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    Predefinito Tutti pazzi per Katrina

    New Orleans è coperta d’acqua. Una buona parte della Louisiana e del Mississippi e dell’Alabama è in rovina.
    La più grande catastrofe naturale, totalmente naturale, della storia americana s’è portata via centinaia e centinaia di persone, forse di più. Gli sfollati, i senza tetto, i devastati e le vittime dell’uragano Katrina sono ancora in difficoltà.
    Chi senza casa, chi senza cibo, chi senza medicine, chi dipendente dalla gigantesca macchina di aiuti statale e federale.
    I danni sono incalcolabili, così come l’impatto sull’economia globale. E naturalmente non sono mancati gli sciacallaggi e i saccheggi e le violenze.
    Katrina non ci ha risparmiato quel caos tristemente noto ogni qualvolta una piccola o grande catastrofe si abbatte sulle nostre comunità.
    Un caos che sembrava inimmaginabile entro i confini della nazione più potente del mondo, non solo perché, come ha detto ieri George W. Bush, i risultati delle operazioni di soccorso “non sono accettabili”, ma per il solito “difetto di immaginazione” di politici e amministratori e burocrati che la Commissione sull’11 settembre nel suo rapporto sull’attacco alle torri gemelle aveva sancito nero su bianco.
    Stavolta nessuno credeva che l’impatto dell’uragano potesse essere così devastante, nessuno pensava che gli argini del Lago Pontchartrain potessero sbriciolarsi. E’ tutta qui la spiegazione
    della tragedia. Una tragedia che secondo gli esperti avrebbe potuto provocare centinaia di migliaia di morti, se i piani di evacuazione non fossero scattati per tempo. Solo che sono scattati in tempo.
    Eppure sui giornali, specialmente su quelli italiani, spalleggiati dal sempre più inacidito New York Times e dalla galassia di blog radicali ed estremisti d’America, si è approfittato della tragedia per inscenare un disgustoso e ripugnante spettacolo di antibushismo, se non di antiamericanismo.
    Un fenomeno di sciacallaggio ideologico e di saccheggio intellettuale, pari a quello che in queste ore sta ulteriormente martoriando New Orleans, forse peggiore visto e considerato che non è motivato dallo stato di necessità ma da un micragnoso calcolo politico.
    Gli articoli e i titoli dei giornali sono lì, a disposizione di tutti, con in neretto le solite firme dell’antiamericanismo made in Italy. E anche la più americana, la più informata e la più equilibrata di tutte, quella di Gianni Riotta, stona un altrimenti ottimo commento con la preoccupazione non preoccupante che gli Stati Uniti siano guidati da un presidente che divide.
    No, semplicemente sono guidati da un presidente che i compagnucci radical chic non accettano, non sopportano, non digeriscono.
    Che cosa abbia fatto Bush in questo caso per dividere, a parte leggere i giornali liberal che dividono mica male accusandolo di ogni empietà, non è dato saperlo.
    Anzi risulta che abbia arruolato Bill Clinton, piuttosto.

