Da Liberazione di Giovedì...
Affare Gnutti-Consorte-Fiorani
un inutile autodromo a Verona
Grosso giro di miliardi, gratuita distruzione dell'ambiente
Laura Eduati
Gnutti, Fiorani, Consorte. I primi due protagonisti della scalata all'Antonveneta, il terzo alla Bnl. I primi due associati alla destra, a Berlusconi, il terzo al centrosinistra, a Fassino. A Verona, invece, i tre agiscono di concerto e acquisiscono il 29% della società che, a breve, costruirà il primo autodromo del Veneto. Il progetto mastodontico si materializzerà nelle campagne a sud di Verona e, grazie al governatore Giancarlo Galan e alla sua giunta regionale, sarà affiancato da un'area imponente dove, in deroga alle leggi regionali sulle aree commerciali, verrà costruito il centro commerciale più grande d'Europa.
Affari e finanze a parte, l'autodromo e l'immane shopping center stravolgeranno l'equilibrio ambientale della zona. Inutilmente: chi ci abita sta già bene, è benestante, gode di un'alta qualità della vita e ha già un lavoro, nella maggioranza dei casi in attività agricole che, se ben incanalate, potrebbero fornire un valido esempio di "agricoltura sostenibile", fatta di coltivazioni biologiche, no all'ogm, agriturismi, prodotti Doc e Dop. Che bisogno c'era di un ecomostro?
I sindaci promotori del circuito non stanno nella pelle: stanno arrivando soldi a palate. E spacciano l'arrivo dell'immensa area cementificata come una Las Vegas in salsa veneta, che porterà molto più benessere. Non dicono però a quale costo: rumore assordante, viottoli di campagna trasformati in svincoli autostradali e la qualità della vita che si abbasserà notevolmente.
Un circuito automobilistico da 100mila spettatori e un centro commerciale che nei sogni dorati dei costruttori sarà il più grande d'Europa. Un ecomostro da 4 milioni di metri quadrati che atterrerà, come un ufo venuto da pianeti lontani, nel bel mezzo della campagna a sud di Verona.
Politici, ambientalisti e gente della zona pensano che stravolgerà l'assetto ambientale del territorio, compromettendolo irrimediabilmente: milioni di visitatori l'anno, viottoli di campagna trasformati in tangenziali e svincoli, campi cementificati, e tanto, tantissimo baccano.
Ma un merito, questa pista per macchine costose e potenti, ce l'ha: è bipartisan. Perchè il 29% dell'autodromo sarà di proprietà di Earchimede, la holding finanziaria all'85% di Chicco Gnutti, Giampiero Fiorani e Giovanni Consorte che, stando alle intercettazioni alla base della bufera sul governatore di Bankitalia Antonio Fazio, è servita da fumoso retrobottega per la scalata alla Bnl e all'Antonveneta. Ma gli affari sono affari, e quello dell'autodromo vale - solo per la costruzione -108 milioni di euro.
Paolo Andreoli, consigliere provinciale per il Prc, non ha dubbi: «E' peggio della speculazione edilizia, qui siamo di fronte all'arrembaggio selvaggio del territorio, che non ha nessuna giustificazione», dice, riferendosi all'ottima qualità della vita di queste campagne. Qualità misurabile anche con un reddito pro-capite al di sopra della media nazionale e un tasso di disoccupazione del 3, 5%: solo le casalinghe a tempo pieno non hanno un lavoro fuori casa. Insomma, non c'è bisogno di dar lavoro a nessuno.
E allora perché costruire una pista per automobili? L'idea è venuta a due consiglieri regionali, Tiziano Zigiotto (Fi) e Paolo Scaravello (An). E nel 1999 i sindaci di Vigasio (7mila abitanti) e Trevenzuolo (3mila) hanno ottenuto la benedizione del governatore del Veneto Giancarlo Galan con una legge ad hoc: la legge per l'Autodromo del Veneto. Lo scopo: attirare decine di migliaia di persone ogni fine settimana perchè ammirino il circuito, lungo 5,3 km. Il sindaco di Trevenzuolo è contento come un bambino. In un'intervista a News Motorcity, il giugno scorso, confidava che la pista non accoglierà gare di Formula 1 bensì gare di turismo, superturismo, monomarca, e persino una scuola di guida sicura. Opportunità di lavoro? «Naturalmente. E si tratta di lavoro qualificato»: addetti alla pulizia del manto verde e del circuito, meccanici, tecnici, commercianti, attività di ristorazione.
Il business dell'Autodromo non deve essere sembrato sufficiente in regione, visto che nel 2004 la giunta Galan ridisegnava i confini del progetto aggiungendoci 2 km quadrati edificabili. Nei corridoi si iniziava a vociferare: tre milioni di metri cubi sono moltissimi, sarà il centro commerciale più mastodontico del continente. Ma il consiglio regionale metteva un limite: il 70% dell'area deve essere permeabile, cioé all'aperto - giardini, parchi, strade. Quest'anno il ribaltone: con una terza variante al progetto, la regione Veneto ha cambiato le cifre, e da allora il 70% è area edificabile, e solo il 30% permeabile. Un affarone da milioni di euro.
Le associazioni ambientaliste levano un lamento. La campagna a sud di Verona, dicono, è un ottimo esempio di nuova via allo sviluppo, basato sull'agricoltura sostenibile, la valorizzazione del prodotto tipico e locale - e non c'è Cina che tenga, assicurano - l'utilizzazione di coltivazioni tradizionali per farne fonti di energie (colza per produrre biodiesel, mais per etanolo e bioplastica), la produzione biologica, il business degli agroturismi e dei maneggi, il controllo degli Ogm, i marchi di qualità come il Doc e il Dop, il mercato vitivinicolo. Il contadino di una volta, che coltivava mais per la polenta, è in via di estinzione. I suoi figli sono agricoltori specializzati che usano macchinari sofisticati. Di nuovo la domanda: c'era bisogno di nuovi centri commerciali, visto che quelli esistenti soddisfano ampiamente la domanda? Verona e dintorni, temono, potrebbe diventare una provincia dal divertimento banale, dopo Gardaland e il parco acquatico Caneva Sport. E una provincia col cemento nel dna: recentemente il comune di Verona ha deciso di ampliare le infrastrutture nella cintura urbana e la zona industriale. Senza contare il nuovo Mercato ortofrutticolo, l'Autostrada A 22 e l'Autostrada "Ti-Bre". E tutti quei capannoni che si susseguono, interminabili, e che fanno ricco il Nord-est.
Ma qui interviene la provincia di Verona, di centrodestra come la regione ma più toccata, evidentemente, dal progetto. Il presidente, Elio Mosele, nonostante le pressioni dei fedeli di Galan, ha approvato ua delibera che contesta, debolmente, quelle percentuali - 30% di aree all'aperto e 70% di aree edificabili - appena modificate.
«Vogliono fare una Las Vegas in piena campagna, non importa a quale prezzo», stigmatizza Andreoli, che da settembre, con i Verdi, spiegherà agli abitanti della zona cosa sta piombando sulle loro teste.
E così Gnutti e Consorte, dipinti nelle cronache nazionali come i rappresentanti - nell'alta finanza - della destra (il primo) e della sinistra (il secondo), in questo business del mattone si ritrovano uniti. E contenti. La società Autodromo Veneto srl, con sede a Mestre, possiede anche capitali della regione. Ma il resto della proprietà del futuro mostro di cemento e rumore rimane oscuro.


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