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Discussione: Deicidi?

  1. #1
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    Predefinito Deicidi?

    Sono stato spiacevolmente colpito da un sito di cattolici"tradizionalisti" che oltre a tutto l'armamentario comune continuavano a chiamare deicidi gli ebrei invocando su di loro tutte le sventure possibili, negando la tragedia della shoà, e sostenendo tutto il marciume filonazista di omicidi rituali di bambini e spacciando per veri i protocolli dei savi di sion. Mi chiedo come sia possibile che questi figuri si possano ancora definire cristiani

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  2. #2
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    La tradizione non è il passato. La tradizione ha a che vedere con il passato né più né meno di quanto ha a che vedere col presente o col futuro. Si situa al di là del tempo.
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    Ma hai letto il Vangelo?
    Pro aris rege!

  3. #3
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    Io sarò anche scemo, ma ho letto la Bibbia dalla prima pagina all'ultima compresi gli Atti e l'Apocalisse, inoltre ho anche letto i vangeli in greco ed in latino smascherando così gli errori di traduzione che i testimoni di geova fanno nel primo versetto del Vangelo di Giovanni, quindi se sei scemo come me, prova a rispondere normalmente, altrimenti fai a meno di dare fiato ad insulti gratuiti

  4. #4
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    Per Lupus, noto con vivo piacere che non hai risposto...

  5. #5
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    una lezioncina ai tradizionalisti che sono rimasti senza aggiornamenti

    riporto un lavoro che prelevo da un forum diverso da POL ........

    Dal Catechismo:

    598 La Chiesa, nel magistero della sua fede e nella testimonianza dei suoi santi, non ha mai dimenticato che « ogni singolo peccatore è realmente causa e strumento delle [...] sofferenze » del divino Redentore. (434) Tenendo conto del fatto che i nostri peccati offendono Cristo stesso, (435) la Chiesa non esita ad imputare ai cristiani la responsabilità più grave nel supplizio di Gesù, responsabilità che troppo spesso essi hanno fatto ricadere unicamente sugli Ebrei:

    « È chiaro che più gravemente colpevoli sono coloro che più spesso ricadono nel peccato. Se infatti le nostre colpe hanno condotto Cristo al supplizio della croce, coloro che si immergono nell'iniquità crocifiggono nuovamente, per quanto sta in loro, il Figlio di Dio e lo scherniscono con un delitto ben più grave in loro che non negli Ebrei. Questi infatti – afferma san Paolo – se lo avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1 Cor 2,8). Noi cristiani, invece, pur confessando di conoscerlo, di fatto lo rinneghiamo con le nostre opere e leviamo contro di lui le nostre mani violente e peccatrici ». (436)..........

    ..........
    Queste parole del Catechismo Cattolico ci rammentano la triste storia del nostro passato...passato in cui la Chiesa ha dovuto, pian piano, camminare con gli uomini di ogni tempo nel bene come nel male, nella buona e nella cattiva sorte.....

    Un amico che non è iscritto ma ci segue mi ha inviato in e-mail questo contributo sulla questione Ebraica.....

    Lo ringrazio, fraternamente Caterina

    Cara Caterina, ho letto nel forum l'insistenza di una iscritta sui presunti errori "dottrinali" della Chiesa cattolica: in particolare il cosiddetto "deicidio" ( cioè solo gli ebrei sarebbero responsabili della morte di Cristo ).
    Qui si confondono le
    opinioni di certi teologi con la dottrina autentica della Chiesa.
    La dottrina della Chiesa ha sempre detto che Gesù è stato ucciso dai nostri peccati: vedi catechismo di Trento.
    Invio una riflessione
    Saluti cari
    ***********************

    Perché Gesù è morto in croce?

    Da chi è stato ucciso Gesù?

    Perché i giudei erano perfidi?


    1) GESU' HA ASSUNTO SU DI SE' I PECCATI DI TUTTI GLI UOMINI E DI TUTTI I TEMPI

    Nostro Signore Gesù Cristo assume su di sé i peccati di tutti gli uomini e di tutti i tempi
    ( CFR Giovanni Paolo II Salvifici Doloris, lettera apostolica sul senso cristiano della sofferenza umana, 11 febbraio 1984, n.17 ).

