Un consiglio a Gianni Minà
di Domenico Losurdo
Da anni Gianni Minà contrasta con una documentatissima e ammirevole controinformazione la campagna mediatica da Washington e da Bruxelles scatenata contro Cuba. Anche sul caso di Yoani Sanchez, l’odierna «bloguera« e campionessa della contro-«rivoluzione colorata» che l’imperialismo da tempo è impegnato a scatenare contro l’isola ribelle, Minà interviene con precisione e tempestività. L’articolo pubblicato su «il manifesto» del 6 dicembre è eloquente già nel titolo: Cyberwar a Cuba. In effetti, la campagna in corso per la «libertà di espressione» è solo una continuazione della guerra con altri mezzi, così come una continuazione con altri mezzi della Baia dei porci e dell’aggressione militare sono l’embargo e il blocco che infuriano da decenni. Peccato però che questa presa di posizione, che avrebbe potuto essere di grande efficacia, è irrimediabilmente rovinata dall’incipit dell’articolo. Leggiamo:
«L’annuncio dell’accordo degli Stati Uniti con la Cina, che rinvia la riduzione delle emissioni di biossido di carbonio da parte delle due più grandi nazioni inquinatrici dell’atmosfera, non ha molto preoccupato la grande informazione occidentale, e nemmeno la constatazione, dopo il vertice Fao, che i milioni di morte per fame aumenteranno a breve per l’egoismo e la noncuranza delle cosiddette “nazioni forti”».
E così la Cina è accomunata agli Usa sia per quanto riguarda l’inquinamento ambientale che per la fame nel mondo. L’ultimo capo d’accusa ai dirigenti del Partito comunista e del governo cinesi è semplicemente surreale: per riconoscimento generale, essi sono i protagonisti di un processo di liberazione dalla fame e dal sottosviluppo di cui hanno beneficiato centinaia di milioni di persone e che per le sue dimensioni e la sua rapidità è senza precedenti nella storia. Anche al di fuori dei suoi confini, la Cina sta contribuendo notevolmente al decollo dell’Africa… Ma concentriamoci sul primo caso d’accusa, quello più banalmente stereotipo e codista, che fa leva sulla questione ecologica. Minà è chiaramente poco informato. Ecco cosa Thomas L. Friedman scriveva già sull’«International Herald Tribune» del 3 novembre 2005:
«L’innovazione verde ha cominciato a diffondersi rapidamente in Cina […] Ancora un decennio e dovremo importare la nostra tecnologia verde da Pechino […] La sfida della Cina verde sarà molto più insidiosa di quella della Cina rossa […] Poiché le tecnologie verdi sono qui adottate su scala sempre più larga […], la Cina fisserà gli standard per il mondo».
Ma veniamo all’oggi. Ben lungi dall’abbandonarsi all’inerzia, i dirigenti cinesi si impegnano a ridurre entro il 2020 tra il 40 e il 45% il diossido di carbonio emesso per unità di prodotto. Per cogliere il carattere estremamente ambizioso di tale obiettivo, basta fare il confronto con l’India, che intende impegnarsi solo per il 20-25%.
E’ vero, come sottolinea Minà, Cina e Usa sono le «due più grandi nazioni inquinatrici dell’atmosfera»; solo che la prima ha una popolazione che ammonta a più di quattro volte quella della seconda: ciò significa che in media un cittadino cinese inquina un quarto di un cittadino statunitense. Naturalmente, questo dato macroscopico può essere considerato «irrilevante», come fa Giovanni Sartori sul «Corriere della Sera» sempre del 6 dicembre. In base a tale «ragionamento», nel calcolare il livello tollerabile di emissioni, non fa differenza che si tratti della Cina, dell’India, degli Usa, dell’Italia o di S. Marino. Sempre in base a tale «ragionamento», coloro che nelle regioni meno sviluppate della Cina (e in larga parte dell’India) abitano in case o frequentano scuole o ospedali senza energia elettrica o con rifornimento intermittente, devono rassegnarsi a essere privi di elettrodomestici e di rapporti col resto del mondo, a soffrire il freddo e persino a morire nel corso di un’operazione chirurgica; se invece pretendono di migliorare le loro condizioni, essi danno prova di imperdonabile insensibilità ecologica. Se poi quei cinesi o indiani dovessero aspirare a disporre anche solo della metà dello spazio abitativo di cui dispone l’editorialista del «Corriere della Sera», è chiaro che essi andrebbero processati in quanto responsabili di ecocidio!
E’ da sperare che Minà non voglia appiattire le sue posizioni su quelle di Sartori. In ogni caso le posizioni di Cuba sono assai diverse: Fidel Castro non solo ha sottolineato con forza l’enorme contributo fornito dai dirigenti cinesi alla causa della lotta contro la fame nel loro paese e nel mondo, ma ha anche richiamato l’attenzione sullo scandalo del consumo energetico pro capite assolutamente sproporzionato di cui sono protagonisti gli Stati Uniti d’America! Minà farebbe bene a ripensare il suo atteggiamento. Diversamente, se continuerà a tracciare un ritratto così caricaturale della Repubblica popolare cinese, egli potrà ben confutare e ridicolizzare la «bloguera» Yoani Sanchez e i suoi burattinai imperialisti: finirà tuttavia col rimasticare i loro peggiori luoghi comuni!




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