorno nuovi e impegnativi interrogativi di natura etica è sotto gli occhi di tutti. La novità di questi ultimi tempi è che l'ambito nel quale maturano le sfide etiche non è più delimitabile all'Occidente. La portata dei mutamenti in campo bioetico (sia sul versante della ricerca, sia delle applicazioni e, di riflesso, sul versante del dibattito morale, culturale, politico) investe di fatto il mondo intero. E questo vale sicuramente per gli Stati Uniti, per l'Europa ma, ormai, anche per Paesi quali Cina, India, Corea del Sud, Brasile, Sudafrica…
    A Newlands, un quartiere borghese di Città del Capo, la Cape Fertility Clinic realizza ogni anno oltre 500 fecondazioni in vitro, di cui un centinaio grazie a donazioni esterne. In un recente reportage, Le Figaro ha riferito che proprio il Sudafrica sta diventando meta ricercata da coppie con problemi di fertilità, attirate da procedure più semplici e da una legislazione meno severa che in Europa o negli Stati Uniti. Non è più possibile ragionare di questioni quali fecondazione assistita, clonazione umana e via dicendo in un orizzonte geografico limitato.
    Prendiamo la Cina. Nel febbraio scorso, insieme ad altri 34 Paesi, il governo di Pechino si è rifiutato di firmare la proposta di un bando internazionale sulla clonazione umana presentata alle Nazioni Unite. Secondo il bioeticista Wang Yanguang, la società cinese approva le ricerche sugli embrioni: «In Cina la vita nasce quando il feto viene partorito, quindi non c'è alcun dubbio morale o etico». In realtà - ha osservato l'agenzia Asia News commentando la notizia - questa mentalità è frutto di un cambiamento provocato dallo Stato. Secondo la tradizione, i bambini cinesi «vivono» già nel grembo della madre. Tant'è vero che i cinesi hanno sempre contato come «un anno di vita» anche i 9 mesi passati nel grembo della madre. La distruzione della cultura tr adizionale e il ferreo controllo delle nascite, garantito dalla legge sul «figlio unico», hanno determinato un cambiamento anche culturale.
    Ora, nell'immensa Repubblica Popolare sono almeno 30 gli istituti statali che conducono ricerche e studi sull'ingegneria genetica, finanziati con un programma nazionale per la tecnologia (noto come programma 863), istituito nel 1986. Nel 2001 ben ventimila ricercatori e tecnici sono stati inseriti nel programma; nello stesso anno il budget per la ricerca e lo sviluppo è stato di 60 miliardi di dollari americani. I traguardi raggiunti dai ricercatori cinesi nell'ambito della genetica sono considerati invidiabili dalla comunità internazionale (di recente un gruppo di scienziati, al termine di una visita in alcuni laboratori, si sono detti impressionati dall'alto livello della ricerca cinese).
    Cambiando latitudine la portata dei problemi non cambia. Ai primi di marzo in Brasile il Congresso ha approvato a larga maggioranza un progetto di legge sulla biosicurezza, che permette sia la produzione sia la commercializzazione di organismi transgenici. La stessa legge consente l'utilizzo delle cellule staminali di embrioni umani per la ricerca scientifica. La notizia è doppiamente interessante perché indicativa di quella che potrebbe diventare una tendenza generalizzata da parte di Paesi sin qui considerati "arretrati": essi, adottando più o meno disinvoltamente tecnologie avanzatissime, cercherebbero così di recuperare il gap scientifico ed economico che li separa dall'Occidente. Cosa che, naturalmente, ha provocato l'intervento della Chiesa, che nell'immaginario collettivo di molti si occupa soltanto dei sem terra o della minoranza «afro». Con un messaggio indirizzato alla Camera dei deputati, i vescovi brasiliani hanno criticato l'uso di embrioni per ottenere cellule staminali come «un segnale di una posizione anti-etica senza precedenti nella storia umana».
