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Discussione: I problemi del....

  1. #1
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    Predefinito I problemi del....

    ….Cav.

    Perché non molla? Perché Berlusconi, che non ha fatto a suo tempo un gesto di coraggio battagliero, mettendosi in discussione e scommettendo su se stesso come Schröder e Koizumi, si sta infilando nel bunker? Perché ora ch’è il tempo degli abbandoni pusilli, dell’accerchiamento feroce, dell’insofferenza torva e insieme lucida nei suoi confronti, espone se stesso, il suo partito, la cosiddetta coalizione di centrodestra e soprattutto le idee e le pulsioni che ha rappresentato per un decennio alla prospettiva concreta, ravvicinata, evidente ogni giorno di più, di una devastante sconfitta senza attenuanti, senza speranza, senza futuro?
    Perché ha voluto cavalcare in sella al nulla questa estate di scontento, di sfrenati tatticismi sempre destinati alla disfatta dopo gli orrori della “crisi ripugnante”?
    Perché insiste, quando è a tutti chiaro che ricostituire una coalizione credibile e vincere le elezioni è impresa per lui paragonabile alla vincita del superenalotto, ma senza il jolly? E molti hanno il sospetto che, se pure questa eventualità statistica remota si producesse, sarebbe solo un altro passo nel delirio?
    Allo scudiero di Don Chisciotte, Sancio Panza, il duca attribuì per burla il governo di un’isola, che poi era un paesino sperduto nella Mancia. Sancio governò con surreale buonsenso, ma quei burloni sadici che facevano parte dello staff al governatore non davano da mangiare per proteggere la sua salute (così dicevano, conoscendo la sua ingordigia) e le costrizioni formali del governo gli vennero presto a noia, sicché riprese il suo somaro, raggiunse il suo padrone e cavaliere, e si rimise a fare lo scudiero in un trionfo di lealtà cavalleresca e di razionale riconoscimento del proprio ruolo di buon cristiano. Tuttavia, “pur disdegnando di essere di nuovo governatore, Sancio covava sempre il desiderio di comandare ed essere ubbidito, un inconveniente, questo, che si accompagna al comando anche quando sia stato esercitato per burla”.
    E’ questo l’inconveniente che lo tiene nel bollore rancido della politica romana e polista nel momento della sua dissoluzione, facendo di lui stesso l’elemento principale di questa tendenza al suicidio rituale? Nostalgia del potere?
    Ma no, il Cav. è destinato comunque a comandare e a farsi ubbidire ancora a lungo. E’ straricco, i magistrati hanno sostanzialmente mollato la loro presa infernale su di lui, ha ancora un carisma popolare che reggerebbe la presenza di un partito più o meno “suo” in una coalizione e in un Parlamento futuri, può reinventarsi mille volte e in mille modi, con l’energia che ha e la fantasia che gli si riconosce, non avendo toccato nemmeno i settant’anni.
    Berlusconi non è Gloria Swanson, la maschera tragica sul viale del tramonto che ha un disperato bisogno dei riflettori e della parte e del ciak, è semmai il produttore di quel film di successo, è un Louis B. Mayer che stacca il biglietto al botteghino, destinato a edificare nuovi mondi di filigrana e di cartapesta nel suo regno privato che nessuno ormai gli può togliere.
    E dunque? Come spiegarsi tanta cocciutaggine?
    L’unica spiegazione seria è questa.
    Berlusconi non ha capito di aver vinto, e dunque di aver esaurito la sua missione.
    Che è sempre stata la missione anomala, di formidabile impatto sulla storia e sulla politica italiana, e proiettata con glamour sulla scena mondiale, di un uomo privato che realizza scopi pubblici decisivi nel fuoco di una tempesta che uccide una Repubblica e fa cadere a uno a uno i suoi dèi. Quel che doveva e poteva umanamente fare, partendo dal suo status di privato imprenditore che mette su una compagnia di giro fortunata e baldante, l’ha fatto.
    Abbiamo il maggioritario che funziona.
    Abbiamo la stabilità e l’alternanza dei governi.
    Abbiamo una politica estera irreversibilmente più autonoma dal carro del vecchio europeismo franco-tedesco; siamo amici di chi combatte il terrorismo internazionale, degli inglesi, degli americani, degli israeliani.
    Il clima morale del paese è cambiato, la legalità farisaica, politicizzata, codina non ha più per sé il vento in poppa.
    Un abbozzo di nuova classe dirigente alternativa all’asse della tradizione comunista e cattolico democratica è disegnato, con tutte le ovvie imperfezioni di un progetto titanico fondato dieci anni fa sul vuoto pneumatico.
    L’economia sta peggio di come sarebbe stata con una cura di mercato da cavallo, ed è questa la vera “incompiuta” del Cav., ma sta meglio di come la descrivono i propagandisti dell’opposizione che, se arrivassero al governo, dovrebbero poi ripartire dalle idee di riforma che Berlusconi ha introdotto e legittimato in un paese intimamente solidarista e consociativo, caoticamente, per un decennio e oltre.
    Il muro del politicamente corretto e del laicismo di parata è caduto.
    Quando un leader vince e compie la sua missione, deve capirlo e aprire un nuovo ciclo.
    La trasformazione integrale di Berlusconi da uomo privato a uomo pubblico era umanamente impossibile, non è quello il suo talento, non era quella la sua vocazione, non era nemmeno il suo programma.
    Glielo scrivemmo per tempo, nel 2001, cercando di forzare la sua natura: se diventerà un po’ meno ricco, caro presidente, potrà essere padre politico di una maggioranza di italiani e normalizzatore definitivo del sistema politico uscito dalla crisi della Prima Repubblica.
    E’ diventato più ricco di prima, e queste scelte private, che hanno una loro logica, si pagano poi nella moneta della credibilità pubblica, bisogna saperlo e accettarlo da adulti.
    Ma la sua parabola di populista democratico, di liberista all’italiana, di statista che compie grandi svolte con mezzi privatistici e un linguaggio personalissimo e urticante per le cancellerie di mezzo mondo, è stata avventurosa e significativa, feconda, abbagliante, e sarà studiata per decenni come un grande caso di scuola della politica internazionale.
    Basta che il Cav. non intigni, che non si intestardisca ad andare oltre le proprie possibilità, basta che capisca questo punto cruciale: sta a lui non diventare un penoso ingombro, sta a lui non sfasciare tutto quel che ha costruito, dare il via a una nuova situazione più modestamente politica in senso professionale.
    Punti su un Pisanu, un Letta, un Tremonti, una Moratti oppure un Casini, un Fini, insomma chiunque, e lasci che riparta la competizione per la leadership di una coalizione possibile, che affronti senza drammi l’ordalia delle elezioni prossime venture e intanto cerchi di ricostruirsi per il dopo. Ci sarà spazio anche per il suo partito, per un suo esercito, non è un abbandono o una fuga: è la soluzione possibile, è la cura.
    Sta a lui inaugurare, in zona Cesarini, anzi un minuto oltre il recupero, una storia nuova della destra dopo la rischiosa, anomala, disordinata e affascinante avventura del suo fondatore.
    La vita continua e può non essere malaccio, se non la si dissipi nel malumore e nel rancore.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Siniscalco lascia

