Lo Stato faccia spazio a famiglie e diritti
Pure in questo caso, ci vogliono meno leggi e più libertà

Le recenti polemiche sollevate dalle dichiarazioni di Romano Prodi e Gianfranco Fini pongono una serie di problemi spinosi.

In primo luogo, c’è sullo sfondo il dibattito sul relativismo e sulla tendenza (propria del nostro tempo) ad equiparare ogni stile di vita. In questo senso, tra quanti avversano soluzioni “alla Zapatero” è forte la preoccupazione di un progressivo slittamento verso una società in cui tutti i comportamenti siano ugualmente valorizzati e in cui venga meno qualsiasi criterio di ordine etico.

La difesa della peculiarità del matrimonio poggia anche sulla convinzione, basata sull’osservazione della natura ancor prima che su convincimenti religiosi, che ogni società ha un futuro se riconosce il ruolo della procreazione e di ciò che ne discende: in termini affettivi ed educativi.

Coloro invece che si battono per importare pure in Italia forme para-matrimoniali come i Pacs o altre forme di legalizzazione delle convivenze intendono difendere i diritti dei singoli, permettere la più libera espressione delle preferenze o, almeno, offrire un quadro legale capace di gestire le conseguenze che le unioni di fatto fatalmente producono.

Da una parte e dall’altra, però, c’è un’incomprensibile sopravalutazione del ruolo dello Stato.

Chi veramente ha a cuore la famiglia (specialmente nella sua forma tradizionale) dovrebbe comprendere che i poteri pubblici impostisi nel corso dell’età moderna sono i primi responsabili – sebbene non i soli – della crisi di questo istituto. È infatti il paternalismo statale che ha svuotato la funzione dei genitori, sottraendo alla sfera familiare quegli ambiti fondamentali che sono stati consegnati nelle mani di politici e burocrati: dall’educazione all’assistenza, alla previdenza.

Più che difendere l’unicità del matrimonio di Stato o pretendere altre leggi a sua “difesa”, allora, ci si dovrebbe battere per una liberazione della famiglia da ogni ingerenza illecita in tali ambiti.

Il problema delle coppie di fatto, per giunta, esiste e non può essere ignorato. Come ha sottolineato lo stesso cardinale Francesco Pompedda, situazioni di fatto producono questioni di diritto. Ma per gestire al meglio tali problemi non bisognerebbe chiedere – violentando la logica – forme di cerimonie nuziali in Comune “per i non sposati” o addirittura – violentando la lingua – matrimoni per omosessuali. Abbiamo invece bisogno di soluzioni flessibili basate su intese liberamente sottoscritte, studiate su misura, in grado di tutelare davvero i vari soggetti.

La strada da seguire è quella di una progressiva “de-codificazione” e “de-legificazione” della famiglia e delle relazioni interpersonali. Lasciamo che le questioni connesse all’eredità, ad esempio, siano gestite nella più grande libertà possibile sulla base di intese tra le parti. È dal dinamismo di un diritto privato che possono venire le soluzioni migliori per quanti sono fedeli alla famiglia e per quanti, invece, intendono convivere in altro modo.

Lo statalismo è costantemente fonte di tensioni. L’alternativa è un ordine di libertà.


di Carlo Lottieri
L'Indipendente, 15 settembre 2005.