    Dal Brasile all'Argentina. Lo stesso mese in cui Lula e i suoi hanno approvato la legge citata, i vescovi di San Justo e di Nueve de Julio, Baldomero Martini e Martín de Elizalde, scrivevano al presidente del Senato argentino, Daniel Scioli, chiedendo al Congresso di non ratificare il Protocollo Onu contro la discriminazione della donna (noto come Cedaw), accusato di aprire «le porte alla legalizzazione dell'aborto». Di lì a qualche settimana in Messico la Commissione per la Pastorale familiare della Conferenza episcopale respingeva il progetto presentato dal Partito della Rivoluzione Democratica a favore di una legalizzazione dell'eutanasia, senza troppi giri di parole: «L'eutanasia è e sarà sempre una forma di omicidio o di suicidio».
    L'Occidente sta esportando il peggio di sé: è in atto una neo-colonizzazione non solo economica, ma culturale a danno dei Paesi poveri. Essa veicola una concezione dei diritti individuali profondamente sbagliata, slegata da qualsiasi ancoraggio religioso e ha proprio nell'ambito etico le sue derive più pericolose (ad esempio, in tema di lotta all'Aids, «salute riproduttiva», pianificazione familiare). Un fenomeno evidentissimo nei Paesi poveri, che ha in alcune agenzie Onu una sorta di longa manus di cui nessuno parla. La fecondazione artificiale rappresenta la punta di un iceberg di problematiche che toccano e insidiano la vita quotidiana, non solo nel ricco Occidente ma, sempre di più, nei Paesi che una volta definivamo «in via di sviluppo».
    Problematiche di frontiera che, in quanto tali, chiamano in causa anche il mondo missionario. In verità, almeno sin qui, tale mondo è apparso impreparato alla vastità e alla rapidità del cambiamento. Sulla stampa missionaria abbondano gli articoli critici sugli Ogm, ma quando c'è di mezzo l'uomo (ricerca sulle staminali, clonazione…) cala uno strano silenzio. Certo, si tratta di argomenti complessi per i quali è richiesta una competenza specifica. E però non si può non osservare con una certa dose di sorpresa la singolare asimmetria informati va che caratterizza la maggior parte delle testate missionarie.
    Il sospetto è che, in parte, sopravviva una lettura "vecchia", stereotipata del Sud del mondo, come se, ad esempio, l'India fosse ancora Gandhi e Madre Teresa e non - anche - Bollywood e la nuova frontiera dell'informatica. E, in secondo luogo, l'impressione è che giochi - ahimé - una pregiudiziale ideologica per la quale parlare di Ogm è «di sinistra», mentre occuparsi di aborto e fecondazione assistita sarebbe «di destra». Lettura ingenerosa? Può essere. Restano, però, i fatti. Come certi appelli di «insospettabili» caduti in un assordante silenzio. Mi riferisco a Vandana Shiva, indiana, icona no global, autrice di durissime prese di posizione contro la sperimentazione di nuove tecnologie sull'uomo. Shiva è una convinta sostenitrice della lotta agli Ogm; ma - chissà perché - quando dichiara che «le nuove tecniche riproduttive come la fecondazione in vitro rappresentano forme di violenza nei confronti delle donne, contro la loro dignità e la loro stessa salute», le sue parole sembrano cadere nel vuoto. Se si scaglia contro la Monsanto viene applaudita; ma se mette in guardia sul fatto che la diagnosi genetica preimpianto potrebbe rivelarsi come «un orrendo apripista per pratiche eugenetiche», in casa nostra non fa notizia.