    Roma. L’avventura tecnica del professor Domenico Siniscalco cominciò un po’ a sorpresa nel 2001, quando Giulio Tremonti lo scelse come direttore generale del tesoro in sostituzione di Mario Draghi. Sin da subito fu una nomina che conteneva una dose di ambiguità. Il bravo economista Siniscalco era (è) una persona perbene, era un amico di vecchia data di Tremonti, ma era diventato rispetto al ministro uomo di un altro mondo. L’esplosione della galassia socialista li aveva spinti in direzioni diverse. Tremonti in politica su un tragitto di centrodestrismo, Siniscalco in un sistema di relazioni che si potrebbe definire premargheritesco. Un mondo politicamente borghese e attento alle convenzioni.
    Siniscalco contava anche su un altro sistema di relazioni, quello della comunità accademica cui tiene moltissimo. In principio riesce a far digerire al suo sistema sociale l’incarico al ministero.
    E’ un incarico tecnico, lui si presenta un po’ come testa di ponte, un po’ come figura di garanzia contro i potenziali eccessi della politica economica di centrodestra.
    La sua è un’ambiguità a tratti involontaria, ma permanente.
    Per esempio, proprio nella partita contro il governatore della Banca d’Italia, dopo l’esplosione dei casi Cirio e Parmalat, alla fine del 2003.
    L’attacco lo conduce Giulio Tremonti, ma Siniscalco esercita tutto il suo peso di convincimento nella strategia antifazista del ministro.
    Quando nella primavera 2004 la posizione di Tremonti cominciò a farsi difficile, a causa del piglio troppo energico con cui guidava il ministero dell’Economia, Domenico Siniscalco venne individuato da Berlusconi come il possibile sostituto di Tremonti. Il 16 luglio diventa ministro e si ritrova sulla sua scrivania da subito due dossier molto delicati: la Finanziaria per il 2005 e la riforma del Patto di stabilità.
    La sensazione di molti osservatori è che il nuovo ministro abbia cercato in principio di buttarsi francamente nell’avventura ministeriale.
    Ma che abbastanza presto il clima incerto in cui il Cav. esercita la sua leadership abbia in qualche modo autorizzato Siniscalco a sganciarsi progressivamente dal destino del governo e a tornare alla sua ambivalenza di fondo. Il primo vero scontro è sulla legge finanziaria per il 2005: il governo deve proseguire sulla strada della riforma fiscale. Gli industriali vogliono da Berlusconi un intervento sull’Irap. L’establishment chiede a Siniscalco di sostenere le ragioni dei “produttori”. Nasce un asse con Luca di Montezemolo, che mette sotto pressione il presidente del Consiglio. In questa fase tra il ministro dell’Economia e il mondo dei giornali del sistema economico-finanziario raccolto intorno alla Confindustria comincia un quotidiano gioco di sponda, fatto metà di sostegno, metà di sferzate. Gioco inutile. Il Cav. con una mossa a sorpresa rinuncia ai tagli Irap, preferendo un’altra sforbiciata dell’Irpef. Berlusconi decide di sostenere i consumi, non i “produttori”.
    In quel momento Siniscalco sceglie di tornare psicologicamente dalla parte da cui era venuto.
    Sarà leale nella trattativa sulla riforma del Patto di stabilità, ma mai davvero convinto che l’alleggerimento delle regole contabili europee sarebbe servito a raddrizzare lo stato della nostra economia. Una posizione di rigore europeista condivisa dal suo mondo, con il quale si sarà in linea in un’altra decisiva occasione: il caso Fazio.
    Le intercettazioni, gli articoli della stampa straniera, il sussiego delle lobby perbene, il disappunto dei ministri finanziari europei. Su questo concerto di dissenso politico e di malessere personale cala come una mannaia l’editoriale di quello che viene considerato al momento il più influente commentatore economico italiano, Francesco Giavazzi, che all’indomani della presentazione in Consiglio dei ministri della riforma del risparmio giudicata incompleta (e in effetti lo è) si rivolge a Siniscalco dalle colonne del Corriere della Sera dicendogli che non ha spina dorsale.
    Colpo durissimo.
    E Siniscalco sapeva che ne sarebbero arrivati degli altri, su una partita nella quale non si era mai impegnato, quello della Finanziaria elettorale 2006, praticamente ingestibile per un ministro senza peso politico.