    Per il FT, Bush era preparato
    Così, mentre il compassato organo dell’establishment finanziario liberal, il Financial Times, titola a tutta pagina “Bush agisce per attenuare la crisi di Katrina” e all’interno spiega con precisione che “Bush era preparato ad affrontare l’uragano”, sulle gazzette nostrane (e americane liberal) si assiste a un carnevale di accuse alla Casa Bianca non solo e non tanto per le operazioni di prevenzione e di soccorso, ma addirittura di essere la causa prima, diretta e scatenante la forza distruttiva di Katrina. Le firme sono le solite: il fenomenale Zucconi detto Zuccopycat e d’ora in poi Zuckyoto, il neo-metereologo Ennio Caretto, il novello borghese Riccardo Barenghi, per restare soltanto ai grandi giornali.
    Repubblica ieri ha pubblicato anche due pagine di Howell Raines, il più disastroso direttore della storia del New York Times, solo pochi mesi fa costretto a ignominiose e scandalose dimissioni per aver coperto le truffe giornalistiche di un suo pupillo e per averle coperte con l’obiettivo ideologico di proteggere una legge totem per la sinistra liberal.
    Secondo Raines e i suoi discepoli italiani è tutta colpa di Bush. Senza di lui, non ci sarebbe stato nessun uragano. Senza di lui, Katrina avrebbe risparmiato New Orleans e gli argini del lago avrebbero certamente retto.
    Senza la sua sporca guerra in Iraq, in Louisiana tutto sarebbe filato liscio come l’olio.
    Bush non ha programmato nulla. Bush è in vacanza. Bush ha abbandonato il sud a se stesso. Bush ha inviato la Guardia nazionale in medio oriente. Bush ha trasformato l’America in Terzo mondo e, non contento, ogni giorno si adopera per far retrocedere anche l’Iraq. Il mantra dell’operazione mediatica italiota, come se davvero un battito d’ali a Roma potesse avere effetti a Washington, ripete che la tragedia provocata dall’uragano Katrina sia una vendetta, una rivincita della natura contro le politiche del presidente, di questo presidente.
    “I disastri”, nella splendida prosa immaginifica di Zucconi, sono sempre “cosiddetti naturali”, perché in realtà sono opera di Georgino e del suo spocchioso rifiuto di firmare il trattato di Kyoto. Georgino se l’è cercata e quindi l’America “non avrà bisogno dei nostri aiuti, di pacchi Onu e di beneficenza internazionale”.
    L’America “ha abbastanza soldi e mezzi” e infatti i giornali italiani non invitano a nessuna sottoscrizione, non pubblicano appelli, non organizzano collette per le vittime. Neanche un Sudoku di solidarietà. Neanche un soldo agli americani. Sono ricchi, che diamine. Sono carnefici e vittime delle loro stesse manipolazioni dell’ambiente.
    E, però, qualche riga più in là, con la stessa naturalezza e lo stesso cinismo, gli sciacalli intellettuali usano l’argomento opposto per andare, di nuovo, contro Bush: spiegano che i piani di evacuazione erano buoni soltanto per i ricchi e che le vittime sono i poveri disgraziati, i neri, i paria della società consumistica statunitense.
    Però, neanche un centesimo.
    Un blog americano di sinistra, tra i più autorevoli, ha invitato a non finanziare, a non aiutare, a non aprire il portafoglio per i cittadini della Louisiana, dell’Alabama e del Mississippi.
    Sono “red states”, Stati che hanno votato per George Bush: “Questi stronzetti ovviamente condividevano le politiche di Bush, quindi meritano di vivere le conseguenze del loro voto”.
    Non importa che il voto di New Orleans, come di quasi tutte le città, sia stato a favore di John Kerry, quello che importa è che “una parte di me – scrive il blogger Bradblog – crede che molti dei fan di George W. meritino di soffrire e di morire”.
    Ministri tedeschi, esperti britannici, estremisti islamici, mamme pacifiste e Michael Moore si sono uniti al coro del piove-governo-ladro.
    C’è chi ripete ogni due righe che il caos dei soccorsi e il disastro umanitario siano da addebitare alla guerra in Iraq, al fatto che Bush abbia inviato la Guardia nazionale nel pantano mediorientale.
    Ma non è vero: laggiù c’è meno di un terzo dei contingenti dei tre Stati coinvolti. Il resto era allertato e dislocato sul campo: 11 mila uomini prima che Katrina colpisse la costa, poi 21 mila, e 32 mila entro lunedì grazie all’esercito e alla marina.
    C’è poi l’accusa di aver condotto politiche devastanti per l’ambiente, addirittura generatrici di uragani.
    Il no a Kyoto, innanzitutto. Ammesso che quel trattato serva a qualcosa, il no a Kyoto non è esclusiva bushiana. Ai tempi di Clinton, il Senato bocciò, con 98 voti a 0, un pacchetto di misure energetiche uguali a quelle previste da Kyoto.
    Cina e India non hanno firmato il trattato, mentre l’Europa kyotista si guarda bene dal rispettarne i termini.
    Il paradosso è che gli unici a seguire autonomamente i parametri di Kyoto sono le grandi multinazionali americane.
    Il surriscaldamento della terra, in ogni caso, non c’entra nulla con Katrina, come ha ammesso anche il New York Times. Gli scienziati spiegano che il numero e la potenza degli uragani dipende dai ciclici e decennali cambiamenti di temperatura nell’oceano Atlantico. E’ sufficiente consultare il sito del National Hurricane Center per apprendere che oggi ci sono meno uragani, e meno potenti, rispetto agli anni 30, 40 e 50.
    Secondo l’Organizzazione mondiale meteorologica, un’Agenzia Onu, negli ultimi anni l’intensità degli uragani è diminuita.
    Sul Corriere, Ennio Caretto ha citato un esperto americano, il professor Kerry Emanuel, il quale avanza l’ipotesi che l’effetto serra c’entri, però s’è dimenticato di riportare la frase chiave del ragionamento di Emanuel e cioè che “ciò cui assistiamo nell’Atlantico è principalmente un cambiamento naturale”.
    Il paradosso di questo sciacallaggio è che i santoni radical chic si sono trasformati nella versione integralista dei telepredicatori evangelici più conservatori.
    Quelli dicono che l’uragano è la punizione di Dio, ma almeno si basano sulle Scritture.
    Questi credono che Katrina sia la vendetta di un’intelligenza superiore nei confronti di chi rigetta Kyoto, ma con fede in Pecoraro Scanio.