    Avvenire - 2 settembre 2005

  2. #2
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    DIBATTITO
    I Paesi poveri nuovo «far west» delle biotecnologie: una sfida che tocca l’impegno di missionari e no global. Dopo la provocazione di ieri, due pareri a confronto

    L'etica abita solo a Ovest?




    Zanotelli: «Ci siamo lasciati distrarre, ma non basta lottare contro gli ogm»

    di Roberto Beretta

    Non è la prima volta che l’Africa fa da laboratorio alla vita. Ma c’è una profonda (e moralmente pesante) differenza tra l’aurora dell’umanità – sorta appunto nel continente nero – e l’odierna possibilità di clonare l’uomo nelle cliniche di Città del Capo. Parla chiaro padre Alex Zanotelli: il comboniano dalle mille battaglie, recentemente passato dalla baraccopoli di Korogocho (Kenya) alle periferie di Napoli.
    Padre, dove nasce la provetta facile del Terzo mondo: dalla voglia di riscatto dei poveri o da un ennesimo neo-colonialismo?
    «Dico la verità: è la prima volta che ragiono su queste cose. Che nel Sud del mondo ci siano nazioni con legislazioni troppo permissive sulla genetica è vero, però le realtà sono molto differenti, non penso che il fenomeno si possa ridurre a un’unica fonte culturale o religiosa. Di certo la corsa alle biotecnologie non nasce da una logica di riscatto di quei popoli. È piuttosto la mentalità consumista a essere talmente penetrata ovunque che ormai l’unica logica è quella del mercato e del profitto. È un’imposizione occidentale».
    Però le culture tradizionali non si oppongono. O poco.
    «Piano a dipingere sempre i cristiani come modelli. Perché anche noi abbiamo le nostre remore, ad esempio per le manipolazioni genetiche abbiamo giustamente reagito subito, ma sugli Ogm no. La verità è che tutte le tradizioni culturali sono profondamente sfidate dalle novità biotecnologiche e non sono preparate a reagire».
    Il Terzo mondo potrebbe diventare un ghetto dove compiere le manipolazioni «sporche» proibite in casa nostra. O no?
    «Questo è ciò che abbiamo fatto spesso. Basti pensare al turismo sessuale e pedofilo, appunto quello che non avevamo il coraggio di fare nei nostri salotti».
    Ma non c’è mai una positiva responsabilità del Terzo mondo, allora?
    «Il Terzo mondo in parte subisce e in parte collabora alla spinta della globalizzazione , che per me non è un fenomeno negativo in sé ma lo diventa quando viene gestito dal neo-liberalismo e dai meccanismi finanziari imposti dal governo mondiale. Ma tempo fa mi sono compiaciuto che i vescovi d’Africa – che a Gorée chiedevano perdono per il contributo dato dai cristiani alla tratta degli schiavi – abbiano ammesso per la prima volta che la stessa non sarebbe durata così a lungo se non avessero collaborato gli africani stessi vendendo i loro fratelli agli schiavisti... Insomma, sono vere le due cose: la collaborazione locale e il sistema globale».
    Sarebbe d’accordo a partecipare a una campagna del mondo missionario contro le manipolazioni genetiche nel Sud del mondo?
    «Ma certo! A una condizione: che noi cristiani il principio della vita lo adottiamo dappertutto. Cioè anche quando si tratta di contrastare le armi, le guerre, il sistema economico che uccide 50 mila uomini per la fame. Il messaggio cristiano sulla vita mette nelle mani della Chiesa una carica profetica enorme e che nessuno può eguagliare».
    Però conosciamo le campagne «no global» per la pace e contro gli Ogm; assai meno le loro mobilitazioni– che so? – sull’aborto o contro la clonazione umana...
    «No, girando per l’Italia mi sono reso conto quanto stia crescendo nel mondo cattolico il principio della difesa della vita. In ogni situazione. Perché il vero problema è la mercificazione della persona, che non possiamo accettare né a Nord né a Sud».
    E il mondo missionario, non le pare in ritardo su questi temi?
    «Il missionario sul campo spesso non è abbastanza cosciente, perché queste evoluzioni si percepiscono meglio in ambienti urbani e culturalmente preparati; noi lavoriamo in campagna e tra i poveri. In tema di manipolazioni del corpo umano, ho presente solo una mobilitazione sulla vendita di organi, oltre che sull’aborto. Ma è vero che su certe cose siamo sensibili e su altre molto meno, mentre la vita è sempre tale».
    Che effetto potrebbe avere, sui poveri del mondo, la tendenza a spost are a casa loro clonazione & C.?
    «Gli eccessi delle biotecnologie verranno pagati dalla gente, che diventerà un esubero o una cavia. Fino a ieri i poveri venivano usati almeno come manodopera a basso prezzo, adesso non servono più. E questa è la stessa idea della manipolazione genetica: usare l’uomo. L’Africa invece è il polmone antropologico dell’umanità: là sono state le origini dell’umanità e là c’è ancora una straordinaria vitalità che costituisce una ricchezza biologica anche per l’Occidente triste e necrofilo. Altro che le provette».