    In ogni peccato sono presenti due caratteristiche: l'illusione e la
    sofferenza che può giungere sino alla morte. Gesù Cristo, vero Dio e vero
    uomo, non può assumere su di sé il peccato come illusione perché Colui che è
    Via, Verità e Vita non può illudersi, non può confondere il male con il bene.

    Insegna Giovanni Paolo II:" Come rottura con Dio, il peccato è l'atto di disobbedienza di una creatura che, almeno implicitamente, rifiuta colui dal quale è uscita e che la mantiene in vita; è, dunque, un atto suicida. Poiché col peccato l'uomo rifiuta di sottomettersi a Dio, anche il suo equilibrio interiore si rompe e proprio al suo interno scoppiano contraddizioni e conflitti. Così lacerato, l'uomo produce quasi inevitabilmente una
    lacerazione nel tessuto dei suoi rapporti con gli altri uomini e col mondo creato"
    ( Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenitentia, esortazione apostolica
    post-sinodale sulla riconciliazione e la penitenza nella missione della
    Chiesa oggi, 2 dicembre 1984, n.15).

    Gesù assume volontariamente su di sé solo le conseguenze del peccato e cioè la sofferenza e la morte. Ha preso su di sé le lacrime degli innocenti che sono perseguitati, torturati e uccisi, delle persone che marciscono nei campi di concentramento, ha preso su di sé il dolore degli ammalati, degli anziani abbandonati, dei bambini sfruttati, venduti e uccisi, il dolore dei profughi e di tutte le vittime della violenza e della guerra, l'infelicità eil tormento di coloro che sono caduti nel vizio e in tutte le molteplici forme di dipendenza. Ha preso su di sé tutte le sofferenze morali e
    psicologiche, tutte le angoscie e le tristezze e, infine, ha preso su di sé
    l'immensa sofferenza di tutta l'umanità per il distacco da Dio avvenuto con il peccato originale. Scrive il Papa:" Dopo le parole nel Getsemani vengono le parole pronunciate sul Golgota, che testimoniano questa profondità -unica nella storia del mondo - del male della sofferenza che si prova.
    Quando Cristo dice:- Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?-, le sue
    parole non sono solo espressione di quell'abbandono che più volte si faceva
    sentire nell'Antico Testamento, specialmente nei Salmi e, in particolare, in
    quel salmo 22, dal quale provengono le parole citate. Si può dire che queste
    parole sull'abbandono nascono sul piano dell'inseparabile unione del Figlio
    col Padre, e nascono perché il Padre - fece ricadere su di lui l'iniquità di
    tutti noi- e sulla traccia di ciò che dirà San Paolo:- Colui che non aveva
    conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore-. Insieme con
    questo orribile peso, misurando l'intero male di voltare le spalle a Dio, contenuto nel peccato, Cristo, mediante la divina profondità dell'unione filiale col Padre, percepisce in modo umanamente inesprimibile questa sofferenza che è il distacco, la ripulsa del Padre, la rottura con Dio. Ma proprio mediante tale sofferenza egli compie la Redenzione, e può dire spirando:- Tutto è compiuto -."
    ( Salvifici doloris, op. cit., n.18 ).

    2) GESU' E' STATO UCCISO DAI NOSTRI PECCATI

    Scrive il Catechismo di Trento(1546): " In Gesù Cristo Nostro Signore si verificò
    questo di speciale: che morì quando volle morire e sostenne una morte non già provocata dalla violenza altrui, ma una morte volontaria, di cui aveva egli stesso fissato il luogo e il tempo. Aveva scritto infatti Isaia: è
    stato sacrificato perché lo ha voluto ( Isa LIII,7 ). E il Signore stesso disse di sé prima della passione: Io do la mia vita per riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie; ma io la do da me stesso e sono padrone di darla, e padrone di riprenderla ( Giov., X, 17,18 ).(...)