    Christian Rocca su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Ora che piangiamo per New Orleans dovremmo anche celebrarla, proprio come gli abitanti di questa città celebrano i loro morti. New Orleans è stata sempre ammirata per la sua creatività letteraria, il suo cibo eccezionale e la sua meravigliosa musica, e deplorata – per quanto proprio per questo anche visitata – per la sua leggendaria corruzione e la sua decadenza.
    La possibilità della sua distruzione ha senza dubbio contribuito a determinare il carattere della sua popolazione, e non è certo un caso se qui si svolge ogni anno un vero e proprio baccanale negli
    scatenati festeggiamenti del “Mardi gras”.
    La morte è sempre stata presente nella coscienza della città: danzare sfidando la morte è stata la sua caratteristica e la musica per la quale New Orleans è famosa in tutto il mondo veniva suonata nelle occasioni più felici e durante i più famosi funerali.
    New Orleans è una di quelle poche città caratterizzate in larga misura dal riconoscimento che la distruzione può avvenire praticamente in qualsiasi giorno.
    Joel Lockhart una volta ha scritto: “New Orleans è la Venezia del Nord America: entrambe queste città vivono in un tempo preso a prestito”.
    New Orleans e Venezia sono sottoposte ai capricci degli dèi del mare e hanno sporadicamente cercato di tenere lontano questo apparentemente inevitabile destino. Ma la loro principale risposta all’incombente disastro è stata la sfida sprezzante, una rituale affermazione della vita di fronte all’inevitabile, un’accettazione della fragilità umana che riecheggia la fragilità della stessa città.
    Il carnevale in Laguna e il “Mardi Gras”
    Il carnevale di Venezia, per quanto oggi non più come in passato, ha molto in comune con il “Mardi Gras” di New Orleans, compreso l’uso di maschere che permettono di sbarazzarsi della propria identità quotidiana e partecipare anonimamente agli sfrenati festeggiamenti.
    Thomas Mann sapeva ciò che stava facendo quando scrisse “Morte a Venezia”, in cui un serio professore tedesco – significativamente chiamato Aschenbach, ossia il fiume di cenere - si reca nella licenziosa Venezia e riscopre la sua creatività e la sua sessualità repressa.
    Personaggi analoghi abbondano nei romanzi di Tennessee Williams, che visse molti anni a New Orleans, città nella quale sono ambientati “Un tram chiamato desiderio” e “La rosa tatuata”. Anche William Faulkner ha considerato New Orleans un luogo perfetto per le sue opere letterarie.
    In entrambe le città i festeggiamenti sono religiosi e celebrano tanto il peccato quanto la successiva speranza di redenzione, come se per l’Onnipotente un peccatore fosse più seducente di un’anima virtuosa, perlomeno in quel giorno.
    Per di più, Venezia ha prefigurato il destino culturale e politico di New Orleans: un lento slittamento in un monotono rituale, la trasformazione della città in un parco di divertimenti a tema storico, più frequentato da turisti che contraddistinto dall’energia dei suoi abitanti, una curiosità anacronistica come Firenze, dove ci si concentra sul passato e non sul presente e il futuro.
    Ma sono anche due città diversissime:
    Venezia è una città settentrionale mentre New Orleans è una città profondamente meridionale.
    Un tedesco come Mann poteva trovare Venezia incredibilmente calda e piena di sole, ma nessun italiano potrebbe mai avere una sensazione di questo genere. E la presunta naturalezza e spontaneità dei veneziani potrebbe essere presa sul serio soltanto da qualcuno che viene da regioni ancora più a nord.
