
Originariamente Scritto da
nuvolarossa
La rete a rischio
Tre domande al premier sul suo famoso colloquio con Tronchetti Provera
Da quando Telecom Italia fu privatizzata, dapprima secondo un modello di public company con un piccolo nocciolo duro e poi con un azionariato privato di controllo a seguito della scalata di Colaninno e la successiva acquisizione da parte di Olimpia, a sua volta controllata da Pirelli, è migliorata l'efficienza gestionale, la redditività è stata salvaguardata, il fatturato è rimasto stabile, ma il livello dei debiti finanziari è molto aumentato (più che doppio del capitale di rischio, cioè più del doppio di quanto sarebbe fisiologico) perché gli investitori che l'hanno comprata hanno fatto ricorso largamente al credito e hanno scaricato sulla società i nuovi debiti. Le conseguenze sono molteplici: in conto economico gli oneri finanziari hanno rappresentato in questi anni il 10% circa del fatturato netto (moltissimo); gli ammortamenti sono stati impiegati per restituire il debito molto più che per rinnovare il patrimonio tecnico; sono scarseggiate le risorse per nuovi investimenti (all'inizio degli anni '90, all'epoca della Stet del gruppo Iri, gli investimenti tecnici si aggiravano intorno a 8 miliardi di euro ogni anno ed erano forse troppi, e infatti avevano anche la finalità di foraggiare le clientele fameliche dei maggiori partiti di governo; oggi gli investimenti sono più che dimezzati e sono indubbiamente insufficienti, vista anche la concorrenza mondiale spietata); come conseguenza inevitabile, il patrimonio tecnico ha perso più di un terzo del valore netto che aveva nel 2000. In queste condizioni, Telecom Italia non può più andare avanti. La cosa grave è che gli attuali proprietari non furono abbastanza lungimiranti quando nel 2002 acquisirono il gruppo.
Ogni qualche anno, o anche più frequentemente, il gruppo Telecom elabora un piano e opera fusioni, incorporazioni, poi scorpori, separazioni societarie, sempre annunciando che questo e il suo contrario rispondono a visioni strategiche nell'interesse del paese e dei suoi azionisti (ma quali?).
Ora viene adombrato il rischio che possa essere ceduto a terzi il controllo della telefonia fissa o di quella mobile. Poiché capitali di rischio nel settore privato italiano non abbondano certo, questo rischio equivale per il nostro paese a perdere il controllo di assets importanti.
Nasce quindi un'altra questione, niente affatto secondaria. A differenza delle autostrade, della cui rete è proprietaria l'Anas, dell'energia elettrica e del gas, della cui rete sono proprietarie Terna e Snam Rete Gas a controllo statale, nel caso della telefonia fissa la rete è di proprietà di Telecom Italia.
Qualsiasi gestore voglia operare, sia pure in concorrenza, deve passare attraverso Telecom Italia. Chiunque voglia e possa entrare nella rete, per finalità legittime o meno, deve bussare alla porta di Telecom Italia e intrattenere rapporti con il gruppo. Ecco allora che alcuni illuminati avanzano un'idea: Telecom Italia rivenda la rete allo Stato e, visto che ci si trova, se la faccia pagare un prezzo tale che i suoi problemi finanziari si aggiustino.
Prima di entrare nel merito delle questioni, assai delicate, e di sicuro ci entreremo nei prossimi giorni, desideriamo chiedere in via preliminare al presidente del Consiglio: quando lei ha ricevuto il dott. Tronchetti Provera, se è vero che non avete parlato dell'imminente operazione di scorporo, avete forse esaminato la questione della ristatalizzazione della rete telefonica? Se sì, avete parlato di corrispettivi? Terza domanda: quale fu il valore stimato dell'asset "rete" quando il Tesoro sotto i governi di centro-sinistra provvide a privatizzare Stet-Telecom Italia?
Roma, 13 settembre 2006
tratto dal sito del Partito Repubblicano
http://www.pri.it