    Chi indaghi la ragione per la quale il Figlio di Dio affrontò la più acerba delle passioni, troverà che, oltre la colpa ereditaria dei
    progenitori, essa deve riscontrarsi principalmente nei peccati commessi
    dagli uomini dall'origine del mondo sino ad oggi, e negli altri che saranno
    commessi fino alla fine del mondo. Soffrendo e morendo, il Figlio di Dio
    nostro salvatore mirò appunto a redimere ed annullare le colpe di tutte le età, dando al Padre soddisfazione cumulativa e copiosa. Per meglio valutarne
    l'importanza, si rifletta che non solamente Gesù Cristo soffrì per i peccatori, ma che in realtà i peccatori furono cagione e ministri di tutte le pene subìte. Scrivendo agli Ebrei, l'Apostolo ci ammonisce precisamente:
    pensate a Colui che tollerò tanta ostilità dai peccatori, e l'animo vostro
    non si abbatterà nello scoraggiamento. ( Ebr.XII,3 ).

    Più strettamente sono avvinti da questa colpa coloro, che più di frequente
    cadono in peccato. Perché se i nostri peccati trassero Gesù Cristo Nostro
    Signore al supplizio della Croce, coloro che si tuffano più ignominiosamente
    nell'iniquità, di nuovo, per quanto è da loro, crocifiggono in sé il Figlio
    di Dio e lo disprezzano ( ib. VI, 6 ). Delitto ben più grave in noi che negli Ebrei. Questi, secondo la tesimonianza dell'Apostolo, se avessero conosciuto il Re della gloria, non l'avrebbero giammai crocifisso ( I Cor.II,8 ); mentre noi, pur facendo professione di conoscerlo, lo rinneghiamo con i fatti, e quasi sembriamo alzar le mani violente contro di Lui ".
    ( Catechismo Tridentino, catechismo ad uso dei parroci, pubblicato dal Papa
    S. Pio V per decreto del Concilio di Trento, trad. italiana a cura del P. Tito S. Centi, O.P., ed. Cantagalli Siena 1981, p. 79 e pp.82-83 ).

    3) LA MORTE DI GESU' E' UN ATTO DI OBBEDIENZA AL PADRE


    La filosofia greca, attraverso Platone, anticipa l'immagine dell'uomo
    sommamente giusto.

    Nella sua opera dedicata allo stato ideale, Platone giunge alla con_clusione che la rettitudine di un uomo può risultare davvero perfetta soltanto se egli accetta di subire ogni ingiustizia per amore della verità, poiché solo allora sa_rebbe evidente che un tale uomo vive non in funzione di una utilità o di un pia_cere ma soltanto per amore della verità.

    Scrive Platone che l'uomo sommamente giusto deve essere " (...) un uomo
    semplice e nobile il quale, come dice Eschilo, - non vuole sem_brare, ma
    essere buono. Bisogna dunque togliergli l'apparenza della giustizia; giacché
    se apparrà esser giusto, avrà onori e doni per l'apparir egli tale, e non risulterebbe chiaro se fosse giusto per amor della giustizia o dei doni e degli onori. Perciò va spogliato di tutto fuorché della giustizia stessa:
    (...) abbia egli massima fama di ingiustizia, affinché sia messo alla prova
    (..); vada innanzi irremovibile sino alla morte, sembrando per tutta la vita
    essere ingiusto ed essendo invece giusto (...): flagellato, torturato,legato (...) e infine, dopo aver sofferto ogni martirio, sarà crocifisso "

    ( Platone, La Repubblica, libro II°, n. 165-220, Sansoni "70, pag.46-48).

    Questo ragionamento, scritto ben quattrocento anni prima di Cristo, non
    può non commuovere ogni cristiano. Qui il pensiero filosofico, nel suo
    estremo sforzo razionale, teso a comprendere come possa essere collaudata la rettitudine di un uomo perfettamente giusto, riesce ad intuire e a presagire che il perfetto giusto, nel mondo, non potrà che essere il giusto
    crocifisso, il quale accetta di subire ogni ingiustizia unicamente per amore
    della giustizia.

    Il massimo sforzo del pensiero razionale si incontra con la follia della croce: l'uomo perfetto e quindi l'uomo senza peccato può essere soltanto l'uomo della croce ed è la croce, accettata per amore della verità, a rivelare la per_fezione dell'uomo.