    Cervellera: «I limiti sono ideologici,
    non si è pro-vita come si è anti-Usa»

    Sono stati i primi a denunciare in Italia la nuova tendenza: ai «dragoni tecnologici» d’Oriente le staminali piacciono assai. L’agenzia missionaria Asia News e il suo direttore padre Bernardo Cervellera, del Pime, sono agguerriti a rilanciare il dibattito sulla bioetica nel Terzo mondo.
    Padre Cervellera, ci descriva il fenomeno.
    «In Asia, oltre ai progressi della Cina, Singapore sta cercando di diventare il polo della biotecnologia mondiale, mentre la Corea del Sud è all’avanguardia nella clonazione umana. I governi locali aprono le porte a ogni sperimentazione perché si tratta di un campo di sviluppo scientifico libero e nello stesso tempo di un settore economico che porterà sviluppo. Dicono dunque di agire per il bene della nazione, il che però presuppone uno sguardo materialistico e per nulla culturale e umanistico sul futuro dei rispettivi popoli. Per esempio il mondo coreano, sia quello buddhista sia delle religioni tradizionali, o la tradizione taoista cinese avrebbero forti motivazioni culturali e religiose per non manipolare la natura; però non incidono sulle scelte politiche. Che comunque sono prese col tacito consenso dell’Occidente: come per le miniere o il lavoro minorile, infatti, esiste una complicità dell’industria farmaceutica e forse di alcuni governi nel trasferire le propria attività in Oriente per aggirare le barriere legislative occidentali».
    Neo-colonialismo, dunque?
    «No, colonialismo del materialismo. Si tratta di una colonizzazione mondiale del potere e dei soldi, non di una semplice prevaricazione dell’Occidente sull’Oriente».
    E ciò trova fondamenti nelle culture locali?
    «In parte. La conquista della ricchezza, per esempio, non è affatto disprezzabile tra i confuciani. E poi si sommano la voglia di uscire dalla povertà, il desiderio di supremazia, i nazionalismi, il miraggio di ottenere un riscatto sul passato... L’Oriente non è assolutamente succube, anzi partecipa alla corsa verso il materialismo biologico, per lo meno i governanti e gli uomini d’affari».
    Ma c’è dibattito su tale «deregulation» bioetica? Le religioni, in particolare, hanno forza di opporsi o di fare opinione?
    «Un esempio: in Sud Corea, per tacitare i cattolici critici, il governo ha finanziato un istituto per la ricerca delle staminali adulte; solo che poche settimane prima aveva fatto lo stesso per un centro di clonazione... È molto difficile aspettarsi un movimento di opinione generato dalle fedi locali, peraltro sempre educate a sottomettersi al potere. L’unica forza che ha la possibilità anche politica di dire qualcosa è il cristianesimo. Le altre religioni sono emarginate, perché da secoli considerate utili allo spirito ma ininfluenti sulla politica. E poi la manipolazione genetica dà l’impressione di trattare la vita con i guanti, non crea quella sensazione d’orrore per il sangue sparso o per la morte provocata che susciterebbe forse una reazione».
    Eppure, il buddhismo o l’induismo sono così scrupolosi sulla vita in tutte le sue dimensioni...
    «Il primo clonatore coreano era cattolico ed è diventato buddhista, proprio perché quest’ultima religione non dice nulla sulla vita dell’embrione finché è fissato nell’utero e dunque le cellule si possono manipolare senza scrupoli morali... Perché gli indù sono così facili agli infanticidi e all’aborto? Perché la Cina è il Paese più inquinato del mondo nonostante l’ecologismo taoista? Perché non esiste un’incarnazione della fede nella pratica».
    E i missionari, perché tacciono sull’eugenetica esportata al Sud?
    «I missionari sono spesso schiacciati sui bisogni dell’emergenza e considerano i temi bioetici un po’ d’élite. Poi va segnalata una carenza culturale nel mondo missionario, il quale non vede il cambiamento culturale in atto, ovvero il materialismo e il potere di manipolazione sulla vita, come elementi da evangelizzare. La terza causa è più ideologica: è più facile accusare gli americani o l’Occidente di inquinare o di sfruttare l’Oriente, mentre in questo caso più complesso lo schema ideologico si trova impreparato. Serve una conversione alla difesa dell’uomo di per sé».
    Auspicherebbe una campagna degli Istituti missionari su questi temi?
    «Sì, facciamola. Però con uno scopo: non solo impegnarsi contro la manipolazione genetica, bensì trasformare il nostro concetto di missione in senso meno sociologico. Basta colpevolismo sul Nord "cattivo", campagne solo per lo sviluppo materiale e ecumenismo buonista. Siamo per una salvezza globale dell’essere umano, in cui la proposta di Cristo è il primo passo e la richiesta di impegno delle altre religioni il secondo».
    Roberto Beretta


    Avvenire - 3 settembre 2005

 

 

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