    Su il Foglio

    saluti

    ps prima Ruggero, ora Siniscalco.
    Evidentemente per far Riforme i tecnici non hanno le palle.

  3. #3
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    Predefinito Tremonti raddoppia

    Roma. Dunque Giulio Tremonti e Antonio Fazio. Di nuovo. Ma questa volta, nell’altalena della politica italiana, i due antichi contendenti si ritrovano in ruoli invertiti. Il primo, l’ex ministro dell’Economia recuperato alla vicepresidenza del Consiglio, fa ritorno a via XX Settembre per sostituire Domenico Siniscalco, suo ex direttore generale, poi successore e da mercoledì sera dimissionario dopo che mezzo governo (Udc, Lega e parte di An) aveva bocciato la sua Finanziaria.
    L’altro, il governatore Fazio, come precondizione del rispescaggio tremontiano viene sfiduciato con un proclama ufficiale di Silvio Berlusconi nella conferenza stampa che ha seguito il vertice pomeridiano con i leader della Cdl. E non è tutto perché, nel corso di una delle giornate più compulsive vissute dal governo, accade anche che il Cav. non neghi più ai centristi di Pier Ferdinando Casini la possibilità di contendergli la premiership nel corso di elezioni primarie.
    Su Giulio Tremonti si è realizzata una singolarissima coincidentia oppositorum (nella quale non è forse estraneo il ruolo svolto da Ciampi).
    La maggioranza berlusconiana ha trovato l’accordo nel giro di un’ora, prima ancora del vertice pomeridiano sul paesaggio interno della coalizione. Ciascun leader aveva consultato i propri vertici in mattinata, mentre il Cav. saliva al Quirnale per formalizzare con il presidente Ciampi le dimissioni di Siniscalco.
    La Lega di Umberto Bossi conosce da sempre un solo nome da abbinare al Tesoro ed è quello dell’amico Giulio. Anche a costo di abbandonare il governatore della Banca d’Italia dopo avergli costruito attorno la ridotta più tenace?
    I leghisti derubricano a opinione personale la sfiducia berlusconiana inflitta a Fazio. Ma è chiaro che, per gli interessi finanziari e politici del Carroccio, un Tremonti plenipotenziario vale più del malconcio Fazio.
    E’ ciò che può aver pensato anche Ciampi, se è vero che ha insistito perché Berlusconi convincesse gli alleati ad accettare uno come Tremonti pur di escludere un interim o una soluzione tecnico-politica (per la quale si guardava al sottosegretario Giuseppe Vegas).
    E dopo aver scartato l’ipotesi di elezioni anticipate, perché il Cav. non le vuole e a Ciampi non piace il rischio di condannare il paese all’esercizio provvisorio davanti alle sollecitazioni economiche internazionali.