    L'intuizione filosofica di Platone finisce per coincidere con la profezia
    biblica di Isaia:

    "Disprezzato e reietto dagli uomini,

    uomo dei dolori che ben conosce il patire

    come uno davanti al quale ci si copre la faccia,

    era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

    Eppure, egli si è caricato delle nostre sofferenze,

    si è addossato i nostri dolori,

    e noi lo giudicavamo castigato,

    percosso da Dio e umiliato." ( Is 53, 3-4)


    Il perdono cristiano, che deve essere concesso solo a chi è vera_mente
    pentito ( Lc 17,3) non esclude la giustizia.

    Dio stesso con il battesimo e la confessione ci rimette la colpa ma non il
    castigo temporale meritato per la colpa. La misericordia di Dio ha
    perdonato la colpa, ma la giustizia di Dio ha mantenuto il castigo meritato per il peccato e infatti gli uomini continuano ad essere soggetti alla pena delle tentazioni, alla pena del dolore, della malattia e della morte fisica.

    Per salvare gli uomini Dio ha stabilito il sacrificio della vita per il Figlio prediletto. L'analisi del peccato indica che, ad opera del diavolo, vi sarà lungo la storia una costante pressione al rifiuto di Dio fino all'odio (e al rifiuto delle Sue Leggi): amore di sé fino al disprezzo di Dio, come dice S. Agostino.

    La giustizia di Dio ha stabilito per la redenzione il processo in_verso:
    l'amore di Dio fino al disprezzo di sé da parte del Figlio prediletto ( cfr
    Dominum et vivificantem n.38, Is 53,2-6, Salvifci doloris n.17).

    La morte di Gesù è un atto di obbedienza al Padre. Giuda, i capi della Sinagoga, Pilato e i carnefici non hanno su Cristo alcun potere tranne quello che Lui stesso vuole concedere e solo quando è venuta l'ora decisa dal Padre.

    La vita, dice Gesù, " nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso,
    poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio". ( Gv 10, 18).

    Per dimostrare la sua potenza, Gesù, in un primo momento, fa stramazzare
    al suolo tutti quelli che sono venuti ad arrestarlo nel Gethzemani ( Gv 18,4-6 ). Il - calice - della passione è il destino che gli ha riservato il Padre: nella letteratura biblica il calice è il simbolo del destino perché i nomi degli interessati che venivano tirati a sorte erano posti dentro un calice.

    Il sacrificio della vita è stato voluto dal Padre e Gesù, come uomo, solo
    a Dio chiede di togliere tale pena:" Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!"( Mt 26, 39).

    La morte di Gesù, oltre che essere un atto di amore per noi e un atto di
    condivisione dell'umana sofferenza ( cfr Salvifici do_loris n.16) è un atto di obbedienza al Padre


    4) PERCHE' I GIUDEI ERANO PERFIDI?

    "Pochi sanno che Pio XII è stato il primo Papa, dopo più di dieci secoli, ad inserire nella liturgia dei miglioramenti in favore degli Ebrei. E che lo hafatto anche su
    esplicita richiesta di Eugenio Zolli: che fu Rabbino di Roma.

    Fin dal
    pontificato di Gregorio Magno, nella celebrazione del Venerdì Santo si faceva
    riferimento ai perfidi Judaei [in corsivo nel testo] e alla perfidia Judaica [idem]. Come tutti i filologi sanno, il termine perfidi in latino ha soltanto il significato di miscredenti, riferito acoloro che non vogliono accettare la fede cristiana. Nessuno ha mai detto "perfido" ad un giudeo, nel termine che si traduce oggi.