    New Orleans, invece, è il simbolo del sud. Gli abitanti di New Orleans sono ostinatamente orgogliosi del lento ritmo della loro vita quotidiana, della mancanza di industrie e dell’affascinante spettacolo offerto dalle manie e debolezze umane che sembrano fare tutt’uno con la città.
    La città italiana che più assomiglia a New Orleans non è Venezia, è Napoli. Anche su Napoli incombe la distruzione: distruzione dal “Vesuvio sterminatore”, come lo definì il poeta Verga.
    E anche Napoli è famosa per il suo vivace e spesso anarchico stile di vita, oltre che per la sua grande letteratura, la sua arte, la sua cucina e la sua musica.
    A differenza di Venezia, Napoli è una città meridionale esattamente come New Orleans e lo stereotipo europeo del napoletano assomiglia molto all’immagine americana dell’abitante di New Orleans: pigro, contento, spontaneo, sereno e lento, ma molto spiritoso e appassionato di cibo. Napoli e New Orleans sono anche accomunate dalla stessa piaga: le malattie.
    Tantissimi abitanti di queste due città sono morti di colera: infatti uno dei più bei libri che si possono leggere sulla Napoli moderna si intitola “Napoli nell’èra del colera”.
    New Orleans è caratterizzata anche da un altro flagello, la febbre gialla.
    In entrambe le città, l’effetto di queste epidemie e di tutte queste morti di massa è stato che – come scrive Frederick Starr nel suo splendido libro su New Orleans – “la morte non era semplicemente un dramma privato vissuto all’interno della cerchia familiare, ma un evento pubblico, al quale partecipava l’intera comunità”.
    Tutte e due le città hanno una profonda cultura della morte. Si crede che i morti partecipino attivamente alla vita quotidiana di New Orleans, infestando case e persino ristoranti, mandando messaggi ai vivi in sogno e determinando la buona e cattiva sorte per coloro che hanno o non hanno il giusto rispetto per gli abitanti del mondo spirituale.
    Gli stessi morti richiedono uno speciale trattamento, perché entrambe le città sono prive di un adeguato terreno per la sepoltura.
    New Orleans si trova al di sotto del livello del mare, e a Napoli il suolo è alquanto poroso; i morti vengono quindi collocati in tombe e non direttamente nel terreno. In alcune chiese napoletane si possono vedere inseriti nelle pareti gli scheletri, sopra i quali gli artisti locali hanno dipinto i vestiti. Quest’intimità con la morte è sconosciuta in quasi tutto il mondo moderno.
    La combinazione tra una ricca cultura della morte e l’incombente minaccia di una catastrofe è un mélange inebriante per lo spirito e spiega senza dubbio perché così tanti scrittori sono stati attratti da queste due città meridionali, che hanno sviluppato una versione unica del cattolicesimo, spesso con grande costernazione di Roma.
    Come Starr osserva per New Orleans – ma la stessa cosa vale anche per Napoli – “tutta questa frivolezza caratterizza proprio la città che, per oltre due secoli, è stata visitata dalla Morte in modo più spietato di qualsiasi altro luogo sul continente americano”.
    Le città su cui incombe un destino di distruzione, caratterizzate da un intimo rapporto con la morte, sono luoghi speciali, incubatrici di eccezionali qualità dello spirito e di straordinaria inventiva.
    Se perderemo una di queste città abbandonandola alle forze della natura, il nostro mondo subirà una perdita ben maggiore dell’enorme tragedia umana.
    Anche se era stata prevista da lungo tempo.