    Il suggerimento di La Russa a Fini
    Pure dentro An pochi dubbi. Qualche mugugno della Destra sociale durante l’esecutivo in cui Gianfranco Fini dava ascolto alla proposta di Ignazio La Russa: “Chiedi a Berlusconi una dichiarazione ufficiale contro Fazio in cambio del sostegno a Tremonti. A quel punto Fazio è sfiduciato e ciò che deciderà saranno affari suoi”.
    Così è stato, e la riunione dei finiani si è chiusa con un appuntamento per un nuovo esecutivo da tenersi domenica. Obiettivo: trasformare la resa nei confronti dell’ex nemico Tremonti in un successo contro Fazio e in un investimento politico sulla Finanziaria.
    Sui contenuti della manovra An non ha ancora una posizione univoca, divisa com’è tra sociali adombrati (lo è il capo Gianni Alemanno) e “berluscones” in ripresa. Quanto all’Udc, Tremonti o meno, il segretario Marco Follini si è presentato all’incontro con gli alleati mostrando l’impazienza di chi ha già un piede fuori dal recinto. Ai centristi premeva e preme tenere aperta la questione della leadership. E infatti, nel mezzo del conferenza stampa di Berlusconi, Follini ha spiegato ai giornalisti che non lo considera “il miglior candidato del centrodestra a Palazzo Chigi”.
    Perché lo ha fatto? La spiegazione l’ha data immediatamente il Cav. dicendosi disponibile a valutare ogni possiblità, compresa quella di indire le primarie. Che sia “un atto di estrema generosità” oppure “una via obbligata perché che Follini non retrocede e mica puoi abbatterlo” – è il ragionamento dei dirigenti forzisti – il Cav. ha accettato di confrontarsi alle primarie e, stando a quel che dice Follini, avrà un antagonista dell’Udc.
    E Fazio? Al momento pare che il governatore, solitario e muto, sarà accanto al detestato neoministro Tremonti nel viaggio a Washington per la riunione del Fmi.

    Da il Foglio

    saluti

    ps: è tornato al posto giusto il politico "giusto".

  4. #4
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    Predefinito Bruxelles borbotta

    Bruxelles. Ufficialmente l’Unione europea non si esprime sulle dimissioni di Domenico Siniscalco e sul ritorno di Giulio Tremonti. La presidenza inglese si trincera dietro un “no comment”, la Commissione “di consueto non commenta i cambiamenti di governo”. Ma da ieri Bruxelles borbotta, ancor più dopo la (ri)nomina di Tremonti alla testa del dicastero dell’Economia. L’esecutivo dell’Ue aveva puntato su Siniscalco per frenare il deficit e al contempo vincere il braccio di ferro sull’apertura del sistema bancario italiano.
    Tremonti scompiglia i giochi della Commissione su tutti i fronti.
    A rimpiangere “il buon rapporto di lavoro” con Siniscalco è innanzitutto il commissario per gli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia, che ieri ha intimato al governo di andare “avanti con la correzione del deficit”. L’amicizia risale ad aprile, quando il commissario annunciò la procedura contro l’Italia, pochi minuti dopo un colloquio con il ministro dell’Economia e senza incontrare alcuna sua resistenza.
    A giugno, i due scrissero a quattro mani – con “una telefonata tra Roma e Bruxelles” – la raccomandazione con cui la Commissione imponeva all’Italia il “sentiero di rientro” del deficit: il commissario non chiedeva una manovra bis, in cambio il ministro garantiva una Finanziaria pesante.
    Con il ritorno di Tremonti, la Commissione ritrova il ministro che, nel novembre 2003, impedì le sanzioni per deficit eccessivo contro Francia e Germania e archiviò il Patto di stabilità.
    Le dimissioni di Siniscalco preoccupano anche due commissari in guerra con Antonio Fazio.
    Dopo una primavera di scontri su Antonveneta e Bnl, l’estate e Siniscalco avevano consigliato a Charlie McCreevy e Neelie Kroes – responsabili di Mercato interno e Concorrenza – di confidare nel ministro dell’Economia per arrivare a una soluzione tutta italiana che aprisse le porte a Abn Amro e facesse cadere Fazio.
    La Commissione ha rimandato la pubblicazione di un rapporto sugli ostacoli nazionali alle fusioni bancarie transfrontaliere ed evitato di intervenire troppo contro il governatore. Salvo tornare alla carica quando si è capito che Fazio non si sarebbe dimesso.
    Ora, senza l’“amico” italiano, l’Ue dovrà abbandonare i giochi delle parti e tornare a fare i conti con la politica, Tremonti e il Cav.

    Da il Foglio

    saluti

 

 

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