    Gli dicevano "perfidus", cioè "che non crede" nella seconda Persona della Santissima Trinità. Infatti i giudei non credono nella seconda Persona della Santissima Trinità. Ma con l'introduzione dei messalini in lingua volgare e le traduzioni, quel perfidi [idem] latinosi era trasformato nell'inglese perfidious [idem], nel francese perfide[idem], nel tedesco
    treulos [idem], nell'olandese trouweloos [idem],nell'italiano perfidi [idem].
    Da una constatazione si era cioè passati a una condanna morale. Zolli chiese a Pio XII di cancellare l'espressione. Il Papa rispose che il significato della parola latina non conteneva un giudizio morale, ma soltanto la constatazione che i giudei rifiutano la fede cristiana ed erano dunque infedeli [idem]. Ma fece fare una precisazione sull'argomento dalla Sacra Congregazione dei Riti, pubblicata il 10 giugno 1948. Dunque i perfidi Judaei [idem] erano soltanto i giudei infedeli e non perfidi [idem].
    L'espressione sarà definitivamente abolita da GiovanniXXIII. Oggi nella
    liturgia del Venerdì Santo i cristiani pregano soltanto"per gli Ebrei", senza l'aggiunta di aggettivi". (A. Tornielli, Pio XII,Casale Monferrato, Ed. San Paolo, 2001, p. 260 - 261). "Già Pio XII, verso al fine del suo pontificato, il 27 novembre 1955, aveva introdotto un piccolo ma
    significativo cambiamento nella liturgia in favore degli ebrei, reinserendo, nel rito del Venersì Santo, la genuflessione anche al momento della preghiera per i "giudei", caduta in disuso dai tempi del Medio Evo. La formula era però rimasta quella di sempre, "oremus properfidis Iudaeis" , anche se Papa Pacelli, nel giugno1948, aveva fatto pubblicare una precisazione della Sacra Congregazione deiriti nella quale si specificava che quel "perfidi" aveva esclusivamente il significato latino di "miscredenti", cioè coloro che non
    vogliono accettarela fede cristiana. Giovanni XXIII, che già durante la
    Settimana Santa del1959 aveva fatto cadere l'uso dell'aggettivo "perfidi",
    il 25 luglio 1960approva le nuove rubriche del breviario e del messale che
    eliminano definitivamente questa formula.
    Tra le carte del Pontefice, il segretario Loris Capovilla ha scovato un piccolo appunto nel quale si legge:
    "Da vario tempo veniamo interessaticirca il "pro perfidi Judaeis" nella liturgia del venerdì Santo. Ci risultada testimonianza sicura che il nostro predecessore Pio XII di s. m.personalmente aveva già tolto tale aggettivo nella preghiera sua, accontentandosi di dire: Oremus... etiam pro judaeis" [in corsivo neltesto]. Essendo questo anche il nostro pensiero, disponiamo che colla prossima Settimana Santa la duplice supplicazione venga così
    ridotta". E'interessante notare come Roncalli faccia risalire l'abitudine a
    non pronunciar epiù il "perfidis" al predecessore Pacelli, attribuendo alla decisione di cancellare l'espressione dal messale il segno della continuità". (A. Tornielli, Pap Giovanni XXIII, Milano, Il Giornale, 2003,pp. 196 - 197).

    ( B. M. Bruti )
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  6. #6
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    Grazie a Caterina per la risposta esauriente e completa, resta il fatto che alcuni che si definiscono cattolici insistono nell'errore.

  7. #7
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Originally posted by sagrado
    Grazie a Caterina per la risposta esauriente e completa, resta il fatto che alcuni che si definiscono cattolici insistono nell'errore.
    e tu esercita la santa pazienza....e con la carità spiegagli che sbagliano
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  8. #8
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    I sedevacantisti del piano di sotto non sono cattolici. Non riconoscono il Concilio Vaticano II, non riconoscono il Papa. Sono scismatici ed eretici.


  9. #9
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Originally posted by Thomas Aquinas
    I sedevacantisti del piano di sotto non sono cattolici. Non riconoscono il Concilio Vaticano II, non riconoscono il Papa. Sono scismatici ed eretici.


    .


    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  10. #10
    più arcipreti, meno arcigay
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    Tra la verità e l'errore non c'è nessuna via di mezzo, tra questi due poli opposti non c'è che un immenso vuoto. Colui che si pone in questo vuoto è altrettanto lontano dalla verità di colui che è nell'errore (J. Donoso Cortes)
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    Ricordo a tutti che "perfidi giudei" è un errato slittamento semantico.

    oremus pro perfidis iudaeis significava preghiamo per i giudei infedeli (alla promessa, all'alleanza).

    nei secoli, adattando foneticamente in italiano, ecco l'errato concetto.

 

 
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