    Michael Ledeen

    Copyright National Review Online (traduzione di Aldo Piccato) su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    dal quotidiano LIBERO di oggi, 4 settembre 2005

    " Vi fareste governare da chi tifa uragano?

    di RENATO FARINA


    DA RUTELLI A BASSOLINO AI VERDI: ULIVO COMPIACIUTO DEL DRAMMA AMERICANO

    A noi che siamo stati a New Orleans dispiace ancora di più: per la gente e per la città. Belle tutte e due. E' come se l'uragano ci avesse stracciato la fotografia di un viaggio amoroso. C'è da aiutare e insieme piangere. Questo è l'articolo che vorremmo scrivere. Ma ce ne tocca un altro. Sull'Italia. E fa piangere anche lei, ma c'è poco da aiutare. Abbiamo scoperto finalmente che esistono disastri naturali di destra e di sinistra. Lo tsunami era di destra perché ha colpito Paesi del Terzo Mondo. Invece Katrina, con questo nomeda nave russa del tempo di Stalin, è di sinistra. Ha punito la superpotenza. C'è una specie di godimento sotterraneo, un piacere che fa gorgogliare le viscere, a vedere in difficoltà il Gigante odiato. Va bene persino che a morire siano i più poveri, per dimostrare meglio che l'America fa schifo. Mettiamo in fila prima i politici poi i giornali. È vero che anche in America, come accade sempre e dovunque, si attacca furiosamente il presidente. Ma lì è il gioco della sinistra che assalta la destra. Qui invece, anche se mascherata di critica a Bush, a suscitare goduria è la ferita all'America. Sono più onesti i siti del fondamentalismo islamico. Parlano di vendetta anch'essi. ma almeno quelli sghignazzano senza misericordia. I nostri fingono indignazione, ma gli scappa da ridere. Sperano che l'America muoia per ereditare il ruolo di Stati guida. Sai che roba l'Europa alla testa del mondo. Dopo cinque minuti comanderebbero Cina e islamici. I POLITICI Dinanzi alla tragedia americana è meglio Fidel Castro di Francesco Rutelli. Il cubano manda in soccorso millecento medici e 26 tonnellate di farmaci, il nostro Bello Guaglione spedisce un bastimento di maledizioni. Ovvio: il vecchio dittatore ha le sue brave ragioni propagandistiche. Ma i fatti sono fatti, e le parole pure: «Altri hanno mandato del denaro, noi offriamo di salvare vite». Possibile che parecchi dei dottorini spediti in Louisiana poi non rientrino in patria. Ma prendiamo atto. Una meraviglia comunque rispetto al leader della Margherita. In passato ci aveva illuso, ora mentre i disgraziati gridano, Rutelli filosofeggia alla moda di Maramaldo: «E' in grave crisi il modello del cosiddetto conservatorismo compassionevole: la tragedia ha evidenziato che c'è molto conservatorismo e poca compassione ». Se è per questo, la tragedia ha evidenziato anche quant'è spocchioso Rutelli. E che cosa ne sa della compassione degli americani? In compenso giudica Bush: «Non ha avuto polso». Che ne sa? Meglio la sinistra venezuelana di quella romana. Hugo Chavez, lo spaccone anti-Bush, promette da Caracas petrolio e forse il solito cattivo rum, Walter Veltroni dedica qualche parola cara- dalla prima mellosa alle autorità locali, ma aiuti zero. Il generale rivoluzionario odia Bush e conferma, ma si dà una mossa. Il sindaco di Roma non dedica una parola al popolo americano e al suo governo. Ma non è il peggiore. Il deputato Ermete Realacci, ambientalista della Margherita, si gode nella sua mente un bel cannoneggiamento della residenza estiva di Bush. Dice: «Inaccettabile l'atteggiamento di George W. La logica perversa che ha prodotto la guerra in Iraq potrebbe ora consigliare agli Usa il bombardamento del ranch di Crawford». Come dire: l'uragano è un attentato terroristico come quello delle Torri Gemelle, puniamo il responsabile perché non ha firmato gli accordi di Kyoto, cioè Bush come Bin Laden. Il responsabile esteri del Partito comunista di Diliberto, si chiama Iacopo Venier. Prendete nota. Prossimamente, qualora vincesse Prodi, ecco come si prospettano i rapporti con l'America. «Dovremmo chiedere che l'Onu invii immediatamente delle truppe per garantire strutture e sicurezza alle operazioni di soccorso. Ovviamente non avverrà perché l'auto-invasione è già in corso». Gli americani per questa gente dell'Unione sono così cattivi che i loro soldati dovunque vadano, anche a casa loro, occupano, invadono, sparano e uccidono. Viene persino da rimpiangere la sinistra tedesca. Il cancelliere Gerhard Schroeder: «Aiutare gli Usa è un dovere storico, non solo perché ne abbiamo ricevuti da loro per la ricostruzione dopo la guerra». E dire che il capo dei socialdemocratici di Berlino ha vinto le elezioni con l'antiamericanismo. Non si permette di giudicare Bush. Cosa che invece fa lo statista Bassolino, dall'alto dei rifiuti di Napoli: «Solo oggi, il leader assente Bush si è recato sui luoghi del disastro». Impara ad amministrare l'America come la Campania, caro Bush, impara dall'Irpinia magari. Imparasse dal Nicaragua, il cui presidente Enrique Bolanos dev'essere presidente di una Repubblica molto meno bananiera di quella dove comanda Bassolino; Bolanos ha detto: «Se accettano, andremo ad aiutare questi fratelli che ci hanno aiutato quando avevamo bisogno». Non è che il centrodestra italiano sia molto più solidale della sinistra. Astiosità no. Piuttosto silenzio. Compassati messaggi. Anche a destra l'idea è questa: sono grandi, si arrangeranno, in fondo la disorganizzazione di Bush riabilita i campi per i nostri terremotati. Nei giorni scorsi ci ha pensato il nostro Martino Cervo a mostrare come per Repubblica l'uragano fosse una giusta vendetta della natura, che ha lavorato per tutti noi a tagliare le unghie a questi mascalzoni di americani. Il Manifesto è più plastico. Roberto Zanini, nell'articolo di fondo, dipinge Katrina come un angelo vendicatore, dotato di ideali da Terza internazionale, forse trotzkista: «L'uragano Katrina non ha avuto pietà. Ha scoperchiato il tetto della prima potenza mondiale e messo a nudo il terzo mondo che custodiva in seno». I GIORNALI Qui tocca esaminare il caso di Riccardo Barenghi, più bravo a scrivere che a ragionare. Sulla Stampa, in posizione di editoriale, ha piazzato un articolo da perfetto italiano di sinistra. Ha equiparato la strage dei mille sciiti in Iraq a quella di New Orleans. Per lui sono uguali. «Viene spontaneo pensare al nesso che tiene insieme questi eventi». E che cosa sarà mai? «La sfortuna». Scrive proprio così. Ma è solo apparenza. Si tratta di due catastrofi le quali alla fine sono entrambe colpa degli americani. Infatti l'uragano è una catastrofe solo apparentemente naturale, ed in realtà «innaturale, anche l'America comincia a interrogarsi sul clima devastato». Quella di Bagdad è «una catastrofe umana, dovuta al panico a sua volta provocato da una situazione di guerra». Di terroristi non c'è l'ombra nella mente di Barenghi. Per questo i parenti delle vittime di Bagdad godono vedendo in tivù i morti di New Orleans. A occhio e croce ce l'hanno di più con Al Qaeda, visto che gli ha tirato sette granate per generare la calca assassina. Ma Barenghi pensa di no. E sostiene che gli americani hanno goduto vedendo i morti di Bagdad. Non può mancare Franco Ferrarotti, in fondo il Karl Popper italiano, che si esercita sul Messaggero. Sentite come il grande sociologo dipinge, è il caso di dirlo, il popolo infelice della Louisiana: «Un primo passo verso la determinazione scientifica delle vittime di New Orleans impone di parlare di neri, creoli, caffelatte, meticci». Urge commento di Afef.
    "


    shalom

 

 

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